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Apr 03 2017

COSA C’È DOPO LA MORTE?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Sarebbe bello sapere cosa c’è dopo la morte, ma nessuno è mai tornato indietro a dircelo.

Quest’affermazione non è vera.

Tutti i nostri cari tornano indietro a dircelo.

E tutti cercano di farci sapere cosa succede durante la morte e cosa c’è dopo.

Il problema è che, senza avere un corpo, è molto difficile farsi capire da chi usa soltanto i sensi fisici per decodificare l’esistenza.

Senza il corpo non si può parlare, non si può essere visti, non si può essere ascoltati e non si è riconosciuti nemmeno quando si riesce a dare un segnale di sé, manipolando l’energia o le immagini interiori degli interlocutori.

Così, le persone che abbiamo amato e che dopo la morte sono tornate a raccontarci cosa è successo dal momento in cui il loro cuore ha cessato di battere, hanno trovato la porta chiusa, perché la nostra comprensione non prevede altro ascolto che quello uditivo, visivo, tattile, olfattivo o gustativo.

E queste vie di comunicazione sono precluse a chi non possiede più una struttura fisica.

Quando il corpo muore, infatti, rimangono soltanto i legami che abbiamo costruito.

L’amore che dai è l’amore che resta ci insegna Miryam Jael Riboldi nel suo bellissimo libro, evidenziando una profonda verità.

Solo l’amore sopravvive al corpo e, dopo la morte, i legami che abbiamo realizzato diventano autostrade in grado di condurci a incontrare i nostri cari.

Ma tutto questo succede in quello stesso spazio interiore in cui li abbiamo amati durante la vita.

Un luogo della coscienza che non tutti frequentano abitualmente.

Il ritmo frenetico che impronta le nostre giornate non prevede l’ascolto dei movimenti emotivi.

La corsa a comprare, lavorare, guadagnare e… comprare ancora, deride il silenzio e l’attenzione necessari a coltivare i sentimenti.

Eppure…

Il benessere e la salute mentale dipendono proprio da quell’ascolto e dal tempo dedicato all’intimità.

Con se stessi e con gli altri.

Quel mondo intimo in cui scopriamo la nostra affettività è ciò che sopravvive alla morte e, quando il corpo non c’è più, la percezione della vita interiore diventa uno strumento prezioso per ricongiungerci con chi abbiamo amato.

Naturalmente questo succede sempre.

Anche quando il corpo lo abbiamo.

Ma durante la vita fisica, tendiamo a privilegiare la concretezza, lasciandoci sfuggire tra le dita l’opportunità di imparare a gestire le profondità dell’amore e dei sentimenti.

Il nostro stile di vita, proteso al raggiungimento del successo e al disprezzo dei valori interiori, è l’ostacolo più grande alla comunione emotiva e impedisce la continuità dell’amore dopo la perdita del corpo fisico.

Le esigenze della civiltà, infatti, non si curano dell’interiorità.

Al contrario, per raggiungere un’affermazione sempre maggiore, è necessario sacrificare la sensibilità e imparare a far finta di niente davanti ai soprusi necessari per ottenere il benessere previsto dall’economia.

In questo scenario, la morte diventa inevitabile e funzionale al potere dei pochi sui molti.

Che si tratti di una legge naturale, della catena alimentare, dell’homo homini lupus o di altre cose del genere, il risultato non cambia: per vivere bisogna uccidere e per uccidere bisogna zittire la propria sensibilità, ammutolire il cuore, imbavagliare l’empatia e trasformarsi in cinici robot, indifferenti davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore, strumento di soddisfazione del più forte.

Nella cultura della sopraffazione, quella stessa morte che infliggiamo quotidianamente con leggerezza (per divertimento, per interesse, per soddisfare i piaceri del palato o perché si è sempre fatto così) diventa un mostro con cui non è più possibile confrontarsi.

La barriera che impedisce la continuità dell’amore, quello con la A maiuscola.

L’amore, infatti, non può convivere con l’uccisione e con la violenza di cui ogni giorno siamo mandanti e vittime.

Nascondere a noi stessi l’orrore che sta dietro una società improntata alla prevaricazione e al dominio dei forti sui deboli, ci spinge a nascondere il valore delle cose che non si vedono e impedisce che l’evoluzione interiore possa proseguire il suo percorso.

