Set 16 2017

ANIMALI E COMUNICAZIONE CON I DEFUNTI

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Crediamo che la nostra sia l’unica cultura degna di questo nome e disprezziamo le altre creature giudicandole rozze e stupide.

Eppure, quelle che presuntuosamente definiamo bestie possiedono una conoscenza che noi abbiamo dimenticato e comprendono la vita senza dipendere dalle parole.

Gli animali conoscono il valore di ciò che non si vede e padroneggiano d’istinto le percezioni immateriali.

Possiamo verificarlo ogni volta che interagiscono tra loro senza emettere alcun suono.

Grazie a una partecipazione silenziosa e impercettibile, le altre specie condividono la voglia di giocare, la curiosità, il piacere di conoscersi, la rabbia, la paura, il confitto, l’unione, il corteggiamento, l’amore…

Sentono interiormente i vissuti reciproci e si comportano di conseguenza.

Quando muore una persona cara, il desiderio di riabbracciarla ci spinge a desiderare un modo per ricongiungerci nonostante la mancanza della fisicità, e il più grande limite che incontriamo è legato alla dipendenza dai suoni e dalle parole.

Abbiamo bisogno della concretezza.

Diversamente dagli animali, non siamo capaci di cogliere in noi stessi gli avvenimenti interiori, non sappiamo distinguere i vissuti intimi dal flusso ininterrotto dei pensieri che affollano la mente.

Preferiamo affidare la nostra conoscenza alla vista, all’udito, alle consuetudini, agli scienziati o alla tecnologia, e deridiamo la telepatia, l’istintualità, la sensitività e l’intuizione che caratterizzano il sapere degli animali.

Neghiamo a noi stessi la possibilità di utilizzare il sesto senso e ignoriamo le profondità dell’empatia.

Così, quando le persone che amiamo abbandonano il corpo, non sappiamo come fare per ritrovarle e veniamo travolti dalla sofferenza.

In quei momenti la vita sembra un gioco crudele volto a farci impazzire.

La mancanza della fisicità ci coglie inermi, disperati e soli.

Abbiamo perso i codici dell’invisibile e disprezziamo i maestri che potrebbero aiutarci.

È faticoso assumersi la responsabilità della propria ignoranza e ammettere che tutto quel dolore dipenda dalla convinzione di una superiorità arbitraria e inesistente.

È difficile accettare che non riusciamo a sentire la presenza di chi è privo del corpo perché abbiamo calpestato il valore delle comunicazioni intime e profonde, fatte di percezioni senza parole.

Tuttavia, chi vive con un cane o con un gatto (ma anche con un coniglio, con un porcellino, con una pecora, con una gallina…) può osservare quotidianamente il sapere delle altre specie.

I nostri animali, infatti, avvertono la realtà dentro di sé e sanno quando abbiamo deciso di portarli dal veterinario, di fargli il bagno, di uscire per una passeggiata o di dargli da mangiare.

Lo intuiscono e si fidano di ciò che sentono.

Non cercano le prove scientifiche.

Non ne hanno bisogno.

Quando muore una persona cara, la necessità di recuperare quel linguaggio senza parole diventa l’unica via per ritrovare chi abbiamo amato, oltre l’annientamento imposto dal pensiero scientifico alla morte del corpo fisico.

La possibilità di sperimentare ancora la presenza immateriale dei nostri cari passa attraverso l’ascolto di un’intimità fatta di sensazioni impalpabili.

In quei momenti l’anima cerca la continuità del legame dentro un vissuto profondo che chiamiamo: unione.

In quella partecipazione interiore è racchiusa la percezione dell’intesa indissolubile che sopravvive nell’intimità di ciascuno, oltre le barriere dello spazio e del tempo.

Il cuore la riconosce d’istinto.

Gli animali lo sanno da sempre.

La specie umana (intrappolata nella propria presunzione) chiede conferme agli esperti e si priva dell’autenticità capace di restituire senso alla vita.

E alla morte.

Carla Sale Musio

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Set 09 2017

LE RADICI DELLO SPECISMO

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Nel tentativo di sentirci amati occultiamo (anche a noi stessi) i tratti del carattere che non incontrano il favore degli altri, e costruiamo un’immagine idealizzata focalizzando l’attenzione sulle nostre parti migliori e occultando ciò che ci appare inadeguato e sconveniente.

