Archive for the 'Psicologia' Categoria

Nov 06 2017

TRASLOCO

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Cari lettori,

dopo sei anni di intensa attività e di sostegno da parte vostra, vi annuncio con grande commozione che 

 .

io non sono normale: IO AMO 

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trasloca su Word Press

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per diventare uno spazio professionale indicizzato da Google e da tutti i più importanti motori di ricerca e da oggi potrete seguirmi su iononsononormaleioamo.it.

Non più un diario sulla piattaforma gratuita di Tiscali ma finalmente un blog di primo livello pronto a solcare la rete col desiderio di partecipare gli studi, le ricerche e il sogno di una cultura nuova.

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Un po’ per gioco, per vocazione e per inseguire i miei ideali, il 24 aprile del 2011 ho creato questo spazio virtuale con l’obiettivo di condividere la conoscenza del mondo interiore e delle tematiche psicologiche anche con chi non può permettersi di seguire un percorso di psicoterapia.

Da allora le visite e i lettori si sono moltiplicati in misura esponenziale e, oltre ai post che si susseguono settimanalmente, sono nati i libri:

mentre il mio impegno per diffondere un sapere basato sulla creatività e sull’empatia è diventato un lavoro a tempo pieno.

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Il consenso di tutti voi è stato determinante nel definire gli argomenti da trattare e motivarmi a continuare nonostante le difficoltà che si incontrano quando ci si confronta con uno stile di vita che corre in direzione contraria.

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Grazie di cuore!!!

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A tutti quelli che con la partecipazione, le condivisioni, i suggerimenti, le domande, i commenti e i consensi, hanno reso vivo questo spazio permettendogli di decollare sul web.

Insieme festeggiamo un trasloco virtuale che dà ragione ai nostri sforzi e tiene accesa la speranza di una società migliore.

Carla Sale Musio

vuoi continuare a seguirmi?

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io non sono normale: IO AMO

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Nov 01 2017

A PROPOSITO DELLA PAURA DELLA MORTE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Finché siamo giovani la vecchiaia e la morte ci appaiono così lontani che non sembrano riguardarci davvero.

Siamo catturati dal bisogno di esprimere e realizzare noi stessi e l’idea che prima o poi dovremo lasciar perdere tutto appare lontana e imprendibile.

Eppure gli anni scappano via uno dopo l’altro e, più rapidamente di quanto non avessimo previsto, ci ritroviamo ad abbandonare la corporeità per affrontare un evento sconosciuto, angosciante e misterioso.

In quel momento, la paura e il dolore rendono difficile comprendere pienamente ciò che accade.

Viviamo fingendo che la morte non esista.

Totalmente assorbiti dal raggiungimento di beni materiali e spesso effimeri, non ci fermiamo mai a valutare davvero la portata e il valore della fine dell’esperienza terrena.

Corriamo nella vita evitando di pensare che un giorno avrà termine e, quando si avvicina il momento di lasciare il corpo, scopriamo di essere del tutto impreparati ad accoglierne il significato e la profondità.

Nessuno ci insegna come attraversare quella metamorfosi così definitiva e importante.

I programmi scolastici non prevedono la conoscenza del mondo immateriale.

La scienza analizza soltanto i dati concreti: il cuore smette di battere, l’elettroencefalogramma è piatto, l’organismo si decompone e, infine, diventa polvere.

Le religioni raccontano che l’anima si sposta in un altro luogo dove non è possibile raggiungerla (paradiso, purgatorio, inferno, reincarnazione…) e dove Dio, il karma o qualcos’altro, giudicheranno le nostre azioni destinandoci al premio o al castigo; ma parlano per dogmi e richiedono fede.

La ragione, lacerata tra il bisogno di comprendere e la paura di non farcela, finisce per accantonare il problema impegnandosi nelle mille imprese che costellano la quotidianità.

È così che un brutto giorno scopriamo che è giunto il momento di oltrepassare le Colonne d’Ercole.

La fine della vita è arrivata e noi non siamo pronti per accettarla e per attraversare i piani della coscienza senza lasciarci travolgere dalla paura dell’ignoto.

Tuttavia, il corpo si prepara molto tempo prima di quell’istante conclusivo; comincia a darci i segnali del cambiamento un giorno dopo l’altro, all’inizio quasi impercettibilmente e poi sempre più chiaramente.

Sta a noi accordargli la giusta attenzione fermando il vorticoso meccanismo della distrazione per accogliere il passaggio in tutta la sua intima e profonda intensità.

La vecchiaia, quel cambiamento progressivo e inesorabile che rende il fisico sempre meno prestante ad affrontare le prove dell’esperienza materiale, corrisponde al formarsi di uno strumento adatto a muoversi nelle forme più rarefatte in cui la morte ci accompagnerà.

Se osserviamo la decadenza fisica dalla prospettiva immateriale, scopriamo che il “deterioramento” è in realtà uno spostamento sui livelli sottili dell’esistenza.

Il declino fisico segnala che un altro corpo sta prendendo forma.

Gli animali lo chiamano “fare il bozzolo”, indicando con ciò il trasferimento progressivo della consapevolezza al di fuori dalla dimensione terrena.

Per questo quando arrivano in prossimità della morte preferiscono isolarsi lasciando che la natura faccia il suo corso senza ostacolarla.

Nelle loro culture legate ai ritmi della creazione la morte non è combattuta con la foga con cui noi l’avversiamo.

Dal nostro punto di vista carico di superiorità e di giudizio i loro atteggiamenti possono essere scambiati erroneamente per indifferenza, tuttavia nel loro stile di vita sempre attento all’ecosistema, la medicina, i farmaci e l’accanimento terapeutico, che caratterizzano la società umana non sono contemplati.

Per le altre specie la morte è un passaggio, a volte doloroso, ma inevitabile.

È con questa consapevolezza che lasciano andare i loro simili e se stessi nel momento del trapasso.

Proprio come il bruco diventa inutile e isolandosi si trasforma in una meravigliosa farfalla, così il corpo perde le sue funzionalità permettendo all’energia individuale di trasferirsi nelle configurazioni necessarie a continuare l’avventura della conoscenza su altri livelli della realtà.

Ecco perché “invecchiare” dal punto di vista immateriale indica uno spostamento e non un deterioramento.

Se osserviamo la vecchiaia da una diversa prospettiva, scopriamo che è un tempo necessario a prendere confidenza con le leggi che governano i piani impalpabili della coscienza.

Un tempo in cui l’organismo perde le sue capacità mentre chi lo abita, l’io, l’osservatore, il testimone che ci accompagna silenzioso dal primo all’ultimo giorno della vita, non invecchia.

Quella presenza consapevole percepisce che il corpo si sta fermando ma sa che tu non ti stai fermando, al contrario, stai accelerando!

