Feb 18 2016

COME AMANO I CREATIVI? Difficoltà e punti di forza di chi possiede una personalità creativa

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La caratteristica principale di chi possiede una Personalità Creativa è la capacità di spostare agilmente il proprio punto di vista per osservare la vita da prospettive diverse.

Capacità che si può esprimere sia nell’empatia che nella creatività.

Questa peculiarità porta a sperimentare opportunità e situazioni sempre nuove ma, perché sia possibile assaporarne la ricchezza, è necessario avere un’adeguata conoscenza di sé e dei propri meccanismi interiori, altrimenti si corre il rischio di cadere in fraintendimenti e trappole psicologiche.

I creativi sono dotati di un sistema emotivo sofisticato e potente, e possono amare così profondamente da dimenticare se stessi, nel tentativo di creare armonia  e far felice il partner.

La creatività, infatti, permette di inventare soluzioni inedite ai problemi che si presentano durante la vita affettiva,  mentre l’empatia spinge a comprendere l’altro tanto intensamente da perdere il contatto con le proprie necessità.

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DOLCI & DESIGN

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Alessandra ha trent’anni e una personalità creativa. 

Dall’età di diciannove anni si è trasferita a Roma per studiare grafica e design. 

Autonoma e indipendente, lavora e si mantiene da sola costruendo plastici in miniatura per scuole, imprese, ingegneri, architetti, ecc. ma, quando conosce Marco, decide che la frenetica vita nella capitale non  le si addice più.

Così, nel giro di qualche settimana, abbandona il suo avviato laboratorio di miniaturista e si trasferisce in un paesino della Sardegna, per concedersi un’esistenza fatta di mare, natura, amore e tempi ordinatamente scanditi dagli orari della farmacia in cui lavora Marco.

In un angolo del garage organizza il suo laboratorio creativo, senza il quale le sembra di non riuscire a vivere, ma la giornata, modulata dalle cadenze della farmacia, non lascia spazio ai ritmi totalizzanti della sua creatività e il fervore dei nuovi progetti grafici ogni giorno a mezzogiorno deve cedere il posto ai preparativi per il pranzo, mentre dopo le sette ricominciano quelli per la cena.

“Recupererai il tempo per dedicarti alle tue creazioni durante i pomeriggi!”

La rassicura Marco, rientrando a casa affamato e allegro.

“ É così bello mangiare insieme e con calma!”

Ma dopo aver riordinato la cucina e sistemato la casa, Alessandra non trova più l’ispirazione giusta e, mentre i giorni volano via, ciò che riesce a creare sono i dolci che confeziona per tutti: fidanzato, amici e parenti.

É per questo che decide di prendere un appuntamento con me.

Un blocco creativo la opprime e avviluppa la sua autonomia facendola sentire come paralizzata nel portare avanti i suoi progetti.

“Credevo di esser capace nel mio lavoro e come designer”

Racconta tra le lacrime.

“E invece adesso l’unico grafismo che riesco a creare è con la glassa sopra ai biscotti!”

Per riuscire a produrre con successo, i creativi hanno bisogno di avere a disposizione un tempo senza limiti.

In quei momenti non sentono fame, sonno, sete, caldo, freddo… niente!

L’ispirazione, che sembra possederli totalmente, è la conseguenza della concentrazione a-temporale che si attiva in loro. 

Si tratta della capacità di focalizzare tutta l’attenzione sul momento presente mentre il resto perde momentaneamente d’importanza.

In quell’istante, che può durare un attimo o più giorni, per loro non esiste nient’altro!

Ma per Alessandra, empatica e creativa, questo meccanismo si è spostato dal design al fidanzato.

Ed è su di lui che la ragazza, senza nemmeno rendersene conto, focalizza ora tutta la sua attenzione.

L’empatia la porta a sentire le esigenze di Marco come se fossero le proprie e la creatività la spinge a inventare forme sempre nuove.

Ecco quindi arrivare i dolci, che a Marco piacciono tanto, mentre spariscono tutti i progetti della sua attività lavorativa.

Perché Alessandra ritrovi l’ascolto dei suoi bisogni e sperimenti di nuovo l’entusiasmo per la propria creatività (fatta di immersioni totali e senza limiti di tempo) sarà necessario intraprendere un percorso di crescita personale.

Un lavoro introspettivo che comporterà lo strutturarsi di nuovi equilibri all’interno della coppia e, per Alessandra, una gestione migliore della disponibilità e della capacità di amare. 

L’ascolto di sé, infatti, dovrà prevedere dei momenti di isolamento e di solitudine, in cui sia possibile ritrovarsi e indirizzare l’empatia anche verso le proprie necessità, permettendo alla parte creativa di esprimersi liberamente e senza limiti di tempo.

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Nov 28 2014

AMARE… OLTRE IL POSSESSO

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Volersi bene significa riconoscersi, comprendersi, accogliersi e sostenersi, nei momenti felici e nelle difficoltà della vita.

Una relazione di coppia fondata sull’amore è capace di far fronte anche alla fine dell’innamoramento e alla nascita di una nuova autonomia dei partner.

La stima, il rispetto e la reciprocità, infatti, portano a condividere i punti di vista e ad accettare le differenze, senza ostilità e senza rinunciare alla propria verità.

L’amore è un percorso di crescita in cui ognuno impara nuovi modi di esprimersi e di rapportarsi.

Con se stesso, con gli altri e con la vita.

Un percorso in cui si affrontano gli eventi, belli e brutti, che costellano la quotidianità, e ci si conosce profondamente e intimamente.

Da questa condivisione, scaturisce una nuova consapevolezza di sé.

Più variegata e completa, e anche più ricca di possibilità.

Con i propri comportamenti e sentimenti, ognuno sollecita il mondo interno dell’altro, facendo emergere le difficoltà interiori, che spesso bloccano la crescita individuale, e stimolando il bisogno di mettersi in gioco in modi sempre nuovi e sempre più profondi.

L’amore di coppia è un’esperienza unica e preziosissima, perché conduce progressivamente a una nuova visione della realtà, permettendoci di raggiungere una maturità affettiva altrimenti impossibile.

La prova del nove, nel rapporto coniugale, consiste nella capacità di affrontare le differenze che impediscono di proseguire a braccetto lungo il cammino della vita.

