Apr 21 2017

SEPARAZIONE E GENITORIALITÀ

Quando si affronta il tema della separazione, un aspetto importante riguarda il rapporto con i figli.

In Italia, la religione cattolica sostiene che lo scioglimento del matrimonio sancisce la fine della famiglia e costituisce un trauma per la prole.

Questo dogma, però, non è supportato dalla ricerca scientifica né dalle statistiche.

Secondo gli specialisti dell’infanzia, infatti, la sofferenza nei bambini è una conseguenza della mancanza di attenzioni e del clima teso che si respira quando le relazioni sono prive di amore, di reciprocità e di comprensione.

Così, mentre la separazione permette ai piccoli di vivere un rapporto più esclusivo e costante con ciascuno dei genitori, la convivenza sotto lo stesso tetto spesso costituisce l’alibi che consente a uno dei partner di disinteressarsi ai figli, delegandone l’accudimento all’altro.

Vivere insieme porta a dividersi la gestione della casa e della prole, e questo non sempre produce risultati favorevoli sullo sviluppo psicologico dei più piccini.

Succede spesso, infatti, che la scelta di condividere l’impegno, la fatica e le spese, sostituisca il coinvolgimento reciproco, trasformando il rapporto coniugale in una collaborazione tra colleghi costantemente occupati nella gestione dell’azienda famigliare.

In questi casi la separazione può rivelarsi un toccasana, che permette a marito e moglie di riconquistare la propria autonomia e ai figli di vivere un rapporto affettivo anche con il genitore meno presente.

Abitare in case separate, costringe a impegnarsi in prima persona nella relazione con i bambini e impedisce che il coinvolgimento e l’affettività siano dati per scontati e ignorati.

Nella separazione, i figli hanno la possibilità di scegliere se passare del tempo col papà o con la mamma e questo fa sì che la genitorialità venga coltivata dagli adulti con maggiore attenzione e cura.

Il senso comune interpreta impropriamente la separazione come lo scioglimento della famiglia ma, di fatto, ciò che si conclude è soltanto il rapporto coniugale fra marito e moglie.

Quando ci sono dei bambini, infatti, la genitorialità non può avere termine, perché l’impegno assunto nel mettere al mondo una vita unisce per sempre quel padre e quella madre nel loro ruolo educativo e protettivo.

Anche quando ci sono altri partner.

E altri figli.

Affrontare la conclusione di un matrimonio è un momento delicato e importante che va gestito con autenticità e con partecipazione anche rispetto ai più piccini, evitando di coinvolgerli nelle vicende coniugali e rassicurandoli sulla stabilità della scelta di mamma e papà di prendersi cura di loro.

I genitori, infatti, non si separeranno mai.

La separazione ed eventualmente il divorzio riguardano soltanto i rapporti tra marito e moglie e non cambiano il coinvolgimento che lega una coppia ai propri bambini.

Avere i genitori che abitano in case separate, può succedere in diverse situazioni della vita e non costituisce un trauma per i figli, ma soltanto un cambiamento.

Cambiamento che, quando l’armonia in famiglia non esiste più, porta una ventata di novità e un miglioramento nelle relazioni.

La separazione, infatti, permette alla genitorialità di trovare uno spazio maggiormente definito rispetto alla convivenza, e questo può costituire un vantaggio per i bambini.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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Apr 15 2017

LA DITTATURA DELLA MATERIALITÀ

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Quando muore una persona cara, il dolore della perdita impedisce di coltivare il legame costruito durante la vita del corpo e rende impossibile percepirne ancora la presenza.

La morte è uno scrollone inammissibile per la ragione, abituata a misurare, pesare, valutare e pianificare.

Nell’immaginario collettivo la mancanza di un corpo fisico corrisponde alla fine di tutto, e il silenzio che avvolge la relazione affettiva recide come una rasoiata ogni possibilità di ritrovarsi.

Le religioni e la scienza, entrambe con i loro dogmi, impediscono alla consapevolezza di far fronte alla perdita e al cambiamento che conseguono alla morte, alimentando una fede cieca e ingenua.

“Dopo la morte soltanto Dio decide cosa ci aspetta!”

Asserisce la religione cattolica, chiudendo le porte a qualunque verifica individuale.

“Dopo la morte non c’è più niente!”

Affermano amaramente gli scettici, delusi dalle spiegazioni sacre e devoti al sapere di una conoscenza scolastica ormai superata.

Pochi animi liberi hanno il coraggio di avventurarsi in una ricerca capace di restituire dignità, pregnanza ed esistenza, anche a chi ha perduto per sempre la fisicità.

Eppure…

La spiritualità sussurra, nell’intimo di ciascuno, l’esistenza di una realtà impalpabile ma capace di interagire con gli eventi che ci succedono, mentre le nuove frontiere della fisica descrivono un’immaterialità più significativa della materia, e la psicologia evidenzia l’importanza di uno spazio interiore che trascende la corporeità e la condiziona.

Le più recenti rivelazioni scientifiche confermano l’esistenza di un’incorporeità fatta di possibilità infinite, un’onda di probabilità che collassa nelle forme materiali solo quando la nostra attenzione ne determina la concretezza.

Ciò che crediamo e pensiamo, insomma, ha un impatto sugli avvenimenti e rende possibile o impossibile la conoscenza della vita dopo la morte.

Siamo vittime di una dittatura della materialità che impedisce al pensiero di avventurarsi oltre il limite della fisicità e rende impossibile ascoltare la voce intima dell’intuizione.

La mancanza di una corretta informazione scientifica unita a una sorta di superstizione religiosa, paralizza ogni possibilità di incontrare chi abbiamo amato, quando questi non possiede più un corpo fisico.

Superare le barriere delle nostre abitudini mentali non è un’impresa da poco.

Occorre determinazione, forza di volontà e spirito di ricerca, per oltrepassare i limiti imposti dal materialismo e aprirsi alla comprensione di un mondo fatto di sensazioni e soggettività.

