Ago 21 2017

PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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Parlare con chi non possiede più un corpo è un’impresa difficile in un mondo abituato a usare le parole per diluire le emozioni.

I vocaboli veicolano l’energia dei sentimenti dentro suoni carichi di significato, ma l’abitudine a comunicare solo grazie al linguaggio parlato ci spinge a dimenticare il valore intimo che lo sottende.

Succede a tutti di esprimere frasi prive di una reale carica emotiva, suoni vuoti di energia, involucri senza contenuto.

Amiamo la poesia perché i poeti fanno vibrare le parole di vissuti interiori, ricordandoci il valore di una comunicazione che intreccia la mente con il cuore.

Quando i vocaboli sono privi di risonanza con la vita intima, il dialogo diventa un atto sterile e artefatto.

Ne abbiamo un esempio evidente in tutte le espressioni formali:

“Come stai?” 

“Bene grazie, e tu?”

“Buongiorno”

“Buonasera”

“Sentite condoglianze”

“Buon Compleanno”

“Tanti auguri”

“Cento di questi giorni”

“Congratulazioni”

Modi gentili che rispettano le consuetudini ma che spesso sono privi di una reale energia emotiva.

Per comunicare con i defunti bisogna abbandonare le parole e avventurarsi nel mondo delle sensazioni.

Dobbiamo prestare attenzione a ciò che succede dentro di noi e fidarci di quelle percezioni che accompagnano i nostri discorsi senza fare rumore.

Questo tipo di ascolto può rivelarsi molto difficile per quanti sono soliti concentrarsi sui suoni piuttosto che sulle emozioni.

Sono visioni, ricordi, impressioni, stati d’animo, consapevolezze veloci e sfuggenti che appaiono (e scompaiono rapidamente) sotto la soglia del mondo fisico in cui siamo abituati a focalizzare la nostra attenzione.

Per incontrare chi fisicamente non c’è più, occorre fidarsi di ciò che si sente dentro, senza pretendere una verifica formale.

Perché la vita interiore non può avere altre conferme di quelle che riceve da se stessa.

Per comunicare con le persone che vivono nelle dimensioni immateriali, è indispensabile assumersi la responsabilità di ciò che ci succede intimamente e non ostinarsi a cercarne le prove concrete.

La concretezza, infatti, non appartiene alle realtà interiori.

In quei luoghi ciò che è corporeo non funziona.

La realtà al di fuori del mondo fisico utilizza codici diversi dalla materialità e per comprenderne il significato è indispensabile seguire il proprio cuore.

Solo il cuore, infatti, può stabilire la veridicità delle emozioni e fidarsi della loro autenticità, a dispetto di ogni prova scientifica.

L’amore non è scientifico.

È reale.

E possiede una certezza così pregnante per chi la vive, da non aver bisogno di dimostrazioni.

La soggettività è il linguaggio dell’amore e l’unica convalida possibile quando si tratta di comunicare con chi è privo di corporeità.

Cercarne le conferme all’esterno non ci aiuta.

È necessario concedersi il permesso di credere senza pretendere altra prova che quella del proprio ascolto interiore.

Viviamo in un periodo in cui il conformismo ci fa sentire sicuri e integrati spingendoci ad adottare i modi e le convinzioni delle persone che abbiamo intorno.

Ma, per ritrovare chi abbiamo amato, anche dopo la morte, è necessario abbandonare questo bisogno di omologazione e sopportare il peso dell’autonomia.

Solo tu puoi sapere se ciò che senti è un sogno, una visone, una comunicazione o una fantasia!

Così, mentre la logica scrolla la testa, dobbiamo imparare a camminare a braccetto con l’incertezza, lasciando che il cuore ci guidi a incontrare le creature cui siamo legati.

Oltre le coordinate dello spazio e del tempo.

Nelle profondità dell’Amore.

L’empatia non ha bisogno di essere provata scientificamente, trova le sue verifiche nello scambio affettivo che abbiamo con le altre forme di vita.

Quando attiviamo le potenzialità dell’emisfero destro del cervello, ci muoviamo negli spazi dell’emotività e della sensazione e grazie a queste facoltà (diverse dalla razionalità che caratterizza l’emisfero sinistro) incontriamo gli altri su un piano intimo, intenso e profondo.

Gli animali lo sanno e si lasciano guidare dall’istinto.

Sentono interiormente cosa è giusto fare o non fare, dove è meglio andare, di chi ci si può fidare… e lasciano che queste percezioni dirigano la loro vita e le loro scelte.

Senza bisogno di usare le parole.

Gli esseri umani, invece, hanno costruito una civiltà fatta di finzioni e imparano a nascondere la verità dietro alle maschere necessarie per sentirsi parte della società.

In questo modo la nostra specie ha perso il contatto con le potenzialità dell’emisfero destro e, per sapere se qualcosa è vero, si sente costretta a dimostrarlo… in laboratorio.

Ma l’amore non si può comprovare.

Bisogna viverlo e sperimentarne in se stessi l’autenticità.

I legami affettivi appartengono al mondo dei sentimenti.

Per questo, dopo la morte di una persona cara, è indispensabile permettersi di seguire il richiamo del cuore e lasciare emergere la certezza di ritrovarsi ancora, a dispetto dei ragionamenti, del dolore, della mancanza e della scienza.

Solo l’amore può contenere l’eternità.

E, quando il corpo non esiste più, ci guida a incontrare chi abbiamo amato.

Oltre le barriere del linguaggio e della concretezza.

Nel mondo intimo e scivoloso dell’affettività.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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Ago 15 2017

INFINITE IDENTITÀ

“Viviamo nella convinzione che ciò che è divino debba essere perfetto, ma sbagliamo. 

In realtà è vero il contrario: essere divini è essere integri, ed essere integri è essere ogni cosa, il positivo e il negativo, il bene e il male, ciò che è santo e ciò che è diabolico.”   

Debbie Ford

.

Ogni esperienza ci mostra un diverso punto di vista evidenziandolo da un insieme di prospettive infinite.

Più cose conosciamo più diventiamo capaci di osservare il mondo con occhi nuovi.

E questo vale anche per la psiche.

Siamo convinti che a ogni persona debba corrispondere una sola personalità:

  • introverso o estroverso

  • sensibile o cinico

  • sadico o masochista

  • maniacale o depresso

  • e così via…

Ma ci dimentichiamo che la vita esiste in un’immensità di sfumature diverse, pronte a coagularsi di momento in momento negli eventi che sperimentiamo.

E questa stessa molteplicità caratterizza anche i vissuti interiori.

.

“Come dentro così fuori.” 

.

Recita una delle sette leggi universali di Ermete Trismegisto, padre dell’Ermetismo.

Mondo fisico e mondo interiore rispecchiano la medesima poliedricità.

La psiche non è un monoblocco univoco e inamovibile ma un insieme cangiante di possibilità espressive differenti tra loro e pronte a prendere vita al momento opportuno.

Nasciamo duttili, sfaccettati, creativi e abili nel modellare i nostri comportamenti dentro gli schemi prescelti dal nostro ambiente di appartenenza.

Per ottenere approvazione e stima selezioniamo le innumerevoli possibilità di cui disponiamo, assecondando l’indice di gradimento del nostro gruppo e nascondendo, anche a noi stessi, gli atteggiamenti giudicati inadatti.

Sotto la soglia della consapevolezza, rinchiuso in qualche segreta dell’inconscio, esiste un mondo di possibilità inespresse che aspetta di ricevere attenzione.

