Giu 21 2017

IL RISCATTO

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Otto anni appena compiuti, ma era diversa dalle altre.

Le bambine che conosceva andavano a scuola, avevano una famiglia, ridevano, giocavano, a volte piangevano.

Anche lei andava a scuola, ma viveva con la nonna materna.

La vecchia, oltre a occuparsi di lei, badava a un campicello, a poche galline e a una pecora.

La bambina l’aiutava nelle faccende, dopo aver terminato i compiti.

Guardava la nonna chinarsi sulla terra, la scrutava mentre parlava ai suoi animali e la ammirava per la sua energia, nonostante l’età.

*** *** *** ***

Quando aveva il cuore triste, la bambina viveva un fatto straordinario.

Sentiva un rimescolio potente dentro il corpo.

E poco dopo, senza che lei potesse nulla, accadeva il prodigio.

Veniva trasformata in un verme scuro dalle tante zampe.

Solo lei e la nonna sapevano quel mistero.

La prima volta era successo dopo la morte della mamma.

Affranta dal dolore e nascosta nella sua stanzetta, la bambina si era sentita sprofondare dentro un’altra realtà, come se il corpo fosse risucchiato in un involucro vivo.

E si ritrovò a guardare allo specchio quello che era diventata. 

Un essere sinuoso, un lungo corpo scuro.

Lo sconvolgimento fu tale da tramortirla.

La nonna la trovò sul pavimento, riversa di lato e contorta.

Stupefatta e inorridita, riuscì ancora a vedere qualche zampetta che rientrava nelle carni della nipote, lasciandole l’aspetto di sempre.

La vecchia ammutolì e attese con ansia che la bambina si svegliasse da quel torpore.

Allora ricordò una storia che le avevano raccontato nell’infanzia.

*** *** *** ***

Molte generazioni prima, una donna della famiglia, cattiva d’animo con le persone, trattava con durezza anche i suoi animali.

Li percuoteva, li strattonava, li nutriva a stento e quando doveva uccidere una gallina, si divertiva al supplizio di quella creatura.

Gli altri animali li allontanava con violenza o li maltrattava.

Una sera in campagna brutalizzò una lucertola e, non contenta di questo, si trastullò a tagliare a pezzetti lombrichi e bruchi, che inoffensivi strisciavano sul terreno o sui tronchi degli alberi.

*** *** *** ***

Ma la misura ormai era colma.

Mentre la donna procedeva, la terra si aprì di fronte a lei, presso una fonte.

Nel fondo della voragine le apparve un essere straordinario, un lombrico immenso coronato d’oro. 

A lei rivolse parole terribili:

“La tua crudeltà ha superato la nostra pazienza. Non vivrai a lungo. Soffrirai nel morire e la tua discendenza porterà il segno della nostra ira. Sarai dannata nell’oltretomba e ogni sette generazioni una donna del tuo sangue, anche se innocente, si trasformerà in verme nei momenti di tristezza”.

*** *** *** ***

La nonna aveva sempre pensato che quel racconto fosse una leggenda, ma davanti al terribile prodigio era rimasta folgorata.

E la settima generazione, pensò, era proprio quella a cui la nipote apparteneva.

Da allora, altre volte la bambina si era trasformata e sempre la nonna le era stata accanto.

Un brutto voto a scuola raccontato al rientro, la nostalgia dolente della madre, il pensiero del padre, che non aveva mai conosciuto, una tristezza senza motivo.

Ad ogni sofferenza interiore, quel supplizio.

*** *** *** ***

La nonna aveva sperato che il prodigio svanisse con il tempo, ma questo non avvenne.

Ormai disperata, prese con sé la bambina, a cui aveva rivelato il racconto lontano, e si avviò con lei in piena campagna.

Mentre procedevano, il tempo era cambiato.

Le nuvole si addensavano e l’urlo del vento impauriva le viandanti, che si fermarono presso la fonte di cui il racconto parlava.

Allora la nonna cominciò a implorare la terra affinché si aprisse, come era già accaduto.

Finalmente si formò una voragine e davanti ai loro occhi apparve quell’essere straordinario coronato d’oro, immenso e terribile.

Entrambe gli si inchinarono davanti:

“Signore della terra,” pregò la nonna“mia nipote è innocente di quel male antico. Ti chiedo pietà”. 

Il re della terra le guardò con attenzione.

“Erano innocenti anche gli animali che la sua antenata ha tormentato” disse.

“Ma voglio aiutarvi. Dammi la bambina. La libererò dal maleficio e la trasformerò in farfalla. Rimarrà per sempre al mio servizio.” 

La bambina chinò di nuovo il capo:

“Signore,” disse “ ti obbedirò, ma permettimi di stare con mia nonna. Siamo sole al mondo.”

Il re della terra, la cui ira andava svanendo, rifletté un attimo.

Poi abbassò il capo, sfavillante d’oro.

Qualche istante dopo, si levarono verso il cielo due farfalle, una piccola e iridescente, l’altra scura e massiccia. Le loro ali si incrociarono, sfiorandosi in una danza di ringraziamento.

*** *** *** ***

Le guardò silenzioso, assorto.

Le due farfalle volavano leggere, sembravano felici.

E lui ne sentì pietà.

Cosa cambiava del male compiuto, se quelle due creature avessero pagato?

Erano innocenti anche loro, come le vittime inermi della violenza lontana.

Non era quello il giusto riscatto del dolore atroce di altri, del loro strazio inutile, della loro fine irrisa, pensò.

Infine, concluse consapevole, l’altra donna aveva scontato la sua perfidia, sette generazioni prima.

E per il resto del tempo.

*** *** *** ***

Allora sollevò il capo, facendo sfavillare la corona.

Le due farfalle interruppero il volo e si posarono lievemente sul terreno, agitando le ali.

Poi ripresero forma umana e stupore.

Si guardarono incredule.

E la luce del loro sorriso riuscì a oscurare lo splendore dell’oro.

Gloria Lai

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LA CLESSIDRA

Tutelato da Patamu.com n° di deposito 63621 del 31/5/2017

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Un commento presente

Giu 15 2017

SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

Che schifo i piccioni!
Che belle le rondini!
Che schifo le cavallette!
Che belle le farfalle!
Che schifo i topi!
Che belli i pulcini!
Che schifo le blatte!
Che belli i grilli!

Osserviamo la vita attraverso gli occhiali del bene e del male e dividiamo il mondo in categorie.

Ogni cosa conforme ai nostri ideali è catalogata come gradevole e accettabile, mentre ciò che se ne discosta diventa disgustoso, spiacevole e intollerabile.

Impariamo da bambini a dividere le esperienze in buone o cattive, conformandoci ai criteri sociali che ci permetteranno di crescere.

E diventiamo adulti combattendo una strenua battaglia per impersonare ciò che piace e differenziarci da ciò che non piace.

Fino a perdere il contatto con la nostra Totalità.

Nel mondo intimo di ciascuno esistono infinite possibilità espressive.

Tuttavia, per sentirci apprezzati, finiamo per riconoscere solo gli atteggiamenti che ricevono approvazione e scartare ciò che non incontra il favore degli altri.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e, per sentirci parte di una comunità, modelliamo la psiche fino a renderla conforme ai valori più gettonati.

m

Ma dove finiscono le possibilità che non si accordano agli standard previsti dalla società?

m

Che cosa succede alle parti rinnegate della nostra realtà emotiva?

m

La risposta è semplice.

Se ne occupa la Gestapo della Psiche, grazie al servizio, puntuale e preciso, dei meccanismi di proiezione e rimozione.

Ossia quegli strumenti interiori che si attivano per aiutarci a diventare uomini e donne rispettabili, membri a tutti gli effetti della famiglia umana.

La rimozione e la proiezione sono le armi che collocano ogni devianza al di fuori della sfera d’identificazione adeguata al gruppo di appartenenza.

Grazie alla rimozione: cancelliamo dalla coscienza tutto ciò che può metterci in contrasto con le persone che per noi sono importanti.

E, grazie alla proiezione: proiettiamo i nostri contenuti negativi su dei rappresentanti esterni, in modo da poterli evitare, combattere e rifiutare, senza sentirci chiamati in causa.