Prende forma così un razzismo interiore che sostiene i comportamenti consoni al mondo esterno e rinchiude nelle segrete dell’inconscio tanti aspetti rinnegati, portandoci a disprezzare chiunque si permetta di manifestare gli atteggiamenti che abbiamo censurato interiormente.

I meccanismi della rimozione e della proiezione, infatti, consentono di cancellare dalla coscienza ciò che non ci piace, invitandoci a combatterlo fuori di noi nello sforzo di differenziarcene.

Questo gioco perverso è l’origine di ogni guerra e di ogni violenza.

Nella psiche esiste la Totalità e separare drasticamente il buono dal cattivo spezza la completezza che caratterizza il benessere, portandoci a vivere nella mancanza e nell’insoddisfazione.

Gli opposti si richiamano continuamente l’uno con l’altro e interiormente non sono divisibili.

Le contrapposizioni sono facce di una stessa medaglia, aspetti inscindibili della verità.

Come ci insegna il Tao: lo yin contiene sempre lo yang, e viceversa.

E come ci ricorda l’Ermetismo: Tutto è Uno.

Separare il bene dal male serve a comprendere due modi diversi di manifestarsi.

Tuttavia, combattere il male nel tentativo di liberarsene non fa che aumentarne la potenza, mentre incrementare il bene inevitabilmente amplifica anche il suo contrario.

Tutto questo può apparire sconcertante e senza soluzione in un mondo abituato a dividere e combattere.

Occorre aprirsi a una cultura nuova per comprendere il valore dell’integrità.

Questo non significa legalizzare la crudeltà.

Al contrario!

Accogliere in sé la malvagità insieme alla bontà permette di scoprire il valore dell’interezza e di accettare ogni aspetto di sé, riducendo il bisogno di lottare per separarsene.

Quando ci schieriamo erigiamo un muro dentro noi stessi e, nel tentativo di separare le cose che giudichiamo buone da quelle cattive, alimentiamo la guerra interiore.

La bontà è tale soltanto quando la cattiveria ne evidenzia i contorni.

E insieme formano un’unica verità.

Inscindibile.

Censurando nel mondo intimo una metà della mela rinunciamo al potere della Totalità e, per ritrovare l’intero che abbiamo manomesso, ci condanniamo a dipendere da qualcosa posto fuori di noi.

Comprendere i meccanismi psicologici e le perversioni indotte dalla cultura della violenza è l’unica strada per uscire dalla sofferenza che attanaglia la nostra società.

La chiave per un mondo migliore è fatta di accoglienza e di comprensione e permette di evolvere le energie distorte fino a cogliere il dono che sono venute a portare al mondo.

Dosi omeopatiche di cattiveria servono ad agire importanti trasformazioni nella vita di tutti i giorni e aprono le porte a una partnership fondata sulla condivisione, sulla cooperazione e sulla fratellanza.

Oggi però si preferisce il “dividi e impera” alimentando la prepotenza nel tentativo di estirparla.

Le conseguenze di quest’uso perverso dei meccanismi psicologici sono sotto gli occhi di tutti.

La proiezione delle parti negative è un’abitudine condivisa.

Anche da tante anime buone che combattono ogni giorno contro la crudeltà.

È in questo quadro che prende forma lo specismo.

Gli abusi contro gli animali perpetuano la violenza nel mondo esterno e consolidano la censura nell’interiorità di ciascuno, alimentati dalla rimozione e dalla proiezione che ognuno agisce dentro di sé e sponsorizzati da una cultura che affonda le radici nella discriminazione.

Si tratta di una violenza invisibile, abilmente nascosta agli occhi di tutti grazie a un bombardamento psicologico che intreccia la crudeltà con la dolcezza fino a renderla invisibile.

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LA CONFUSIONE IPNOTICA

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Esiste una tecnica ipnotica chiamata “della confusione” che permette di scivolare in un piacevole stato di obnubilamento grazie a un conflitto provocato ad arte nella psiche.

Utilizzando questa tecnica s’induce uno stato di trance alternando rapidamente messaggi contradditori: rassicuranti e allarmanti contemporaneamente.

Durante un corso di formazione ho visto scivolare improvvisamente nel sonno ipnotico un collega che si era offerto volontario per una dimostrazione.

Il trainer prese a girargli intorno, dapprima dolcemente e amichevolmente poi sempre più minacciosamente, fino a che, lanciando un grido improvviso, lo fece sprofondare nella trance sostenendolo tra le proprie braccia come se si trattasse di un bambino.