La separazione rappresenta uno di questi delicati momenti di svolta.

Affrontare la conclusione di un matrimonio, vuol dire permettere, a se stessi e al partner, di sperimentare una nuova autonomia, e presuppone una capacità di amare: stabile, profonda e duratura.

Segna il raggiungimento di una pienezza affettiva cui non tutti riescono ad arrivare.

E cementa l’unione interiore, rendendola indissolubile.

E’ facile amarsi quando si condividono le stesse scelte e la medesima visione della vita.

La profondità dei sentimenti si rivela quando la crescita di ciascuno procede attraverso percorsi diversi.

In quei momenti l’amore vero dispiega tutta la sua verità, palesando se stesso.

Non perché ci si costringe ostinatamente a condividere tutto insieme, bloccando la crescita!

Come, purtroppo, succede spesso.

Ma perché si comprende la necessità di differenziarsi, senza reprimerla e senza pretendere l’uno dall’altro una reciprocità che spontaneamente non esiste più, se non nell’accoglienza del bisogno di procedere da soli lungo le strade della vita.

La reciprocità, infatti, non è sinonimo d’amore, e spesso si trasforma in una pretesa di possesso.

Durante la separazione l’amore è messo alla prova.

Abbracciare i bisogni di autonomia, accogliere la nascita di una nuova relazione, accettare di proseguire da soli il proprio percorso… sono tappe importanti della crescita emotiva.

Evidenziano una profonda capacità di amare e segnalano una maturità affettiva non più vittima dell’egoismo o delle convenienze, ma libera di dare e di comprendere.

Senza possesso e con libertà.

L’amore è un dono che l’esistenza ci regala, e che incoraggia il bisogno di donare, aiutandoci a superare l’egoismo e la possessività.

Amore e possesso sono due poli opposti, lungo la strada della crescita interiore. 

Amare significa aprirsi fino ad accogliere una realtà diversa dalla nostra, lasciando, a se stessi e all’altro, la libertà di scegliere di camminare insieme o di proseguire soli.

Carla Sale Musio

leggi anche:

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

SEPARARSI PER INCONTRARSI

AMORE O POSSESSO?

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Gen 17 2013

CULTURE ANIMALI

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Gli psicologi hanno verificato che l’egocentrismo, fisiologico fino ai tre anni di età, con la maturità deve cedere il posto alla socializzazione, cioè allo scambio, alla condivisione e al rispetto per gli altri.

Dopo i tre anni, infatti, la mancanza di socializzazione segnala una falla nello sviluppo dell’intelligenza e un’attenzione patologicamente centrata su se stessi. Per essere intelligenti bisogna aver conquistato la capacità di considerare la presenza degli altri e di fraternizzare con loro.

Per fortuna gli psicologi non applicano le scale di intelligenza alla specie umana  ma solo ai singoli individui… altrimenti saremmo costretti a constatare una grave deficienza intellettiva nella nostra specie!

La razza umana è ancora molto egocentrica e per questo, purtroppo, patologica.

Immersa nella propria presunzione e in un campanilistico autocompiacimento, ritiene di essere l’unica depositaria del sapere.

La sua arroganza è evidente nel definire “cultura” solo ciò che rientra dentro i parametri stabiliti dall’uomo stesso.

Non ci fermiamo mai a considerare che al mondo esistono anche altri saperi differenti dal nostro.

Gli esseri umani vengono educati fin da piccoli alla sopraffazione e alla violenza sulle altre specie.

Perciò, crescendo, ci comportiamo come se per noi fosse un diritto usare qualunque altro essere vivente a nostro piacimento.

La nostra civiltà, malata di razzismo e prepotenza, non ci insegna il rispetto per la vita, ci spinge, invece, a sfruttare l’indole disponibile delle altre specie.

Consideriamo l’accondiscendenza di tante razze animali non come un aspetto della cooperazione ma come una mancanza d’intelligenza e, dopo aver bollato la tolleranza con l’etichetta di stupidità, ci sentiamo autorizzati a compiere ogni tipo di maltrattamento su chi, per carattere o per scelta, non opponga troppa resistenza.

Macellare, uccidere, cacciare, vivisezionare, sfruttare, abusare… sono per noi attività lecite, quando vengono compiute sulle specie diverse dalla nostra.

Poco importa se le altre razze soffrono, amano, s’innamorano, hanno paura, gridano e provano dolore, proprio come noi.

Una cappa d’indifferenza e di cinismo giustifica i nostri crimini quotidiani e ci permette di sentirci migliori, nonostante le torture e i soprusi che infliggiamo.

Siamo convinti che l’intelligenza stia nella capacità di sopraffare e non, invece, nell’accoglienza e nel rispetto per gli altri e per la vita.

La convivenza pacifica non è considerata dall’uomo una capacità o un valore delle altre specie, né tantomeno l’aspetto di una cultura differente.

Perciò abusiamo di chiunque impunemente, convinti di essere più intelligenti e superiori proprio per questo.

Non ci sfiora nemmeno il pensiero che gli animali possiedano una cultura.

L’unica cultura che riconosciamo è la nostra, cioè quella del predominio e della legge del più forte.

Viviamo immersi nell’indifferenza e in nome del nostro piacere consideriamo giustificato l’abuso e lo sfruttamento di qualsiasi vita.

Quando la sopravvivenza diventa impossibile, molte specie animali ritengono preferibile estinguersi piuttosto che distruggere l’habitat nel quale poi dovrebbero vivere.

Ma ai nostri occhi, questo diverso punto di vista sull’esistenza, appare privo d’intelligenza e perciò non lo consideriamo il presupposto di un’altra cultura ma solo il segno di una genetica idiozia.

Abbiamo costruito un sapere incapace di comprendere la diversità.

E tutto ciò che non è omologabile ai parametri del nostro arbitrio, lo ignoriamo come inesistente.


Ma cosa significa la parola cultura?


Il termine “cultura” indica il bagaglio delle conoscenze di un popolo.

Tutte le culture possiedono un insieme di saperi che si tramandano da una generazione all’altra.

In culture diverse da quella umana, però, la trasmissione delle informazioni non utilizza il linguaggio parlato o la forma scritta.

Questo certamente le rende insolite ai nostri occhi.

Ma non inesistenti.

La loro diversità è una ricchezza che dovremmo considerare e valorizzare, piuttosto che ignorare.