Dal punto di vista etologico, l’uomo è un animale che vive in branco, cioè ha bisogno di appartenere a un gruppo per sopravvivere.

L’emarginazione e la disconferma possono essere devastanti per la psiche e condurci alla malattia e alla morte.

Per soddisfare il bisogno di appartenenza, costruiamo la nostra identità utilizzando soltanto pochi aspetti, selezionati e approvati dall’ambiente che ci circonda, e nascondiamo (anche a noi stessi) le parti che non ricevono consensi.

Quello che nell’esperienza sociale è stigmatizzato come negativo, diventa rapidamente un aspetto rinnegato dalla coscienza e occultato in un angolo dell’inconscio.

Vogliamo essere amabili, rispettabili, apprezzabili e stimabili, e, per assicurarci che le qualità impopolari non ci rovinino la reputazione, le combattiamo nel mondo esterno, proiettandole su dei rappresentanti che possiamo evitare e che ci provocano disgusto ogni volta che li avviciniamo.

Quasi che, trovandoci in loro presenza, potesse aver luogo un contagio capace di rivelare la nostra (inaccettabile) poliedricità.

Nascono in questo modo tante fobie, gli innumerevoli 

“Mi fa schifo!” 

con cui stigmatizziamo altri esseri viventi.

Prendono forma dalla paura di non piacere e raccontano, nel linguaggio criptato dei simboli, le cose che rinneghiamo in noi.

Ma attenzione.

Ognuno possiede un vocabolario simbolico personale, e generalizzare le interpretazioni delle fobie è pericolosissimo.

Si rischia di trovarsi intrappolati dentro un ginepraio di proiezioni dal quale è impossibile uscire vincitori.

Le chiavi che permettono di comprendere il disgusto o la paura, riguardano il simbolismo individuale.

Sono pochissime le spiegazioni valide per tutti.

Il razzismo è un fatto personale e, per scoprirne le radici, bisogna avventurarsi nel mondo intimo di ciascuno.

Solamente alcune immagini universali permettono di pronunciarsi in termini assoluti.

Si tratta di simboli che incarnano angosce primordiali, archetipi con cui la specie umana ancora non riesce a fare i conti.

Lo specismo è uno di questi.

La parola specismo non compare quasi mai nei vocabolari della lingua italiana.

Il correttore automatico di word la segna in rosso.

Per il sistema di scrittura più famoso al mondo la parola specismo è considerata un errore di battitura.

Questo la dice lunga sul significato che lo specismo incarna nel mondo intimo di milioni di persone.

Persone che non sanno nemmeno di avere una paura perché, non potendo nominarla (e perciò parlarne) non la riconoscono in se stessi.

Eppure lo specismo esiste, e ammorba di patologia la psiche degli esseri civilizzati.

m

Ma insomma che cos’è questo specismo?!

m

Con la parola specismo si intende l’atteggiamento di superiorità che colloca la specie umana al vertice di un ordinamento gerarchico imposto a tutte le altre specie.

Detto in altri termini, lo specismo è una patologia del narcisismo che spinge l’uomo a credersi superiore alle altre creature, secondo un codice creato e approvato da se stesso, senza che le vittime di un tale arbitrio siano mai state interpellate.

Questa supremazia autoconferita fa sì che le altre specie vengano utilizzate come fossero oggetti e non esseri viventi.

Lo specismo è la matrice di ogni razzismo, la malattia che permette alla psiche umana di distaccarsi dalla natura e di abusarne a piacimento, senza rendersi conto che in questo modo si affermano i presupposti della sopraffazione e della pazzia che stanno distruggendo il pianeta e la dignità degli uomini stessi.

Lo specismo nasce dalla paura di ascoltarsi e dall’arbitraria estromissione delle parti animali dalla vita interiore, al fine di omologarsi ai dettami della civilizzazione.

La stessa civilizzazione che ha fatto dell’abuso e della violenza un prestigio, invece che una patologica disfunzione.

Nella cultura cui ci vantiamo di appartenere, l’istinto è considerato disdicevole.

Per essere apprezzati bisogna essere logici, razionali, impassibili, distaccati e privi di sentimenti.

Anche davanti alla sofferenza.

Soprattutto davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore.

La gerarchia specista detta le regole del comportamento e colloca gli animali in basso nella scala evolutiva, giudicandoli illogici, irrazionali, emotivi, istintivi e perciò stupidi.

La parola “animale” (che nel linguaggio scientifico indica qualsiasi organismo vivente eterotrofo e dotato di sensi e di movimento autonomo) nel linguaggio comune è diventato un insulto per definire una creatura rozza, ignorante, violenta, brutale e poco intelligente.

Eppure, separarsi dal mondo animale per collocarsi in cima a un’arbitraria classificazione di merito costringe gli esseri umani a disprezzare dentro di sé tutto ciò che li accomuna alla natura, privandoli delle loro preziose risorse istintuali, emozionali, intuitive e sensitive.

Una congenita lobotomizzazione dell’intelligenza emotiva è funzionale al mantenimento della patologia specista e rende impossibile l’ascolto delle proprie parti istintive che, proiettate sugli animali e disprezzate, diventano il simbolo di una pericolosa mancanza di valore.

È in questo modo che la sensibilità è spenta e demonizzata, fino a farne l’icona della stupidità.

Il disgusto per le specie diverse dalla nostra nasce dalla paura di ascoltare la propria profonda intelligenza animale e dal divieto di riconoscerne il valore dentro se stessi.

Perciò, anziché dire:

Che schifo i piccioni!
Che schifo le cavallette!
Che schifo i topi!
Che schifo le blatte!

Dovremmo dire:

Che belli i piccioni!
Che belle le cavallette!
Che belli i topi!
Che belle le blatte!

Perché tutti gli animali con la loro esistenza ci ricordano il valore della nostra intima istintualità e il legame che ci unisce in un unico e prezioso ecosistema naturale.

L’unico capace di restituirci la salute e il profondo significato della vita.

Carla Sale Musio

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CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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Giu 10 2017

MOVIMENTO ANIMALISTA: ne parliamo con Luciana Milia

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Il 20 maggio del 2017 è nato il Movimento Animalista.

La notizia ha colpito tante persone impegnate da sempre a difendere silenziosamente i diritti degli animali, e in molti ci chiediamo se, dopo mille battaglie, qualcosa stia finalmente cambiando o se, invece, sia soltanto l’ennesima trovata politica, volta a sfruttare la sensibilità della gente per raggiungere obiettivi di potere che hanno poco a che vedere con l’amore per gli animali.

Per rispondere a queste domande, io non sono normale: IO AMO ha intervistato Luciana Milia, rappresentante per la Sardegna del neonato Movimento Animalista.

Luciana Milia

Ciao Luciana, grazie di aver accettato il mio invito e benvenuta in questo salotto virtuale.

Il 20 maggio del 2017 è nato il Movimento Animalista, fondato da Michela Brambilla e di cui tu sei la rappresentante per la Sardegna.

È stato un evento di grande portata, perché non si era mai visto, nella storia della politica italiana un partito che mettesse al primo posto i diritti degli animali. 

Ci puoi raccontare come nasce questa idea?

L’idea nasce da un’esigenza ben precisa: avere in parlamento una forza animalista. 

La classe politica purtroppo non si è mai interessata alle tematiche che portiamo avanti da tempo, ed è per questo che la nostra Presidente l’On. Michela Vittoria Brambilla ha ritenuto opportuno creare questa forza con le persone che hanno lottato e lottano per gli animali. 

Cosa si propone e quali sono gli obiettivi del Movimento Animalista?

Precisiamo che non è un partito ma è un Movimento, che non è legato ad alcun partito ed è assolutamente indipendente, ha l’obiettivo di portare “gente nostra” nelle istituzioni e quindi di realizzare effettivamente il suo programma (che troverete su movimentoanimalista.it ). 
Abbiamo molti temi nella nostra agenda: innanzitutto é tempo che l’ordinamento riconosca gli animali come esseri senzienti, portatori di diritti, ne punisca con giuste pene il maltrattamento e l’uccisione, ne vieti lo sfruttamento a maggior ragione se ha il solo scopo di divertire gli esseri umani o di alimentare l’industria del superfluo. 