Ti liberi dalle strettoie del tempo e dello spazio e impari a fluttuare nell’immensità.

In quei momenti l’inconscio schiude le sue potenzialità e spalanca le porte dell’eterno presente mostrando la coesistenza di infinite possibilità.

Tutto cambia.

Nel passaggio che conduce alla rarefazione, l’organismo perde la sua funzione di veicolo fisico e l’io si sente sempre più vivo, leggero e pronto ad affrontare una nuova avventura.

Ecco perché gli anziani dormono spesso e si confondono facilmente, scambiano il giorno con la notte, il prima con il dopo, il presente con il passato: ondeggiano nel tempo mentre imparano a esistere senza il tempo.

Il cervello, che è stato lo strumento principale per decodificare la materialità, diventa inutile a leggere i nuovi codici della rarefazione.

Prende forma un’essenza più lieve, capace di planare nelle dimensioni come una farfalla.

Per lo stesso motivo anche i piaceri che appartengono alla fisicità perdono d’importanza lasciandoci scoprire appagamenti nuovi.

Non più il cibo, la sessualità, il chiasso, le feste, le chiacchiere, le emozioni forti… ma un ascolto intimo e profondo che conduce fuori dalle passioni nel mondo senza confini della Totalità.

Un mondo che in tanti hanno provato a raccontarci, sia dopo le esperienze di premorte che nei sogni, nelle comunicazioni telepatiche e nel channeling post morte, ma che è così difficile da accettare e da comprendere quando la fisicità fa sentire ancora con urgenza il suo richiamo.

La paura della morte intreccia l’ignoranza sul significato della vita.

Aprirsi a una conoscenza che va oltre i cinque sensi per accogliere una realtà intima fatta di sensazioni, di intuizioni e di un sapere che nasce dentro di sé un attimo prima che sia stata formulata la domanda, permette di comprendere i cambiamenti impercettibili che ci conducono oltre la materialità, creando un ponte tra le dimensioni.

Una cultura nuova abbraccia ciò che attiene alla fisicità e ciò che invece la trascende, aiutandoci a colmare i vuoti che riducono la fine della vita a una perdita d’identità, di valore e di presenza.

Per costruire un mondo migliore è necessario abbattere il pregiudizio che ammanta la morte di tristezza, e oltrepassare i limiti dello spazio e del tempo dando forma a un’unione profonda fatta di legami autentici e immortali.

Solo così si permette all’amore di dispiegare tutta la sua verità.

Carla Sale Musio

leggi anche:

ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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Ott 26 2017

“AIUTAMI A CAMBIARE… SENZA CAMBIARE NULLA!”

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 “Voglio cambiare!”

“Voglio essere diverso!”

“Voglio trasformare le mie giornate!”

“Voglio un mondo nuovo!”

Tante persone desiderano dare una svolta alla propria vita e impegnarsi in qualcosa di coinvolgente, appassionante e migliore.

Può trattarsi di un’opportunità professionale, di un progetto sentimentale, di un percorso di conoscenza di sé, di un miglioramento nelle abitudini quotidiane, di uno stile di vita più salutare…

Gli obiettivi sono infiniti.

Ma SEMPRE ciò che fa naufragare i buoni propositi è la paura delle innovazioni indispensabili per realizzarli.

Durante le sedute di psicoterapia il miglioramento è la richiesta più gettonata.

Ognuno di noi vorrebbe superare le paure, liberarsi dall’ansia, uscire dalla depressione, risolvere gli attacchi di panico, sentirsi più sicuro, potenziare l’autostima…

Tuttavia, solo pochi sono disposti a modificare le proprie abitudini per avventurarsi lungo strade che ancora non conoscono.

Ogni trasformazione è un tuffo nell’ignoto.

Anche quando abbiamo pianificato le cose con la massima cura.

Nonostante la razionalità ci spinga a prevedere gli inconvenienti, quando ci mettiamo in marcia non possiamo evitare gli imprevisti che costellano le novità.

La psiche è creativa, mutevole e cangiante.

Non si può programmarla come un software.

Per ottenere i risultati desiderati è necessario mettersi in gioco personalmente, affrontando un coinvolgimento fatto di sensazioni, sentimenti e atteggiamenti diversi e spesso inaspettati.

L’imprevedibilità fa paura.

Viviamo immersi nel ritmo rassicurante delle abitudini e ogni deviazione dal conosciuto ci mette in subbuglio, scatenando uno stato di allerta difficile da sopportare.

Per questo, spesso, scegliamo di mantenere vivo uno stile di vita poco gratificante o doloroso pur di non essere costretti a gestire le trasformazioni necessarie al benessere.

In una ricerca del 1997, gli scienziati Williams, Chambless e Ahrens,  del Dipartimento di Psicologia dell’American University di Washington, hanno dimostrato che le persone sono spaventate dall’emergere di emozioni sconosciute e che, nel timore di perdere il controllo e di non saperle gestire, preferiscono evitare le situazioni nuove, anche se positive.

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“Aiutami a cambiare senza cambiare nulla.”

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È la richiesta impossibile che tanti uomini e donne rivolgono agli specialisti della psiche, spinti dal desiderio di stare bene e paralizzati dalla paura delle novità.

Vorrebbero vivere una vita appagante, eppure… sembra che il destino si accanisca contro di loro riproponendo le stesse situazioni perdenti e cariche di sofferenza.

C’è un piacere negativo nell’assaporare il gusto amaro della delusione.

E c’è un’assuefazione che incatena le persone all’adrenalina prodotta dall’organismo nei momenti difficili.

Nel nostro stile di vita, teso al raggiungimento di beni materiali, non c’è posto per la felicità.

Impariamo a sopportare la sofferenza, a rimandare i momenti intimi, a fare a meno della vitalità, a rinunciare al benessere… e davanti alla gioia ci sentiamo in difficoltà, imbarazzati e colpevoli quasi che stare bene fosse il segno di una pericolosa diversità.

La nostra psiche non è abituata ad accogliere l’appagamento e la soddisfazione.

Tuttavia, per vivere una vita gratificante è indispensabile tollerare la propria inesperienza emotiva e imparare a gestire il disagio che accompagna sempre le sensazioni sconosciute.

Solo così potremo camminare verso il cambiamento e realizzare i nostri obiettivi.

Vogliamo vivere in un mondo in cui la libertà, l’amore, la condivisione e la comprensione siano valori primari.

Ma, nel momento in cui ci avviciniamo al benessere, la paura dell’ignoto manda in tilt il sistema emotivo, scatenando la tempesta nella psiche e attivando un pericoloso sistema salvavita pronto a ripristinare gli equilibri di sempre pur di non turbare l’omeostasi consolidata.

Anche quando significa continuare a stare male.