Modi diversi di trasmissione delle conoscenze dovrebbero essere per noi uno spunto di riflessione e di apprendimento, non l’autorizzazione alla violenza.

Invece ci sentiamo in diritto di affermare che non esiste alcun “sapere” al di fuori del nostro. Forti del fatto che le altre razze, non usando codici scritti,  non possiedono niente a testimonianza della loro cultura.

In questo modo cadiamo dentro un patologico antropocentrismo.

E diventiamo vittime di una presuntuosa autoreferenzialità.

Poiché noi tramandiamo la cultura in forma scritta, riteniamo inesistenti tutte le culture che utilizzano canali di comunicazione differenti.

Gli animali:

  • possiedono un linguaggio telepatico (che l’essere umano non sa più utilizzare e che non è in grado di comprendere)

  • trasmettono i loro valori geneticamente ed emotivamente

  • leggono i campi energetici in cui sono immerse le cose e le persone

  • comunicano tra loro utilizzando la sensitività I poteri straordinari degli animali di R. Sheldrake; Parliamo con il cavallo di H. Blake)

Dal punto di vista etico, la loro cultura è più sviluppata della nostra perché tiene conto dell’esistenza delle altre specie e si muove nel rispetto, senza depredare il pianeta.

Nel mondo animale non esistono l’allevamento e lo sfruttamento di una razza a vantaggio di un’altra.

Sono soltanto gli esseri umani a prevaricare e abusare la Terra, distruggendo le risorse di tutti e approfittando, stupidamente e crudelmente, della tolleranza degli altri esseri viventi.

Ciò che la nostra razza non capisce, affetta da un pericoloso senso di onnipotenza, è che le specie diverse dalla nostra preferiscono rinunciare a se stesse piuttosto che agire l’abuso e il massacro del pianeta.

Questa scelta di olocausto rende le culture animali eticamente e spiritualmente più evolute della nostra.

Tra loro non esistono gli allevamenti, i macelli, i circhi, gli zoo, la sperimentazione e la vivisezione.

Esistono, invece, una tolleranza, una convivenza e un’accettazione della vita, del dolore e della morte, che per gli uomini sono impensabili.

Avremmo molto da imparare da queste scelte diverse dalla nostra ma, per riuscire a coglierne la saggezza, dobbiamo prima crescere psicologicamente, sviluppare la nostra intelligenza emotiva e liberarci dall’onnipotenza e dall’egocentrismo che bloccano l’evoluzione dentro un patologico antropocentrismo.

Tante culture animali sono patrimoni di conoscenze pacifiste.

Ci mostrano saperi che hanno a cuore la vita e che rifuggono la distruzione dell’ecosistema, anche a costo di estinguersi.

Offrirsi in sacrificio per il genere umano ha reso un uomo il simbolo indiscusso della saggezza e della pace.

Ma questo succedeva più di duemila anni fa.

Non fa scalpore, invece, chi muore oggi per una scelta analoga.

Esseri di specie diverse da sempre immolano se stessi per l’umanità, senza clamori e senza alcuna croce.

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Lug 31 2012

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

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La separazione è un passaggio arduo e delicato, un guado impervio nel fiume dei sentimenti.

Arrivare alla fine di un rapporto d’amore, significa accettare il fallimento dei progetti fatti insieme e dei sogni coltivati un tempo.

Vuol dire riprendersi l’autonomia, la libertà e… la solitudine.

E’ una scelta difficile e molto impegnativa.

Spesso le abitudini di coppia, i ritmi familiari costruiti insieme nel tempo, diventano un salvagente capace di tenerci a galla tra i flutti delle emozioni, anche quando il rapporto non funziona più e l’amore è ormai finito.

La separazione, al contrario, costringe a ricominciare tutto daccapo.

Obbliga a riprendere in mano gli oneri della propria vita e a risponderne in prima persona.

Infatti, durante la convivenza, possiamo nascondere i nostri sbagli e il nostro procrastinare, dietro agli impegni della vita coniugale.

In questo modo, il peso dei fallimenti personali ricade insidiosamente sull’organizzazione familiare, consentendo di scaricare la responsabilità delle cose che non vanno bene sulle spalle di chi ci vive accanto.

“Mi piacerebbe, ma lui…”; “Sarebbe bello, ma lei…”; “Avrei potuto farlo, però…”

Tante rinunce e tanti rimpianti poggiano sull’alibi di un menage familiare che assorbe tempo, fatica ed energia, in modi giudicati poco gratificanti o sbagliati.

E’ difficile interrompere i meccanismi di delega costruiti nel corso degli anni e riprendere su di se ogni tipo di responsabilità (economica, esistenziale, emotiva).

“Ho scelto io di non fare…”; “ Sono io che non ho voluto…”; “Non mi andava di…”; “Ho preferito…”

Significa accettare di sbagliare, tollerare di essere anche… goffi, inadeguati, deludenti, egoisti.

La separazione rimette al loro posto gli equilibri individuali e fa si che ognuno riprenda su di sé il carico delle proprie scelte.

Per questo rompere una relazione non è mai facile.

Ci sono tante cose costruite insieme, tanti ricordi, tanti vincoli.

Sbrogliare la matassa aggrovigliata del “questo è mio, questo è tuo” a volte sembra impossibile e i possedimenti, gli oggetti o i contratti, diventano l’unica ragione che tiene unita una coppia.

In questi casi la crescita emotiva si arresta.

Il cuore va in stand by.

E la vita perde significato.

Il possesso (di qualsiasi genere) è incompatibile con l’amore.

Quando si porta avanti un’unione per amore delle cose e non dell’altro, si toglie a se stessi la possibilità di sperimentare lo sviluppo emotivo e ci si condanna a una vita poco appagante.

I sentimenti sono il motore delle nostre scelte, l’energia che sottende la trama dell’esistenza.

Imparare ad amare non ha fine, è un percorso che prosegue ininterrottamente dalla nascita fino alla morte (e forse anche oltre).

Interromperne il naturale sviluppo, costringendosi a vivere una relazione in cui l’amore è finito, significa arrestare la crescita psicologica e impedire a se stessi di realizzarsi.

Realizzarsi, infatti, non vuol dire accumulare status costosi o successi sociali.

Realizzarsi vuol dire esprimere la propria unicità e la propria creatività nelle scelte della vita.