Da qui i temi principali si sviluppano dettagliatamente, inoltre chiediamo un sistema sanitario nazionale per curare gli animali delle famiglie meno abbienti. 

Fino ad oggi la questione animale e la tutela dei diritti delle altre specie viventi è stata trascurata dai partiti, che hanno sempre privilegiato altri interessi e ignorato la voce di chi, come gli animali, non può difendersi e, soprattutto, non può votare. 

Che valore ha questo cambiamento?

Siamo molto felici di definirlo un “momento importante” nella storia politica italiana, l’attenzione a questo tema nasce anche e perché i nostri amici sono sempre più presenti nelle famiglie degli italiani e, se ne riconosce anche un valore non solo di compagnia, ma di salute. 

Non a caso chi ha un animale con sé si ammala meno e i cardiologi consigliano di adottare un cane, ma in diversi campi la scienza medica oggi riscopre il loro immenso aiuto e valore, la pet therapy per esempio è sempre maggiormente utilizzata. 

I partiti hanno sempre privilegiato altri interessi perché la realtà delle multinazionali è stata oscurata per tanto tempo, e di conseguenza anche la triste vita “degli animali da reddito”, che meritano invece la massima tutela. 

Chi ama gli animali ha imparato a muoversi in silenzio tra mille difficoltà. 

Trovarsi improvvisamente al centro di un disegno politico può essere disorientante. 

La diffidenza è in agguato… 

Gli animalisti non sono abituati a essere considerati negli affari pubblici e da più parti, tra le associazioni di volontariato, circola la paura che, per l’ennesima volta, la politica sfrutti gli animali e la buona fede di tante persone per raggiungere fini che non hanno niente a che vedere con il rispetto e la tutela delle altre specie. 

Puoi dire qualcosa per rassicurarci?

Il Movimento Animalista nasce con gli animalisti che si sono distinti per il loro operato in questi anni di grande cambiamento, io credo che chi lotta per la loro libertà e per i loro diritti non sia facilmente corruttibile, io non potrei mai, e così credo i miei compagni di lavoro. 

Abbiamo sacrificato tutto per loro, anche la salute a volte, non è facile seguire le storie che si susseguono su maltrattamenti, abbandoni, sfruttamento e uccisioni, senza soffrire per loro. 

Io credo che, se continuiamo a lavorare col cuore, convinceremo anche i più dubbiosi. 

Chi ama gli animali è per definizione antispecista e desidera ardentemente potersi riconoscere in un partito che faccia del diritto alla vita di qualsiasi essere vivente un diritto fondamentale. 

Il rifiuto di cibarsi delle carni degli animali, è perciò una discriminante imprescindibile. 

Un partito che sia realmente animalista non può discriminare ma deve difendere in ugual modo tutti gli animali. 

In che modo il Movimento Animalista intende portare avanti quest’obiettivo?

Noi per il momento abbiamo chiesto nel punto 21 del nostro programma la promozione della dieta vegetariana. 

Ritengo che, purtroppo, il cammino sia lungo e non si può riuscire a cambiare tutta l’Italia promuovendo la dieta vegana, ma certamente andando pian piano verso quello che poi è il nostro obiettivo reale. 

Io personalmente sono vegana, antispecista e Food Vegan Maker. 

Se saremo capaci di conquistare il palato delle persone facendo conoscere loro le delizie di una cucina priva di crudeltà (e lo saremo!) il cambiamento sarà al 100% per ora iniziamo con percentuali più basse. 

Credo sia già tanto. 

Quali sono gli obiettivi del Movimento Animalista in merito agli allevamenti intensivi, alla vivisezione e agli infiniti abusi computi sugli animali in nome del loro essere considerati oggetti piuttosto che esseri senzienti?

Per la vivisezione il nostro programma prevede la promozione di metodi di ricerca alternativi alla sperimentazione animale. 

Abbiamo parlato, inoltre, di modifiche al codice penale con inasprimenti delle pene e prevedendo nuove circostanze aggravanti, oltre che dai 2 ai 4 anni di reclusione, e multe salatissime per chi uccide o cattura un esemplare protetto. 

Degli allevamenti intensivi non è stato fatto un paragrafo specifico, istituiremo una nuova figura “Garante dei diritti degli animali” che vigilerà sulla corretta applicazione della normativa nazionale e dell’UE in materia di tutela dei diritti degli animali, proponiamo il divieto di allevamento per pelli e pellicce, la protezione degli animali destinati all’abbattimento con una diminuzione significativa delle ore di trasporto che saranno massimo 6, l’obbligo di stordimento prima dell’uccisione. 

Presenteremo successivamente tutti gli aspetti del nostro programma. 

La fine dei “ lager” io li chiamo così, gli allevamenti intensivi, è il più grande desiderio che abbiamo tutti nel cuore e ci lavoreremo con delle normative molto accurate che garantiranno un cambiamento nel tempo, anche in relazione al primo punto del nostro programma che prevede il riconoscimento in costituzione e quindi nelle nostre leggi, degli animali come esseri senzienti e portatori di diritti.

Il Movimento Animalista nasce grazie alla volontà di Michela Brambilla e ha come membro onorario Silvio Berlusconi che, durante il suo mandato, non è stato un esempio di etica o di animalismo. 

È difficile credere nella buona fede di chi non ha mai mostrato interesse per gli animali e non può certo vantare un passato di scelte in loro favore. 

Cosa puoi dire al riguardo?

Ho conosciuto di persona il presidente Berlusconi, sono stata nella sua casa: oggi è come un rifugio, ci sono animali di tante specie che convivono tra di loro con armonia e amore. 

Io sono buddista, credo che la compassione sia il termine più forte che possiamo usare quando parliamo di un cambiamento, e questo può accadere in qualsiasi momento della nostra vita, purché siamo capaci di aprire i nostri cuori e di osservare anche l’essere più piccolo del mondo con tutta la sua fragilità, e di desiderare che viva in pace in un pianeta dove c’è posto per tutti . 

Io credo che il presidente Berlusconi oggi mostri il suo cuore. Non lo conoscevo personalmente in passato, ma oggi posso dare su di lui un giudizio molto positivo. 

Tutelare i diritti degli animali e impegnarsi attivamente per cambiare le condizioni terribili in cui sono costretti a vivere, significa cambiare una cultura basata sulla prepotenza e sull’egocentrismo della specie umana e, in questo momento storico, sembrano compiti impossibili da raggiungere. 

Gli interessi in gioco sono altissimi. 

Cosa puoi dire a questo proposito?

Io lo definirei egoismo. 

Credo che stiamo lavorando bene sui bambini che sono il nostro domani, ci sono tante iniziative per sensibilizzarli al cambiamento, che si sta diffondendo anche tra i giovanissimi e meno giovani. 

I social network hanno svelato la verità su ciò che accade intorno a noi e che per troppo tempo è stata nascosta. 

Il cambiamento ci sarà. 

luciana milia

Se con una bacchetta magica tu potessi cambiare il mondo qual è la prima cosa che cambieresti?

Libererei tutti gli animali: c’è posto per tutti sul pianeta quando si parla col cuore.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Il mio sogno nel cassetto è nato il 19 Aprile 2015 (quando ho creato il brand di io non ti mangio).

Vorrei realizzare qui in Sardegna un rifugio per tanti animali sfortunati: “Su Rizzettu De Giosu” (“Il Rifugio della Gioia” in lingua Ogliastrina) e vorrei dargli una doppia valenza che aiuti anche nel sociale.

Come l’ho sognato?

Con gli anziani che interagiscono con gli animali, perché sono soli, spesso abbandonati proprio come loro, in condizioni economiche molto precarie, e credo possa davvero donare una grande felicità ad entrambi.

Vuoi saperne di più?

Luciana Milia

Movimento Animalista

io non ti mangio

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Giu 04 2017

CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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“Il mondo l’ho fatto io e l’ho fatto male… solo che adesso non so come cambiarlo.”

Sembra un delirio di onnipotenza, eppure questa frase contiene una profonda verità.

Siamo convinti che la realtà esterna sia indipendente dalla nostra volontà ma, osservando con attenzione, scopriamo che le cose non stanno esattamente così.