La paura di essersi inventati ogni cosa imprigiona le certezze interiori dentro la pretesa di una scientificità scolastica, ormai superata.

Oggi, la soggettività è la nuova epistemologia della ricerca scientifica, il presupposto indispensabile per studiare le cose con obiettività.

Per la scienza moderna, infatti, la percezione di ciò che succede è sempre soggettiva e, solo nel riconoscimento di quella soggettività, diventa possibile costruire un’ipotesi rigorosa.

La psicologia ha affermato l’importanza di una comprensione individuale della vita, sostenendo che nella soggettività si nascondono i semi del benessere o del malessere, e il significato profondo di ogni esistenza.

Nella scuola dell’obbligo, però, non si parla di tutto questo, la scienza è ancora quella, ormai datata, degli esperimenti oggettivi.

La fisica quantistica è esclusa dai programmi ministeriali e il buon senso comune, imbevuto di nozioni superate, impedisce all’amore di ritrovare i nostri cari dopo la loro morte.

Avventurarsi fuori dalle colonne d’ercole dell’indottrinamento scolastico è difficile.

Eppure…

Quando il dolore appesantisce il cuore, la speranza di incontrare di nuovo chi abbiamo amato spinge a superare i pregiudizi e incoraggia l’anima ad avventurarsi nel mondo scivoloso e imprendibile della soggettività e dei sentimenti.

È lì, infatti, che possiamo incontrare i nostri cari.

Solo dando ascolto al silenzio che sussurra nel mondo interiore, diventa possibile distinguere la Vita anche oltre la vita, e riconoscere, nell’imprendibile assenza della fisicità, la voce delle persone cui abbiamo voluto bene e che ancora si raccontano al nostro cuore con il linguaggio senza parole dei sentimenti.

Carla Sale Musio

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COSA C’È DOPO LA MORTE?

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Apr 09 2017

LA PERSONALITÀ CREATIVA… ecco come funziona!

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Chi possiede una Personalità Creativa ha un emisfero destro del cervello particolarmente attivo e questo favorisce un’innata elasticità nello spostare il proprio punto di vista.

Vedere il mondo in tanti modi diversi consente di avere una molteplicità d’informazioni e sviluppa la creatività e l’empatia.

Si può dire dire, perciò, che i creativi hanno sempre:

  • tanti punti di vista diversi

  • creatività

  • empatia

Ma un emisfero destro attivo porta con sé anche altre abilità, e le Personalità Creative possiedono anche:

  • intuizione

  • capacità di sintesi

  • a-temporalità (cioè concentrazione sul presente)

  • facile accesso all’inconscio

  • attenzione alle relazioni

  • ascolto dei sentimenti

Analizziamo queste caratteristiche una per una:

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INTUIZIONE

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L’intuizione è la capacità, non logica, di sapere qualcosa senza sapere come si fa a saperla.

È la conseguenza di un contatto profondo con l’inconscio, cioè con la sede di quello che non è consapevole, perché, appunto, non raggiunge la soglia della nostra coscienza.

Nell’inconscio, secondo Carl Gustav Jung (psicologo svizzero allievo e contemporaneo di Sigmund Freud) sono conservate tutte le memorie: quelle personali, ma anche quelle familiari, del proprio paese e della propria etnia. 

Egli sostiene che nell’inconscio collettivo sono archiviate le esperienze vissute dall’umanità.

Le personalità creative sono dotate di un sesto senso che le informa su diversi argomenti (e che, purtroppo, spesso non ascoltano perché la loro logica si ribella).

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CAPACITA’ DI SINTESI

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La capacità di sintesi è la qualità che permette di avere una visione d’insieme

Ciò che ci fa cogliere l’armonia anche tra cose apparentemente molto diverse tra loro, i nessi che stanno dietro alle parole, i legami che uniscono le persone.

La creatività utilizza spesso questo meraviglioso talento e l’empatia se ne avvale per comprendere l’apparente illogicità delle relazioni affettive.

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A-TEMPORALITA’

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L’a-temporalità è la conseguenza di un’attenzione focalizzata sul momento presente

Quando siamo talmente assorbiti in ciò che stiamo facendo da perdere completamente la percezione del tempo, dei nostri bisogni (fame, sete, sonno, ecc.) e di tutto ciò che ci succede intorno, stiamo vivendo uno stato di a-temporalità.

I creativi parlano di “ispirazione”, gli innamorati invece la chiamano “estasi”. 

In entrambi i casi non ci si rende conto del tempo che passa.

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FACILE ACCESSO ALL’INCONSCIO

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Nei sogni, ma anche in tutti quei momenti in cui lasciamo che i nostri pensieri fluiscano liberamente senza esercitare un controllo razionale, l’inconscio ci invia dei messaggi sotto forma d’immagini, sensazioni, stati d’animo e consapevolezze improvvise.

Le Personalità Creative utilizzano spesso informazioni che emergono dall’inconscio come una visione improvvisa, quando sono soprappensiero. 

Può succedere alla fermata dell’autobus, o quando stanno lavando i piatti, o mentre guidano. 

Di colpo, arriva una soluzione o appare un nesso che non si era visto fino a quel  momento.

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ASCOLTO DEI SENTIMENTI

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L’ascolto dei sentimenti, propri e altrui, comporta una grande capacità empatica che diventa tanto maggiore quanto più la si esercita.

Le Personalità Creative si trovano facilmente in situazioni di ascolto e relazione con gli altri.

Si tratta di persone che hanno un’innata abilità nel comprendere gli stati d’animo e nel saperli ascoltare. 

Sono quelli che tutti cercano per sfogarsi

Ma anche quelli cui facilmente ci si dimentica di chiedere: “Come stai?”, proprio perché la capacità di ascolto è tale da far scomparire completamente i loro problemi agli occhi dell’interlocutore.

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ATTENZIONE ALLE RELAZIONI

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L’attenzione alle relazioni è la conseguenza di una buona capacità di sintesi, dell’abilità nel comprendere i sentimenti, di una grande intuizione e di un contatto profondo con l’inconscio.