Sono i tanti sé rinnegati, gli aspetti malvisti dai codici in cui siamo cresciuti, i modi di essere che abbiamo escluso dal nostro repertorio di comportamenti perché considerati disdicevoli, anomali o inopportuni.

Le individualità rifiutate possiedono una grande ricchezza creativa e attendono nell’ombra il momento di manifestarsi.

Accogliere questo mondo variegato e reietto permette di compiere un balzo in avanti sulla via del benessere e della realizzazione.

Ma per riuscirci sono indispensabili:

  • attenzione

  • ascolto

  • forza di volontà

  • determinazione

Perché superare le barriere del pregiudizio non è facile.

Per sentirci amabili e stimabili abbiamo imparato a proiettare i vissuti giudicati inaccettabili, delegando all’esterno gli atteggiamenti che non riusciamo a tollerare in noi stessi.

Il giudizio e la critica, con cui soppesiamo gli altri, occultano abilmente la paura dei nostri lati oscuri e affondano le radici nel mondo intimo e segreto dell’interiorità.

Per vivere una vita soddisfacente è indispensabile armarsi di coraggio e sopportare il peso della propria Totalità espressiva.

.

“Ogni cosa ha il suo opposto. 

Il giorno e la notte sono parti di una stessa medaglia. 

Giusto e sbagliato non esistono. 

Tutto è uno.” 

.

Ci rammenta Ermete Trismegisto.

La dualità appartiene alla vita e si trasforma in integrità solo quando possiamo accettarla dentro noi stessi.

Il percorso di conoscenza delle polarità non finisce mai.

Ogni sé apre le porte a un nuovo modo di interpretare l’esistenza e di esplorarla.

Sopportare la tensione fra gli opposti che popolano il mondo psichico significa imparare a non giudicare.

E permettersi un nuovo modo di osservare la realtà, non più schierandosi da una parte soltanto ma integrando il buio con la luce fino ad accoglierne la profondità dentro se stessi.

Riconoscere le personalità rinnegate, senza sfuggirle, senza censurarle e senza giudicarle consente di trasformarne le energie in risorse e apre la strada all’integrità.

Essere contemporaneamente:

  • buoni e cattivi

  • giusti e ingiusti

  • generosi e avidi

  • bugiardi e sinceri…

Crea le premesse per una nuova accoglienza di sé e della realtà.

Questo non significa lasciarsi trascinare dai comportamenti negativi, al contrario!

La consapevolezza ci aiuta a gestire le risorse in modi utili e più produttivi.

Così come un pizzico di sale rende il dolce più gustoso, una dose omeopatica di negatività ci permette di aprire le porte a una nuova pienezza.

Fatta di comprensione libera dal giudizio.

Di plasticità e non di rigidità.

Di partecipazione senza esclusione.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

IO COSCIENTE: imparare a dirigere l’orchestra dei sé 

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Ago 08 2017

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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Con la parola diverso indichiamo tutto ciò che si differenzia da un ordine abituale e precostituito.

Il diverso è qualcuno che esce da quella che è considerata la condizione normale.

Tuttavia, diversità e normalità vanno a braccetto, e l’una non può esistere senza l’altra.

È indispensabile una normalità per definire la diversità e occorre una diversità per riconoscere la normalità.

Diversità e normalità sono due facce della stessa medaglia, due aspetti psichici che arricchiscono il nostro mondo interiore, permettendoci di sperimentare l’unicità insieme all’appartenenza.

Per vivere bene abbiamo bisogno sia di normalità che di diversità.

In un mondo sano, la diversità è l’espressione di una preziosa individualità e manifesta quel modo unico e speciale di essere se stessi e di donare la propria creatività.

In un mondo sano, il bisogno di sentirsi parte della famiglia umana diventa il crogiolo necessario a valorizzare l’espressione dei talenti personali.

In un mondo sano, il contributo di ciascuno arricchisce l’intera comunità.

In un mondo sano…

Nel nostro mondo malato, invece, la diversità è un’onta da nascondere, anche a se stessi.

E, nello sforzo di conquistare l’omologazione indispensabile per sentirsi parte della società, occultiamo l’originalità sotto la maschera del conformismo, negando alla vita la ricchezza creativa che ognuno di noi è venuto a portare.

Ma, dietro il livellamento imposto dalla cultura, si nasconde un gioco di potere volto a plasmare tanti soldatini ubbidienti, pronti a combattere la guerra di quella piccola elite che gestisce il mondo manipolando i meccanismi psicologici.

La diversità diventa così il ricettacolo delle proiezioni negative funzionali all’asservimento dei molti e al vantaggio dei pochi, lo strumento privilegiato per coltivare il razzismo e la violenza e annientare nella psiche la sensibilità, la creatività, la responsabilità e la libertà.

Tutto ciò che si differenzia dai modelli imposti, infatti, è additato come improprio, sconveniente, sbagliato, anomalo o malato, e combattuto con le armi dell’emarginazione, della ridicolizzazione o della patologia mentale.

Per sentirci parte della società dobbiamo essere impassibili, insensibili, indifferenti e pronti a seguire le mode del momento.

Non più persone con valori, scelte, etica e sentimenti, ma consumatori.

Abbiamo l’onere di sostenere un’economia che travolge qualsiasi individualità.

E, in nome delle vendite e del guadagno, tutto ciò che si allontana dalle esigenze del mercato è destinato a sparire, sepolto sotto la coltre delle abitudini standardizzate che definiscono ad arte la normalità.

Il cuore non è funzionale agli interessi delle multinazionali.

Per far camminare il sistema produttivo sono indispensabili: la competizione, la prevaricazione e la capacità di combattere quello che si discosta dal cinismo necessario al potere.

In questo quadro, gli animali incarnano proprio le qualità che una gestione malata di arroganza e di domino, combatte con tutte le sue forze: sono ecologici, in grado di adattarsi alle esigenze ambientali e pronti a estinguersi quando sentono che l’equilibrio naturale è messo in pericolo.

Sono ingenui, innocenti e capaci di comunicare tra loro senza bisogno di parole.

Non lavorano per vivere.

Non si drogano di cibo e di sostanze tossiche.

Non assumono psicofarmaci.

Non conoscono le malattie mentali, l’obesità, il diabete, l’Alzheimer… e le altre innumerevoli patologie del consumismo.

Vivono immersi dentro una cultura biocentrica e sono capaci di armonizzarsi con le altre forme di vita per salvaguardare il pianeta, anche a discapito della propria esistenza.

Non sono adatti a sostenere la supremazia dei pochi che governano il mondo.

Non è possibile trasformarli in consumatori.

E questa loro diversità crea le premesse dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime.

Gli animali sostengono i valori della libertà e della responsabilità ecologica che la nostra civiltà ha distrutto in favore di un potere sempre più circoscritto a una piccola elite.

La visione antropocentrica ha snaturato l’uomo dal contesto etologico che gli appartiene, e lo ha reso schiavo di infinite dipendenze, indispensabili al dominio dei pochi sui molti (soldi, lavoro, cibo, conformismo, omologazione, globalizzazione…).

L’ascolto delle parti istintuali è bandito dalla cultura della violenza, perché l’istinto, quello vero, è fatto di interiorità, di equilibrio e di arrendevolezza alla natura dell’ecosistema.