Quando l’amore finisce, le esperienze sentimentali perdono il loro mordente e per cercare di colmare il vuoto esistenziale lasciato dalla mancanza di sviluppo emotivo, ci sentiamo spinti a possedere beni materiali, senza raggiungere mai l’appagamento desiderato.  

La separazione costringe a gestire il carico della propria esistenza e ci rimette in gioco emotivamente.

E’ un passaggio pieno di possibilità ma irto di pericoli.

La capacità di concludere una relazione, porta a scoprirsi diversi, in grado di compiere scelte nuove e, spesso, inaspettate.

Si corre il rischio di ricominciare tutto daccapo… con meno cose, meno soldi, meno fiducia.

Con più coraggio, più consapevolezza, più volontà.

E’ un lusso che pochi scelgono di concedersi.

Perché uscire da un rapporto sentimentale, vuol dire gestire la solitudine e affrontare la propria anima.

Fuori dai dettami culturali, sociali o religiosi.

Soltanto chi ha l’ardire di essere pienamente se stesso può guardare la vita negli occhi senza nascondersi la verità e affrontare il dolore del fallimento e la paura di ricominciare tutto da capo.

L’amore lascia liberi.

Viverlo fino in fondo significa correre costantemente il rischio di vederlo sparire, di sentirsi fragili, abbandonati e soli.

E anche di sentirsi… crudeli, spietati, egoisti, traditori e senza cuore.

Quando ci si separa, difficilmente succede di comune accordo.

Di solito i tempi dell’amore non coincidono e, mentre uno decide di allontanarsi, l’altro può essere ancora coinvolto.

Per evitare di vivere il ruolo del cattivo o della cattiva, spesso apriamo le porte al pietismo e alla finzione.

Mancando di rispetto al partner e a noi stessi.

In questo modo nascondiamo la paura della solitudine dietro un falso altruismo.

Amare vuol dire anche: concedere a chi si sente ferito il permesso di odiarci.

Permettere la rabbia a chi è stato abbandonato o tradito, senza pretenderne l’approvazione e la comprensione a tutti i costi.

Occorre molta temerarietà per reggere il peso del proprio cuore.

Ma, soprattutto, occorre molta temerarietà per abbandonare le certezze consolidate nel tempo e cominciare a frequentare parti diverse di se stessi.

Per tutti questi motivi la separazione fa sempre tanta paura.

E’ un salto nell’ignoto che porta a incontrare il proprio ego, il bisogno di affermare se stessi, il desiderio di gestire in prima persona la propria vita.

Non sempre ci si riesce.

A volte, il timore del giudizio e la paura di accettare il fallimento dei sogni e dei progetti passati, paralizzano ogni possibilità di espressione e di conoscenza.


ALCUNI CONSIGLI PRATICI…


In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, la separazione è una strada per pochi.

Ma se, nonostante tutti gli impedimenti che vi ho descritto, sentite ancora dentro di voi la voglia di seguire il cuore e state pensando di separarvi, eccovi qualche indicazione psicologica di pronto soccorso, utile per  non cadere nelle recriminazioni o nell’abnegazione, e per muovere i primi difficilissimi passi nella direzione di incontrare voi stessi.

In un percorso di separazione è indispensabile:

  • Riportare su di sé la responsabilità di ogni scelta (io ho scelto di….)

  • Smettere di pensare al partner e focalizzasi su se stessi (io voglio fare…)

  • Perseguire interessi nuovi.

  • Darsi degli obiettivi.

  • Lasciare perdere proprietà, possessi e interessi (avvocati e psicologi hanno mete differenti).

  • Lasciare libero il vostro partner di vivere i propri sentimenti (senza interferire).

  • Non pretendere di avere ragione, di essere buoni, di essere capiti.

  • Non consolare chi state lasciando (non potete essere voi la spalla su cui piangere!).

  • Concedere a chi viene lasciato il diritto di odiarvi (anche per sempre).

  • (Quando ci sono) Non utilizzare i figli come alibi, arma, aiutanti o consulenti.

  •  Accettare la solitudine senza sfuggirla.

  •  Vivere da soli.

Leggi anche:

SIAMO MARITO E MOGLIE? O SIAMO GENITORI? 

GENITORI INNAMORATI

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Lug 21 2012

DONNE CHE AMANO LE DONNE / UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI

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L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

 

Nella nostra società viviamo immersi dentro un imperialismo del sesso, che stabilisce arbitrariamente la liceità di alcune forme d’amore e nega ad altre il diritto all’esistenza.

Gli uomini possono amare le donne.

Le donne possono amare gli uomini.

Ma l’amore tra donne, o tra uomini, è considerato innaturale e, fino a poco tempo fa, era curato come se si trattasse di una patologia.

Oggi, benché tollerato, suscita comunque sospetto, ridicolizzazione, commenti negativi fino ad arrivare ad aperte ostilità.

L’unico amore che la nostra civiltà riconosce è l’amore tra maschio e femmina.

“L’amore omosessuale è contro natura!” si afferma con superficialità. 

Non serve citare numerosi esempi, di animali e di culture diverse dalla nostra, che disconfermano palesemente quest’affermazione.

Il buon senso comune continua imperturbabile a considerare innaturale l’amore tra persone dello stesso sesso, e si arroga il diritto di decidere cosa sia naturale e cosa no, escludendo dalle varianti comportamentali che la natura ci mostra quotidianamente, quelle che contraddicono il suo pensiero.

Ma il buon senso comune non è un bersaglio che si possa colpire o un’opinione da modificare, appartiene a tutti e a nessuno, è il risultato degli innumerevoli condizionamenti che fanno da sfondo alle nostre giornate piene d’impegni, di fretta e di cose da fare.

Il buon senso comune è quell’insieme di ragionamenti impalpabili indotti dai tanti modi in cui la nostra società perpetua se stessa.

Impossibile vivisezionarlo, cambiarlo, modificarlo.

Come una nube tossica s’insinua dappertutto e permea l’inconsapevolezza del pensiero.

Così comune e ovvio da passare, quasi sempre, inosservato.

Per riconoscere la sua esistenza occorre un mezzo di contrasto.

Una cartina al tornasole che evidenzi le ragioni della sua inalterabilità, nonostante le numerose disconferme che riceve (e ignora) ogni giorno.