Sia prima sia dopo la perdita del corpo.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci cosa succede dopo la morte, cercando di creare un ponte che unisca le dimensioni della coscienza: quella fisica della materialità e della concretezza e quella intima dei sentimenti e dell’impalpabilità dell’Amore.

Il tentativo di costruire una comunione che sopravviva alla morte del corpo, è un’esigenza ancestrale che tutti noi ci portiamo dentro e che annientiamo con sofferenza, per riuscire a omologarci alla nostra società dei consumi.

Consumare, infatti, tiene in piedi l’economia e il potere dei pochi sui molti, ma annienta la sensibilità e la creatività indispensabili per vivere con pienezza l’esistenza.

La morte ci riporta bruscamente al valore dell’immaterialità e del mondo della sensibilità ma, per accogliere il messaggio di chi abbiamo amato, è indispensabile permettersi l’empatia e camminare nel mondo dei sentimenti senza paura.

Senza sentirsi ridicoli, stupidi, ingenui, infantili, visionari, creduloni o poco intelligenti.

E, soprattutto, senza dover nascondere a se stessi le morti inflitte a cuor leggero: 

“… perché si è sempre fatto così e perchè, si sa, nella nostra civiltà uccidere è indispensabile.”

Carla Sale Musio

leggi anche: 

FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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Ott 09 2016

NARCISISMO PATOLOGICO

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Un deficit nella capacità di provare empatia è il sintomo di una patologia che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.) definisce: disturbo narcisistico di personalità.

Questa disfunzione è caratterizzata da una percezione di sé eccessiva e carica di importanza, che gli esperti chiamano: sé grandioso.

Chi soffre di un disturbo narcisistico della personalità manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è consapevole e che, dal punto di vista clinico, nasconde una grave difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Per formulare questa diagnosi gli psichiatri e gli psicologi si basano su cinque caratteristiche precise, che le persone affette dal disturbo narcisistico manifestano in situazioni e relazioni diverse:

  • una percezione esagerata del proprio valore

  • la convinzione di essere speciali e superiori

  • una modalità predatoria di rapportarsi al mondo, in cui lo scarso impegno personale è unito alla pretesa di ricevere più di quello che si dà

  • la certezza di un’insindacabile supremazia che autorizza a usare gli altri per raggiungere i propri scopi, senza provare alcun rimorso

  • l’incapacità di identificarsi con la sofferenza di chi si ha di fronte

Le persone che soffrono di questa patologia occultano dietro l’esagerata valorizzazione di sé una mancanza di empatia e l’impossibilità di immedesimarsi nei vissuti degli altri (che considerano passibili di qualsiasi sopruso), sono convinti che tutto sia loro dovuto e diventano sprezzanti e crudeli quando questo non si verifica.

Il loro indiscutibile senso di diritto unito alla mancanza di sensibilità sfocia nello sfruttamento e nell’abuso.

Il disturbo narcisistico della personalità descrive con chiarezza la patologia degli esseri umani nella relazione con le altre creature viventi e con il pianeta.

L’incomprensione dell’alterità, che caratterizza questa disfunzione, è il sintomo di un’inabilità alla reciprocità, che confina la specie umana dentro una pericolosa scissione dall’ecosistema, rendendoci incapaci di costruire relazioni produttive con le altre forme di vita.

Come insegna l’Etologia Relazionale, la biodiversità è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e per la corretta evoluzione della vita.

“Il nostro pianeta sta affrontando la sesta estinzione di massa, una straordinaria quanto terrificante perdita in termini di biodiversità, la prima nella storia della vita sul pianeta Terra a essere stata alimentata dall’attività diretta di una specie animale (l’uomo). Crediamo che sia fondamentale capire che siamo tutti coinvolti e co-responsabili in questo scenario, le cui dinamiche non possono essere ignorate se si vuole costruire un rapporto consapevole con le altre specie, su scala intersoggettiva e globale.”

Lo sostiene Myriam Jael Riboldi, fondatrice della Scuola di Etologia Relazionale.

“Amare le specie diverse dalla nostra è un punto di partenza fondamentale, ma l’amore non basta: occorre avvicinare il maggior numero di persone possibile a una conoscenza consapevole, empatica, profonda e più rispettosa del mondo animale. È indispensabile prestare una maggiore attenzione al valore dell’individualità e delle caratteristiche etologiche, e alle dinamiche che possono modificarne le espressioni in ambito relazionale.”