Nella nostra presuntuosa civiltà, invece, chiamiamo impropriamente istinto tutto ciò che appartiene alla brutalità e proiettiamo sugli animali la prepotenza che caratterizza la nostra specie, per legittimarne lo sfruttamento e occultare i valori delle loro culture.

Nel mondo antropocentrico della sopraffazione, la diversità è diventata l’emblema della stupidità, e combatterla conferma l’appartenenza a quell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Così, per essere dei veri uomini (e delle vere donne) è necessario bandire l’istinto in favore di un’intelligenza sempre più distante dalla natura e dai suoi ritmi, e costruire una tecnologia comportamentale che sia priva di emozioni, di vitalità e di empatia.

Riconoscere agli animali il giusto posto nell’ecosistema, senza gerarchie e senza predominio, significa accogliere dentro di sé la propria istintività, ammettendone il valore intimo e profondo.

In un mondo sano, la diversità è parte della normalità e insieme concorrono a creare l’equilibrio necessario alla vita.

Perché nessuno è migliore, superiore, più intelligente o speciale, ma tutti contribuiscono a dare forma alle infinite possibilità creative.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

CHE COS’È LO SPECISMO?

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Ago 02 2017

L’ANGELO

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La scrutava da vicino.

L’aveva vista crescere, sbocciare piano, poi era rimasto abbagliato da lei.

Era bella, dolce, gentile.

Se lui fosse stato un uomo, si sarebbe presentato, le avrebbe offerto doni, mostrandole ammirazione e rispetto, le avrebbe rivelato la sua passione.

Ma questo era impossibile.

Lui era il suo angelo custode.

*** *** ***

Gli altri esseri di luce lo vedevano rattristarsi e la sua perfezione si incrinava ogni giorno: prendeva il volo lentamente, ombre lievi scurivano il suo aspetto.

E poi, quella tensione che lui sentiva dove gli uomini hanno il cuore.

Tutto questo, però, i suoi compagni non riuscivano a capirlo.

*** *** ***

Nel volare, vedeva il mondo dall’alto.

Lo trovava bellissimo e non comprendeva come in quei luoghi splendidi l’umanità potesse odiarsi. 

Ma lo colpivano la forza dell’amore e i dubbi degli umani, la precarietà della vita e quell’andare a volte sofferto.

Poi, lo scuoteva la loro felicità improvvisa, così folgorante da lasciare muti.

E così breve, da perdersi in un attimo.

Li ammirava per il coraggio di resistere e proseguire, anche dopo lo strazio di un dolore ma sempre, dal fondo di questi pensieri, emergeva lo splendore umido degli occhi di lei.

Lo estasiava, inoltre, la bellezza degli animali.

Ammirava il loro muoversi armonico.

E si chiedeva da dove venisse la violenza di coloro che li suppliziavano, senza pietà né comprensione.

Come potessero offendere oscenamente l’armonia di quei corpi, irriderli e straziarli.

Come riuscissero, in tanti, a spezzare la loro sacralità arcana.

*** *** ***

Lui la trovava ammirevole.

Lei, infatti, raccoglieva animali feriti, li accudiva, li salvava, poi li metteva in libertà.

Ma alcuni li tratteneva con sé, soprattutto gatti, che restavano nella sua casa al riparo, quand’era inverno.

Curava le piante e si stupiva a guardarle.

Non strappava i fiori e mormorava scuse, se nell’andare li urtava.

E poi capiva dagli sguardi le tristezze degli altri e le bastava poco per strappargli un sorriso.

Era attenta alle piccole cose del mondo.

E lui, che poteva insegnarle l’armonia, si trovava talvolta a impararla da lei.

*** *** ***

Anche se non voleva turbarla, gli era difficile nascondersi del tutto.

Infatti lei qualche volta si sentiva osservata, come se uno sguardo benevolo la scrutasse.

Altre volte percepiva un soffio, un vento leggero.

“Ho lasciato la finestra accostata”, lei si diceva.

Poi controllava.

Le ante, invece, erano perfettamente chiuse.

*** *** ***

Gli altri angeli ormai avevano capito, ma speravano di trattenerlo.

“Sfiducia, infelicità e malattie affiggono gli uomini” gli dicevano.

“E l’amore, anche se esiste tra loro, può essere fragile o breve come un soffio. Infine giunge la morte” continuavano.

“A volte pietosa, a volte straziante e oscena. Dopo il suo passaggio noi accogliamo tutti, uomini e animali, che si abbandonano fiduciosi. Ma siamo esseri di luce come te. Non viviamo quelle realtà”.

*** *** ***

Lui ascoltava.

Dopo aver riflettuto a lungo, si convinse che anche la sua essenza eterna era fragile.

E la sua esistenza gli apparve come un lento ed estenuante morire.

Certo, gli umani soffrivano, ma conoscevano il calore degli abbracci, gli sguardi persi nell’altro, le carezze che salvano.

Conoscevano i misteri dell’amore e la misericordia, le parole sconvolte a raccontare il dolore.

E il silenzio davanti alla bellezza.

Soprattutto lo premeva il pensiero di lei.

Allora comprese davvero la forza potente dell’amore.

Desiderò starle accanto, svegliarsi la mattina e guardarle il volto ancora chiuso dal sonno, mangiare insieme, stringerle il corpo caldo e consolante, ridere.

Della morte seppe di non aver paura.

E decise.

*** *** ***

Più facile di quanto non pensasse.

La sua essenza di luce si rivestì di colori, una materia compatta si addensò intorno alla sua anima.

*** *** ***

Subito dopo lo colpì l’aspetto del proprio corpo: la potenza delle gambe, il respiro a sollevargli il petto, il chiarore della pelle.

Si guardò le mani.

Sembravano forti e capaci.

E percepì gli odori, così colmi e vitali.

Era un uomo, giovane e saldo.

Allora si avviò verso casa di lei.

*** *** ***

La porta si aprì.

Lui aveva bussato timidamente, pensando di chiedere un’informazione.

Ma un gatto sbucò rapido dall’interno e attraversò la strada.

Lui si lanciò all’inseguimento e apprezzò la velocità del proprio corpo.

Raggiunse l’animale che si fece prendere facilmente.

E tenendolo tra le braccia, ne sentì la morbidezza e il calore.

Quindi tornò indietro: lei era vicina alla porta.

E lui pensò che, anche così agitata, quella donna era bellissima davvero.

*** *** ***

“Grazie”, lei disse.

“Fortuna che sia riuscito a riprenderlo”, rispose lui, porgendole il gatto e sfiorandole le mani. 

“Non sono di qui” continuò “Ma spero di trattenermi a lungo, se trovo un lavoro e una casa ”.

Lo sguardo della donna, limpido e luminoso, scivolava sul suo viso.

“C’è una casa libera, proprio qui vicino” gli disse.

“E quanto al lavoro, questo paese è giovane e ha bisogno di nuove braccia”.

Lui si voltò consolato a guardare la strada e le case, le botteghe e quell’animazione sana di un luogo vivo.

E lei poté allora ammirarlo apertamente.

Era l’uomo più bello che avesse mai visto.

Gloria Lai

leggi anche:

IL RISCATTO

Tutelato da Patamu.com, n.65904 del 6/7/2017

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Lug 27 2017

CREATIVITÀ, ANTICONFORMISMO E… SOFFERENZA

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“Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.”

F. Nietzsche

.

La creatività non è, come si ritiene comunemente, un particolare talento artistico.

La creatività è quella risorsa che permette di scoprire nuove possibilità… un po’ dappertutto.