È questo il motivo per cui molte vincite milionarie finiscono con l’essere dilapidate rapidamente.

È per questo che perpetuiamo scelte tossiche e nocive, boicottando noi stessi quando la fortuna bussa alla porta.

Non siamo capaci di accettare lo tsunami interiore che accompagna le novità.

Per realizzare i progetti e costruire una vita migliore è indispensabile abituarsi alla felicità, preparando le trasformazioni a piccoli passi e dando tempo al mondo interiore di digerire le emozioni nuove.

Proprio come, dopo un lungo periodo di astinenza dal cibo, lo stomaco riprende le sue funzionalità piano piano e ha bisogno di tempo per adattarsi ai sapori forti e alle pietanze elaborate.

Allo stesso modo, dopo un lungo digiuno dal piacere e dall’appagamento, la psiche ha bisogno di tempo per digerire i vissuti nuovi e gratificanti.

E questi non devono essere troppo forti, altrimenti l’inconscio li rifiuta come alimenti eccessivamente pesanti.

Anche quando il desiderio è così grande che ci sentiamo disposti a sacrificare immediatamente i nostri bisogni di stabilità.

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“Aiutami a cambiare un passo alla volta.”

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Dovrebbe essere questa la richiesta rivolta a ci si occupa delle trasformazioni interiori.

E a noi stessi.

Perché un passo dopo l’altro impariamo a camminare e ci abituiamo alle novità.

Una società migliore prende forma nella vita intima di ciascuno, nasce dalla responsabilità delle proprie scelte e dal coraggio di affrontare le trasformazioni necessarie a conquistare il benessere e la prosperità.

Dapprima dentro di sé e poi là fuori.

Nel mondo.

Carla Sale Musio

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Un commento presente

Ott 18 2017

CREATIVITÀ & APPARTENENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ognuno di noi possiede un bagaglio illimitato di risorse, pronte all’uso in caso di difficoltà.

Nasciamo ricchi di possibilità, poliedrici, duttili, versatili, multitasking e creativi.

Ma questa nostra generosa totalità espressiva si frammenta davanti al bisogno di approvazione e al desiderio di appartenenza, dividendo le azioni, i pensieri e le emozioni in:

  • buone o cattive,

  • giuste o sbagliate,

  • normali o anormali…

e costringendoci a schierarci da una parte soltanto.

Così, nel tentativo di sentirci amabili e coerenti, finiamo per rinunciare a tutte quelle opportunità che non si conformano al pensiero e alle credenze di chi ci sta intorno.

Ogni giorno, creatività e appartenenza si fronteggiano nella psiche dando origine a un’infinità di guerre interiori.

Si tratta di due aspetti fondamentali per la salute psicologica e fisica che ci conducono in direzioni opposte:

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  • la creatività fa emergere quel modo unico e speciale d’interpretare la vita che caratterizza ogni creatura vivente rendendola diversa da qualunque altra

    .

  • l’appartenenza spinge a cercare l’approvazione, l’affetto e la stima del gruppo (famigliare, sociale, etnico…) in cui viviamo

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Entrambe sono indispensabili per una vita appagante.

Entrambe sono necessarie per una sana realizzazione personale.

Entrambe contribuiscono allo sviluppo dell’autostima e al senso di efficacia personale.

Tuttavia la creatività e l’appartenenza danno vita a espressioni diverse della personalità spingendoci a essere originali e conformi, trasgressivi e omologati, unici e banali… contemporaneamente.

La contrapposizione di questi punti di vista fa nascere nel mondo intimo una molteplicità di voci.

Prendono forma così tante sub personalità, ognuna dotata di una peculiare lettura degli avvenimenti, ognuna pronta a risolvere determinati problemi e  ognuna impegnata a difendere aspetti diversi della realtà.

La vita interiore è popolata da una quantità di figure che incarnano emozioni, riflessioni, pensieri e atteggiamenti eterogenei.

Insieme compongono il nostro modo di essere e ognuna ha bisogno di un’attenzione partecipe e costante, come bambini affidati alle nostre cure.

La convinzione di possedere una sola personalità, non rispecchia la molteplicità della vita psichica e costringe la creatività e l’appartenenza in forme stereotipate che annichiliscono la vitalità generando un’infinità di sofferenze.

Per vivere una vita soddisfacente e ricca di significato è necessario conoscere tutte le nostre possibilità espressive riservando a ciascuna uno spazio di ascolto, fino a permetterci di scegliere, di volta in volta, la più adatta ad agire sulle scene della vita.

Solo così diventa possibile gestire la ricchezza che ci appartiene dalla nascita e costruire l’armonia indispensabile per evolverci nel rispetto, nella condivisione e nell’accoglienza.

Di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Abbiamo tanti sé creativi, frutto della nostra unicità e delle nostre scelte di vita.

E tanti sé radicati nella storia della nostra famiglia, della nostra nazione, del nostro popolo e della nostra specie.

Riconoscerli nella psiche e ascoltarne le ragioni consente di esplorare la totalità di noi stessi e di dar forma alla nostra speciale unicità.

Tuttavia, per riuscirci è necessario sostenere la tensione dei loro opposti punti di vista senza schierarsi, sopportando l’apparente incoerenza che caratterizza un’attenzione partecipe e priva di giudizio.

In questo modo possiamo accedere a una molteplicità colorata e ricca di possibilità sempre nuove, pronte a manifestarsi al momento del bisogno.

Occorre aprirsi alla comprensione che ognuno di noi amministra una movimentata e poliedrica comunità interiore, composta da tanti sé (curiosi, avventurosi, appassionati, generosi…) che l’esistenza ci ha donato alla nascita e che aspettano soltanto di mettere le loro qualità al nostro servizio.

Ma dobbiamo imparare a gestirli con democrazia, evitando i colpi di stato dei più assertivi e valorizzando le risorse di quelli meno appariscenti.

Solo così possiamo ammirare l’arcobaleno della creatività, affondando le radici dell’appartenenza nel terreno fertile della nostra anima, e camminare nella vita tenendo a braccetto la forza e la sensibilità, il potere e l’arrendevolezza, l’arroganza e l’umiltà, il coraggio e la paura, la saggezza e la follia.

Carla Sale Musio

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Ott 11 2017

VERSO UNA NUOVA CONSAPEVOLEZZA ALIMENTARE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel periodo dello schiavismo era considerato normale sfruttare, vendere e scambiare uomini e donne per servirsene a piacimento.

Solo nel corso dei secoli è maturata una coscienza capace di rendersi conto che possedere la vita altrui è un atto deprecabile e crudele.

Ai tempi del cannibalismo nutrirsi di carne umana non dava scandalo.