Ci spiegò in seguito che la psiche entra in uno stato di allarme davanti a segnali incongruenti di amicizia e inimicizia insieme, e un modo facile per liberarsi della tensione consiste nell’abbandonare il campo entrando in uno stato ipnotico.

Nel corso della dimostrazione il collega volontario si era sentito spiazzato, non riuscendo a valutare se i movimenti dell’insegnante fossero rissosi o confidenziali e, nel momento in cui un vocalizzo improvviso aveva intensificato il conflitto, inconsciamente si era rifugiato nella trance per uscire da quell’incertezza.

Quando acquistiamo prodotti di origine animale subiamo tutti inconsapevolmente la Tecnica Ipnotica della Confusione.

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MESSAGGI INCONGRUENTI

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Nessuno può negare che allevare delle creature docili e innocenti per soddisfare i piaceri effimeri della vanità o del gusto, sia frutto di un comportamento cinico, crudele e privo di etica e di empatia.

Eppure ogni giorno, immersi in una trance indotta da esigenze commerciali, riconfermiamo con le nostre scelte la violenza e lo sterminio di tanti esseri colpevoli soltanto della propria ingenuità.

Il conflitto, tra una pubblicità rassicurante quanto ingannevole e la voce della coscienza che interiormente ne segnala l’orrore, ci sprofonda in un’incoscienza ipnotica sostenuta abilmente dagli interessi delle multinazionali.

Le immagini della pubblicità, infatti, raffigurano gli animali felici di essere maltrattati e uccisi per soddisfare i desideri della specie umana.

Ci sono le ochette bianche, raggianti di essere spiumate per diventare l’imbottitura delle nostre giacche e dei nostri divani.

Ci sono le mucche pezzate con i loro grandi occhi dolci, entusiaste mentre vengono uccisi i loro figlioletti per mangiarne le carni e rubare il latte.

Ci sono i porcellini rosei che saltellano nei prati, gioiosi di essere sgozzati per diventare il pasto dell’uomo.

Sappiamo tutti che quelle immagini occultano una verità diversa e terribile, colma di crudeltà e di indifferenza per il martirio di tante creature.

Eppure, immersi nella nostra trance quotidiana, acquistiamo quei prodotti ammutolendo la voce della coscienza in nome della catena alimentare, dell’homo homini lupus, dalla naturale ferocia della vita e del si è sempre fatto così.

E mentre proiettiamo la nostra istintualità sugli animali, censuriamo l’ingenuità, l’emotività e la fragilità, pronti a mostrare un’immagine idealizzata e insensibile funzionale alla guerra, al dolore e alla follia che sta distruggendo la nostra civiltà e il pianeta.

Dobbiamo essere competitivi, pronti a scalare le vette del successo, affermati, omologati e ben inseriti nella società.

E ci dimentichiamo che il benessere e la salute poggiano sulla cooperazione, sulla condivisione e sulla possibilità di esprimere la propria personale unicità.

La paura della diversità, ci spinge a nascondere il nostro lato oscuro, fatto di debolezza, di semplicità e di partecipazione l’uno con l’altro, ma anche d’indifferenza, d’insensibilità e di crudeltà.

In questo modo perdiamo la Totalità che appartiene alla psiche e ci schieriamo arbitrariamente dalla parte dei giusti impedendo a noi stessi l’integrità.

Vogliamo essere buoni e coltiviamo la cattiveria, ottundendo la nostra morale fino a perderne le tracce, vittime di un bombardamento di messaggi incoerenti e in cerca di una “perfezione” che nasconde il prezzo della sofferenza e la complessità della verità.

Un mondo migliore nasce da un ascolto sincero di se stessi e dalla capacità di accogliere anche ciò che non ci piace, quel lato oscuro che abbiamo sepolto nell’inconscio e che non vogliamo guardare.

Occorre avere il coraggio della propria duplicità per costruire una società capace di non discriminare e di aprirsi alla vastità, misteriosa e profonda, della pienezza.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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Ago 08 2017

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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Con la parola diverso indichiamo tutto ciò che si differenzia da un ordine abituale e precostituito.

Il diverso è qualcuno che esce da quella che è considerata la condizione normale.

Tuttavia, diversità e normalità vanno a braccetto, e l’una non può esistere senza l’altra.

È indispensabile una normalità per definire la diversità e occorre una diversità per riconoscere la normalità.