Il buon senso comune attraversa il pensiero di molti.

I molti che quotidianamente combattono una battaglia per far quadrare i conti e arrivare alla fine del mese senza troppi casini.

Il buon senso comune è costruito, con competenza e abilità… per favorire i pochi.

I pochi che, invece, i conti possono farseli pagare dagli altri.

Quei pochi che vivono beati, con l’unico pensiero d’incrementare il loro agiato e prezioso status quo.

Poche persone che ne gestiscono tante. 

E, grazie alla fatica di quei tanti, raggiungono livelli di benessere che agli altri sono addirittura sconosciuti.


Una piccola e aristocratica elite…

… che amministra il mondo!


Ai pochi che gestiscono il mondo, serve avere un numero sempre crescente di individui disposti a lavorare.

Gente pronta a sacrificare tempo, impegno ed energia in cambio di qualche vantaggio ma, soprattutto, della garanzia di veder quadrare il bilancio di debiti e bollette a fine mese.

E’ con questi obiettivi che il buon senso comune prende forma.

Approfittare delle difficoltà dei molti per tenerli rinchiusi dentro prigioni fatte di pensieri è un modo pratico che i pochi hanno trovato per mantenere in auge il loro potere.

Per questo, con una naturalezza solamente apparente, il buon senso comune incrementa un’idea (indotta dai pochi per servirsi dei molti), al fine di favorire la sopravvivenza d’interessi importanti e inarrestabili (gli interessi dei pochi).

Un’idea che cresce, sostenuta da grandi ideologie e protetta da scopi umanitari, e diventa una gabbia invisibile capace d’intrappolare la mente dentro schemi che si perpetuano da se.

Efficace e impercettibile.

Tramandata dai genitori ai figli, così come si tramandano i dialetti, le mode, la cadenza o la gestualità.

Ai pochi che governano i molti, servono tante braccia disposte a lavorare sempre.

E, per avere questo, occorre una costante riproduzione.

Ci vogliono tanti pulcini.

Cuccioli che cresceranno.

Forze e cervelli pronti a darsi da fare.

Nuova energia.

Quando le donne amano le donne e gli uomini amano gli uomini, di figli non ne nascono, e le opportunità di forze nuove vanno sprecate.

Per questo, le donne DEVONO amare gli uomini, e gli uomini DEVONO amare le donne.

Ai pochi che governano i molti servono tanti soldatini, tante persone, tanti bambini, tanta forza da impiegare per il raggiungimento dei loro fini.

E’ improduttivo veder sprecare le risorse umane in amori che non daranno mai prole.

Viene considerato: innaturale.

Come in un allevamento, l’accoppiamento serve per la riproduzione.

E’ naturale!

Le donne che amano le donne e gli uomini che amano gli uomini, non danno continuità alla specie. Non incrementano la riproduzione.

Gente sbagliata.

Gente di serie B.

Affrontano dentro di sé il peso dell’emarginazione e del giudizio, imparano sulla propria pelle a non fidarsi di ciò che il buon senso comune considera scontato.

Sono persone scomode.

Imprevedibili.

Pericolose.

Colpite con l’arma del ridicolo, private dei diritti che gli altri vivono senza problemi.

Costrette a nascondersi, spesso persino a se stesse.

Dovrebbero censurare i sentimenti, sacrificando l’amore in nome della procreazione.

Ma l’amore non si può mai estirpare.

Cresce senza curarsi degli interessi e riafferma se stesso fuori dalle prigioni del buon senso comune e dalle trappole della normalità.

L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

Diversi.

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Lug 01 2012

CARNE O ANIMA? amore o sesso?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Queste domande non dovrebbero esistere.

La carne e l’anima formano un binomio inscindibile.

(Almeno finché si è vivi)

Invece, in questa nostra civiltà malata, abbiamo carni che hanno un’anima e carni che a noi sembrano esistere solo per essere mangiate.

La carne nella nostra cultura è ritenuta antitetica all’anima e associata al peccato o al macello.

La consideriamo causa di scandali, vizi e perversioni.

Oppure la pesiamo al chilo, come se fosse una merce qualunque e non la vita di un essere vivente.

Consideriamo la carne e il corpo opposti all’anima e alla spiritualità.

Da una parte abbiamo la fisicità, con impulsi, istinti e bisogni, e dall’altra l’anima, la purezza, la sensibilità, la capacità di amare.

Separare la carne dall’anima, autorizza il predominio, giustifica l’uso di tante specie animali per il piacere e il divertimento della nostra razza e, purtroppo, porta con sé conseguenze abominevoli.

Infatti, dove non c’è l’anima lo sfruttamento diventa lecito!

E’ con questi presupposti che la cultura maschilista ha oppresso e violentato le donne per secoli.

E, sempre in questo modo, la pedofilia argomenta la propria perversione.

Se la carne è priva di anima, può essere considerata semplicemente un oggetto.

E come tale sarà trattata.

Considerare delle creature viventi alla stregua di cose, legittima violenza e abusi.

Siamo convinti che ci siano carni prive di anima.

Ma la carne priva di anima segnala un’esistenza di serie B.

Appartiene a esseri con poco valore.

Esseri che sono stati creati per il piacere di altri esseri.

Esseri… nati per servire.

Esseri senz’anima, appunto.

Nella nostra cultura, gli animali sono giudicati: carne senz’anima. E perciò al servizio della specie umana.

Anche le donne, spesso, subiscono la stessa sorte e diventano carne senz’anima al servizio del sesso maschile.

I bambini sono carne senz’anima quando vengono usati come strumenti di piacere nelle mani degli adulti.

Animali, donne, bambini.

Creature sottoposte al predominio e allo sfruttamento di altre creature!

L’abominio, contenuto nella separazione arbitraria della carne dall’anima, priva la razza umana della sua dignità e ci rende inermi e sgomenti davanti alla morte.

Infatti, la morte inflitta con noncuranza e crudeltà si trasforma facilmente in un enigma senza senso.

Legittimando il massacro di tanti esseri, occultiamo il significato della vita (e della morte) dietro una maschera di insensibilità.

La violenza è la malattia di questa civiltà.

Si annida dappertutto e, come un virus, contagia il nostro cuore, rendendolo cieco e sordo davanti ai soprusi cui assistiamo ogni giorno e dei quali siamo complici, spesso senza nemmeno rendercene conto.