Oggi lo stesso spietato predominio si verifica con gli animali, considerati oggetti al servizio della specie umana e privati di qualsiasi diritto.

La radice di ogni malvagità si annida in una mancanza di empatia che porta a ignorare le sofferenze di un’altra creatura vivente e ad abusarne per il proprio piacere.

Esiste un mercato alimentare che si regge sul consumo di prodotti animali e che ha tutto l’interesse a nascondere la disumanità con cui incrementa i propri guadagni.

I soprusi che patiscono le bestie sono sconosciuti alla maggior parte delle persone e abilmente occultati dietro una facciata spensierata fatta di immagini divertenti e piene di grazia.

I macelli e gli allevamenti intensivi sono nascosti allo sguardo dei più.

I luoghi dell’orrore e della crudeltà non vengono mostrati a chi, altrimenti, potrebbe impietosirsi e smettere di consumare prodotti carichi di sofferenza.

La pubblicità ci racconta un mondo di animali felici, pronti a diventare festosamente il pasto dell’uomo.

Questa mistificazione prende forma già dall’infanzia.

L’informazione dei bambini, grazie ai cartoni animati, ai film, alle fiabe e ai giochi…  racconta la vita delle altre specie a immagine e somiglianza di quella umana.

Sembrerebbe la premessa perfetta per una società amorevole e rispettosa degli animali, tuttavia nasconde abilmente la crudeltà allo sguardo innocente dei piccoli e li conduce inconsapevolmente verso la negazione della propria sensibilità, insegnando una grammatica emotiva distorta.  

I bambini imparano presto a separare il mondo dei sentimenti dall’alimentazione e, grazie agli innumerevoli giochi della fattoria che popolano i negozi di articoli per l’infanzia, scindono l’amore per gli animali dalla nutrizione, sviluppando una patologica mancanza di empatia e creando le basi di tanta sofferenza.

In tutte le fattorie, infatti, non compare mai il mattatoio e nessun gioco fa parola del macellaio.

Al contrario, il contadino è visto come l’amico e il benefattore degli animali e non come colui che li alleva per sfruttarne le risorse e per ucciderli.

Eliminare dalla propria consapevolezza la brutalità di una cultura gastronomica basata sulla sopraffazione e sulla morte significa incentivare il dilagare dell’indifferenza permettendo alla crudeltà di crescere nel mondo.

Le radici della violenza, infatti, vanno cercate in quell’atteggiamento rassegnato o indifferente che ci porta a dire: sono solo animali (come un tempo si diceva: sono solo schiavi, sono solo negri, sono solo donne…) e a preoccuparci esclusivamente di quello che succede dentro al perimetro ristretto del nostro orticello.

Nella rimozione della sensibilità cresce il seme della crudeltà.

La stessa che ci porta a scrollare la testa pieni di orrore quando leggiamo le notizie di cronaca nera o assistiamo impotenti all’ennesimo conflitto militare.

La malvagità non riguarda soltanto alcuni mostri nati con un DNA difettoso e sbagliato, ma è la conseguenza di una cultura che ha cancellato i valori della fratellanza, della reciprocità, della condivisione e del sostegno reciproco.

In quel puntare lo sguardo solo sul lato al sole della medaglia, occultando tutto il resto, si annida il germe della competizione, della rivalità, dell’egoismo e di ogni sopraffazione.

Ecco perché la rivoluzione comincia dentro di sé.

Rompere il muro dell’indifferenza significa permettersi di guardare anche ciò che interiormente fa orrore e assumersi la responsabilità delle proprie scelte quotidiane.

Dietro i pasti che consumiamo abitualmente, infatti, si nasconde una cattiveria di cui non siamo consapevoli e che si ripercuote inevitabilmente sulla qualità della vita di ciascuno.

Non solo perché sostiene l’ignoranza necessaria ai pochi che gestiscono i molti, ma soprattutto perché si fonda su una scissione psichica che nega l’ascolto di sé e l’accudimento della propria emotività.

E questo fa ammalare.

Inevitabilmente.

Infine, ma non meno importante, grazie a quell’indifferenza e alla contraffazione della onestà su ciò che ogni giorno mettiamo in bocca incrementiamo uno stile alimentare sempre più dannoso per la salute: fisica, psichica e spirituale.

Quasi tutti i cibi che consumiamo attualmente, infatti, oltre a essere carichi di prepotenza e di dolore sono anche nocivi per l’organismo e, proprio come tutte le droghe, provocano un bisogno compulsivo di consumarne sempre di più, creando una pericolosa dipendenza fisica e psichica.

Tuttavia, all’atto di mangiare e alla condivisione dei pasti sono associati tanti momenti intimi e amorevoli, tante celebrazioni, commemorazioni ed eventi, che diventa impossibile abbandonare la tossicodipendenza alimentare in favore di uno stile di vita più sano e attento alla natura.

Per costruire un mondo migliore è necessario armarsi di pazienza e accettare, proprio come ogni drogato, che la strada verso la disintossicazione passa attraverso il riconoscimento delle proprie parti dipendenti, insieme alla necessità di non scoraggiarsi davanti alle ricadute (inevitabili), mantenendo salda la rotta verso un nuovo e più gratificante modo di essere e di vivere.

Osservare i lati oscuri della nostra alimentazione è il presupposto più importante per cambiare la società in cui viviamo.

Subito dopo è necessario stabilire quali dovranno essere gli step che portano a riscoprire il valore della sensibilità interiore insieme a un diverso modo di organizzare i pasti, costruendo un percorso di cibi metadone capace di condurci passo passo verso un nuovo stile nutrizionale e di vita.

Tutte le droghe, legali e illegali, fondano la propria forza sulla dipendenza, sul potere aggregante della condivisione rituale e sulla rimozione della capacità di accudire efficacemente se stessi.

Per vivere in una società fondata sul benessere e sull’integrità è necessario coltivare il benessere e l’integrità dentro di sé, eliminando dalla propria vita le tossicità che avvelenano il corpo e le bugie che ammalano la psiche.

Carla Sale Musio

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Ott 04 2017

IO? … sono un gruppo di identità in convivenza!

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Io, io, io, io, io, io…. Ma io chi?!

È difficile definire i contorni di se stessi.

Quella che comunemente chiamiamo personalità non è un monoblocco unico e stabile ma una molteplicità di possibilità espressive in continuo mutamento.

Ognuno di noi è un insieme potenzialmente infinito di identità in divenire.

Identità che si alternano sulle scene della vita a seconda delle circostanze, che cambiano, che crescono, che litigano, che soffrono, che esultano, gioiscono, si mostrano e si nascondono… ognuna a modo suo.