L’Etologia Relazionale ha identificato con chiarezza la patologia narcisistica che affligge l’umanità e lavora per reinserire la percezione emotiva ed empatica nelle relazioni tra l’uomo e gli altri animali.

Quest’approccio sostiene l’importanza di una visione biocentrica, libera dalla patologia narcisistica e capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni.

Ma superare il disturbo narcisistico della personalità richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di sé (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

“Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.”

“Interpretare i comportamenti specie specifici senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecare i valori della conoscenza, dello scambio e della reciprocità.”

Malato di narcisismo e convinto della propria patologica superiorità, l’essere umano annienta l’empatia e agisce come se le altre creature fossero strumenti al servizio del suo piacere e dei suoi bisogni.

In questo modo aliena in se stesso la comprensione della realtà e costruisce un mondo privo dell’intelligenza emotiva necessaria a sostenere la vita.

Mentre le altre specie rispettano gli equilibri indispensabili al mantenimento dell’ecosistema, la razza umana distrugge la convivenza naturale con le altre forme di vita, annichilendo nella propria psiche il senso di appartenenza che caratterizza l’esistenza e camminando a grandi passi verso la distruzione.

Nascono così le innumerevoli sintomatologie che ammalano l’umanità e che sono sconosciute alle altre specie viventi: attacchi di panico, depressione, depersonalizzazione, manie di persecuzione… prendono forma da una morbosa mancanza di empatia e alimentano la violenza e la paura.

L’insensibilità tipica del disturbo narcisistico di personalità, amplifica nell’io il senso del proprio valore, deformando la percezione della realtà e alimentando un egocentrismo malato che nasconde l’angoscia e l’incapacità a costruire relazioni proficue, amorevoli e costruttive.

La paura di incontrare chi appartiene a una razza diversa, spinge l’essere umano a sfuggire la conoscenza e le relazioni interspecifiche, nascondendosi dietro un senso di superiorità esagerato, ma questo evitamento genera la patologia del narcisismo e quell’egocentrismo indiscutibile che impedisce la comprensione del dolore facendo lievitare la violenza.

Razzismo, specismo, bullismo, nonnismo, maschilismo, pedofilia, omofobia, guerre e crudeltà di ogni genere hanno origine dalla mancanza di empatia e dall’incapacità di fare relazione, e costruiscono il mondo della brutalità in cui viviamo.

Solo prendendo coscienza della nostra patologica superiorità, diventa possibile mettere fine alla distruzione del pianeta e realizzare una società in cui le relazioni inter e intra specifiche conducano a una conoscenza rispettosa delle esigenze di tutti.

“E’ necessario riconoscere il valore della diversità e dell’individualità di ogni singolo individuo e immergersi in una modalità di osservazione libera da pregiudizi ma anche svincolata da aspettative e da proiezioni, tipicamente antropocentrate. L’esperienza relazionale deve essere contestualizzata nel “qui e ora”, in cui la nostra viva partecipazione deve risultare consapevole e responsabile. La dinamica relazionale è in grado di modificare gli stati interiori e i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti in questo tipo di processo.”

Per cambiare il mondo è indispensabile curare il disturbo narcisistico di personalità che si annida nella psiche di ognuno di noi, e vivere una relazione sana tra la nostra e le altre specie viventi.

Solo così si potrà realizzare una cultura capace di accogliere la diversità riconoscendone la ricchezza e il valore, e sostenere la fratellanza.

Tra tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Set 20 2016

CONFORMISMO O VIOLENZA?

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Anche se non ci piace ammetterlo, siamo tutti conformisti.

E imitiamo i modi di vivere e di pensare condivisi dalla maggior parte delle persone con cui veniamo in contatto, prendendoci a modello gli uni con gli altri nel tentativo di sentire un’appartenenza.

Ma che cos’è il conformismo?

Si chiama conformismo la tendenza ad adeguare i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti, a quelli del gruppo.

Il conformismo soddisfa il bisogno di riconoscimento sociale, consolidando i legami e garantendo la protezione del branco.

Il suo opposto, l’anticonformismo, scatena la paura dell’emarginazione e della solitudine che derivano dall’essere considerati diversi.

Il conformismo permea la maggior parte delle nostre scelte e ci fa sentire sicuri, amati e rispettati.