Compriamo e mangiamo la vita di altri esseri viventi, con assoluta indifferenza.

Poi, con la stessa indifferenza, riteniamo la carne uno strumento di piacere.

E separiamo il sesso dai sentimenti.

Ci arroghiamo il diritto di poter scegliere se fare sesso o fare l’amore.

Ma l’amore e il sesso, come la carne e l’anima, non possono essere disgiunti.

Il sesso è un’estensione dell’amore, è la condivisione della propria intimità anche fisica.

Invece, nella nostra società, il sesso è usato spesso per far violenza e dell’intimità si è perso completamente il significato e il valore.

Ostentiamo le nostre nudità ma occultiamo l’anima, vergognandoci di possedere anche una sensibilità oltre al corpo. 

Ci vantiamo di innumerevoli conquiste sessuali, di avventure vissute con poca o nessuna reciprocità, di rapporti fatti principalmente di carne e privi di anima.

Collezioniamo esperienze erotiche, come trofei in un album delle figurine.

E le archiviamo orgogliosi, senza fermarci a condividere, insieme al corpo, anche la nostra interiorità.

La nudità non è la carne spogliata dei vestiti, ma l’anima senza censure e senza veli.

Condividere l’anima, permette di condividere il corpo e rende l’unione sessuale un momento di estasi e di sacralità.

La carne e l’anima non sono separabili.

Appartengono inscindibilmente alla vita.

Negarne l’unità abilita il massacro e lacera il cuore, lasciandoci confusi e soli a ricercare il senso della nostra presunta umanità.

La carne e l’anima appartengono a una stessa identica realtà.

Qualcosa che chiamiamo: vita.

Qualcosa che esiste, indivisibile, nella perfetta unicità di ognuno.

Maschio o femmina, adulto o bambino, uomo o animale.

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Giu 22 2012

RIPRENDIAMOCI IL DIRITTO DI AVERE UN CUORE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

In questo mondo malato di violenza è molto più facile parlare di sesso che condividere i sentimenti.

Proviamo vergogna nel manifestare le emozioni e cerchiamo di non mostrarle, come se fosse possibile e normale non averne affatto.

Riteniamo che l’imperturbabilità, la freddezza, l’indifferenza, siano qualità auspicabili, pregi da conquistare, piuttosto che difetti da correggere.

Perciò impegniamo tempo, fatica e risorse, nel tentativo di raggiungere un’impassibilità capace di renderci simili a dei robot senza cuore.

Poi, quando capita che i sentimenti tracimino (superando il controllo razionale che imponiamo a noi stessi) ci sentiamo in pericolo, ridicoli, vulnerabili e stupidi.

La nudità dell’anima crea più imbarazzo di quella del corpo.

Siamo convinti che non provare emozioni sia indice di equilibrio e di maturità e giudichiamo l’emotività, una caratteristica dell’infanzia o dei deboli.

Chi si occupa di salute mentale, però, sa che, invece, è vero proprio il contrario!

Le persone equilibrate e mature sono capaci di accogliere e condividere le emozioni, senza censurarle e senza vergognarsene.

Riconoscere i sentimenti, nominarli, viverli è una prerogativa fondamentale dell’intelligenza, più di qualunque altra capacità.

Tecnici esperti hanno tentato di riprodurre l’emotività con la tecnologia, ma non sono ancora riusciti a programmarla.

La sensibilità è un requisito talmente sofisticato e prezioso da risultare indecifrabile (e certamente impossibile da duplicare) per qualunque congegno progettato dal’uomo.

Eppure… questa caratteristica inestimabile, è considerata disdicevole e imbarazzante dalla maggior parte delle persone!

Si preferisce somigliare alle macchine piuttosto che riconoscere la propria umanità davanti agli altri.

Personalmente ritengo che questo atteggiamento di disprezzo verso la sensibilità non sia casuale e risponda a interessi ben precisi.

Gettare discredito sui sentimenti fa parte di ciò che chiamiamo: cultura.

La nostra civiltà propone in questo modo un mondo progredito.

Un mondo a misura del business, più che dell’umanità.

Un mondo il cui fine ultimo è far funzionare l’economia. 

Ci viene fatto credere che la nostra sopravvivenza, le condizioni adeguate per vivere, dipendano dal buon andamento del mercato, della borsa, della finanza e del commercio, ma, ad un più attento esame, la sopravvivenza in questione riguarda sempre e solo la salvaguardia dei pochi che governano i molti.

E il sistema economico, sul quale costruiamo le nostre certezze, è un sistema che tiene la gente incatenata dentro una gabbia, in nome della civilizzazione.

Questo sistema ci chiede di rinunciare alla nostra autenticità, alla nostra umanità, al nostro sentire, al nucleo più vitale di noi stessi, in cambio di un riconoscimento sociale che trasforma la gente in automi privi di personalità.

Per sentirci integrati nella società dobbiamo possedere tante cose ritenute indispensabili e in grado di renderci amabili, rispettabili, apprezzabili… ma per averle nascondiamo l’amore, rinunciamo al rispetto, abiuriamo la spontaneità.

Poi ci sentiamo vuoti e soli, perché il benessere che abbiamo acquistato (con tanti soldi, fatica e sacrifici) non colma la perdita dell’umanità. Non può sostituire la deprivazione della nostra personale verità.

Senza emozioni si vive male.

Ciò che sentiamo, gli stati d’animo, i vissuti interiori sono il tessuto che forgia la vita, la nostra ricchezza, il nostro potere.

La depressione, la totale mancanza di emozioni, priva l’esistenza di significato e spinge a desiderare di morire.

L’emotività è un’energia, il nucleo della personalità, il centro creativo da cui prende vita l’unicità di ciascuno.

Ridurla, amputarla, eliminarla significa privare se stessi della forza vitale e rifiutare il senso della propria esistenza.

La sofferenza mentale è in aumento, si moltiplicano i casi di atti violenti e criminali, assistiamo al dilagare di malattie sempre diverse e sempre più insidiose, ma non ci rendiamo conto che tutte queste patologie sono la conseguenza di uno stile di vita che ci costringe a rinunciare alla parte più vera di noi stessi, privandoci del nostro cuore pulsante di sensibilità, negando ciò che rende importante e preziosa l’esistenza.