Prendendo le mosse dalla medicina e soprattutto dalla psichiatria, per lungo tempo gli psicologi si sono sforzati di differenziare le caratteristiche di una mente sana da quelle della patologia, senza mai riuscire a descrivere perfettamente le innumerevoli espressioni individuali che di volta in volta presentano i tratti dell’una o dell’altra tipologia.

Oggi tra gli specialisti della psiche si fa sempre più strada l’idea di una pluralità di identità in espansione e in trasformazione, che si manifestano nelle diverse situazioni a seconda delle necessità, delle abitudini, delle paure e delle esperienze che ci troviamo a vivere.

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Tanti  o sub personalità che rendono ciascuno di noi un universo senza fine di comportamenti, pensieri, atteggiamenti, emotività e sensibilità.

Più che dire io per indicare se stessi sarebbe quindi corretto parlare di noi e differenziare le opinioni dei vari tipi psicologici che ruotano nel mondo interiore dando forma alla nostra peculiare poliedricità di punti di vista.

Questa diversa visione della personalità, non più immutabile e definitiva ma variegata, mutevole e cangiante, descrive con maggiore chiarezza i conflitti interiori che ognuno si trova a gestire nel corso della propria esistenza.

E permette una visione più profonda dei vissuti interiori.

Si aprono così nuove esplorazioni di se stessi e degli altri, e prende forma una comprensione più precisa, forte della capacità di accogliere ogni punto di vista fino a comporre l’integrità psichica indispensabile per una reale condivisione e necessaria per realizzare una società basata sul rispetto, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

La creatività permette di accedere a una pluralità di punti di vista, insegnandoci a scoprire prospettive nuove nella lettura degli avvenimenti. 

Nasce così la possibilità di un’autentica condivisione reciproca.

Prende forma dall’accoglienza in se stessi di una complessità, che fino ad oggi abbiamo chiamato impropriamente io, e modella un ascolto privo di censure, pronto ad accogliere le opinioni diverse dei tanti sé che compongono la personalità di ciascuno.

Poggia sul presupposto che ognuno incarni un aspetto della Totalità e ci aiuta a scoprire nuovi orizzonti espressivi in fondo a noi stessi e agli altri, guidandoci a realizzare una società finalmente capace di accettare tutte le diversità.

In questo quadro, infatti, ogni creatura diventa portavoce di una verità che ci riguarda, indicandoci una delle infinite possibilità espressive a nostra disposizione.

La maestria di ogni essere umano consiste nel saper riconoscere le proprie risorse senza discriminare, individuando qualità, punti di forza e lati oscuri… fino a comporre una personale unicità.

Bene e male non appartengono più a schieramenti opposti in lotta tra loro ma danno forma a uno stesso disegno con cui confrontarsi per poter accedere alla propria completa realizzazione.

Questo non vuol dire permettere l’espressione della violenza e della brutalità.

Al contrario, significa identificare dentro noi stessi anche ciò che non ci piace, imparando ad ascoltare i messaggi che si nascondono nelle zone buie della psiche.

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Spesso l’ombra porta con sé i doni indispensabili per realizzare la nostra missione nel mondo.

Doni che si rivelano soltanto quando abbiamo preso dimestichezza con l’imperfezione e con ciò che giudichiamo sbagliato o inaccettabile in noi stessi e negli altri.

Oltre il disprezzo e il rifiuto si nasconde una verità intima e profonda.

Imparare a non censurare la bruttezza, che da sempre intreccia la bellezza ad ogni passo, permette di evolvere le parti rinnegate della psiche dando forma a un diverso modo di interpretare gli eventi.

Un mondo nuovo ha bisogno di una cultura nuova.

Se vogliamo costruire la fratellanza dobbiamo imparare a vivere nella fratellanza.

Dapprima dentro noi stessi e poi nelle relazioni con con chi ci sta intorno.

Creatività, molteplicità e trasformazione camminano a braccetto e ci conducono a scoprire in noi stessi il valore dellintegrità e della Totalità che ci appartiene.

Carla Sale Musio

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Set 28 2017

LA CARROZZELLA

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“Che fatica! Questo caldo terribile è una tortura”. 

Così pensava ogni giorno mentre tirava una carrozzella per turisti, in quell’agosto torrido. Un’ordinanza del comune impediva l’andare nelle ore più calde. 

Ma nonostante il pomeriggio tardo, la calura ancora opprimeva.

Per fortuna un  vento leggero si era levato.

*** *** ***

Anni di lavoro.

Il suo padrone non era cattivo e aveva ereditato dal padre quel mestiere.

Lui, il cavallo, apparteneva a una razza selezionata in passato per trainare carri e aratri.

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Era un animale bellissimo.

Agli inizi gli era piaciuto l’entusiasmo dei turisti, il modo in cui i loro bambini guardavano gli ornamenti della carrozzella, le esclamazioni di ammirazione mentre lui attraversava le strade antiche di quella città.

Ma gli anni giovani erano ormai lontani e il cavallo si chiedeva con angoscia quanta vita ancora gli restasse. 

Gli sarebbe piaciuto pensare al tempo del suo riposo, a una stalla tranquilla, al silenzio e al conforto. Ma il suo padrone non parlava di smettere e nonostante lo nutrisse amorevolmente e lo strigliasse con attenzione, sembrava non capire l’affanno del suo animale.

*** *** ***

Quattro persone erano salite.

La carrozzella poteva andare.

Il cavallo pensò che i turisti erano sempre più grassi.

E pesanti.

Il caldo, nonostante fosse quasi sera, era insostenibile.

Ma il padrone lo fermò: una turista con una bambina di circa sei anni gli si affrettava incontro. Salirono anche loro e la carrozzella si avviò.

Il cavallo, con una certa difficoltà, negli anni aveva imparato a contare.

E gli sembrò che quel giorno i turisti fossero troppi.

Aveva sentito i vetturini parlare di cavalli stroncati dal caldo e dalla fatica.

Uno lo conosceva bene: era un essere generoso e gagliardo.

Si era abbattuto per strada, sfiancato.

Non c’era stato nulla da fare.

Forse lo avevano mandato al trotto, e lo sapevano tutti che era proibito.

Al passo bisognava andare, al passo.

Ma un cavallo stanco difficilmente si ribella.

*** *** ***

Il lavoro era stato estenuante, terribile.

Finalmente anche quel turno serale si concluse.

Uno dopo l’altro i passeggeri scesero, alcuni lentamente, gravati dal proprio peso, altri agili e compiaciuti.

Per ognuno di loro che si allontanava, il cavallo emise un sospiro di sollievo.

Ma sentì che la donna e la bambina parlavano con il suo padrone.

Potevano trattenersi un po’ vicino alla carrozzella? Chiese la madre.

Aveva dato appuntamento a suo marito proprio in quel luogo e lui ancora non si vedeva.

Non c’erano problemi, rispose l’uomo.