È ciò che ci permette di capire cosa tiene insieme le cose e le persone.

Riguarda la maestria nel creare armonia anche fra realtà apparentemente incompatibili, e appartiene ai creativi. 

Chi è empatico ne fa largo uso quando mette d’accordo le persone in conflitto tra loro.

In aggiunta alle abilità elencate sopra (che dipendono tutte da un emisfero destro attivo) le personalità creative di solito hanno anche:

  • molti interessi

  • curiosità

  • autonomia

  • originalità

  • cooperazione

ma anche:

  • discontinuità

  • dispersività

Le Personalità Creative sono caratterizzate da una pluralità d’interessi che le porta a saper fare molti mestieri.

La loro innata curiosità le spinge a interessarsi a cose diverse, anche se, spesso, le rende discontinue e dispersive.

Sono persone che partono piene di entusiasmo e che si perdono strada facendo, catturate da nuove attività che a loro volta lasceranno il posto ad altri affascinanti richiami… in una catena senza soluzione di continuità.

Danno vita a tante idee che non sempre portano a compimento, ma tutte le iniziative intraprese arricchiscono il bagaglio della loro esperienza e amplificano la loro indipendenza.

Sono autonome e originali per natura, perché la capacità di cambiare e il desiderio di conoscere le spingono a sperimentare sempre nuove possibilità di se stesse.

Sono spontaneamente portati alla cooperazione e del tutto disinteressate alla competizione.

Per queste persone creare è molto più divertente che vincere.

Creare significa dare forma a un progetto che le appassiona e per la cui realizzazione desiderano impegnarsi.

Mentre la competizione le lascia sempre inappagate, per loro è molto avvincente realizzare qualcosa di nuovo, diverso e… possibilmente migliore!

Carla Sale Musio

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Apr 03 2017

COSA C’È DOPO LA MORTE?

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Sarebbe bello sapere cosa c’è dopo la morte, ma nessuno è mai tornato indietro a dircelo.

Quest’affermazione non è vera.

Tutti i nostri cari tornano indietro a dircelo.

E tutti cercano di farci sapere cosa succede durante la morte e cosa c’è dopo.

Il problema è che, senza avere un corpo, è molto difficile farsi capire da chi usa soltanto i sensi fisici per decodificare l’esistenza.

Senza il corpo non si può parlare, non si può essere visti, non si può essere ascoltati e non si è riconosciuti nemmeno quando si riesce a dare un segnale di sé, manipolando l’energia o le immagini interiori degli interlocutori.

Così, le persone che abbiamo amato e che dopo la morte sono tornate a raccontarci cosa è successo dal momento in cui il loro cuore ha cessato di battere, hanno trovato la porta chiusa, perché la nostra comprensione non prevede altro ascolto che quello uditivo, visivo, tattile, olfattivo o gustativo.

E queste vie di comunicazione sono precluse a chi non possiede più una struttura fisica.

Quando il corpo muore, infatti, rimangono soltanto i legami che abbiamo costruito.

L’amore che dai è l’amore che resta ci insegna Miryam Jael Riboldi nel suo bellissimo libro, evidenziando una profonda verità.

Solo l’amore sopravvive al corpo e, dopo la morte, i legami che abbiamo realizzato diventano autostrade in grado di condurci a incontrare i nostri cari.

Ma tutto questo succede in quello stesso spazio interiore in cui li abbiamo amati durante la vita.

Un luogo della coscienza che non tutti frequentano abitualmente.

Il ritmo frenetico che impronta le nostre giornate non prevede l’ascolto dei movimenti emotivi.

La corsa a comprare, lavorare, guadagnare e… comprare ancora, deride il silenzio e l’attenzione necessari a coltivare i sentimenti.

Eppure…

Il benessere e la salute mentale dipendono proprio da quell’ascolto e dal tempo dedicato all’intimità.

Con se stessi e con gli altri.

Quel mondo intimo in cui scopriamo la nostra affettività è ciò che sopravvive alla morte e, quando il corpo non c’è più, la percezione della vita interiore diventa uno strumento prezioso per ricongiungerci con chi abbiamo amato.

Naturalmente questo succede sempre.

Anche quando il corpo lo abbiamo.

Ma durante la vita fisica, tendiamo a privilegiare la concretezza, lasciandoci sfuggire tra le dita l’opportunità di imparare a gestire le profondità dell’amore e dei sentimenti.

Il nostro stile di vita, proteso al raggiungimento del successo e al disprezzo dei valori interiori, è l’ostacolo più grande alla comunione emotiva e impedisce la continuità dell’amore dopo la perdita del corpo fisico.

Le esigenze della civiltà, infatti, non si curano dell’interiorità.

Al contrario, per raggiungere un’affermazione sempre maggiore, è necessario sacrificare la sensibilità e imparare a far finta di niente davanti ai soprusi necessari per ottenere il benessere previsto dall’economia.

In questo scenario, la morte diventa inevitabile e funzionale al potere dei pochi sui molti.

Che si tratti di una legge naturale, della catena alimentare, dell’homo homini lupus o di altre cose del genere, il risultato non cambia: per vivere bisogna uccidere e per uccidere bisogna zittire la propria sensibilità, ammutolire il cuore, imbavagliare l’empatia e trasformarsi in cinici robot, indifferenti davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore, strumento di soddisfazione del più forte.

Nella cultura della sopraffazione, quella stessa morte che infliggiamo quotidianamente con leggerezza (per divertimento, per interesse, per soddisfare i piaceri del palato o perché si è sempre fatto così) diventa un mostro con cui non è più possibile confrontarsi.

La barriera che impedisce la continuità dell’amore, quello con la A maiuscola.

L’amore, infatti, non può convivere con l’uccisione e con la violenza di cui ogni giorno siamo mandanti e vittime.

Nascondere a noi stessi l’orrore che sta dietro una società improntata alla prevaricazione e al dominio dei forti sui deboli, ci spinge a nascondere il valore delle cose che non si vedono e impedisce che l’evoluzione interiore possa proseguire il suo percorso.