L’inconscio interagisce continuamente con lo scorrere degli eventi.

Tra il mondo esterno e il mondo interno esiste una relazione costante, che modella la vita fino a renderla congrua con ciò che intimamente riteniamo vero.

Nasciamo con la fontanella aperta e la predisposizione ad accogliere quello che ci circonda facendolo diventare parte di noi, e apprendiamo da bambini a disegnare le forme con cui costruiremo la realtà.

Durante l’infanzia dobbiamo imparare a decifrare ciò che abbiamo intorno e incasellare le esperienze nei modi condivisi dalle persone che per noi sono importanti.

Utilizzare un codice comune permette di sentirsi parte del gruppo, membri a tutti gli effetti della famiglia di appartenenza.

È un processo fisiologico e psicologico insieme.

Nel periodo della crescita, il cervello si abitua a riconoscere determinate gestalt, strutturando le abitudini necessarie a muoversi con sicurezza nell’ambiente.

La realtà, quella che comunemente riteniamo indipendente dalla nostra volontà e creata da Dio o dal Big Bang, nasce dentro di noi.

Ogni evento è un evento interiore.

Prende forma intimamente e possiamo riconoscerlo all’esterno grazie al gioco di specchi della proiezione e della rimozione.

Ecco perché “il mondo l’ho fatto io” e, se non mi piace, dovrò imparare a cambiarlo.

Tuttavia, per incidere sulla realtà, sarà necessario modificare le gestalt con cui interpreto la vita e strutturare diversamente gli equilibri tra le innumerevoli parti che compongono il mio assetto interiore.

È un lavoro intimo e profondo, fatto di pazienza, di ascolto e di continue rivelazioni.

Per riuscire è indispensabile scoprire in che modo ciò che succede nell’inconscio preforma gli avvenimenti.

Tutti gli avvenimenti.

Anche quelli che sembrano indipendenti dalle mie scelte.

Poiché: 

Il Simile Attira Il Simile”

Come Dentro Così Fuori”

ciò che avviene nella vita interiore si manifesta in ciò che succede… nel tentativo infallibile di aiutarmi a crescere.

m

DENTRO & FUORI

m

Angelo fa lo psicoterapeuta in una comunità.

Il suo è un lavoro di responsabilità che richiede passione e dedizione.

Per questo, ogni anno, fatica a prendere le ferie che gli spettano.

Nel timore di interrompere i ritmi del cambiamento, finisce con l’assentarsi soltanto pochi giorni a Pasqua e a Natale, in modo che la sua mancanza non incida sul percorso di crescita di chi si è affidato a lui con fiducia e impegno.

Senza rendersene conto il terapeuta stritola il proprio bisogno d’amore e di piacere, sotto una valanga di doveri.

Segregata nell’inconscio, però, una parte giocosa e rilassata desidera ardentemente le vacanze, e si sente morire sotto il peso delle innumerevoli incombenze quotidiane.

Angelo non vorrebbe far male nemmeno a una mosca, ma la crudeltà con cui ignora la sua spensieratezza riflette nel mondo la prepotenza.

I soprusi contro chi non può difendersi lo indignano profondamente, eppure, finché continuerà a sfruttare senza scrupoli le proprie parti infantili per favorire il suo senso del dovere, coltiverà la violenza dentro di sé e contribuirà, senza saperlo, a tener viva la prepotenza.

* * *

Simonetta ama gli animali e combatte ogni giorno per sostenere i loro diritti, in una società che, invece, li considera soltanto oggetti utili per soddisfare i piaceri dell’uomo.

Simonetta è sempre pronta a farsi in quattro e la sua disponibilità la spinge a sacrificarsi per le persone che ama.

Così facendo trascura il bisogno di ricevere attenzioni, confinando se stessa in coda alle sue priorità.

A prima vista può sembrare altruista e generosa ma, a ben guardare, agisce contro di sé la stessa indifferenza che combatte nel mondo e, mentre sostiene i diritti dei più deboli, maltratta le proprie parti istintuali, affermando inconsciamente la legittimità dello sfruttamento.

* * *

Matteo non vuole essere presuntuoso e cerca in tutti i modi di non far pesare la sua cultura e le sue competenze, anche quando sarebbe necessario permettere agli altri di riconoscerne il valore.

Ama essere umile e alla mano ma questo lo rende avaro con se stesso e si riflette in una cronica mancanza di denaro.

Impropriamente Matteo combatte la scarsità fuori di sé.

La povertà che lo affligge non dipende da una penuria di opportunità lavorative ma dagli apprezzamenti che nega a se stesso, sostenendo nell’inconscio l’imprescindibilità della miseria.

Carla Sale Musio

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INCONSCIO E REALTÀ: come creare un mondo migliore

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Mag 28 2017

SEPARAZIONE: la confusione fa parte del gioco

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“Ho deciso: mi separo. Ma… in concreto… adesso cosa faccio?!”

È difficile rimanere lucidi, obiettivi, equilibrati e strategici, quando dentro di noi ogni cosa sembra andare in frantumi.

Il matrimonio non funziona più e la vita ci spinge a scrivere un capitolo nuovo della nostra esistenza. 

Tuttavia, una volta presa la decisione e stabilito il da farsi, ecco che un malessere interno rimescola le carte, rendendoci vulnerabili, spaventati e insicuri.

La mente logica vorrebbe programmare il percorso che dalla convivenza conduce verso una nuova autonomia, ma nel mondo emotivo il caos la fa da padrone, il disorientamento annebbia l’intelligenza e un pericoloso senso d’impotenza paralizza qualsiasi capacità.

In quei momenti carichi d’incertezza è necessario arrendersi e imparare a convivere con l’inquietudine.

La confusione fa parte del gioco e non può essere eliminata.

Bisogna sopportarla.

Almeno per un po’.

Non è possibile abbandonare un progetto in cui abbiamo investito tante risorse, senza sentirci svuotati e privi di qualsiasi capacità: logica, pratica e coerente.

La vita sotto lo stesso tetto è stata un’esperienza che ha coinvolto tante energie.

Soprattutto nei momenti in cui abbiamo cercato di mantenere salda la rotta della convivenza nonostante i maremoti emotivi.

Le ragioni che oggi sostengono la scelta della separazione poggiano su un vissuto di fallimento, e fanno emergere la delusione che accompagna la fine dei progetti costruiti insieme.

Ecco perché, una volta imboccata la strada dell’indipendenza, è inevitabile sentire di aver sbagliato ed essere assaliti dai ripensamenti, dai dubbi e dalla nostalgia.

Il matrimonio presuppone una condivisione totale, sia della quotidianità che del tempo libero, e ritrovarsi di colpo a gestire un’esistenza autonoma in un primo momento può apparire un’impresa insormontabile.

La paura della solitudine dilaga nella psiche, alimentando il rimpianto dei momenti trascorsi insieme, e oscurando le innumerevoli ragioni che hanno condotto alla decisione di concludere il matrimonio.

È un effetto della trasgressione che ancora è necessario affrontare per sciogliere il vincolo coniugale.

Esiste un pregiudizio che stigmatizza quanti decidono di separarsi, quasi che chiudere il contratto matrimoniale fosse segno di una pericolosa incapacità affettiva.

I preconcetti religiosi e gli interessi economici spingono a sostenere che lo stare in coppia indichi sempre una scelta matura e responsabile e che, al contrario, vivere da soli segnali un egoismo congenito, sintomo di una cronica impossibilità a voler bene.

Così, chi sceglie di mettere fine al matrimonio deve fare i conti con la sensazione di essere sbagliato, irresponsabile, prepotente, narcisista, infantile, inaffidabile e… chi più ne ha più ne metta.

Oltrepassare le barriere di questi luoghi comuni è un’impresa piena d’insidie.

Occorre guardare con autenticità dentro se stessi e permettersi la paura insieme al desiderio di ricominciare.

È indispensabile affrontare il proprio cambiamento interiore, accogliendo la molteplicità del mondo emotivo e permettendo alle proprie parti arrabbiate, deluse, avventurose, sognatrici, razionali e vulnerabili, di esprimersi e di trovare il proprio spazio nella consapevolezza.

Gestire quest’apparente incoerenza, non è facile.