Mentre l’anticonformismo ci costringe a fare i conti con i pericoli che derivano dall’autonomia e, spesso, ha delle ripercussioni sulla fiducia in se stessi, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.

Per gli esseri umani vivere senza il riconoscimento degli altri è impossibile.

Dal punto di vista dell’etologia, l’uomo è un animale da branco e privato del sostegno e dell’approvazione del gruppo non può sopravvivere.

Ecco perché ognuno di noi deve fare costantemente i conti col bisogno di ricevere l’accettazione e la stima delle persone cui è legato, e con la paura di essere disprezzato e abbandonato quando le idee che professa non incontrano il consenso degli altri.

Il bisogno di appartenenza sottende la maggior parte delle nostre scelte e spesso ci porta ad adeguarci acriticamente alle soluzioni della maggioranza, inibendo la capacità di valutare obiettivamente le situazioni.

Nel 1956 lo psicologo polacco Solomon Asch condusse un esperimento molto interessante per valutare quanto la necessità del consenso sociale possa deformare le percezioni e influenzare la valutazione della realtà.

L’esperimento di Asch prevedeva otto soggetti: sette collaboratori dello sperimentatore e uno ignaro della vera natura dell’esperimento.

Tutti i soggetti s’incontravano in un laboratorio, per quello che era stato presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore mostrava a tutti delle schede su cui erano disegnate in ordine decrescente tre linee di diversa lunghezza, e poi li invitava a confrontare ogni scheda con un’altra dove era disegnata una sola linea, di lunghezza sempre uguale alla prima linea delle altre schede.

Lo sperimentatore domandava ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente e uguale nelle due schede.

Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente sbagliata.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il vero soggetto sperimentale, che doveva parlare per ultimo o penultimo, finiva per rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata fornita dalle persone che avevano risposto prima di lui.

Asch verificò che, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva consapevolmente di assumere la stessa posizione esplicitata dalla maggioranza e solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente.

L’esperimento di Asch mostra con chiarezza quanto il bisogno di appartenenza condizioni le decisioni delle persone, portandole ad alterare la propria percezione della realtà pur di omogeneizzarsi alle scelte della maggioranza.

Le ricerche sul conformismo e sul bisogno di riconoscimento sociale ci spiegano perché è così difficile cambiare la società della violenza in cui viviamo.

La sopraffazione è entrata a far parte delle nostre scelte quotidiane e abbandonare il pensiero corrente per seguire vie più etiche e rispettose della vita diventa un’impresa difficilissima per tutti.

Anche per le persone più sensibili.

Nel nostro mondo è considerato normale maltrattare qualsiasi essere giudicato inferiore o di una razza diversa.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo ad allevare e uccidere tante specie animali.

La pesca e la caccia sono considerati sport e legittimano l’uccisione in nome del divertimento.

Ma uccidere, proclamando il diritto del più forte, autorizza lo sfruttamento.

Non soltanto degli animali, ma di chiunque sia giudicato debole.

Ecco quindi: il femminicidio, la pedofilia, il bullismo, il nonnismo… e i tanti mali che affliggono una collettività portata ad affermare con leggerezza la liceità della prepotenza.

Un modo di vivere imbrigliato nel bisogno di appartenenza e di omologazione ci intrappola dentro scelte che non siamo più capaci di mettere in discussione, e poiché “si è sempre fatto così” continuiamo a portare avanti un’etica sempre meno etica, assistendo impotenti al dilagare della brutalità.

Per mettere fine a questo stile di vita disumano è indispensabile rendersi conto di quanto il conformismo distorca le percezioni, fino a farci a sorridere davanti al martirio di tante creature colpevoli soltanto della propria debolezza.

Animali, bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap… chiunque sia considerato fragile, insolito o semplicemente poco intelligente, finisce nel mirino dell’insensibilità che omologandoci in un modus vivendi stereotipato e indiscutibile ci spinge a ridere della sofferenza, ignorandone le implicazioni morali e sociali.

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STORIE DI CONFORMISMO E CRUDELTÀ

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Lucia si è comprata un pulcino colorato, un piccolo tenero batuffolo azzurro che sembra un piumino da cipria e che se ne va in giro per la casa suscitandole una tenerezza infinita.