Sia prima sia dopo la perdita del corpo.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci cosa succede dopo la morte, cercando di creare un ponte che unisca le dimensioni della coscienza: quella fisica della materialità e della concretezza e quella intima dei sentimenti e dell’impalpabilità dell’Amore.

Il tentativo di costruire una comunione che sopravviva alla morte del corpo, è un’esigenza ancestrale che tutti noi ci portiamo dentro e che annientiamo con sofferenza, per riuscire a omologarci alla nostra società dei consumi.

Consumare, infatti, tiene in piedi l’economia e il potere dei pochi sui molti, ma annienta la sensibilità e la creatività indispensabili per vivere con pienezza l’esistenza.

La morte ci riporta bruscamente al valore dell’immaterialità e del mondo della sensibilità ma, per accogliere il messaggio di chi abbiamo amato, è indispensabile permettersi l’empatia e camminare nel mondo dei sentimenti senza paura.

Senza sentirsi ridicoli, stupidi, ingenui, infantili, visionari, creduloni o poco intelligenti.

E, soprattutto, senza dover nascondere a se stessi le morti inflitte a cuor leggero: 

“… perché si è sempre fatto così e perchè, si sa, nella nostra civiltà uccidere è indispensabile.”

Carla Sale Musio

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FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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Mar 28 2017

ENERGIA, CAMPI ENERGETICI & ALTRE STRANEZZE

Si parla tanto di campi energetici e di energia, ma nessuno sa definire con esattezza il significato di queste parole.

L’idea di una forza invisibile che pervade tutte le cose è difficile da padroneggiare… non è misurabile, non è quantificabile, non occupa spazio, non si può toccare… non si sa bene dove collocarla.

L’energia è poco concreta.

Eppure ne vediamo quotidianamente gli effetti.

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  • Possiamo immergerci in una sacralità spirituale, visitando una chiesa.

  • Possiamo percepire l’ansia e la paura, durante lo svolgimento degli esami in un’aula universitaria.

  • Possiamo avvertire la presenza di un amico, poco prima di incontrarlo o di ricevere una sua telefonata.

  • Possiamo sentire la sofferenza entrando in un ospedale.

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L’energia è dappertutto e, anche quando non ce ne rendiamo conto, non possiamo sottrarci al suo influsso invisibile.

Questo fa sì che anche i più scettici finiscano per ammettere che… be’… probabilmente qualcosa ci deve essere. 

Qualcosa che anima il mondo e dà sostanza alla vita.

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Ma che roba è?

Che cos’è questa energia di cui tanto si parla e di cui, comunque, non si capisce un granché?

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Fatichiamo a immaginarla.

L’energia non ha forma e mette in crisi il bisogno di concretezza che caratterizza la nostra cultura.

La mente lineare ama ordinare, classificare e misurare.

Le cose che sfuggono alle sue regole sono guardate con sospetto o con commiserazione, come se si trattasse di favole, buone soltanto per gli ingenui.

Il pensiero che possa esistere un campo energetico che emana da ogni cosa, manda in crisi il pensiero razionale perché appartiene a una comprensione sinergica, intuitiva e percettiva.

Per comprendere il concetto di campo di energia occorre attivare le competenze dell’emisfero destro del cervello, quello preposto alla creatività.

Ma, si sa, la creatività è poco considerata da chi ama comandare tanti soldatini ubbidienti.

Perciò, nel mondo del dominio e della sopraffazione parlare di energia è sconsigliato.

Si preferiscono argomenti più concreti, seri e costruttivi, come: il PIL, il cash flow, il debito pubblico, gli indici di mercato, il reddito… o altre cose del genere.

campi energetici non rientrano nel vocabolario degli affari, non producono denaro, non conferiscono potere economico e perciò non sono considerati importanti da chi gestisce il mondo con la forza e con l’arroganza.

Il loro imprendibile valore interiore li rende invisibili ai più, e derisi da chi ama conformarsi a una società che inneggia la supremazia dei potenti e approfitta impunemente dei deboli.

Quando si parla di energia, ci si riferisce a una propulsione interiore, a una spinta che modula l’ascolto della realtà partendo dall’interno.

È un modo di sentire e interpretare la vita, che oltrepassa i cinque sensi e poggia su un’intuizione profonda, attivando una comprensione che prescinde dalle valutazioni razionali o materiali dell’esistenza.

L’energia è un flusso vitale.

Scaturisce dall’anima e permea ogni cosa, avvolgendola di una qualità emotiva, dinamica ed essenziale.

L’energia non è ne buona né cattiva.

Ma, di solito, parliamo di energia positiva quando vogliamo riferirci a situazioni ricche di fascino e di possibilità, mentre parliamo di energia negativa per indicare cose, persone o fatti, carichi di vibrazioni disarmoniche e stridenti.

Diciamo che a pelle ci sentiamo bene, per segnalare un campo energetico naturale e coinvolgente; e rifuggiamo quelle situazioni in cui percepiamo un campo distonico e debilitante.

I sentimenti sono energia, i pensieri sono energia, le parole sono energia, ogni cosa possiede un proprio campo che irradia all’esterno.

fenomeni energetici sono dappertutto e sotto gli occhi di tutti.

Ne avvertiamo costantemente il potere, in maniera istintiva.

Anche quando non ne riconosciamo l’esistenza.

I luoghi, le persone, gli animali e le cose, ci trasmettono forze capaci di caricarci positivamente o di scaricarci fino a renderci inermi, apatici e persino malati.

Perciò, esercitarsi a riconoscere l’energia e i campi energetici, ma soprattutto imparare a gestirli, è di fondamentale importanza per vivere una vita sana e in armonia con la natura e con i suoi ritmi.

Gli animali riconoscono naturalmente il valore dell’energia, sanno distinguere i campi energetici e si comportano di conseguenza, mantenendo un equilibrio costante con l’ambiente che li circonda.