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Eppure, solo ascoltando le tante voci che parlano nel nostro inconscio (senza reprimerle e senza giudicarle) diventa possibile cavalcare la trasformazione che dal possesso e dall’egoismo conduce al rispetto, alla libertà e all’amore.

Separasi fa parte di un percorso intimo importante, profondo e ricco di doni.

Chi è capace di sciogliere un legame, attraversando la dipendenza e la libertà, può camminare  tenendo a braccetto la vulnerabilità insieme all’autonomia, e avventurarsi lungo il sentiero che conduce all’Amore.

Quello con la A maiuscola.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

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Mag 22 2017

LA PERSONALITÀ CREATIVA: punti di forza e punti deboli

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La Personalità Creativa è una personalità sana e capace che possiede molte qualità e riguarda persone un po’ speciali.

Uomini e donne che è bello incontrare, conoscere e avere vicino perché la loro disponibilità a voler bene e a creare armonia rende più bella la vita e fa del mondo un posto migliore.

Ritengo che questa struttura di personalità sia caratterizzata da un più attivo funzionamento dell’emisfero destro e che, in conseguenza di ciò, possieda una serie di risorse che la rendono capace di adattarsi in ambienti diversi.

Perché possa esprimere le qualità che possiede è necessario, però, che le sue caratteristiche siano comprese.

Infatti, quando le Personalità Creative non sono riconosciute, o peggio, sono fraintese, la loro creatività le porta a  “normalizzarsi” per adattarsi alle richieste dell’ambiente.

Ma questo dover nascondere la personalità autentica, causa un malessere psicologico che in alcuni casi può arrivare fino alla depressione o agli attacchi di panico.

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Ecco i punti di forza e i punti deboli di questa struttura di personalità:

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Sanno vedere le cose in modi nuovi

La caratteristica principale di queste persone è la capacità di spostare il loro punto di vista, che le porta a sperimentare opportunità, cose e situazioni sempre diverse.

Sono empatici

Ascoltare, comprendere e condividere i sentimenti sviluppa in loro l’altruismo e l’emotività.

Chi possiede una Personalità Creativa è attento ai bisogni degli altri, sensibile, accomodante e disposto a sacrificarsi per il bene comune.

Sono creativi

La creatività li rende poliedrici, pieni d’interessi diversi, pronti a fare progetti e a trovare soluzioni per affrontare la vita e le difficoltà di tutti i giorni.

Molteplicità di sé

Sperimentare le emozioni (proprie e altrui) senza censurarle, si trasforma in ricchezza interiore e nella possibilità di usare parti diverse di se stessi in momenti e situazioni diverse.

Questa molteplicità di sé permette alle personalità creative di essere persone diverse secondo le circostanze.

Altruismo

Comprendere gli altri li spinge a considerare l’interesse di tutti, a volte anche contro il loro stesso interesse.

Questo costituisce, probabilmente, il loro requisito meno compreso.

Sempre pronti a cambiare

Le Personalità Creative sono emotivamente ricche e spontaneamente portate al cambiamento.

Cambiano facilmente abitudini, gusti, idee e progetti.

Leadeship poco appariscente

Poco propense a mettersi in mostra, le Personalità Creative possiedono un carisma naturale che le porta a trovarsi al centro delle situazioni.

Sono quelli cui tutti fanno riferimento, anche se spesso si tratta di leader poco appariscenti.

Intuizione

Anticipazioni di fatti che non sono ancora successi, conoscenza istintiva dei pensieri degli altri, percezioni che non sono attribuibili ai cinque sensi, sesto senso…

Le Personalità Creative possiedono una naturale sensitività, cioè utilizzano spontaneamente e istintivamente queste risorse.

Radar inconscio

Le Personalità Creative sono dotate di una sorta di radar inconscio e captano gli stati d’animo degli altri.

Questo fenomeno avviene in loro spontaneamente e involontariamente.

Può succedere che si sentano “male”, “a disagio” o “tristi” senza nessun motivo; perché, inconsapevolmente, stanno sentendo “il male”, “il disagio” o “la tristezza” di qualcun altro.

Piccoli gruppi

Proprio perché la loro attenzione è sempre totale, preferiscono dedicarsi a poche persone alla volta e, di solito, prediligono i gruppi poco numerosi o le relazioni individuali.

Discontinui e dispersivi

La loro innata curiosità li rende poliedrici e originali, ma anche tendenzialmente discontinui e dispersivi perché il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Eccessiva razionalità

In alcuni casi, la paura della propria “diversità” le spinge a costruire una rigida razionalità, cioè un potente emisfero sinistro, con cui tenere a bada le attività dell’emisfero destro, considerate responsabili di tutte le loro sofferenze.

Insicurezza

Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è sempre facile da condividere e, purtroppo, a volte può essere interpretata come incoerenza e mutevolezza del carattere.

Camaleontismo

Davanti alle incomprensioni, possono costruire un falso sé, apparentemente ben adattato, che nasconde abilmente l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Isolamento

La necessità di ritrovare se stesse, dopo aver esplorato altre “realtà”, spinge le Personalità Creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente.

Selezionare i climi emotivi

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà e devono selezionare i contenuti in cui s’immergono per evitare di soffrire inutilmente.

A-temporalità

La loro attenzione è totale, perciò perdono la percezione del tempo che passa quando s’immergono in ciò che stanno facendo. Questo rende difficile la programmazione…

Questo elenco è una rapida panoramica della Personalità Creativa, di cui ho descritto approfonditamente pregi e difetti nel libro: 

LA PERSONALITÀ CREATIVA

Scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

Carla Sale Musio

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Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Mag 15 2017

“Ok… ma, ora che lo so, cosa devo fare?!” (Dubbi e dilemmi sulla psicoterapia)

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Durante il lavoro clinico mi capita spesso di sentirmi rivolgere questa domanda da chi è ansioso di risolvere al più presto il proprio malessere.

Seguendo un’impostazione medica, ci si aspetta che la ricerca delle cause della sofferenza psicologica sia la premessa per individuare una cura che condurrà alla guarigione.

L’idea che il corpo funzioni come una macchina, permea le nostre credenze fino a convincerci che qualsiasi guasto possa essere aggiustato da un bravo meccanico.

Della mente come delle auto.

Nell’immaginario collettivo è difficile accettare che la psiche sia qualcosa di diverso da un congegno dove i pezzi danneggiati vanno riparati per ripristinarne il corretto funzionamento.

Dal punto di vista psicologico, però, la coscienza è molto di più che uno strumento necessario per muoversi nel mondo.

La consapevolezza di sé fa parte di un percorso interiore che si snoda lungo l’arco di tutte le esperienze, fino a disegnare quel significato intimo e profondo che rende unica ogni esistenza.

La conoscenza della realtà emotiva è indispensabile per comprendere la sofferenza psicologica.

Ciò che provoca dolore, infatti, è proprio la mancanza di attenzione per i vissuti profondi (nostri o degli altri).

La vita intima è composta da innumerevoli aspetti, spesso in conflitto tra loro.

L’ascolto delle esigenze di ogni singola parte di noi stessi costituisce la chiave che permette di ritrovare l’armonia nel mondo interno e in quello esterno.

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Ma cosa significa: ascoltare le esigenze interiori?

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Come si fa ad ascoltare qualcosa che non si può localizzare, toccare, misurare, pesare, guardare?

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Dare una risposta a queste domande è impossibile.

Per rispondere è necessario cambiare codice e riformulare la domanda.

I sensi fisici, infatti, non possono cogliere gli stati d’animo.

Il mondo della psiche non è materiale, è qualcosa che… si sente dentro.

Proprio come non si può pesare l’acqua con un metro o misurare una stanza con una bilancia, non è possibile valutare le percezioni interiori usando i parametri della fisicità.

La sensibilità è fatta di sensazioni.

E le sensazioni devono essere sentite intimamente.

Come l’amore.

Non è possibile misurare l’affetto, la tristezza, la gioia, la malinconia, la nostalgia, la commozione.

I sentimenti vanno vissuti, perché solo sperimentandoli sulla propria pelle diventa possibile riconoscerne la qualità e l’intensità.

La mente razionale si sforza di classificare le emozioni, di nominarle, di condividerle e di padroneggiarle.