Senza emozioni il sistema nervoso perde la sua funzionalità, il sistema immunitario impazzisce e l’intelligenza emotiva si frantuma.

Riprendiamoci il diritto di avere un cuore.

Salviamo la nostra sensibilità dall’estinzione.

Amare, piangere, commuoversi, intenerirsi, essere gentili… sono aspetti importanti della vita.

Sono la vita stessa.

La nostra intima, profonda, verità.

Non si può rinunciare alle emozioni senza perdere anche la dignità.

Vuoi saperne di più? 

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LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Apr 18 2012

L’INDIFFERENZA E’ UNA PATOLOGIA… alla moda

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore.

L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro, non lo vedi neppure, non esiste più.

Ermes Ronchi

L’indifferenza è quello stato psichico che ti consente di non accorgerti della sofferenza altrui.

Si è indifferenti quando non ci s’immedesima, quando si traccia un confine tra se stessi e gli altri, quando si attribuisce meno valore a chi è considerato diverso.

Purtroppo oggi l’indifferenza è una patologia comunemente accettata e poggia sull’egocentrismo e sul bisogno di confermare se stessi.

Noi psicologi valutiamo la maturità soprattutto in base alla possibilità di immedesimarsi e di socializzare.

Riteniamo che l’egocentrismo sia spontaneo e naturale nei bambini molto piccoli ma che, durante la crescita, debba inevitabilmente cedere il posto alla capacità di relazionarsi e di condividere.

L’empatia (saper vedere il mondo con gli occhi di un altro) è il parametro più importante nel valutare la maturità di una persona e segnala la sua intelligenza emotiva.

L’intelligenza, infatti, non riguarda solamente le acquisizioni cognitive e logico-matematiche, ma anche e soprattutto la capacità di riconoscere i sentimenti e le emozioni.

Tante patologie psichiatriche sono caratterizzate da una grave lacuna nell’intelligenza emotiva nonostante buone capacità logiche e matematiche (autismo, psicopatia, ecc.).

L’intelligenza emotiva è ciò che ci rende umani e ci distingue dai computer.

L’apprendimento nozionistico, privo di sensibilità è, infatti, una prerogativa delle macchine.

La nostra vita è fatta di relazioni e, nelle relazioni, le emozioni giocano un ruolo fondamentale e imprescindibile.

Ecco perché l’intelligenza emotiva è un’intelligenza viva e non artificiale.

(Un’intelligenza che, per adesso, nessuna macchina ha potuto imitare.)

L’indifferenza segnala un deficit, una mancanza nell’intelligenza emotiva, un’incapacità nel fare relazione, è un handicap emotivo. 

Di questi tempi, purtroppo, l’indifferenza è una patologia… auspicata da molti!

Perché consente di muoversi  agilmente in un mondo gravemente malato d’insensibilità.

Impropriamente, si ritiene che l’indifferenza aiuti a vivere più serenamente… infatti, circoscrivendo l’attenzione all’ego, nasconde alla coscienza il dolore degli altri.

E in questo modo consente di non soffrire a causa della propria empatia.

L’indifferenza oggi è dappertutto e tutti ne siamo affetti, perché la crudeltà è diventata la norma nella nostra cultura.

E perché, vivendo in mezzo alla crudeltà, molti preferiscono essere spietati piuttosto che sensibili.

Non c’è rispetto per la vita ma non tutti se ne rendono conto.

Esiste un meccanismo psicologico chiamato: negazione, che consente di occultare alla coscienza ciò che va in conflitto con quello che abbiamo scelto di essere.

Nell’indifferenza, la negazione ottunde l’empatia e, senza empatia, il dolore che abbiamo intorno diventa impercettibile.

La vita è dappertutto, anche se molti non la notano.

La violenza fatta alla vita, purtroppo, è anch’essa dappertutto. 

Invisibile per la maggioranza.

Anche le immagini di morte sono dappertutto.

I più non se ne accorgono nemmeno.

Tanti le trovano eleganti.

E a molti addirittura… mettono fame!


IL TERMOMETRO DELL’INDIFFERENZA

 

Per valutare il livello della tua indifferenza, prova a fare il test:

Osserva attentamente le immagini riportate qui sotto cercando di individuare in ciascuna di esse, la violenza, i soprusi e il dolore.

Segna un punto per ogni immagine in cui riconosci una violenza, un sopruso o il dolore.

Risultati:  

Punti 6  = indifferenza totalmente assente, alto livello di empatia, personalità creativa, inteligenza emotiva superiore alla media.

Da 3 a 5 punti = indifferenza nella norma, rimozione parziale della propria sensibilità, intelligenza emotiva nella media.

Da 1 a 2 punti = indifferenza dominante, scarsa sensibilità, intelligenza emotiva al di sotto della media.

Punti 0 = indifferenza patologica, mancanza totale di sensibilità, intelligenza emotiva deficitaria.

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Mar 19 2012

L’AMORE VIVE CON NONCURANZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

I miracoli accadono sempre senza annunciarsi e senza fare troppo rumore, come se nulla d’importante fosse successo.

Sono fenomeni A-normali.

Interrompono bruscamente la prevedibilità della realtà, proponendosi in modo spontaneo e occasionale, per poi lasciare che lo scorrere abituale delle cose riprenda il suo solito ritmo.

I miracoli succedono con noncuranza.

Tutti i gesti d’amore si compiono con noncuranza.

La noncuranza in questi casi, lungi dall’essere indifferenza, caratterizza i comportamenti che non hanno bisogno di gloria e di riconoscimenti da parte degli altri.


Ma che cos’è la noncuranza?


Si chiama noncuranza la mancanza di attenzione nei confronti di qualcuno o qualcosa e in amore indica il dare poca importanza alle azioni compiute assecondando le direttive del cuore.

Le personalità creative sono spesso noncuranti e compiono grandi atti d’amore senza mettere enfasi in ciò che fanno.

A loro non importano le lodi o l’acclamazione.

Rispondono a un’esigenza interiore che cerca solamente il bene dell’altro. 

Non si domandano perché. Agiscono e basta.

Sentono di non avere altra scelta, di non poter fare diversamente da così.

Infatti, ciò che muove le loro azioni è un bisogno interiore, pressante e improrogabile. Devono farlo!… come quando scappa la pipì!