Nelle loro culture la percezione dell’ecosistema viene prima di qualsiasi altra cosa e per questo, a volte, possono arrivare a sacrificare la loro stessa esistenza.

Tante specie animali hanno scelto l’estinzione, smettendo di riprodursi, pur di non vivere in un ambiente diventato incapace di rispettare il movimento naturale dell’energia.

La nostra specie, invece, sopravvive in contesti sempre più carichi di energie negative e sembra non rendersi conto del degrado ambientale che sta distruggendo la vita.

L’educazione alla sottomissione e il consumo smodato di beni tossici, ottunde l’ascolto di sé creando una differenza incolmabile tra le nostre scelte e quelle degli altri animali.

Deridere l’energia e tutto ciò che non si può toccare o monetizzare, è un comportamento tipico della nostra specie e ci separa dagli altri esseri che popolano il pianeta, e che mantengono la consapevolezza di ciò che noi non riusciamo più a vedere, ma che incide profondamente sul benessere, sulla vitalità e sull’espressione della propria profonda verità.

Solo la conoscenza dell’energia, infatti, permette di ritrovare il filo che unisce gli eventi di cui è costellata ogni esistenza, intrecciando la vita e la morte in una magica espressione di sé.

Carla Sale Musio

leggi anche:

INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

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Mar 22 2017

SEPARAZIONE… E TRAPPOLE PSICOLOGICHE

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Quando si affronta una separazione, può succedere che dentro di noi di noi qualcuno desideri mettere fine al matrimonio, mentre qualcun’altro vorrebbe portare avanti la relazione, nonostante tutto.

In quei momenti di difficoltà e d’incertezza, finiamo per sentirci letteralmente trascinati da esigenze interiori contrastanti e, nel tentativo di porre fine al conflitto, si creano delle trappole psicologiche che bloccano la crescita interiore, impedendo l’evoluzione affettiva.

Occorre essere spietatamente sinceri con se stessi per imboccare la strada giusta anche in mezzo al pantano delle incertezze e della paura.

Ed è indispensabile adottare con il partner la medesima autenticità, perché soltanto nell’onestà diventa possibile affrontare la fine dei progetti costruiti insieme, trasformando il legame senza distruggerlo.

La tentazione di sfuggire alle responsabilità annientandosi nell’abnegazione o nascondendosi dietro al disprezzo, può essere forte e rischia di precipitarci ad ogni passo dentro l’abisso delle recriminazioni e dei rancori.

Per vivere appieno la separazione, cavalcandone il potere trasformativo e l’intensità affettiva, è necessario far convivere l’amore che ci ha condotto al matrimonio, insieme con la delusione, la solitudine e l’incompatibilità, che oggi rendono impossibile la medesima scelta.

Non è un compito facile.

Lo struggimento per le emozioni di un tempo si scontra con l’insofferenza che nel presente impedisce di proseguire la vita insieme.

Una parte nostalgica e romantica vorrebbe coltivare i sogni del passato, e un’altra parte, più concreta e disincantata, addita puntigliosa le mancanze del coniuge, snocciolando un rosario di disgrazie senza fine.

Per sfuggire alla pressione interiore, qualcuno sceglie la via della bontà, sacrificando l’autonomia sull’altare dell’altruismo e affermando che il partner “… non può sopravvivere da solo!”.

Altri preferiscono servirsi della rabbia e, chiusi dentro la fortezza del biasimo, accusano il coniuge di ogni nefandezza.

Vera o presunta, non ha importanza.

Ognuno a modo suo cerca di liberarsi dai vissuti di colpa e fallimento che la visione religiosa e legale del matrimonio rende inevitabili e dolorosissimi.

Ancora oggi, in Italia, è difficile parlare di crescita personale, di evoluzione affettiva e di onestà emotiva, quando si tocca il tema della separazione.

Si preferisce fingere una reciprocità, anche se inesistente, piuttosto che affrontare l’ostracismo sociale e la commiserazione che, spesso, accompagnano la scelta di concludere il matrimonio.

In questi casi, una sorta di codardia emotiva rende più facile annientare se stessi rinunciando all’autonomia, piuttosto che affrontare la disapprovazione annidata nello sguardo dei conoscenti, degli amici e dei parenti.

Infine (ma non meno importante) l’odio di un partner che si sente incompreso e abbandonato, fa detonare il senso di colpa, paralizzando le capacità decisionali dietro un desiderio spasmodico di approvazione.

Bisogna essere davvero coraggiosi per affrontare le trappole della separazione.

Eppure…

La scelta di non portare avanti un matrimonio i cui presupposti non esistono più, è una scelta che permette all’amore di dispiegarsi e di acquisire una profondità difficilmente raggiungibile altrimenti.

Dietro il possesso, la gelosia e i contratti, legali o religiosi, si nasconde l’Amore, quello con la A maiuscola.

L’Amore che sa concedere invece di prendere, che sa comprendere invece di pretendere, che sa donare la libertà invece di costruire prigioni, e che regala il rispetto al posto della pietà.

La separazione non sancisce la fine dell’amore, è una tappa lungo un percorso più ampio che dalla condivisione conduce all’autenticità e insegna l’indipendenza oltre la passione.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE, POSSESSO E RECIPROCITÀ: verso un’ecologia dell’amore

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Mar 15 2017

VISIONE LUCIDA: guardare il mondo senza giudizio

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La Visione Lucida è quella capacità di leggere gli eventi senza critiche e senza giudizi, proprio come un antropologo osserva una nuova cultura o una mamma guarda il suo bambino.

Nel Voice Dialogue, al termine di ogni sessione di lavoro, il cliente siede affianco al facilitatore e ascolta la descrizione dello scenario dei Sé, animatosi in precedenza, contemplando gli eventi psichici senza schierarsi.

La consegna, durante questa fase di lavoro, è di prendersi una pausa da ogni contrapposizione e di guardare il movimento interiore con occhi freschi.

Osservare la vita da un punto di vista neutrale, senza dividere gli eventi in buoni o cattivi, è un’esperienza inestimabile.