Un creativo può essere una persona che ignora la storia dell’arte e incapace di disegnare. 

La sua creatività consiste nell’inventare modi diversi e migliori per fare le cose di sempre.

Chi possiede una Personalità Creativa è spinto da una specie di forza interiore a cambiare spesso.

Perciò quando ha stabilito un certo assetto, avverte un’esigenza insopprimibile a cambiare tutto per crearne un altro diverso e nuovo.

Questo modo di essere e di vivere, basato su frequenti trasformazioni, genera spesso delle incomprensioni tra chi possiede una personalità creativa e le persone che gli vivono accanto e che, invece, interpretano la sua insopprimibile necessità di variare come irrequietezza, instabilità, incoerenza e altre spiacevoli cose del genere.

Per un creativo esprimere la creatività è come per una pianta fare i suoi frutti, una conseguenza naturale della sua stessa esistenza.

Se gli viene impedito di manifestare il suo spontaneo bisogno di creare, rivolgerà contro di sé la fisiologica propensione al cambiamento e comincerà a produrre sintomi creativi, cioè sintomi difficilmente omologabili.

La creatività è una dote bellissima.

Tuttavia porta con sé numerose sofferenze.

Diversità, solitudine, incomprensione, ridicolizzazione, emarginazione, sono solo le più importanti.

Vediamole una per una:

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DIVERSITÀ

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La creatività spinge a guardare le cose abituali con occhi diversi, in modi nuovi e per questo insoliti.

Spesso ci vuole parecchio tempo perché le novità siano accettate e condivise anche da chi non è creativo e altrettanto portato ad accettare le innovazioni.

Infatti, un bisogno di stabilità e di prevedibilità ci rende sospettosi e diffidenti davanti a quello che ancora non conosciamo.

Spesso chi è creativo può sentirsi solo.

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SOLITUDINE

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L’originalità e la genialità in un primo momento possono essere marchiate come follia e ritenute sbagliate.

La storia è piena di grandi pensatori diffamati e maltrattati proprio a causa delle loro idee nuove. 

Uomini e donne considerati innovatori soltanto molti anni più tardi, quando le loro scoperte, finalmente assimilate e condivise, sono diventate più consuete e quindi considerate normali.

Spesso chi è creativo può sentirsi incompreso.

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INCOMPRENSIONE

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Creatività e normalità sono antitetiche. 

Ecco perché in un primo momento la creatività può essere additata come anormalità.

Effettivamente la creatività per definizione non può essere normale, nel senso di: comune, abituale, scontato.

Creare qualcosa di nuovo significa avventurarsi nell’imprevedibile, dentro cose, pensieri, stati d’animo sconosciuti e per questo poco controllabili.

Cose, pensieri e stati d’animo che, costringendoci a cambiare, sovvertono l’ordine costituito.

Rinunciare alle proprie certezze e abitudini può essere molto faticoso e impopolare.

Spesso chi è creativo può venire ridicolizzato.

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RIDICOLIZZAZIONE

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L’a-normalità è una caratteristica intrinseca alla creatività, ma a nessuno piace essere considerato anormale. 

Questa parola è sinonimo di: squilibrato, handicappato, anomalo, pervertito, irregolare, strano.

Questi attributi poco desiderabili sono usati per schernire ed emarginare piuttosto che nel loro originario significato.

Spesso chi è creativo può essere emarginato.

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EMARGINAZIONE

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Proporre aspetti diversi e nuovi si scontra con il bisogno conformistico di sentirsi parte di un gruppo.

Le novità e le diversità minano l’appartenenza e per questo sono combattute e allontanate, soprattutto nelle organizzazioni rigide.

Spesso chi è creativo può essere trattato come un diverso.

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Per tutti i motivi esposti sin qui, la creatività è una dote bellissima ma difficile da gestire.

Chi la possiede, a volte finisce per usarla per nascondersi camaleonticamente (a se stesso e agli altri) perché manifestarla apertamente rischia di incontrare poco favore se non un’aperta emarginazione.

La creatività si scontra con il bisogno di ordine, di stabilità, di prevedibilità, di conformismo e di perfezione.

Soprattutto quando si è  bambini, avere una personalità creativa può farci sentire diversi, strani, fuori schema, anomali. 

Durante la crescita il bisogno di riconoscimento e approvazione è fortissimo e ci spinge a conformarci ai modelli correnti pur di ottenere l’approvazione.

Le intuizioni creative possono essere considerate stranezze dalla maggioranza delle persone che abbiamo intorno e provocare derisione, emarginazione, incomprensione e solitudine.

Ecco perché tante volte creatività, fantasia e originalità sono nascoste dietro un apparente conformismo o una razionalità esagerata.

La creatività è la capacità di staccarsi dal gruppo per camminare con un passo diverso.

Viverla in prima persona vuol dire attraversare la solitudine fino a incontrare un se stesso sconosciuto.

Non sempre è facile.

Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante.

Carla Sale Musio

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Lug 21 2017

CHE COS’È LO SPECISMO?

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Si chiama specismo la convinzione, ampiamente diffusa, che la specie umana abbia il diritto di differenziarsi da ogni altra forma di vita per poterne abusare a proprio piacimento.

Lo specismo si fonda sulla presunta superiorità della nostra razza e autorizza la discriminazione e lo sfruttamento di tutte le altre.

Lo specismo è una patologia del narcisismo e costituisce la matrice della crudeltà e della violenza.

Una crudeltà e una violenza sconosciute a ogni altra specie.

Solo la nostra specie, infatti, arriva all’abominio di allevare delle creature viventi con lo scopo di sfruttarne le risorse per il proprio piacere.

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Che si tratti di schiavi umani o animali, per la psiche non fa differenza.

La prevaricazione di un essere su un altro costituisce sempre una patologia, ed è la radice di qualsiasi malvagità.

Arrogarsi il diritto di vita e di morte con l’unico obiettivo del proprio divertimento, denota una perversione nel mondo interiore.

Perversione grazie alla quale la superiorità ha come corollario lo sfruttamento, invece della responsabilità, della cura e dell’assistenza.

In una sana evoluzione psicologica, possedere maggiori capacità (comprensione, forza, sensibilità, intuizione ecc.) conduce a una più grande attenzione e stimola la presa in carico e l’accudimento di chi si trova in difficoltà.

Il termine responsabilità, infatti, deriva dal latino: respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere.

Cioè: prendere su di sé il carico di qualcuno o di se stessi.

Di fronte alla debolezza o all’innocenza, una legge evolutiva impone di intervenire per difendere, sostenere, proteggere e porgere aiuto.

Tuttavia, nella patologia specista i principi della salute mentale e dell’etica sono costantemente disattesi per affermare la liceità della sopraffazione di fronte alla fragilità e all’ingenuità.

Ecco perché nello specismo sono contenuti i semi del razzismo, del sessismo, del machismo, del bullismo, del nonnismo, della pedofilia e di ogni altra forma di brutalità.

La patologia consiste nella convinzione che l’identificazione con il dolore delle vittime sia una forma di debolezza e di stupidità, da cui scaturisce il bisogno di differenziarsene, ottundendo in se stessi l’empatia, la cooperazione e la fraternità, e coltivando il cinismo, l’arroganza e l’indifferenza come valori, capaci di conferire prestigio sociale e potere personale.

In questa chiave, accanirsi goliardicamente su creature che non possono difendersi, permette di sentirsi forti e sicuri di sé, coltivando il narcisismo, l’egoismo e l’insensibilità.