Stessero pure vicine al cavallo.

Anzi, il bar accanto aveva dei tavolini sulla piazza.

Potevano accomodarsi, lei e la bambina.

*** *** ***  

Per distrarre la figlia nell’attesa, la madre tolse un libro dalla borsa.

Il padrone della carrozzella doveva allontanarsi per delle commissioni rapide e di lì a poco avrebbe condotto l’animale alla stalla.

La bambina, intanto, chiese alla donna di leggerle il racconto iniziato il giorno prima.

Lei  era stanca e poi le piaceva ascoltare la voce materna.

La madre assentì.

Allora, incuriosito,  il cavallo si preparò ad ascoltare.

*** *** ***

“Perseo tagliò di netto la testa di Medusa, dai capelli simili a serpenti. E dal sangue di lei nacque Pegaso, un bellissimo cavallo alato. Quindi Perseo prese con sé la testa di Medusa e impietrì i nemici con lo sguardo di lei. Zeus, infine, regalò Pegaso all’eroe Bellerofonte”.

La bambina amava la mitologia.

Al sentire che Perseo aveva tagliato la testa di Medusa, sbarrò gli occhi spaventata, ma  continuando ad ascoltare rimase sconvolta quando seppe che Bellerofonte, salendo in cielo con Pegaso, venne disarcionato dal cavallo e precipitò al suolo.

La madre, ormai, era arrivata alla fine:

“Pegaso allora fu trasformato in una costellazione scintillante, che da lui prese il nome”.  

Il cavallo aveva ascoltato l’intera storia con attenzione stupita ma, proprio in quel momento, si sentì una voce maschile, un richiamo.

Il marito era giunto e i tre si allontanarono rapidamente.

*** *** ***

Era stupefatto: conoscere la storia di Pegaso lo aveva colmato di gioia.

Un essere alato, un cavallo come lui.

Desiderò levarsi in cielo, agitare solennemente le ali, vedere dall’alto quel mondo che sbirciava  a fatica di giorno, sentirsi libero.

Ma giunse il suo padrone per condurlo alla stalla.

E lo sistemò per la notte.

*** *** ***

Nonostante la stanchezza, il cavallo non poteva riposare.

Ripensava al racconto, immaginava il volo alato.  

Guardò attraverso le sbarre di un’apertura per cercare la costellazione di cui il mito parlava.

E non seppe trovarla.

Allora chiese a tutte le stelle del cielo di aiutarlo, perché sul suo dorso di cavallo da tiro crescessero le ali.

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*** *** ***

La mattina dopo il padrone entrò nella stalla: si preparava ad una solita giornata di lavoro.

Guardò con attenzione: c’erano molti cavalli, tranne il suo.

Attonito, scrutò intorno.

I finimenti erano al solito posto, ma nessuna traccia del cavallo.

La porta della stalla era aperta, è vero, ma forse qualche suo collega l’aveva lasciata così, per distrazione o per comodità: i vetturini partivano quasi tutti alla stessa ora.

E poi era difficile che qualcuno gli avesse rubato il suo animale, già stanco e anziano.

*** *** ***

Non riusciva a darsi risposte.

E ancora meno poté capire quando, guardando con più attenzione nello spazio che il cavallo occupava, vide qualcosa.

Erano piume e qualche penna, grandi e bianche.

Troppo grandi perché fossero dei colombi che si riparavano sotto la copertura del tetto.

I gabbiani, poi, non entravano nella stalla, si disse.

Ma quelle piume e quelle penne erano grandi anche per loro, che sfrecciavano liberi nel cielo aperto, signori del vento.

Gloria Lai

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L’ANGELO

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Set 22 2017

SEPARAZIONE E SOLITUDINE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La solitudine è uno spauracchio che incombe sul futuro di chi decide di separarsi.

Ripartire da soli dopo aver assaporato le gioie e i dolori della convivenza è una strada irta di pericoli.

L’autonomia fa paura.

Senza più l’alibi della convivenza a giustificare la fatica di vivere, il peso di ogni scelta si trasforma in responsabilità mentre doversi sobbarcare l’intero carico delle incombenze quotidiane appare un compito insormontabile.

Improvvisamente tanti piccoli rituali, tante abitudini condivise, tanti appuntamenti gestiti in due confluiscono in un elenco interminabile di cose da fare… senza altro aiuto che quello che sapremo dare a noi stessi.

La solitudine addita senza pietà debolezze e risorse di ciascuno, mostrando i punti di forza insieme alle ombre e alle paure.

Per questo vivere da soli è un banco di prova che pochi indomiti spiriti liberi hanno il coraggio di sperimentare.

Bisogna essere capaci di sopportare un silenzio… colmo soltanto della propria presenza.

In quello spazio intimo emergono i bilanci, i sogni, i fallimenti, i desideri, le aspirazioni, le ansie, le fragilità… e tutti i vissuti che erano nascosti dietro il pretesto del non c’è tempoè tutta colpa suase solo potessi ritornare indietro… e via dicendo.

Stare da soli significa essere in compagnia di se stessi.

E questo è un compito difficile.

Il nostro stile di vita sembra fatto apposta per dirottare l’attenzione verso l’esterno, spinge a inseguire traguardi sempre nuovi e crea una pericolosa dissociazione dal mondo interiore.

Poco importa se tutto questo provoca una frattura nella psiche e genera un’infinità di malattie.

Ci sono pillole adatte per ogni occasione: analgesici, ansiolitici, ipnotici, sedativi, antidepressivi, stabilizzatori dell’umore, stimolanti, euforizzanti, incentivanti… tutto fa brodo quando l’obiettivo è non sentire ciò che si agita in fondo all’anima.

L’amore, però, non ce lo possono procurare nemmeno le medicine.

Bisogna conquistarselo.

E per viverlo appieno è indispensabile imparare ad ascoltare noi stessi.

Altrimenti continueremo a proiettare all’esterno i bisogni irrisolti e a dipendere da chi, di volta in volta, ci sembra in grado di soddisfarli.

La solitudine è l’unica cura capace di sanare le ferite che accompagnano la scelta di separarsi.

Vivere da soli, infatti, consente di osservare la vita con maggior chiarezza, prendendo le distanze dai coinvolgimenti eccessivi e dall’incalzare delle emozioni.

In quel silenzio, nel vuoto che si crea al termine di una convivenza, le passioni si smorzano e progressivamente cedono il posto alla comprensione.

Per se stessi e per il partner.

A volte, la mancanza si fa sentire… e nella coppia il fuoco si riaccende magicamente.

Più spesso, la rabbia e le recriminazioni cedono il posto a una visione obiettiva della realtà, creando i presupposti per un rapporto sereno e per una migliore gestione delle incomprensioni che ancora è necessario dipanare insieme.