Il piccolo cerca la sua protezione e si comporta come se fosse un bambino: la chiama quando vuole mangiare e si rannicchia sulle sue ginocchia quando ha bisogno di dormire.

Lucia lo alleva con amore e con sollecitudine, ma presto la lanugine azzurra cede il posto alle piume, sulla sommità del capo spunta una crestina rossa e il pulcino si trasforma in una gallinella bianca che scorrazza dappertutto chiocciando in continuazione, come se stesse commentando la vita.

I vicini di casa scrollano la testa: 

“Non è permesso tenere una gallina in un appartamento!”.

Lucia è affezionata a quella presenza allegra che ha chiamato Marì.

I commenti dei parenti e degli amici, però, la portano a sentirsi stupida nel coccolare una gallina come se si trattasse di un cagnolino.

Inutilmente, prova a difendere il proprio diritto di scelta.

Un coro di proteste è pronto a farle notare che le galline sono animali da cortile e non devono vivere in città.

A nulla serviranno i ragionamenti e le argomentazioni con cui la ragazza difende le sue decisioni.

Esasperata, Lucia decide di regalare Marì a un contadino, condannando la gallinella e il suo amore a una fine poco felice.

* * *

Quando Mauro gli rivela i propri sentimenti teneri, Giovanni cade dalle nuvole. 

L’ha sempre considerato un amico e adesso scopre che invece si è innamorato di lui.

I compagni del calcetto vedendoli insieme li prendono in giro ridendo e toccandosi il lobo dell’orecchio.

Sul muro degli spogliatoi compare una scritta: 

“I recchioni vadano a far la doccia nei bagni delle ragazze!”.

Tanti scherzi innocenti fanno lievitare un’umiliazione che infine diventa insopportabile.

Giovanni preferisce rinunciare all’amicizia piuttosto che sentirsi emarginato.

Non uscirà più con Mauro e per dimostrare a tutti di essere uomo lo prende in giro chiamandolo frocio.

Adesso Giovanni si sente a posto insieme con gli altri.

Anche se, in un angolo del cuore, lo sguardo di Mauro colmo di dolore e delusione non si  cancellarà più.

* * *

Lorenzo grida: 

“Non farti battere da quella stupida femmina!”

E Federico a tradimento le fa uno sgambetto, mandandola lunga distesa per terra proprio mentre stava per tirare un goal.

Caterina sente le lacrime bruciarle gli occhi ma fa finta di niente, sa di essere brava e non vuole dare soddisfazione proprio a nessuno.

In fondo al cuore qualcosa brucia.

Non è lo sgambetto e non è la caduta.

É quella “stupida femmina” che fa male dentro, più di qualsiasi offesa.

Perché le femmine devono essere stupide? 

Perché non possono giocare a calcio insieme ai maschi?

Perché non possono vincere? 

Perché? 

Carla Sale Musio

leggi anche:

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

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Ago 06 2016

IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

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“Un movimento perpetuo, somma di infiniti dettagli, sostiene la vulnerabile e precaria biodiversità. Se non decidiamo, se non scegliamo di cominciare una vigilanza globale sospendendo il nostro cieco dominio e la nostra imperdonabile inedia, finiremo per perdere tutto.”   

Myriam Jael Riboldi

Esiste una branca dell’etologia, chiamata Etologia Relazionale, che si occupa delle relazioni tra gli animali, sia all’interno della stessa specie che tra specie differenti.

Le ricerche di questa scienza hanno dimostrato che ogni essere vivente possiede una propria individualità, soggetta a modifiche e variazioni in conseguenza dei rapporti che intrattiene nel corso della vita.

Gli studi documentano quanto lo scambio tra le specie viventi determini importanti cambiamenti nel carattere e nell’evoluzione degli individui, che imparano l’uno dall’altro nuovi modi di comunicare e di vivere.

Le analisi e le indagini compiute dall’Etologia Relazionale ci mostrano con chiarezza come l’evoluzione sia sempre la conseguenza di una rete di relazioni.

Relazioni che, di volta in volta, permettono di scoprire nuove possibilità in seguito alla comunicazione e alla condivisione tra due o più soggetti.

Ciò che accomuna ogni essere vivente (e l’essere umano non è escluso da questi meccanismi) è la capacità di imparare, crescere ed evolvere, grazie al confronto con le altre creature che popolano il pianeta.