L’assenza d’intelligenza emotiva, che caratterizza la mancata identificazione degli aguzzini con le vittime dei soprusi, segnala l’incapacità di accogliere le proprie parti fragili e la necessità di proiettarle sui rappresentanti esterni, bersaglio tangibile di un odio interiore rimosso, che costituisce il nucleo della patologia.

Una patologia talmente diffusa da essere diventata invisibile e, perciò, difficile da arginare e da curare.

Nella legittimità della sopraffazione si annidano i semi della crudeltà e prendono forma le innumerevoli violenze della civiltà.

Ammettere la prepotenza come espressione naturale e inevitabile di una maggiore capacità, infatti, significa legalizzare la violenza e affermare il diritto del più forte al posto della fratellanza, della cura reciproca e della condivisione delle risorse.

Le conseguenze di questa patologia sono sotto gli occhi di tutti.

Ogni guerra e ogni empietà, trova la propria liceità in un potere coercitivo e prepotente giustificato intimamente.

La patologia scambia la superiorità col predominio, invece che riconoscere il valore della responsabilità e della condivisione.

Non c’è da sorprendersi se poi assistiamo impotenti al dilagare dei tanti gesti crudeli che popolano la cronaca nera.

Uccidere per divertimento ha un costo psicologico elevatissimo e crea un mondo in cui la patologia si sovrappone alla normalità.

Un mondo dove chi non si conforma alle leggi della crudeltà finisce per sentirsi sbagliato e costretto a nascondere la sensibilità come fosse il segno di una pericolosa deformità e non, invece, l’esempio di una elevata intelligenza emotiva e di una sana capacità di amare.

Carla Sale Musio

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Lug 15 2017

ANIME GEMELLE & GENITORI IMPERFETTI

I genitori sbagliano.

È un dato di fatto.

Sbagliano anche quando ce la mettono tutta per dare ai figli l’attenzione, la partecipazione, la comprensione e la considerazione, indispensabili per crescere sani, realizzati e felici.

I genitori “sbagliano” perché la vita è un percorso individuale in cui dobbiamo imparare ad accollarci la responsabilità degli eventi che ci succedono.

Anche quando le cause sembrano indipendenti dalle nostre scelte e dalla nostra volontà.

È un discorso difficile da accettare, ma libertà e responsabilità camminano a braccetto.

Non è possibile vivere pienamente l’una senza l’altra.

Ogni volta che ci sentiamo vittime, sacrifichiamo la nostra libertà sull’altare della volontà di qualcun altro.

Quando invece ci assumiamo totalmente la responsabilità delle situazioni, diventiamo padroni della realtà.

In questa chiave, gli errori commessi dai genitori ci guidano a scegliere noi stessi.

Ponendoci davanti a un bivio.

Possiamo delegare le colpe delle nostre difficoltà e diventare vittime di un’educazione sbagliata, oppure possiamo assumerci l’onere della nostra vita e cogliere il messaggio contenuto negli avvenimenti.

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“Mia mamma non mi ha mai abbracciato, era sempre indaffarata con la casa, il lavoro e i problemi di mia nonna e mio nonno. Per me non aveva tempo. Quando, raramente, capitava che stessimo insieme non sapevamo come avvicinarci, lei burbera, severa e arrabbiata e io pronto a recriminare e a chiudermi.”

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Durante un incontro di gruppo, Pietro condivide la propria esperienza.

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“Col tempo, ho imparato a scegliere come interpretare quei fatti. Potevo sentirmi vittima di una madre fredda e assente oppure, grazie alle sue mancanze, potevo scoprire il valore dell’affettività e provare a sperimentare quello che mi era mancato. Un giorno ho deciso di sfidare me stesso e, nonostante l’imbarazzo, ho abbracciato mia madre con l’amore e la tenerezza che avrei voluto ricevere. Lei si è irrigidita, come sempre, ma quando ha visto che non desistevo, è scoppiata a piangere. Abbiamo pianto insieme. È difficile spiegare cosa succede in quei momenti. È stato lì che ho capito che ogni cosa dipende da me.”

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La vita è un’occasione per imparare.

Possiamo subire il peso degli avvenimenti o coglierne la sfida e impersonare il cambiamento suggerito da quegli ostacoli.

Come racconta Pietro, non è facile scorgere il messaggio trasformativo racchiuso nelle ferite dell’infanzia.

Tuttavia, assistere impotenti alle proprie difficoltà è altrettanto doloroso.

Quando siamo bambini, i genitori possiedono un’autorevolezza assoluta e ci aspettiamo da loro: perfezione e accettazione illimitate.

Ai nostri occhi infantili, papà e mamma appaiono dotati di poteri grandissimi e questa fisiologica idealizzazione ci spinge a crederli capaci di risolvere ogni problema.

La crescita ci restituisce il peso delle difficoltà insieme alla possibilità di superarle e, col passare degli anni, l’alone di onnipotenza cede il posto alla consapevolezza dei limiti e delle fragilità di chi ci ha messo al mondo.

In un angolo della psiche, però, la speranza di incontrare qualcuno pronto a donarci l’amore incondizionato e miracoloso che avremmo voluto ricevere da bambini, mantiene intatta la propria vitalità e attende pazientemente l’occasione giusta per manifestarsi.

Prendono forma in questo modo le aspettative magiche sull’anima gemella.

Si alimentano nei miti, nelle favole e nei sogni.

E ignorano la complessità della vita interiore.

Nelle fantasie collettive, infatti, l’anima gemella è gemella soltanto in una reciprocità idealizzata e compiacente, pronta a donare amore, stima e accettazione, ma ignara del disprezzo con cui segretamente trattiamo noi stessi.

Quando incontriamo il partner che ci fa battere il cuore, si riaccende la speranza di ottenere l’amore idealizzato dell’infanzia, e quell’aspettativa prodigiosa intreccia la devozione con la crudeltà, dando vita alle innumerevoli relazioni ambivalenti che popolano la vita di tutti i giorni.

Relazioni di amore e di guerra, di recriminazioni e di dipendenza, di passione e di delusione… prive della considerazione necessaria a comprendere la realtà intima di ciascuno.

Il mondo interiore è fatto di emozioni contrapposte che si riflettono negli occhi dell’altro come in uno specchio.

È lì che il sogno di un amore salvifico e compensatorio riprende vita, allontanandoci dall’ascolto di noi stessi e dalla comprensione della nostra intima poliedricità.

Il partner che scegliamo, infatti, ci porta in dono ciò che abbiamo sempre desiderato ma non abbiamo mai avuto il coraggio di prenderci.

E, come uno specchio, ci costringe a guardare la brutalità con cui trattiamo le parti di noi che, per diventare grandi, abbiamo dovuto rifiutare.

Detto in parole semplici, la nostra anima gemella è gemella anche nei modi che usiamo per criticare noi stessi e ci amerà con l’identica intensità con cui noi ci amiamo.

Nel bene e nel male.

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“Sono cresciuta in una famiglia in cui gli uomini potevano fare tutto ciò che volevano, mentre le donne dovevano servirli e compiacerli. Dentro di me odiavo quell’ingiusta distribuzione del potere, ma avevo imparato a essere una ragazza dolce, accondiscendente e gentile, e a farmi benvolere per la mia disponibilità. Segretamente disprezzavo quel modo di fare e mi giudicavo una vigliacca perché, pur di sentirmi amata, ero disposta a barattare anche la dignità. Mi ci sono voluti molti anni di lavoro personale per accettare le mie responsabilità nell’imbattermi sempre in fidanzati prepotenti e poco affettivi. Oggi so che quel disprezzo funzionava come un radar e richiamava nella mia vita le persone pronte a mostrarmelo con i loro comportamenti.”