Questo lavoro è utile e ci permette di gestire, almeno un poco, il caos che talvolta caratterizza gli stati d’animo.

Tuttavia, quando andiamo a recuperare i ricordi e le sensazioni che hanno dato origine ai sintomi psicologici, dobbiamo immergerci di nuovo in quel caos e lasciarci trascinare dalle correnti interiori perché, solo così, diventa possibile sbrogliare i nodi che imprigionano il presente nel passato e che impediscono alle nostre potenzialità di esprimersi in tutta la loro interezza.

Durante le sedute di psicoterapia spesso percorriamo a ritroso la strada della vita e, dai disagi del presente, scivoliamo nel passato, alla ricerca delle trame che bloccano la naturale espressività individuale.

L’ascolto delle percezioni, presenti e passate, permette di riordinare le emozioni e di archiviare nell’album dei ricordi le esperienze spiacevoli, liberando la quotidianità dalle zavorre traumatiche che oggi non le appartengono più.

Quando il viaggio nel mondo interiore si svolge con partecipazione e coinvolgimento, la sfera affettiva affiora alla coscienza e il dolore di un tempo torna a galla.

In questo modo può essere riconosciuto, accolto e archiviato.

Come una pietra preziosa.

“Il loto cresce nel fango” ci ricorda una famosa metafora buddista.

Il dolore si trasforma in una chiave che aiuta a crescere e a sviluppare comprensione, profondità, attenzione, equilibrio e sapienza.

Questo lavoro (emotivo e poco razionale) è il cuore di una terapia efficace, il sentiero che favorisce il cambiamento e conduce a un miglioramento della qualità della vita.

Quando invece la mente logica interferisce eccessivamente per analizzare e sezionare ogni esperienza, i ricordi sono privi di emozione e questo trasforma il percorso clinico in un disquisire esclusivamente cerebrale.

In questi casi (poiché la ragione non è strutturata per comprendere i parameri del cuore) il cambiamento non può avvenire, i sintomi psicologici non regrediscono e la qualità della vita non migliora.

Si tratta di terapie prive di risultati, in cui, purtroppo, la descrizione dei fatti e il controllo razionale sostituiscono l’ascolto emotivo a discapito di un reale cambiamento.

Ciò che dà origine alla guarigione, infatti, è proprio la possibilità di rivivere nel presente i sentimenti di un tempo, riconoscendone l’origine e l’intensità.

Da questo processo prende il via una trasformazione spontanea e destinata a durare nel tempo.

L’ascolto intimo e partecipe è l’essenza di un lavoro introspettivo efficace.

Non c’è qualcosa da fare.

C’è qualcosa da sentire.

Si tratta di un percorso che è difficile condividere o spiegare, perché tradurre in parole le emozioni è riduttivo. 

Il cuore ci parla con un linguaggio poco scientifico e poco ripetibile.

Ognuno di noi è unico, speciale e diverso da chiunque altro.

Per questo, il mondo interiore non è riconducibile a una mappa o a una ricetta prestabilite.

Durante i colloqui clinici, il terapeuta e la persona che chiede aiuto devono avventurarsi insieme nelle profondità dell’inconscio, fino a trovare i tanti sé che popolano la vita psichica, e assegnare a ciascuno il proprio spazio e il proprio posto nella consapevolezza.

Osservare dal centro di se stessi questo ottovolante interiore, permette all’io cosciente di utilizzare tutte le risorse a sua disposizione, sostenendo la tensione degli opposti senza essere trascinato a identificarsi con l’uno o con l’altro aspetto della propria cangiante poliedricità.

È un lavoro in continua evoluzione, un percorso che non finisce mai e che ci accompagna a scoprire il significato nascosto dietro ogni cosa, piccola o grande.

In questa costante scoperta di sé si svela la creatività che intreccia il nostro destino, e prende forma una profonda autenticità.

Il riconoscimento della propria vita interiore rende capaci di affrontare anche le situazioni difficili con un entusiasmo che scaturisce dalla totalità delle nostre risorse e che permette di scoprire soluzioni nuove davanti ai problemi di sempre.

Carla Sale Musio

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PAZIENTI O MAESTRI?

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Mag 10 2017

LA CLESSIDRA

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Aveva degli splendidi occhi celesti.

Era il figlio del re, nato agli inizi di primavera.

In tutto il regno si parlava della sua bellezza.

I sudditi recarono doni e doni arrivarono da altri reami.

Oggetti d’oro, pietre preziose, stoffe luccicanti.

Ma il regalo più gradito fu un puledro bianco, dalla lunga criniera e dagli occhi celesti, come quelli del bambino.

Il sovrano ringraziò per il dono e pensò consolato che il figlio e il puledro sarebbero cresciuti insieme.

*** *** *** *** ***

Il re e la regina l’avevano aspettato a lungo.

E ormai disperavano che un figlio arrivasse.

Poi, la gioia travolgente di abbracciarlo, di odorarlo sul collo, di ammirarlo muti.

Molte notti non dormirono per stare a guardarlo, stretti l’uno all’altra, temendo che quel dono svanisse.

*** *** *** *** ***

Era il loro bene più pregiato.

E decisero che il figlio andava difeso da tutto: dalla tristezza, dalla povertà, dal dolore.

Gli misero intorno cortigiani giovani e belli, chiusero le porte del palazzo ai poveri e ai derelitti, perché vederli non lo rattristasse.

Quando crebbe, fermarono i messaggeri fuori dalle mura, affinché non sapesse delle guerre e delle morti.

I fatti del reame li trattavano i ministri in accordo col sovrano, ma lontano dagli occhi e dalle orecchie del bambino.

*** *** *** *** ***

Inconsapevole del male, il principe cresceva bello e gentile.

E il suo cavallo con lui.

Era emozionante vederli in corsa a sfidare il vento.

Poi si fermavano esausti, la stessa luce celeste negli occhi.

Ogni giorno percorrevano il vasto parco che circondava il castello.

Alte mura di pietra impedivano lo sguardo sui campi all’intorno.

E molte guardie vigilavano sulle porte sbarrate.

*** *** *** *** ***

Il bambino cresceva, aveva quasi dieci anni.

A corte si preparavano i festeggiamenti, ma una terribile carestia si diffuse nel regno.

E molti sudditi, indeboliti, si ammalarono.

Il re e la regina offrirono alla popolazione cibo, abiti, ricoveri, erbe curative, i migliori medici del regno.

Cercarono quanto possibile di recare aiuto, ma dal chiuso del loro castello.

Il loro figlio non doveva sapere nulla né rattristarsi nel vedere.

*** *** *** *** ***

Ma un pomeriggio il bambino e il cavallo, giunti alla fine del parco, trovarono sguarnita l’ultima porta.

Perso d’amore per una contadinella, il soldato aveva abbandonato il suo posto.

La ragazza lo aspettava impaziente oltre le mura, e quell’amore valeva il rischio, lui si era detto. 

Del resto, pensò, il regno viveva ben altri problemi.

*** *** *** *** ***

Incuriosito, il bambino scese da cavallo, spinse esitante i battenti accostati.

E uscì.

Campi estesi, una strada, un villaggio in fondo.

Prese ad andare, accanto a lui il cavallo bianco.

Quello che vide, però, lo riempì di stupore dolente: lungo il cammino mendicanti esausti, bambini piangenti, donne sfatte.

Ai lati della strada, qualche corpo esanime.

Quelle immagini si mischiavano nel suo sguardo allo splendore dei saloni reali, agli abiti sontuosi dei cortigiani, alla loro bellezza intatta.

All’improvviso, scopriva un’umanità lacera e derelitta.

E mentre procedeva, capì di aver perso l’innocenza dei suoi anni.

*** *** *** *** ***

All’inizio del villaggio, una casupola dall’ingresso basso.

Oppresso da quelle visioni, il bambino legò il cavallo al tronco stentato di un albero ed entrò per chiedere un goccio d’acqua.

Aveva la gola riarsa e anche il suo cavallo soffriva la sete.

*** *** *** *** ***

All’interno, una stanza modesta.

Seduto ad un tavolo un vecchio e, accanto a lui, una clessidra.

“Ti aspettavo, principe” disse l’uomo.