L’amore agisce secondo un impulso emotivo che bypassa la ragione e non si cura delle convenienze. E’ una forza che parte da dentro e non trova pace, finché non è stata espressa.

Purtroppo, in questa nostra civiltà, che ha fatto del guadagno il proprio Dio e crede nella competizione come in un dogma, il cuore è considerato inutile e chi agisce seguendo i suoi dettami è giudicato poco intelligente.

Per questo, spesso, le personalità creative vivono lacerate tra il desiderio di essere come la società richiede e l’incapacità di far tacere quella pressante voce interiore.

Queste persone sono capaci di compiere grandi cose con assoluta noncuranza, esprimendo la loro generosità sottovoce.

Agiscono i sentimenti in punta di piedi, senza farsi notare, per paura di essere criticati e derisi.

Amano. Senza fare nessun rumore.


Storie d’amore senza importanza


Anna tutti i giorni parcheggia vicino a una costruzione diroccata.

Una colonia di gatti randagi le corre incontro miagolando, le code erette come bandiere, in segno di saluto e di amicizia.

Anna spalanca il cofano della macchina e in pochi minuti allestisce un banchetto per i micini, che intanto accorrono affamati e sempre più numerosi.

Prepara le ciotole con la pappa, versa l’acqua negli abbeveratoi, mette il collirio a qualche cucciolo un po’ malandato, da una pastiglia di antibiotico a un altro, medica la coda di un anziano che si è infortunato, poi si siede su un muretto e aspetta la fine del pasto per ripulire la zona e non lasciare i piatti sporchi in giro.

Infine si lava le mani con l’acqua di una bottiglia e corre via.

“Alle sette devo timbrare il cartellino e non posso far tardi, ma se fosse per loro, potrei stare lì tutta la mattina!” mi racconta sorridendo.

“Cerco di arrivare molto presto, in modo da non infastidire nessuno e raccogliere tutti i resti prima che la gente esca da casa. A tanti non piace che si dia da mangiare ai gatti, ma io non posso restare indifferente davanti alla sofferenza degli animali e alla fatica che fanno per vivere!

Faccio in modo di rendermi invisibile. Cancello tutte le tracce. Li curo come posso. Ci chiamano “gattare” e non siamo ben viste. Ci considerano persone un po’ svitate…”

* * *

La mamma di Adele è ricoverata in una casa per anziani e Adele ogni giorno va a trovarla.

Le porta i giornali, la biancheria pulita, qualcosa di buono da mangiare e poi si trattiene per una parte del pomeriggio a farle compagnia.

Da qualche mese però, prima di andarsene passa anche a trovare Alfredo, un uomo di circa settant’anni che sta da solo in una stanza in fondo al corridoio.

Alfredo è completamente paralizzato e comunica muovendo le palpebre.

Adele prova una per lui simpatia e tenerezza. Ogni giorno si ferma a chiacchierare un poco. Gli racconta qualcosa, legge ad alta voce, scherza.

“Non sono sicura che la mia presenza gli faccia piacere, è difficile capire cosa prova e pensa, seguendo solo il battito delle sue palpebre!” racconta.

“Le infermiere hanno detto che non ha parenti né amici. Nessuno. E’ sempre solo in quella stanza a guardare il soffitto. Hanno tutti da fare e lo trattano come se fosse un bambino…” Adele scrolla la testa.

Poi continua:

“Siccome non parla e non si muove, si è portati a pensare che non capisca niente, invece non è così, è solo diverso dagli altri! Anch’io ci ho messo un po’ a comprendere il linguaggio delle palpebre, ma ora so che mi capisce quando gli parlo. Ci vuole solo molta pazienza…

Pensare che passa la giornata lì da solo con i suoi pensieri, mi fa impazzire. Quando mamma sarà dimessa, so già che andrò a trovarlo tutti i giorni, lo stesso.”

* * *

Marzia è stata assunta da poco come veterinario in un ambulatorio per piccoli animali.

Una mattina portano due cagnolini avvolti dentro uno straccio da cucina. Hanno solo qualche giorno di vita. Gli occhietti ancora chiusi. Il pelo sottile sottile.

 “Bisogna abbatterli, dottoressa, sono venuti male!” parole brusche, borbottate in dialetto.

Marzia visita i cuccioli. Stanno bene… ma sono entrambi spastici, i muscoli rigidi e ipertonici.

“Bisognerebbe fare una rieducazione, della fisioterapia, curarli…” prova a dire conciliante, cercando di evitare quella brutta fine.

“Non ne vale la pena. Ne ho già altri! Li sopprima dottoressa, si sbrighi!”

Marzia guarda i musetti umidi, le pancine rosa, i polpastrelli morbidi come il velluto e le zampine contratte.

“Li lasci qua…” risponde sospirando “Ci penso io. Vada pure.” Non vuole fare quanto le è stato richiesto.

Li porta a casa. Uno nero e uno bianco. Maschio e femmina. Nerino e Bianchina.

Oggi hanno sette anni e saltellano balzelloni, scodinzolando festosi. Sembrano usciti da un cartone animato. Il pelo lucido, lo sguardo attento. Simpatici e buffi nella loro diversità.

“Non ho detto niente e me li sono tenuti.” racconta Marzia, divertita.

“Non si può uccidere un animale che sta bene e vuole vivere. Io, di certo, non ci riesco! Gli ho fatto della fisioterapia, li ho curati e ancora vanno seguiti con esercizi specifici… Forse mi complico la vita, ma sono fatta così.”

* * *

Viviana sta camminando su un marciapiede affollato di gente, quando nota una ragazza Rom che singhiozza all’angolo della strada.

“Che succede? Hai bisogno di aiuto?” domanda, cercando di capire cosa le sia successo.

La giovane ha un forte mal di denti e piange per il dolore, senza sapere cosa fare.

“Vieni con me!” Viviana rimanda d’impulso le sue commissioni. Entra in una farmacia, compra degli antidolorifici e poi accompagna la zingara nello studio del suo dentista.

“Vedrai che presto sarà tutto risolto!” la rassicura, affidandola a mani esperte.

Poi corre via di fretta.

Pagherà a fine mese il conto del dentista, ora deve scappare… non può raccontare in giro che ha perso il pomeriggio per far curare i denti a una sconosciuta!

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