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Mentre racconta le fasi del suo cambiamento interiore, Rossana ha gli occhi lucidi e si commuove ripensando al passato.

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“Mi sembrava impossibile che quella sfilza di storie sentimentali fallite fosse la conseguenza del mio modo di comportarmi con me stessa. Eppure, quando ho cominciato a permettermi una maggiore dignità, quando ho smesso di essere sempre gentile, quando ho lasciato emergere anche la mia irruenza… in quel momento le cose hanno cominciato a cambiare. Oggi ho una relazione diversa. Ho capito che il potere è un argomento che mi riguarda personalmente e l’abuso che ho vissuto da bambina è un tema da approfondire principalmente dentro di me.”

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I genitori “sbagliano” e con i loro “sbagli” ci costringono a esplorare una realtà interiore che ci riguarda.

Possiamo accettare l’insegnamento della vita e accollarci la profondità di quell’esperienza, oppure possiamo incolparli delle nostre difficoltà e aspettare che un principe azzurro, o una principessa azzurra, arrivi a pagare il conto di quegli errori, alimentando il sogno di un amore incondizionato, senza aver sviluppato dentro di noi la capacità di accoglierlo.

In quest’ultimo caso, la relazione non potrà funzionare e la delusione sarà inevitabile.

Nessuno può vivere un’intensità emotiva, se prima non ha imparato a gestirla dentro di sé.

Carla Sale Musio

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Lug 09 2017

IO COSCIENTE: imparare a dirigere l’orchestra dei sé

Convinti di possedere soltanto una personalità, tendiamo a identificarci con le parti dominanti di noi stessi, senza prestare attenzione all’avvicendarsi sulla scena psichica di tanti altri aspetti che (cercando di far valere nell’ombra il loro diritto all’esistenza) agiscono a nostra insaputa.

L’alternarsi (inconscio e perciò imprevedibile) di parti diverse della psiche, crea un doloroso stato di confusione interiore che, impropriamente, cerchiamo di risolvere ignorando i sé giudicati meno importanti mentre, di momento in momento, ci lasciamo possedere dalla loro energia, senza alcuna possibilità di gestione o di controllo.

In nome della coerenza, evitiamo il contatto con la ricchezza che caratterizza il mondo interiore e, non prendendo in considerazione la molteplicità che ci appartiene, circoscriviamo le possibilità espressive a poche forme, stereotipate e prevedibili.

In questo modo annichiliamo il nostro potere, riducendo la creatività e la pienezza e scivolando inevitabilmente nell’insoddisfazione.

La depressione, gli attacchi di panico e tante altre sofferenze psicologiche, segnalano l’estromissione dalla vita emotiva degli aspetti giudicati sconvenienti o poco opportuni.

Aspetti che, per ricevere la nostra attenzione, sono costretti a indossare i panni delle paure, degli incubi, dell’ansia e della sintomatologia fisica.

Reprimere la ricchezza emotiva, infatti, provoca conseguenze nefaste sulla psiche e si ripercuote negativamente nella quotidianità, dando vita a quel senso d’insoddisfazione esistenziale che colora di grigio le giornate di tante persone.

La creatività è la più potente medicina che esista e il suo potere trasformativo e rigenerante si esprime soprattutto nell’accoglienza della poliedricità di se stessi.

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Ma come gestire quella moltitudine di sé che chiede a gran voce di prendere in mano le redini della vita per condurci nel mondo a modo suo?

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La soluzione è uno spazio interiore ricco di saggezza, creatività, potere e risorse, che è indispensabile conoscere e che chiamiamo: 

io cosciente

Lio cosciente (non è un sé e nemmeno una personalità) è un atteggiamento interiore, un luogo della coscienza da cui osservare il movimento dei sé senza identificarsi con nessuno di loro.

Proprio come un direttore d’orchestra conosce i pregi e i difetti di ogni strumento e ne dirige l’alternarsi, ottenendo una meravigliosa armonia, così l’io cosciente conosce le risorse e i punti deboli di ogni sé e dosa la loro partecipazione, ottimizzando creativamente le possibilità espressive di ciascuno.

Entrare nello spazio dell’io cosciente significa porsi al centro dell’orchestra e da quel centro ascoltare il suono di ogni strumento, individuandone le potenzialità e i limiti, e armonizzandolo con tutti gli altri.

Porsi in quel baricentro di consapevolezza ci aiuta a non scivolare involontariamente dentro l’energia di un sé, permettendoci di comprendere il punto di vista da cui osserva la vita.

Questo non vuol dire lasciar agire impunemente le parti di noi che non ci piacciono.

Al contrario, significa concedere anche agli aspetti meno edificanti un momento di attenzione e di ascolto, creando una sorta di riserva protetta dove poterne scoprire e valorizzare le specificità, senza lasciarsi trascinare dalla loro energia e senza escluderli dalla coscienza.

Non possiamo vivere costantemente nella centralità imparziale dell’io cosciente, perché la forza emotiva di ogni sé e l’immediatezza degli avvenimenti ci trascinano inevitabilmente in una danza senza fine.

Tuttavia, spostarsi ogni tanto in un punto di osservazione neutrale e partecipe, consente di dosare le energie della psiche in maniera funzionale al raggiungimento dei nostri obiettivi.

Più grande sarà lo spazio che dedichiamo a questa consapevolezza, maggiore sarà la possibilità di osservare e riconoscere i vari sé e più ampie diventeranno le nostre possibilità espressive.

Nel mondo della dualità, ogni cosa possiede un aspetto contrario che, proprio grazie al contrasto che si crea, ci permette di riconoscerne la fisionomia.

Nella cultura della sopraffazione, però, tendiamo ad assumere delle posizioni rigide, dividendo gli eventi in categorie antitetiche: buono e cattivo, bello e brutto, giusto e sbagliato, simpatico e antipatico… e così via.

Quando osserviamo le cose dallo spazio dell’io cosciente, permettiamo a ogni parte di noi stessi di mostrarci la propria visione della realtà e ci apriamo a un ascolto imparziale e privo di giudizio.

In questo modo si creano le premesse per una migliore gestione della ricchezza interiore e si aprono le porte a una cultura capace di accogliere invece che distruggere.

Proprio come un pizzico di sale rende più gustoso il dolce, spesso un equilibrio sano si raggiunge grazie a una dose omeopatica di comportamenti (impropriamente) giudicati “negativi”.

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STORIE DI SÉ… BENE ORCHESTRATI

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Marina fa la psicoterapeuta e, di solito, è una persona accogliente, dolce, disponibile e attenta alle esigenze degli altri.

Quando, però, va a trovare Caterina, è costretta ad attraversare a piedi un quartiere periferico e mal frequentato e, per evitare seccature, mette da parte il Sé Accomodante e Gentile che la accompagna dappertutto, richiamando l’energia di un sé più aggressivo e capace di difendersi, che nomina scherzosamente: Sé Killer.

Stringendo nel pugno una chiave con la punta rivolta all’esterno, Marina si lascia permeare da quell’energia possente, protettiva e autosufficiente, che le consente di muoversi con disinvoltura e in autonomia, senza mai diventare il bersaglio di provocazioni indesiderate.