Siamo portati a giudicare tutto ciò che ci succede, archiviando le cose dietro altrettante etichette: mi piace, non mi piace, bello, brutto, gradevole, sgradevole, bene, male, positivo, negativo, giusto, sbagliato… e così via.

Il mondo della dualità ci spinge a notare i contrasti e a scegliere una direzione, escludendo di volta in volta altrettante possibilità.

Non intendo sostenere che questo sia sbagliato. 

Le valutazioni sono indispensabili per esprimere noi stessi.

Ma prendersi una pausa ogni tanto, per osservare la vita liberi dal giudizio, può essere uno strumento impagabile nel percorso evolutivo e permette un’acquisizione interiore, altrimenti impossibile.

A un livello profondo, ogni cosa riflette un pezzetto della nostra multiforme totalità, e il processo di selezione ci costringe a negare aspetti di noi che possono rivelarsi preziosi.

È vero che schierarsi è inevitabile e, spesso, necessario.

Basta pensare alla violenza, al razzismo, al bullismo, alla pedofilia e agli innumerevoli fatti che suscitano orrore, per sentire il bisogno di prendere una posizione decisa.

Ma dire BASTA non significa cancellare con un colpo di spugna tutto ciò che ferisce l’anima, e permette soltanto di arginarne gli effetti nel mondo concreto che chiamiamo realtà.

Nel profondo di noi stessi, quelle radici continuano ad esistere e, se non ce ne prendiamo cura in modo adeguato, alla fine faranno sentire la loro pericolosa presenza.

Per mettere veramente termine alla violenza è necessario evolverne le profondità interiori fino a rendere fluida ed equilibrata l’energia che la sottende.

L’energia, infatti, non è né buona né cattiva, è soltanto una possibilità a disposizione.

Sta a noi usarla in modi costruttivi.

O distruttivi.

L’energia dell’amore può fluire armoniosamente nella vita o deformarsi per sfuggire al dolore, fino a diventare possesso, gelosia, cinismo, indifferenza, odio e violenza.

Quando questo accade, i meccanismi di difesa scattano a proteggere la fragilità, rinchiudendo i Sé Vulnerabili nelle segrete del mondo interiore.

Rendere fluida ed equilibrata l’energia significa evolvere il giudizio in rispetto e accoglienza delle nostre parti ferite o emarginate.

E per riuscirci è indispensabile entrare in contatto con la sofferenza che si nasconde dietro la mancanza di empatia.

La rabbia e il surgelamento emotivo, infatti, sono potenti antidolorifici che consentono alla psiche di non soffrire.

Ogni volta che ci arrabbiamo, cerchiamo di non sentire un dispiacere e nascondiamo nell’inconscio la nostra vulnerabilità, provocando una cristallizzazione nel fluire spontaneo della vitalità e creando una distorsione nell’ascolto e nella conoscenza di noi stessi.

In questo modo, l’energia cristallizzata diventa un blocco che impedisce l’evolversi dell’espressione di sé.

In un mondo sano, la sofferenza dovrebbe essere accolta con fiducia perché, soltanto accettandone il potere trasformativo, potremo attraversare l’esistenza con entusiasmo e tramutare le cose che non ci piacciono in opportunità vantaggiose.

Nascondere l’angoscia dietro l’aggressività, la prepotenza e il disprezzo, permette di sfuggire l’impatto con l’ignoto che costella la vita, ma questa fuga arresta il percorso evolutivo e impedisce il dispiegarsi delle potenzialità a nostra disposizione.

Ecco perché comprendere la dualità, senza giudicarla e senza prendere posizione è un esercizio pieno di valore.

Un punto di vista fuori dai giochi consente l’ascolto di quei  che per paura abbiamo nascosto nell’inconscio e che da lì cercano di richiamare la nostra attenzione, spesso magnetizzando gli eventi che meno ci piacciono.

Coltivare una Visione Lucida della vita è il primo passo verso la realizzazione di una profonda capacità di amare, dapprima noi stessi e poi tutti gli altri.

La mancanza di uno schieramento, quella totale incoerenza interiore che tanto disorienta e atterrisce, è un sentiero che dà forma all’amore con la A maiuscola.

L’Amore, infatti, è proprio questo: un sentimento incondizionato e privo di giudizio.

E dall’Amore all’Illuminazione il passo è breve.

Se l’illuminazione è la capacità di comprendere il significato dell’esistenza, una totale assenza di giudizi libera il percorso dalle barriere e permette alla bussola dell’intuizione di orientare il nostro radar interiore.

Solo con la certezza delle proprie molteplici possibilità, l’Amore può attraversare l’enigma della vita e fare rotta verso l’infinito.

Carla Sale Musio

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Mar 09 2017

NEONATI CREATIVI

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I bambini che hanno una Personalità Creativa possiedono un’innata empatia e sono capaci di percepire i climi emotivi già da molto piccoli. 

Questi bambini sentono gli stati d’animo degli altri, anche quando non sono ancora in grado di comprendere i propri vissuti e non si sono formati gli strumenti necessari per interpretarli.

L’egocentrismo che caratterizza l’infanzia, li porta a vivere le emozioni di chi li circonda come se fossero proprie e questo può creare confusione nella comprensione delle relazioni.

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UNA PAPPA PERICOLOSA…

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Marco ha soltanto pochi mesi e all’ora della pappa si sveglia in lacrime, in preda ai morsi della fame.

Sentendolo piangere a squarciagola, la sua mamma, Sabina, che stava guardando un film alla televisione, corre a prenderlo in braccio. 

Consola Marco con tanti bacetti e con dolcezza lo attacca al seno per dargli la sua poppata.

Mentre il bimbo succhia avidamente il latte, la donna riprende a seguire la tv.

Marco si sente tranquillo e al sicuro tra le braccia della mamma e Sabina si lascia catturare progressivamente dalla trama del film, vivendo momenti di tensione e di paura durante le scene di pathos.