Viviamo immersi dentro innumerevoli reti comunicative che condizionano i comportamenti e gli apprendimenti dei partecipanti in misura maggiore o minore secondo il grado di socialità che contraddistingue ogni soggetto.

La biodiversità, cioè l’insieme delle peculiarità che caratterizzano ogni individuo e ogni specie vivente, diventa così una ricchezza, un patrimonio comune cui è sempre possibile attingere per mantenere alte: la curiosità, il desiderio di varietà e di cambiamento, l’avventura, la soddisfazione e la realizzazione, necessarie per vivere una vita appagante e per raggiungere un buono stato di salute, fisica, psichica e sociale.

Per l’Etologia Relazionale, la socialità si misura grazie alla capacità di interagire produttivamente sia con gli altri membri della propria specie che di specie differenti.

Questa scienza rende tristemente evidenti gli aspetti narcisistici e onnipotenti, della specie umana. 

Aspetti che ne caratterizzano la patologia e ne evidenziano la pericolosità, soprattutto in questo periodo storico.

Gli esseri umani, infatti, si pongono al di sopra di ogni specie esistente, evitando in questo modo ogni confronto e arrogandosi il diritto allo sfruttamento e all’abuso degli altri esseri viventi.

Una cultura egocentrica e edonista impedisce alla nostra evoluzione di procedere armoniosamente e ci condanna a vivere dentro un universo privo di reciprocità e di relazioni costruttive con le altre specie.

Questa chiusura comporta una totale incomprensione dei valori dell’ecosistema in cui siamo immersi e, autorizzando acriticamente la distruzione dell’equilibrio biodinamico nel quale noi stessi viviamo, conduce inevitabilmente alla devastazione della salute, nostra e del pianeta.

L’Etologia Relazionale pone l’accento sull’importanza di una visione biocentrica (capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni) ai fini di un’evoluzione consapevole, responsabile e in grado di rapportarsi con l’intero universo di cui facciamo parte.

E rende evidente quanto il progresso di ogni singolo individuo influenzi il miglioramento delle condizioni di vita, contribuendo a una produttiva cooperazione, intraspecifica ed extraspecifica, o, al contrario, determini un peggioramento della salute, partecipando a una pericolosa distruzione degli equilibri naturali dell’ecosistema cui apparteniamo.

In questo quadro la consapevolezza della nostra specie risente di una patologica chiusura nei confronti delle altre forme di vita.

Chiusura che è indispensabile curare e superare grazie allo sviluppo di una più profonda comprensione del valore della biodiversità e dell’importanza di una condivisione operativamente empatica con le altre creature che popolano il pianeta.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SI È SEMPRE FATTO COSÌ

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Mag 15 2014

SCHIAVISMO ANIMALE

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Per tante persone è ancora un compito difficile immedesimarsi nella sofferenza degli animali.

Il pensiero comune ritiene che le bestie non abbiano un sistema nervoso in grado di sentire il dolore, non provino emozioni e non si rendano conto di ciò che succede, ma conducano una vita fatta di istinti, impulsività, comportamenti automatici e risposte prive di partecipazione e coscienza.

Pochi sanno che esiste una scienza chiamata etologia, che studia il carattere e i costumi degli animali, il loro modo di relazionarsi, di condividere, di voler bene, di aver paura, di soffrire, di sperare, di entusiasmarsi e di innamorarsi.

E’ un sapere che nasce più di duemila anni fa, con Aristotele, e che si è evoluto nel tempo per arrivare all’attuale etologia relazionale, una metodologia di ricerca che esamina le relazioni tra gli animali e tra l’uomo e gli animali, valorizzando l’unicità di ogni rapporto e di ogni essere.

Superando la visione antropocentrica, che sosteneva l’assoluta centralità dell’essere umano nel creato, la ricerca etologica attuale sostiene l’importanza di una visione biocentrica, capace di mettere la vita stessa al centro dell’esistenza e studia la presenza in ogni creatura, umana o animale, di un’individualità fatta di pensiero, sensazioni e sentimenti.

Ogni individuo, infatti, qualsiasi sia la razza di appartenenza, costruisce un rapporto con il mondo circostante e con le altre creature, dando vita ad uno scambio relazionale, empatico ed emotivo, dal quale ogni partecipante esce arricchito e trasformato.