* * *

Angela è una nonna premurosa e attenta, sempre pronta a correre incontro ai bisogni dei suoi nipotini, ma anche dei figli di amici e conoscenti, che affollano la sua casa a tutte le ore.

Ultimamente però il “lavoro” di baby sitter a tempo pieno, che svolge senza nessuna retribuzione, le ruba anche i ritagli di tempo e la donna sente di non avere più l’energia di una volta.

Preoccupata per quel calo di rendimento, chiede aiuto al medico di famiglia che, dopo un accurato esame fisico e diversi accertamenti, la informa che il suo organismo è sanissimo e la stanchezza segnala soltanto la necessità di riposo.

Anna si rende conto che qualcosa non va nell’organizzazione delle sue giornate e, grazie all’aiuto di un bravo councellor, scopre quanto il suo Sé Altruista sia sviluppato, mentre il suo Sé Egoista vive, rinchiuso e dimenticato, in una segreta dell’inconscio.

Dallo spazio del suo io cosciente, Anna ascolta le ragioni di quelle due parti di se stessa, proponendosi di dosare meglio la loro presenza nella sua vita.

Nel tempo, imparerà che concedere un po’ di ferie al Sé Altruista e un po’ di lavoro al Sé Egoista può permetterle di ritrovare l’entusiasmo, senza trasformarla in un mostro d’indifferenza, ma anzi, aiutando anche chi le sta intorno a valorizzare e apprezzare la sua abituale disponibilità.

* * *

Alfredo è sempre al verde.

Lavora tanto, senza mai riuscire a mettere nulla da parte.

Inutilmente s’impegna a guadagnare di più facendo ogni genere di straordinari.

Tutto è inutile: arriva comunque alla fine del mese senza un soldo in tasca.

Dopo anni di povertà (inspiegabile, giacché riceve un discreto stipendio) si decide a chiedere aiuto a un terapeuta che, per prima cosa, gli prescrive un Diario delle Uscite e delle Entrate.

Ogni giorno, con assoluta precisione e puntualità, Alfredo dovrà documentare le sue spese e i suoi guadagni.

Dopo qualche mese di lavoro, emerge una stringente verità: l’esubero delle uscite dipende da un’eccessiva generosità, che lo spinge a prestare i soldi agli amici, a pagare per tutti quando si va al bar o al ristorante e a colmare di regali la fidanzata, i genitori, i nipotini e le tante persone cui vuole bene.

Mentre osserva l’orchestra dei sé dallo spazio del suo io cosciente, Alfredo si rende conto di essere cresciuto in un clima eccessivamente parsimonioso e, per compensare i vissuti infantili di povertà, un Sé Generoso non perde occasione di pagare per tutti, mentre un Sé Risparmiatore e Oculato, imbavagliato in un angolo dell’inconscio, si vendica facendolo sentire sempre inadeguato.

Durante il percorso di crescita personale, Alfredo ascolta le ragioni di quelle parti di sé e scopre con sorpresa che, nonostante le diverse vedute, vogliono entrambe la stessa cosa: aiutarlo a essere una persona realizzata, benvoluta e felice.

Col tempo, imparerà a gestire le qualità che ognuna delle due gli porta in dono (rispettivamente: la generosità e la parsimonia) senza lasciarsi possedere dalle loro energie contrastanti, ma valorizzandone i pregi e armonizzandone le modalità.

Concedersi un po’ di oculatezza gli permetterà di mettere da parte qualche soldino e di non sentirsi costantemente povero o spendaccione, mentre limitare un poco la generosità non gli impedirà di essere amato.

Carla Sale Musio

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VISIONE LUCIDA: guardare il mondo senza giudizio 

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Lug 03 2017

PERSONALITÀ CREATIVE, EMPATIA E MOLTEPLICITÀ DEI SÈ

Le Personalità Creative riescono a immedesimarsi con facilità nei vissuti degli altri e scoprono presto una verità fondamentale nelle relazioni:

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quando ci si cala nel punto di vista di chi parla, 

ognuno  ha ragione

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Infatti, partendo dagli stessi presupposti si giunge di solito alle stesse conclusioni.

La capacità di sperimentare le emozioni, proprie e altrui, senza censurarle, si trasforma in una grande ricchezza interiore e permette di usare parti diverse di se stessi in momenti e situazioni diverse.

Questa poliedrica molteplicità di sé permette alle personalità creative di cambiare secondo le circostanze.

Quando, però, non è riconosciuta, può creare momenti di confusione e incertezza.

Infatti, la possibilità di avere un ventaglio di punti di vista contemporaneamente (ad esempio tanti quanti sono i partecipanti a una discussione) mette in serio pericolo la percezione della propria coerenza.

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AURORA, JACOB E LE VACANZE

IN SARDEGNA

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Quando arriva al primo appuntamento Aurora non sa più cosa fare… con se stessa.

Il suo tirocinante Jacob è svogliato e perditempo e sembra interessato più al mare della Sardegna che al tirocinio nel laboratorio di ceramica etnica.

Aurora è sempre piena d’impegni e conduce una vita indaffarata e senza soste, dividendosi tra la ceramica etnica, la ricerca universitaria e una vita di coppia appena cominciata e già problematica.

Ha accettato di prendere con sé un tirocinante, soltanto perché glielo ha chiesto una persona che per lei è speciale: l’insegnante di antropologia con cui ha lavorato all’università.

Adesso, però, si rende conto che il giovane straniero, promettente e pieno d’inventiva (così le è stato proposto), è qui soprattutto per farsi una vacanza pagata dalla borsa di studio.

I ritmi lenti di Jacob la innervosiscono e quel suo vivere perennemente alla giornata, senza progetti, lo sente come un fardello che grava su di lei.

“Come mai si assume totalmente la responsabilità del rendimento di Jacob?” 

Domando, cercando di comprendere le ragioni di quell’esagerato senso del dovere.

“Non posso esonerarmi!” 

Sospira, giocherellando col bordo della giacca.

“Non voglio che la professoressa di antropologia pensi che trascuro il lavoro che le ho promesso.”

“Ma è stata proprio la sua insegnante a proporle Jacob, di sicuro ne conosceva l’indolenza.”

Aurora mi guarda interdetta, sa benissimo che è così. 

Ma non riesce a restare fedele a quella comprensione.

La molteplicità dei suoi punti di vista la porta a essere contemporaneamente tre persone diverse e coinvolte in questo problema: AuroraJacob e la Professoressa di Antropologia.

Mi armo di pazienza.

Ci vorrà un po’ di tempo per chiarire insieme la pluralità dei suoi sé.

La capacità di essere diversa in situazioni diverse, è ciò che in questo momento rende Aurora confusa e insicura rispetto al comportamento da tenere con Jacob.

Infatti:

Quando lavora con lui, sente che l’attenzione mutevole del ragazzo dipende dalle diverse aspettative sul tirocinio. 

In pochi mesi Jacob vorrebbe imparare la ceramica etnica… ma anche conoscere il mare e le spiagge della Sardegna. 

Perciò Aurora cerca di assecondarlo, organizzando il suo apprendimento in modo elastico e non troppo impegnativo.

Quando parla con l’insegnante di antropologia, un’Aurora Efficiente e Attiva si sostituisce alla tutor di Jacob e propone un corso altamente specializzato e intenso, che renda in pochi mesi una preparazione adeguata sia nella teoria che nella pratica.