Contemporaneamente Marco, soddisfatto e felice della pappa, comincia a sentirsi anche teso, impaurito e in pericolo, proprio come se qualcosa di brutto stesse per accadere da un momento all’altro.

Ben presto riprende a piangere ma, questa volta Sabina non ne capisce le ragioni. 

Tenta di calmarlo in tutti i modi, senza riuscirci, e diventa sempre più nervosa.

In poco tempo si innesta un circolo vizioso tra mamma e bambino.

Più Sabina si sente incapace di rassicurare Marco, più diventa tesa e nervosa, più Marco percepisce in sé le emozioni della mamma, più diventa nervoso e piange.

Nel bambino, infatti, la coesistenza dei propri sentimenti (protetto, rilassato e al sicuro) con quelli della mamma, che egli vive come suoi (teso, in pericolo, e nervoso), fa nascere uno stato di confusione e di instabilità emotiva che il piccolo manifesta diventando irrequieto.

Questa mescolanza di vissuti, se non viene opportunamente capita e gestita, nel tempo potrà trasformarsi in confusione sulla comprensione dei propri bisogni emotivi.

Solo quando la mamma ritroverà la calma in se stessa, riuscirà finalmente a rassicurare Marco e a tranquillizzarlo.

Carla Sale Musio



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LA PERSONALITÀ CREATIVA

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Mar 03 2017

PRINCIPI AZZURRI E RISARCIMENTO DANNI

“Il mondo è fatto male, c’è troppa corruzione, troppa confusione, troppo opportunismo, troppa falsità…” 

L’imperfezione ci rende critici, insofferenti e nervosi.

Vorremmo vivere un’esistenza perfetta in cui regnano la pace, l’amore e il rispetto.

E, quando costatiamo che invece non è così, ci aspettiamo che la vita ci porga delle scuse e ci compensi, ripagando i torti con altrettante opportunità.

Ma come nasce questa pretesa di perfezione?

Dove ha origine il bisogno di vivere un’esistenza facile, nitida, senza fatiche e senza sbavature?

L’equivoco che ci spinge a pretendere più che a dare, è racchiuso nelle impostazioni educative vissute durante l’infanzia.

Atterriamo nella vita portando con noi la certezza che esista un Principio Assoluto capace di farsi carico dei nostri bisogni.

E ci aspettiamo la devozione incondizionata da parte di chi si prende cura di noi.

Poi, quando scopriamo che questa perfezione non esiste, incolpiamo i nostri genitori, sicuri che le loro mancanze siano un affronto che andrà ripagato in qualche modo.

Arriviamo da una dimensione immateriale in cui i codici della Totalità obbediscono a leggi diverse da quelle della fisicità.

E portiamo con noi la certezza che quelle leggi, fatte di onnipresenza, onniscienza, pienezza, interezza e completezza, si applichino anche alla materialità di cui siamo diventati parte.

Forti di una memoria soprannaturale e istintiva, ci aspettiamo che gli adulti impersonino un Potere Divino, capace di assecondare le nostre esigenze.

Ma, nonostante la buona volontà e l’impegno smisurato, nessun genitore potrà mai incarnare quel Principio Assoluto che governa l’immaterialità, fuori dai limiti imposti dallo spazio, dal tempo e dalla dualità in cui ci muoviamo.

In questa nostra dimensione terrena, ciò che rende un genitore competente non è l’onnipotenza ma la possibilità di ammettere le difficoltà e la propria inesperienza.

L’onestà nel riconoscere le mancanze personali è alla base di un rapporto sano e, per raggiungerla, è necessario che mamma e papà abbandonino le vesti della Divinità per indossare quelle dell’umanità, accettando i propri limiti e costruendo le fondamenta di un dialogo che renderà i loro cuccioli migliori, pronti a volare fuori dal nido per confrontarsi con la vita.

Nel mondo fisico, la sicurezza non deriva da modelli di comportamento irreprensibili, ma dalla capacità di accettare le proprie fragilità, misurandosi con l’impegno necessario ad affrontare la realtà.

Avere genitori simili a Dio, rende insicuri, vittime di un confronto impari e sbilanciato in cui il senso d’inadeguatezza si cronicizza nel tempo, facendoci sentire schiavi del giudizio e dell’approvazione degli altri.

L’autostima e l’efficacia personale sono frutto di un’adeguata accettazione delle proprie paure e della volontà necessaria per evolvere i limiti, fino a renderli punti di forza.

La capacità di far fronte alle difficoltà trasforma la vita in un’avventura coinvolgente e appassionante.

Mentre la sensazione d’impotenza che deriva dal raffronto con un’autorità infallibile, annienta la volontà e rende vittime di un potere forte della propria arrogante superiorità.

Una pedagogia nera, vecchia di secoli ma ancora in vita nei metodi educativi che permeano l’educazione moderna, impone al padre e alla madre un’indiscussa superiorità, etichettando le ragioni dei figli come: pretesecapricciprepotenze, eccetera.

E, quei genitori che non riescono ad adeguarsi al target di perfezione imposto dagli standard pedagogici, pagano il prezzo di un ostracismo sociale e di un’insicurezza interiore, che limita il dialogo e la possibilità di un confronto costruttivo con i figli.

In questo modo, anche chi cerca di costruire un rapporto meno autoritario, finisce per sentirsi inadeguato.

È così che la pretesa di un risarcimento danni s’insinua nella coscienza.

Prende forma dalla rivalsa verso l’autoritarismo subito nell’infanzia e alimenta l’invidia, il rancore, il vittimismo e la paura, occultando il bisogno d’amore e portandoci ad esigere un compenso per le battaglie che è necessario affrontare durante la vita.

Compenso che, nell’immaginario collettivo, giungerà nel momento in cui un Principe Azzurro o una Principessa Azzurra, faranno la loro comparsa per renderci felici.

Nei sogni coltivati da bambini, saranno proprio loro a donarci, finalmente, tutto l’amore che ci è mancato durante l’infanzia, ripagando le inadeguatezze dei genitori e i torti della vita, grazie a una devozione incondizionata.