L’approccio etologico evidenzia il valore della sensibilità, della condivisione e dell’ascolto reciproco, e sposta l’attenzione dalla supremazia di una specie sull’altra alla complessità delle reti di relazioni che intercorrono tra i membri di una stessa specie e tra specie diverse, e che compongono la vita e l’equilibrio biologico del pianeta.

Gli strumenti di questa ricerca non sono più gli asettici laboratori scientifici di un tempo, pieni di strumenti di misurazione e di tortura, ma l’empatia e la capacità di spostare il proprio punto di vista fino a comprendere una visione della realtà in grado di integrare la conoscenza di ogni singola individualità.

Umana o animale.

Senza distinzioni.

Per accostarsi a questo insegnamento di reciprocità e di rispetto per la vita, è indispensabile superare la presunzione di appartenere alla razza eletta da Dio (e perciò autorizzata a sfruttare impunemente tutto ciò che incontra) e recuperare l’umiltà necessaria a riconoscersi parte di un tutto più grande che comprende la nostra specie insieme alle altre forme di vita.

L’etologia relazionale dimostra come tutte le creature siano importanti e indispensabili per mantenere in equilibrio l’ecosistema ma, soprattutto, ci insegna quanto le altre specie animali possano aiutarci ad arricchire la conoscenza del nostro mondo interiore ed emotivo.

Lo scambio tra i saperi appartenenti a razze diverse, infatti, rivela la diversità, censurata nelle profondità di noi stessi, permettendo a ciascuno di scoprire nuovi modi di esprimersi, di vivere e di condividersi nel mondo.

Purtroppo, lo studio dell’etologia non è stato previsto nei programmi scolastici… i telegiornali non ne parlano… e l’industria alimentare ne occulta accuratamente l’esistenza, per non intaccare il business economico che si regge sulla macellazione di tante vite animali e sull’ignoranza dei consumatori in merito alla sofferenza e all’abominio che questo comporta.

Le immagini stampate sulle etichette dei prodotti che acquistiamo abitualmente, nascondono abilmente la verità dello sfruttamento e della tortura e ci mostrano una realtà artefatta in cui mucche, porcellini, oche e altri animali, conducono una vita spensierata e priva di sofferenze, in attesa di trasformarsi gioiosamente nel pasto, nell’abbigliamento o negli strumenti dell’uomo.

Questo bluff privo di scrupoli e di empatia, ha la funzione di mantenere celata agli occhi delle persone sensibili, la verità sui prodotti di origine animale.

Per permettere la realizzazione di enormi interessi economici, ci è stato fatto credere che gli animali non provino emozioni e non sentano dolore.

Viviamo in un mondo malato che afferma impunemente il diritto del più forte a umiliare e prevaricare il più debole e promuove una cultura dell’indifferenza e del cinismo.

Un mondo in cui la servitù delle altre specie è ritenuta con arroganza una necessità e non una barbarie inammissibile.

Tanto tempo fa era normale vendere o comprare esseri umani, come fossero oggetti.

Erano uomini, donne e bambini, chiamati schiavi e considerati privi di diritti e di valore.

Oggi un simile concetto ci fa inorridire.

Nel duemilaquattordici lo schiavismo riguarda le specie animali.

Individui diversi dall’uomo ma non per questo meno meritevoli.

La vita è un diritto inalienabile e la violenza in ci viviamo immersi troppo spesso ci rende ciechi davanti al martirio di tante creature con cui non siamo più capaci di identificarci e che per questo torturiamo, abusiamo e uccidiamo.

Sono poche le persone che riescono a infrangere il muro del cinismo e delle false credenze in merito alla sofferenza delle specie diverse dalla nostra.

L’Etologia Relazionale spiega che gli animali possiedono una loro imprescindibile individualità e una loro cultura, certamente diversa da quella degli uomini, ma altrettanto degna di considerazione e riconoscibile grazie a un uso mirato dell’empatia, dell’ascolto e della sensibilità.

Per costruire un mondo migliore è indispensabile rispettare il valore della diversità e l’unicità di ogni vita.

La libertà si conquista attraverso il superamento della violenza e la scelta di estinguere ogni forma di superiorità.

Dapprima dentro se stessi e poi nel mondo che ci circonda.

Carla Sale Musio

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Leggi il libro: 

DROGHE LEGALI

verso una nuova consapevolezza alimentare

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