Quando poi rientra a casa, l’Aurora Innamorata occupa il posto delle altre due e progetta vacanze e momenti magici da trascorrere in coppia, per far crescere l’intimità e la condivisione di un progetto di vita insieme.

E fino a qui di Aurora ce ne sono solo tre.

C’è poi un’Aurora che vorrebbe andare ogni tanto a trovare i genitori

Un’Aurora che ama uscire insieme alle amiche

Un’Aurora che sogna di avere un bambino

Un’Aurora che ha bisogno di leggere e viaggiare per aggiornarsi sul suo lavoro con la ceramica etnica…

Un’Aurora che sta cercando di riordinare gli appunti per dare forma alla pubblicazione di un libro…

Un’Aurora (ma questa è completamente schiacciata dal peso delle altre) che ama passeggiare in mezzo alla natura senza doversi preoccupare di niente…

Nel corso di colloqui Aurora diventerà più consapevole delle sue poliedriche possibilità di espressione e riuscirà ad armonizzare le diverse “se stessa”, fino a trovare un nuovo equilibrio interiore più rispettoso delle sue personali esigenze e priorità.

Carla Sale Musio

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Giu 27 2017

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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  • È possibile riconoscere la presenza di una persona che non ha più un corpo?

  • Come facciamo a sapere che si tratta proprio di chi abbiamo amato e non di un prodotto della nostra fantasia?

  • È il dolore che spinge a cercare una consolazione nel sogno di una vita che continua dopo la morte, o davvero ci si può ritrovare ancora?

Per rispondere a queste domande è indispensabile cambiare prospettiva e osservare gli eventi con lo sguardo del cuore, senza lasciarsi intrappolare negli stereotipi culturali che ammalano la civiltà.

Nella nostra cultura, il cuore è considerato una romanticheria adatta a persone poco concrete, inattendibili e con la testa tra le nuvole.

Le cose reali sono quelle che si possono quantificare, misurare, calcolare e, possibilmente, trasformare in business.

L’economia detta legge in tutti i settori e arriva a sindacare persino nelle profondità di noi stessi.

Viviamo nella dittatura del sistema produttivo e l’arroganza monetaria ha trasformato i sentimenti in smancerie, prive d’intelligenza.

Per inseguire il reddito dimentichiamo che il benessere e la salute affondano le radici dentro una soggettività fatta soprattutto di sensibilità.

La crescita esponenziale di tante patologie psicologiche indica una falla nella gestione materialista della vita e segnala l’urgenza di un cambiamento capace di ridare valore al mondo intimo di ciascuno.

L’amore è un fatto personale: poco quantificabile, poco misurabile, poco riproducibile in laboratorio.

E, per questo, è stato dichiarato scientificamente: inesistente.

Eppure, l’amore è reale.

Lo sanno con certezza tutti quelli che ne sperimentano gli effetti dentro di sé.

La sensibilità ha un potere che non si può comprare e permette alla vita di dispiegarsi nelle sue infinite possibilità.

L’amore è uno stato d’animo.

Perciò, è sempre un fatto personale.

Ognuno lo vive a modo suo.

Questo non significa che non esista.

La vita psichica è soggettiva.

Soggettiva non vuol dire inesistente.

Vuol dire che ognuno se ne assume la responsabilità, senza dover cercare all’esterno le conferme necessarie a convalidare ciò che vive.

Tutta la psicologia poggia sull’assunto di una soggettività che si fa legge e diventa verità per chi la sperimenta.

Agli specialisti della psiche non verrebbe mai in mente di mettere in dubbio l’autenticità dei vissuti interiori.

Tuttavia, nessuno psicologo si sognerebbe di estendere la soggettività, trasformando in verità universali le percezioni individuali.

Per la psicologia: realtà, verità, soggettività ed emotività, camminano a braccetto, accompagnando ogni persona lungo un percorso unico, ricco di realtà e di significato.

La ricerca scientifica basata sulla riproducibilità è funzionale alle statistiche e ai business, ma non si adatta alle esperienze interiori, che trovano il proprio valore nella sensibilità individuale.

La perdita di una persona cara è un evento personale.

Addentrasi nel mondo intimo della percezione della morte, ci porta a esplorare una realtà che trova nella ricettività di ciascuno le proprie conferme.

È un concetto difficile da digerire in una società che pretende di cancellare i sentimenti e che ha trasformato il consumo nell’unico obiettivo degno di valore.

Ma l’amore e l’economia sono diversi e non possono essere valutati con gli stessi strumenti.

Quando affrontiamo il tema di una continuità dopo la morte, dobbiamo usare i codici della psiche, ed esplorare gli accadimenti permettendoci di convalidare gli incontri sulla base della nostra esperienza personale.

Le persone che non hanno più il corpo, per coltivare una relazione hanno bisogno di comunicare in un profondo legame emotivo.

E il legame emotivo è qualcosa che succede dentro, non fuori, di noi.

Perciò, le prove necessarie alla ricerca scientifica sperimentale e ripetibile, sono inadatte.

Occorre spostare il punto di vista e permettersi di credere alle percezioni interiori, sviluppando un ascolto fatto di sensazioni, di simboli, di archetipi, di visioni, di improvvise rivelazioni, di emozioni indefinibili e di magia.

Perché sono proprio queste le peculiarità della vita emotiva.

E perché è all’interno di quei piani della coscienza che possiamo incontrare chi abbiamo amato.

Bisogna tenere sempre presente, però, che la personalità è strettamente intrecciata alla fisicità e che la mancanza di fisicità cambia l’identità.

Per questo motivo, la pretesa di ritrovare i nostri cari, nelle stesse forme in cui li conoscevamo quando possedeva il corpo, è destinata a essere delusa.

Quando il corpo muore, infatti, muore anche la personalità.

E quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che determinavano il carattere durante l’esperienza materiale, va perduto.

Questa è una delle principali ragioni che ci spingono a rifiutare la continuità della vita dopo la morte.

Il dolore e la mancanza ci inducono a cercare le persone che abbiamo amato nelle loro sembianze del passato e a volerle ritrovare con le modalità che un tempo le hanno rese uniche e speciali, ma questa pretesa di continuità non permette di evolvere il legame e inibisce l’ascolto interiore.

Dopo la trasformazione che si accompagna alla perdita del corpo, i nostri cari sono diversi da prima e, per poterli incontrare, è indispensabile accettare la loro evoluzione.

Quando il corpo e la personalità non ci sono più, ciò che resta è una profonda consapevolezza di sé, affrancata dagli aspetti necessari a muoversi nella vita fisica.

Dopo la morte, l’amore si libera dai bisogni di appartenenza e riconoscimento, e può esprimere se stesso in una totalità più ampia, più profonda e più intima.

Per ritrovare i nostri cari, dobbiamo essere pronti a seguirli nel loro percorso di cambiamento e accettare le trasformazioni che la morte del corpo porta con sé.

Solo così diventa possibile coltivare i legami, evolvendo insieme nella capacità di amare.

Ecco perché, di solito, le immagini che i disincarnati utilizzano sono un’icona, necessaria soltanto per farsi riconoscere.

Al di là di quella percezione, si estende il mondo impalpabile della loro realtà, lo spazio della coscienza in cui dobbiamo imparare a protenderci, per creare un ponte che avvicini le dimensioni e permetta all’amore di fluire.

Oltre i limiti dello spazio, del tempo e della corporeità.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

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