Stare da soli permette al dialogo interiore di manifestarsi e lascia emergere un’autenticità intima e profonda.

È in questo modo che si sviluppa la capacità di amare e prende forma un nuovo step del volersi bene, non più vittima delle passioni ma forte di una conoscenza maturata nel tempo e capace di accogliere anche le diversità che hanno portato alla conclusione del matrimonio.

Per proseguire sulla strada dell’Amore, quello con la A maiuscola, è necessario un ascolto attento dei propri vissuti, perché solo accettando le parti nascoste e ombrose di sé potranno emergere il rispetto, la fiducia e la stima necessarie a proseguire la vita su binari diversi.

La solitudine è un momento cruciale lungo il cammino della crescita affettiva.

Imparando a convivere con se stessi, infatti, è possibile concedersi l’onestà necessaria all’Amore.

E alla libertà.

Carla Sale Musio

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SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

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Set 16 2017

ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Crediamo che la nostra sia l’unica cultura degna di questo nome e disprezziamo le altre creature giudicandole rozze e stupide.

Eppure, quelle che presuntuosamente definiamo bestie possiedono una conoscenza che noi abbiamo dimenticato e comprendono la vita senza dipendere dalle parole.

Gli animali conoscono il valore di ciò che non si vede e padroneggiano d’istinto le percezioni immateriali.

Possiamo verificarlo ogni volta che interagiscono tra loro senza emettere alcun suono.

Grazie a una partecipazione silenziosa e impercettibile, le altre specie condividono la voglia di giocare, la curiosità, il piacere di conoscersi, la rabbia, la paura, il confitto, l’unione, il corteggiamento, l’amore…

Sentono interiormente i vissuti reciproci e si comportano di conseguenza.

Quando muore una persona cara, il desiderio di riabbracciarla ci spinge a desiderare un modo per ricongiungerci nonostante la mancanza della fisicità, e il più grande limite che incontriamo è legato alla dipendenza dai suoni e dalle parole.

Abbiamo bisogno della concretezza.

Diversamente dagli animali, non siamo capaci di cogliere in noi stessi gli avvenimenti interiori, non sappiamo distinguere i vissuti intimi dal flusso ininterrotto dei pensieri che affollano la mente.

Preferiamo affidare la nostra conoscenza alla vista, all’udito, alle consuetudini, agli scienziati o alla tecnologia, e deridiamo la telepatia, l’istintualità, la sensitività e l’intuizione che caratterizzano il sapere degli animali.

Neghiamo a noi stessi la possibilità di utilizzare il sesto senso e ignoriamo le profondità dell’empatia.

Così, quando le persone che amiamo abbandonano il corpo, non sappiamo come fare per ritrovarle e veniamo travolti dalla sofferenza.

In quei momenti la vita sembra un gioco crudele volto a farci impazzire.

La mancanza della fisicità ci coglie inermi, disperati e soli.

Abbiamo perso i codici dell’invisibile e disprezziamo i maestri che potrebbero aiutarci.

È faticoso assumersi la responsabilità della propria ignoranza e ammettere che tutto quel dolore dipenda dalla convinzione di una superiorità arbitraria e inesistente.

È difficile accettare che non riusciamo a sentire la presenza di chi è privo del corpo perché abbiamo calpestato il valore delle comunicazioni intime e profonde, fatte di percezioni senza parole.

Tuttavia, chi vive con un cane o con un gatto (ma anche con un coniglio, con un porcellino, con una pecora, con una gallina…) può osservare quotidianamente il sapere delle altre specie.

I nostri animali, infatti, avvertono la realtà dentro di sé e sanno quando abbiamo deciso di portarli dal veterinario, di fargli il bagno, di uscire per una passeggiata o di dargli da mangiare.

Lo intuiscono e si fidano di ciò che sentono.

Non cercano le prove scientifiche.

Non ne hanno bisogno.

Quando muore una persona cara, la necessità di recuperare quel linguaggio senza parole diventa l’unica via per ritrovare chi abbiamo amato, oltre l’annientamento imposto dal pensiero scientifico alla morte del corpo fisico.

La possibilità di sperimentare ancora la presenza immateriale dei nostri cari passa attraverso l’ascolto di un’intimità fatta di sensazioni impalpabili.

In quei momenti l’anima cerca la continuità del legame dentro un vissuto profondo che chiamiamo: unione.

In quella partecipazione interiore è racchiusa la percezione dell’intesa indissolubile che sopravvive nell’intimità di ciascuno, oltre le barriere dello spazio e del tempo.

Il cuore la riconosce d’istinto.

Gli animali lo sanno da sempre.

La specie umana (intrappolata nella propria presunzione) chiede conferme agli esperti e si priva dell’autenticità capace di restituire senso alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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PARLARE CON CHI NON HA PIÙ UN CORPO

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Set 09 2017

LE RADICI DELLO SPECISMO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel tentativo di sentirci amati occultiamo (anche a noi stessi) i tratti del carattere che non incontrano il favore degli altri, e costruiamo un’immagine idealizzata focalizzando l’attenzione sulle nostre parti migliori e occultando ciò che ci appare inadeguato e sconveniente.

Prende forma così un razzismo interiore che sostiene i comportamenti consoni al mondo esterno e rinchiude nelle segrete dell’inconscio tanti aspetti rinnegati, portandoci a disprezzare chiunque si permetta di manifestare gli atteggiamenti che abbiamo censurato interiormente.

I meccanismi della rimozione e della proiezione, infatti, consentono di cancellare dalla coscienza ciò che non ci piace, invitandoci a combatterlo fuori di noi nello sforzo di differenziarcene.

Questo gioco perverso è l’origine di ogni guerra e di ogni violenza.

Nella psiche esiste la Totalità e separare drasticamente il buono dal cattivo spezza la completezza che caratterizza il benessere, portandoci a vivere nella mancanza e nell’insoddisfazione.

Gli opposti si richiamano continuamente l’uno con l’altro e interiormente non sono divisibili.

Le contrapposizioni sono facce di una stessa medaglia, aspetti inscindibili della verità.

Come ci insegna il Tao: lo yin contiene sempre lo yang, e viceversa.

E come ci ricorda l’Ermetismo: Tutto è Uno.

Separare il bene dal male serve a comprendere due modi diversi di manifestarsi.

Tuttavia, combattere il male nel tentativo di liberarsene non fa che aumentarne la potenza, mentre incrementare il bene inevitabilmente amplifica anche il suo contrario.

Tutto questo può apparire sconcertante e senza soluzione in un mondo abituato a dividere e combattere.

Occorre aprirsi a una cultura nuova per comprendere il valore dell’integrità.

Questo non significa legalizzare la crudeltà.

Al contrario!