Il mito di una relazione perfetta e compensativa prende forma nelle fiabe della tradizione, modellando nel tempo una pretesa illusoria e irraggiungibile.

Nessun rapporto di coppia potrà mai ripagare l’angoscia vissuta durante i primi anni di vita.

Ognuno deve scoprire dentro di sé le risorse necessarie per far fronte al dolore, trasformando la sofferenza in saggezza e sviluppando la capacità di vivere con profondità e creatività.

Il rischio di essere pienamente se stessi fa paura e blocca l’espressione dell’autenticità.

Temiamo di ritrovarci soli, privi del sostegno e del riconoscimento delle persone cui vogliamo bene.

Eppure, nella solitudine e nell’ascolto della nostra interiorità si sviluppa una capacità di amare fatta di comprensione e reciprocità.

L’amore che riceviamo è lo specchio dell’amore che sappiamo dare a noi stessi.

Le relazioni di coppia mettono a fuoco le imperfezioni, spingendoci verso l’evoluzione e il cambiamento.  

Per vivere la vita con pienezza e l’amore con Amore, dobbiamo incontrare noi stessi così intimamente da scoprire che il Principe Azzurro e la Principessa Azzurra siamo proprio noi.

Sono le parti di cui abbiamo più paura.

Quelle che ci portano in dono un nuovo punto di vista e ci regalano il coraggio di cambiare gli schemi limitanti, ancorati alla paura della sofferenza.

Nessuno può colmare le lacune del passato senza attraversare il fuoco del cambiamento e senza rivivere il dolore dell’infanzia.

L’ascolto delle proprie parti infantili permette agli adulti che siamo diventati di prendersi cura dei bambini che siamo stati, accogliendo la vulnerabilità insieme alla forza e dando forma a un amore in grado di offrirsi invece che pretendere.

La maturità non è una presunta asetticità emotiva, ma si rivela nella capacità di far convivere la saggezza con l’ingenuità, la fiducia con la paura, l’incoerenza con il bisogno di uniformità.

Nell’accoglienza della propria multiforme autenticità sono nascoste le chiavi dell’amore e il segreto di una relazione libera da potere e presunzione, pronta ad attraversare la vita nella sua infinità generosità.

Carla Sale Musio

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Feb 25 2017

ROSSILLINA

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Quella bambola non le era riuscita bene.

Tondi gli occhi, troppo rossi i capelli, morbida nel corpo, ma sgraziata.

Si chiese a chi avrebbe potuto venderla. 

In realtà, la donna era conosciuta per la perfezione dei suoi manufatti.

E quell’ultimo lavoro non le rendeva onore.

Anche l’abito rosso della bambola era uscito male, stretto e mal cucito.

Nessuno avrebbe acquistato un prodotto così imperfetto. Sospirò e gettò la bambola nel cestino, vicino al tavolo da lavoro.

Più tardi se ne sarebbe liberata, insieme con i resti di filo, stoffa e lana.

*** *** *** ***

In quella casa dove la donna, per arrotondare le magre entrate, realizzava bambole di stoffa, un altro essere occupava la stanza da lavoro: una gatta.

Era capitata lì per caso qualche anno prima.

La donna non l’aveva cacciata, ma si limitava a darle del cibo e non la accarezzava quasi mai.

La gatta, sentendosi trascurata, si strusciava di nascosto sulle bambole.

E si consolava con la morbidezza dei loro corpi di stoffa.

*** *** *** ***

Aveva avuto un’ infanzia felice, poi l’avevano regalata ad una famiglia numerosa e distratta, che spesso la dimenticava fuori, anche d’inverno.

Lei dapprima si sentì infelice, ma una sera decise.

E dopo aver annusato il vento, se ne andò senza voltarsi.

Corse raminga per strade e giardini.

Infine, giunta una notte in un cortile, si raggomitolò vicino all’ingresso della casa.

La mattina dopo, una donna uscì per tempo, lasciando la porta accostata.

La gatta si insinuò all’interno e vide stoffe, nastri, lana e fili.

Sperò di poter restare.

La donna non la mandò via, ma non le piacevano i colori della gatta.

E non l’accarezzava quasi mai.

*** *** *** ***

Dopo aver gettato la bambola, la donna si allontanò.

Nel rientrare in casa dalla sua uscita quotidiana, la gatta trovò qualcosa che non si sarebbe aspettata. Dentro il cestino degli scampoli inutili e dei fili spezzati, vicino al tavolo da lavoro, vide una bambola.

Incuriosita e guardinga la gatta le si accostò e, approfittando dell’assenza della donna, avvicinò il muso a quel viso di stoffa.

La bambola era triste e abbandonata, ma a lei sembrò così carina, che nella sua mente di gatta balenò una decisione: prese quel corpo di stoffa tra i denti e, stringendolo delicatamente come fosse un figlio, balzò fuori dalla finestra e tagliò dritta per i campi.

La donna nel rientrare cercò la gatta, ma non la trovò e non si dette pensiero a lungo.

Così come era giunta, si era detta in quegli anni, sarebbe andata via.

E in realtà quell’essere singolare non le era piaciuto mai troppo.

*** *** *** ***

La gatta corse finché le sembrò che il cuore le scoppiasse.

Quando finalmente si fermò, poggiò delicatamente la bambola sull’erba e la contemplò soddisfatta. Con quel rosso nei capelli e nella veste, certamente Rossillina sarebbe stato un bellissimo nome per lei.

La gatta se lo ripetè, miagolando.

Finalmente, pensò, un affetto nella sua vita.

Un affetto di stoffa.

Si sarebbe occupata lei della bambola, l’avrebbe scaldata nelle notti fredde, l’avrebbe consolata quando fosse stata triste.

Le si accostò, poggiò il suo corpo su quello morbido della bambola.

E fu allora che, mentre la gatta la guardava trepidante, Rossillina aprì le sue braccia di stoffa e si strinse fortemente a lei.

Gloria Lai

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