Il bambino si fermò, incerto.

“Accostati, sei ancora più bello di quanto immaginassi”.

Quello sgranò gli occhi.

Alla sua domanda muta, il vecchio rispose:

“Io sono il Tempo. E questa è la clessidra della tua vita. Come vedi, la sabbia degli anni non scorre. I tuoi genitori hanno implorato questo dono per te”.

Il bambino, stupito, salutò con rispetto, poi chiese:

“Perché è ferma la sabbia dei miei anni?”

“Tu vivrai in eterno. Questo ha ottenuto il loro amore” rispose il vecchio.

“E cosa accadrà ai miei genitori?” chiese il principe.

“La vita scorrerà per loro. Poi se ne andranno, come è sorte dei mortali”.

*** *** *** *** ***

Il bambino sentì il pianto chiudergli la gola.

“E il mio bellissimo cavallo bianco?”

“Vivrà a lungo, invecchierà e lo vedrai morire”

“ Nessun altro mi accompagnerà in eterno?” chiese il principe, che tentava a fatica di ingoiare le lacrime.

“Nessun altro ha ottenuto questo dono. Ma tu puoi scegliere. Ho concesso anche questo ai tuoi genitori”.

In piedi davanti al vecchio, il bambino sentì il cuore tumultuare: d’improvviso esistevano per lui la sofferenza, la solitudine e la morte, gli affetti che finiscono e gli addii che affannano e straziano.

Si chiuse in se stesso, rifletté a lungo.

Poi tese la mano e non ebbe esitazioni.

Afferrò la clessidra e la girò deciso.

La sabbia si mosse e prese a scorrere lentamente.

Il Tempo non poté nulla.

Gli era concesso donare l’eternità, non cambiare le scelte dei mortali.

E il giovane principe, chinato il capo, sorrise. 

Gloria Lai

leggi anche:

ROSSILLINA

Tutelato da Patamu.com n°deposito 61486 del 30/4/2017

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Mag 03 2017

CURARE IL SINTOMO CON IL DADO DA BRODO: la mia esperienza con il Body Mind

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“Da circa un anno sopporto un dolore che dalla spalla s’irradia nel braccio destro, impedendomi di portarlo indietro e sollevarlo (come si fa per manovrare in retromarcia o per cingere le spalle di qualcuno un po’ più alto).

Inizialmente non gli ho dato troppa importanza ma poi, vedendo che spontaneamente non migliorava (nonostante gli esercizi quotidiani in palestra), mi sono decisa a chiedere aiuto all’ortopedico… poi al fisioterapista… poi all’osteopata… tutto inutile.

Ho anche fatto un’ecografia.

Non risulta nulla.

Dopo ogni trattamento il dolore sembra risolversi per un pochino ma, in breve tempo, il braccio riprende a farmi male come sempre.”

Franca Errani (la direttrice della scuola InnerTeam) mi ascolta con attenzione, mentre snocciolo il rosario dei miei tentativi inutili.

Mi osserva e intanto il suo sguardo crea un clima di riservatezza, facendomi sentire in presenza di una mamma comprensiva e partecipe, di un’amica complice, di una specialista esperta in problematiche fisiche e interiori, di una donna saggia e profonda, di una maestra di vita e di una bambina curiosa e divertita.

I suoi  aprono la strada ai miei e, mentre con la sua energia interiore mi permette di fidarmi, mi spiega il lavoro che faremo insieme.

“In un sintomo ci sono sempre tre parti in gioco: 

  • Il Dolore (il Sè Rinnegato)

  • Chi Subisce il dolore (la Parte Vulnerabile) 

  • Chi Si Oppone alla realtà energetica del Sé Rinnegato (i Sé Primari)

Oggi cercheremo di dare voce a tutti, cominciando con Il Dolore.”

I suoi occhi osservano con dolcezza qualcosa che, dentro di me, ha preso ad agitarsi.

“E poi daremo spazio ai tuoi Sé Primari, in modo che possano avere l’ultima parola ed esprimere le loro ragioni.”

Continua imperturbabile, mentre il suo tono carico di rispetto calma il mio subbuglio interiore.

Mi lascio andare alle sue istruzioni e chiudo gli occhi.

“Quello che ti chiedo di fare è di alzarti in piedi, anche tenendo gli occhi chiusi, e di lasciare esprimere il dolore. 

Non: Chi Lo Subisce

Ma: Il Dolore

La sofferenza che senti nel braccio è la conseguenza del conflitto tra Chi Si Oppone (i tuoi Sé Primari) e Chi Cerca Di Esprimersi (il tuo Sè Rinnegato).

Adesso immagina che Il Dolore sia un dado da brodo che si scioglie nell’acqua e permetti alla sua essenza di impregnarti completamente. Poi… dagli voce.”

Continuando a tenere gli occhi chiusi, seguo quelle indicazioni e comincio a muovermi fino a sentire il dolore.

Qualcosa prende forma dentro di me e il mio braccio destro improvvisamente acquista energia, fendendo l’aria come a voler affermare se stesso.

Franca m’incoraggia a continuare.

“Lascia che emerga un gesto. Fallo parlare. Permettigli di esprimersi…”

E quella presenza insospettata, forte del suo appoggio, esce allo scoperto.

Il mio corpo è posseduto da una forza che non conoscevo e che adesso grida tutta la sua rabbia.

Urla senza ritegno e senza vergogna davanti al gruppo del Body Mind Dialogue (il B.M.D. è il percorso formativo, ideato da Franca Errani, a sostegno e approfondimento del Voice Dialogue).

I miei compagni di corso si fanno invisibili e mi sostengono con la loro energia.

“Stai dando voce a ciascuno di noi, non fermarti, vai fino in fondo…” 

La loro presenza rassicurante mi permette di lasciarmi andare.

“Fai uscire la voce, non bloccarla…” 

Franca incentiva il mio Sé Rinnegato ad emergere dalle segrete dell’inconscio, e quello, forte della nuova comprensione, non si lascia di certo sfuggire l’occasione per fare breccia nella mia consapevolezza, occupando completamente la scena psichica.

“Basta! Basta! Basta! Non ne posso più!” 

Strepita esasperato, con quanto fiato ho in corpo.

Con profonda delicatezza, Franca accoglie la sofferenza che lo anima e, mentre in un angolo di me i Sé Primari inorriditi scrollano la testa, quell’animale ululante di rabbia e di dolore si mostra in tutta la sua esasperata disperazione.

“Basta!!! Non ne posso più! C’è sempre qualcuno di cui bisogna prendersi cura, qualcuno che sta male e da accudire, qualcuno che non ce la fa a camminare con le sue gambe! Basta!”

Strilla, urla, si agita e picchia l’aria con il mio braccio destro, affermando con decisione il proprio malcontento.

“Di cosa avresti bisogno? Cosa ti piacerebbe fare?” 

Davanti a quella domanda, l’energia si calma di colpo.

“Vorrei andare al mare, crogiolarmi al sole, leggere, fare una passeggiata o starmene sul divano…”

Desideri semplici, piccole cose che fanno bene all’anima.

Improvvisamente mi sento a casa.

Tutto è morbido, facile, spontaneo, naturale.

Vivo, profondo e vero.

Non so quanto tempo è durato lo sfogo di quella parte sconosciuta.

Torno a sedermi sulla sedia di fronte a Franca, colpita nel riconoscere una presenza che a volte bisbiglia dentro di me e che, di solito, non ascolto, troppo impegnata a correre appresso alle cose da fare per potermi fermare e accontentarla.

Ma quel benessere dura solo un istante, e subito una sommossa di  riacquista il comando della mia personalità, pronto a rivendicare il proprio spazio di attenzione.

Franca si rivolge al gruppo dei Primari che sta già protestando vivacemente davanti alle insistenze del nuovo arrivato.

Il Sé Professionale prende la parola e brontola arrabbiato per conto di tutta la squadra (un pool composto dall’Attivista, dal Perfezionista, dalla Mente Razionale, dal Competente Psicologico e dal Critico).