Accogliere in sé la malvagità insieme alla bontà permette di scoprire il valore dell’interezza e di accettare ogni aspetto di sé, riducendo il bisogno di lottare per separarsene.

Quando ci schieriamo erigiamo un muro dentro noi stessi e, nel tentativo di separare le cose che giudichiamo buone da quelle cattive, alimentiamo la guerra interiore.

La bontà è tale soltanto quando la cattiveria ne evidenzia i contorni.

E insieme formano un’unica verità.

Inscindibile.

Censurando nel mondo intimo una metà della mela rinunciamo al potere della Totalità e, per ritrovare l’intero che abbiamo manomesso, ci condanniamo a dipendere da qualcosa posto fuori di noi.

Comprendere i meccanismi psicologici e le perversioni indotte dalla cultura della violenza è l’unica strada per uscire dalla sofferenza che attanaglia la nostra società.

La chiave per un mondo migliore è fatta di accoglienza e di comprensione e permette di evolvere le energie distorte fino a cogliere il dono che sono venute a portare al mondo.

Dosi omeopatiche di cattiveria servono ad agire importanti trasformazioni nella vita di tutti i giorni e aprono le porte a una partnership fondata sulla condivisione, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

Oggi però si preferisce il “dividi e impera” alimentando la prepotenza nel tentativo di estirparla.

Le conseguenze di quest’uso perverso dei meccanismi psicologici sono sotto gli occhi di tutti.

La proiezione delle parti negative è un’abitudine condivisa.

Anche da tante anime buone che combattono ogni giorno contro la crudeltà.

È in questo quadro che prende forma lo specismo.

Gli abusi contro gli animali perpetuano la violenza nel mondo esterno e consolidano la censura nell’interiorità di ciascuno, alimentati dalla rimozione e dalla proiezione che ognuno agisce dentro di sé e sponsorizzati da una cultura che affonda le radici nella discriminazione.

Si tratta di una violenza invisibile, abilmente nascosta agli occhi di tutti grazie a un bombardamento psicologico che intreccia la crudeltà con la dolcezza fino a renderla invisibile.

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LA CONFUSIONE IPNOTICA

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Esiste una tecnica ipnotica chiamata “della confusione” che permette di scivolare in un piacevole stato di obnubilamento grazie a un conflitto provocato ad arte nella psiche.

Utilizzando questa tecnica s’induce uno stato di trance alternando rapidamente messaggi contradditori: rassicuranti e allarmanti contemporaneamente.

Durante un corso di formazione ho visto scivolare improvvisamente nel sonno ipnotico un collega che si era offerto volontario per una dimostrazione.

Il trainer prese a girargli intorno, dapprima dolcemente e amichevolmente poi sempre più minacciosamente, fino a che, lanciando un grido improvviso, lo fece sprofondare nella trance sostenendolo tra le proprie braccia come se si trattasse di un bambino.

Ci spiegò in seguito che la psiche entra in uno stato di allarme davanti a segnali incongruenti di amicizia e inimicizia insieme, e un modo facile per liberarsi della tensione consiste nell’abbandonare il campo entrando in uno stato ipnotico.

Nel corso della dimostrazione il collega volontario si era sentito spiazzato, non riuscendo a valutare se i movimenti dell’insegnante fossero rissosi o confidenziali e, nel momento in cui un vocalizzo improvviso aveva intensificato il conflitto, inconsciamente si era rifugiato nella trance per uscire da quell’incertezza.

Quando acquistiamo prodotti di origine animale subiamo tutti inconsapevolmente la Tecnica Ipnotica della Confusione.

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MESSAGGI INCONGRUENTI

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Nessuno può negare che allevare delle creature docili e innocenti per soddisfare i piaceri effimeri della vanità o del gusto, sia frutto di un comportamento cinico, crudele e privo di etica e di empatia.

Eppure ogni giorno, immersi in una trance indotta da esigenze commerciali, riconfermiamo con le nostre scelte la violenza e lo sterminio di tanti esseri colpevoli soltanto della propria ingenuità.

Il conflitto, tra una pubblicità rassicurante quanto ingannevole e la voce della coscienza che interiormente ne segnala l’orrore, ci sprofonda in un’incoscienza ipnotica sostenuta abilmente dagli interessi delle multinazionali.

Le immagini della pubblicità, infatti, raffigurano gli animali felici di essere maltrattati e uccisi per soddisfare i desideri della specie umana.

Ci sono le ochette bianche, raggianti di essere spiumate per diventare l’imbottitura delle nostre giacche e dei nostri divani.

Ci sono le mucche pezzate con i loro grandi occhi dolci, entusiaste mentre vengono uccisi i loro figlioletti per mangiarne le carni e rubare il latte.

Ci sono i porcellini rosei che saltellano nei prati, gioiosi di essere sgozzati per diventare il pasto dell’uomo.

Sappiamo tutti che quelle immagini occultano una verità diversa e terribile, colma di crudeltà e di indifferenza per il martirio di tante creature.

Eppure, immersi nella nostra trance quotidiana, acquistiamo quei prodotti ammutolendo la voce della coscienza in nome della catena alimentare, dell’homo homini lupus, dalla naturale ferocia della vita e del si è sempre fatto così.

E mentre proiettiamo la nostra istintualità sugli animali, censuriamo l’ingenuità, l’emotività e la fragilità, pronti a mostrare un’immagine idealizzata e insensibile funzionale alla guerra, al dolore e alla follia che sta distruggendo la nostra civiltà e il pianeta.

Dobbiamo essere competitivi, pronti a scalare le vette del successo, affermati, omologati e ben inseriti nella società.

E ci dimentichiamo che il benessere e la salute poggiano sulla cooperazione, sulla condivisione e sulla possibilità di esprimere la propria personale unicità.

La paura della diversità, ci spinge a nascondere il nostro lato oscuro, fatto di debolezza, di semplicità e di partecipazione l’uno con l’altro, ma anche d’indifferenza, d’insensibilità e di crudeltà.

In questo modo perdiamo la Totalità che appartiene alla psiche e ci schieriamo arbitrariamente dalla parte dei giusti impedendo a noi stessi l’integrità.

Vogliamo essere buoni e coltiviamo la cattiveria, ottundendo la nostra morale fino a perderne le tracce, vittime di un bombardamento di messaggi incoerenti e in cerca di una “perfezione” che nasconde il prezzo della sofferenza e la complessità della verità.

Un mondo migliore nasce da un ascolto sincero di se stessi e dalla capacità di accogliere anche ciò che non ci piace, quel lato oscuro che abbiamo sepolto nell’inconscio e che non vogliamo guardare.

Occorre avere il coraggio della propria duplicità per costruire una società capace di non discriminare e di aprirsi alla vastità, misteriosa e profonda, della pienezza.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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