“Non crederai mica a tutte quelle sciocchezze!?! Qui, se non si lavora con ritmo e con impegno, lo stipendio a fine mese non arriva di sicuro! Un’attività autonoma ha bisogno di dedizione e cura. Ci vogliono: pazienza, competenza, passione e spirito di sacrificio. Ci abbiamo messo tanto per fare di Carla una professionista preparata e affidabile e non permetteremo a nessuno di buttare al vento le nostre fatiche per starsene al mare a battere la fiacca.”

Piena di ammirazione per le loro capacità imprenditoriali e professionali, Franca s’informa sui ritmi del lavoro e sulle attività che quello staff instancabile svolge quotidianamente.

Sentendosi riconosciuto e apprezzato, il Sé Professionale sfodera tutto il suo orgoglio nel mostrarle compiaciuto un’intensa attività lavorativa, fatta di colloqui con le persone ma anche di aggiornamento, di libri da pubblicare, di articoli per il blog e di formazione costante nei weekend.

“Perché fate tutto questo?”

Domanda Franca con partecipazione.

“Perché dobbiamo proteggere la bambina.”

Risponde serio il Sé Professionale indicando la Bambina Interiore (quella piccina lunatica e musona di cui ho parlato tante volte durante il mio percorso col Voice Dialogue).

La piccola se ne sta seduta per terra accanto alla sedia, assorta come sempre nei suoi pensieri.

“Quella bambina è molto sola. Se non ci fossimo stati noi a sostenerla e aiutarla, non ce l’avrebbe mai fatta.”

Commenta preoccupato il portavoce dei Sé Primari.

“Perché?”

“Be’… con una mamma depressa e un papà dongiovanni… nessuno aveva tempo di occuparsi di lei e di pensare al suo futuro. È grazie a noi che ha imparato a cavarsela da sola.”

Torno a sedermi sulla sedia di fronte a Franca.

Osservo la Bambina Solitaria accoccolata ai miei piedi e rifletto, colpita dalla vastità della mia professione.

Una professione che amo e svolgo con grande passione, ma che impegna ogni minuto del mio tempo.

Mi sento una banderuola in balia dei venti della psiche.

Pochi minuti fa, ero pronta a mollare tutto per deliziarmi sotto il sole tiepido della Sardegna e fare spazio a un  che desidera ardentemente il mio piacere e il mio riposo, e adesso potrei mettermi a scrivere sette libri contemporaneamente, senza mangiare, senza bere e senza dormire.

“Il punto non è chi ha ragione o chi ha torto.”

Franca conosce bene quell’ottovolante interiore che mi sta facendo venire il mal di mare, e la danza dei sé che agita il mio mondo interno.

“Ogni Sé guarda la vita dalla sua prospettiva e, da quel punto di vista, ha perfettamente ragione. È come essere su una scacchiera: ognuno ha il suo movimento e la sua visione. 

Ciò che conta è mantenersi al centro, allargando lo spazio creativo dell’Io Cosciente e imparando a usare le risorse di ciascuno. 

Maggiore è la possibilità di osservare la totalità dei Sé e maggiore diventa la capacità di armonizzarne le energie, di utilizzarne le risorse e di rispettarne i bisogni.”

Poi domanda:

“Quali doni ti porta il tuo Sé Professionale e quali il tuo Sé Rinnegato?”

Elenco le qualità di entrambi e intanto sento che la Bambina Interiore si arrampica sulle mie ginocchia.

Qualcosa dentro di me sta trovando una nuova armonia.

E improvvisamente capisco che, quando guardo il mondo da quello spazio di consapevolezza, posso prendermi cura di lei nel migliore dei modi, facendola sentire protetta e al sicuro grazie alla professione appassionante che ho scelto di svolgere, e permettendole di giocare al sole senza altro impegno che pensare a se stessa.

A me stessa.

Carla Sale Musio

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ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

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Apr 27 2017

VULNERABILITÀ

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Si chiama vulnerabilità e indica la possibilità di essere feriti.

È la nostra parte più sensibile, il punto debole che consente a un eventuale aggressore di farci perdere la sicurezza.

La vulnerabilità è la parte più fragile, intima, riservata e profonda, della nostra vita interiore.

È uno spazio delicatissimo che, crescendo, dobbiamo imparare a proteggere e che, spesso, ci sentiamo costretti a nascondere.

Nei bambini la vulnerabilità è priva di difese, esposta agli assalti e alle violenze dell’ambiente.

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Questa estrema apertura rende terribile la sofferenza dell’infanzia.

Quando siamo piccoli, la psiche non ha ancora sviluppato le strutture necessarie a tutelarsi, e il contatto immediato con la vulnerabilità può diventare dolorosissimo.

Gli adulti la chiamano: ingenuità e, dall’alto della loro maturità, la osservano con tenerezza.

Ma, proprio l’ilarità e il divertimento dei grandi, possono provocare stati d’animo così intensi da spingerci a nascondere la spontaneità dietro un muro di apparente indifferenza.

La vulnerabilità è un modo di essere e di percepire la vita, vibrante di emotività, di partecipazione e di piacere.

È una ricchezza emotiva che, purtroppo, impariamo a negare perché nella nostra società la fragilità è disprezzata.

Per diventare grandi dobbiamo dobbiamo occultare le nostre parti tenere, rivestendole con un’armatura di cinismo.

La cultura in cui viviamo immersi non sa accogliere la sensibilità, teme l’intensità delle emozioni e l’autenticità necessaria a costruire relazioni profonde e durature.

Nella civiltà dell’usa e getta ha valore soltanto il potere e, mentre l’utilitarismo spadroneggia sui sentimenti, la sensibilità è sminuita fino a renderla un difetto da eliminare.

Finché siamo piccoli possiamo sperimentare un contatto immediato e profondo con questa parte intima di noi stessi, ma durante la crescita finiamo per perderne il ricordo, identificandoci in un modello di impassibilità che annienta l’empatia per trasformarci in uomini (e donne) tutti d’un pezzo.

Il prezzo che paghiamo per conformarci alle leggi del dominio e dello sfruttamento è un prezzo altissimo, e le patologie mentali che ne conseguono sono infinite.

Abiurare in se stessi la vulnerabilità, infatti, significa amputare la parte più autentica del proprio mondo interiore e coltivare un’anestesia emotiva che, oltre ad essere la principale causa della sofferenza psicologica, è la radice di ogni guerra e di ogni crudeltà.

In questo modo il bisogno di amore e di riconoscimento ci spinge a identificarci con i valori oggi più gettonati, quelli della sopraffazione e del cinismo, inabissandoci dentro un pericolosissimo paradosso psichico.

Infatti, come si può cancellare l’amore per sentirsi amati?

Nel tentativo di ottenere approvazione e stima ci conformiamo ai modelli correnti, anche quando questo significa perdere il contatto con la ricchezza interiore.

Condannare l’amore, in se stessi e nel mondo, ci allontana gli uni dagli altri e ci priva dell’unico vero nutrimento: la condivisione della nostra intima autenticità.

Diventare grandi ha assunto il significato di una progressiva anoressia emotiva, quasi che la verità fosse nascosta fuori e non dentro noi stessi.

Per cercare l’accudimento indispensabile alla sopravvivenza, il cucciolo dell’uomo è costretto a trascurare la parte più delicata di sé.

È in questo modo che, da una generazione all’altra, si tramanda il valore della violenza.

Una violenza agita in principio contro la propria sensibilità, e poi contro tutto ciò che la rappresenta nel mondo esterno.

Da questa perversione interiore ha origine l’olocausto che sta distruggendo il pianeta, prende forma nel mondo intimo di ciascuno e si proietta nell’ambiente, uccidendo senza pietà i rappresentanti esterni della nostra segreta fragilità.

Per fermare questo pericoloso meccanismo psichico è necessario guardare in profondità dentro se stessi fino a trovare le radici della propria vulnerabilità e i semi dell’empatia, della comprensione, della fratellanza, della condivisione e della reciprocità.

Solo accogliendo il proprio potenziale emotivo, infatti, può svilupparsi la percezione necessaria a comprendere la sofferenza e l’unicità di ogni essere vivente.

Accettare la vulnerabilità in se stessi significa dare forma a un mondo finalmente libero dalla crudeltà e aprire le porte all’amore.

Per se stessi, per gli altri e per la vita.

Carla Sale Musio

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