Diversità e normalità sono due facce della stessa medaglia, due aspetti psichici che arricchiscono il nostro mondo interiore, permettendoci di sperimentare l’unicità insieme all’appartenenza.

Per vivere bene abbiamo bisogno sia di normalità che di diversità.

In un mondo sano, la diversità è l’espressione di una preziosa individualità e manifesta quel modo unico e speciale di essere se stessi e di donare la propria creatività.

In un mondo sano, il bisogno di sentirsi parte della famiglia umana diventa il crogiolo necessario a valorizzare l’espressione dei talenti personali.

In un mondo sano, il contributo di ciascuno arricchisce l’intera comunità.

In un mondo sano…

Nel nostro mondo malato, invece, la diversità è un’onta da nascondere, anche a se stessi.

E, nello sforzo di conquistare l’omologazione indispensabile per sentirsi parte della società, occultiamo l’originalità sotto la maschera del conformismo, negando alla vita la ricchezza creativa che ognuno di noi è venuto a portare.

Ma, dietro il livellamento imposto dalla cultura, si nasconde un gioco di potere volto a plasmare tanti soldatini ubbidienti, pronti a combattere la guerra di quella piccola elite che gestisce il mondo manipolando i meccanismi psicologici.

La diversità diventa così il ricettacolo delle proiezioni negative funzionali all’asservimento dei molti e al vantaggio dei pochi, lo strumento privilegiato per coltivare il razzismo e la violenza e annientare nella psiche la sensibilità, la creatività, la responsabilità e la libertà.

Tutto ciò che si differenzia dai modelli imposti, infatti, è additato come improprio, sconveniente, sbagliato, anomalo o malato, e combattuto con le armi dell’emarginazione, della ridicolizzazione o della patologia mentale.

Per sentirci parte della società dobbiamo essere impassibili, insensibili, indifferenti e pronti a seguire le mode del momento.

Non più persone con valori, scelte, etica e sentimenti, ma consumatori.

Abbiamo l’onere di sostenere un’economia che travolge qualsiasi individualità.

E, in nome delle vendite e del guadagno, tutto ciò che si allontana dalle esigenze del mercato è destinato a sparire, sepolto sotto la coltre delle abitudini standardizzate che definiscono ad arte la normalità.

Il cuore non è funzionale agli interessi delle multinazionali.

Per far camminare il sistema produttivo sono indispensabili: la competizione, la prevaricazione e la capacità di combattere quello che si discosta dal cinismo necessario al potere.

In questo quadro, gli animali incarnano proprio le qualità che una gestione malata di arroganza e di domino, combatte con tutte le sue forze: sono ecologici, in grado di adattarsi alle esigenze ambientali e pronti a estinguersi quando sentono che l’equilibrio naturale è messo in pericolo.

Sono ingenui, innocenti e capaci di comunicare tra loro senza bisogno di parole.

Non lavorano per vivere.

Non si drogano di cibo e di sostanze tossiche.

Non assumono psicofarmaci.

Non conoscono le malattie mentali, l’obesità, il diabete, l’Alzheimer… e le altre innumerevoli patologie del consumismo.

Vivono immersi dentro una cultura biocentrica e sono capaci di armonizzarsi con le altre forme di vita per salvaguardare il pianeta, anche a discapito della propria esistenza.

Non sono adatti a sostenere la supremazia dei pochi che governano il mondo.

Non è possibile trasformarli in consumatori.

E questa loro diversità crea le premesse dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime.

Gli animali sostengono i valori della libertà e della responsabilità ecologica che la nostra civiltà ha distrutto in favore di un potere sempre più circoscritto a una piccola elite.

La visione antropocentrica ha snaturato l’uomo dal contesto etologico che gli appartiene, e lo ha reso schiavo di infinite dipendenze, indispensabili al dominio dei pochi sui molti (soldi, lavoro, cibo, conformismo, omologazione, globalizzazione…).

L’ascolto delle parti istintuali è bandito dalla cultura della violenza, perché l’istinto, quello vero, è fatto di interiorità, di equilibrio e di arrendevolezza alla natura dell’ecosistema.

Nella nostra presuntuosa civiltà, invece, chiamiamo impropriamente istinto tutto ciò che appartiene alla brutalità e proiettiamo sugli animali la prepotenza che caratterizza la nostra specie, per legittimarne lo sfruttamento e occultare i valori delle loro culture.

Nel mondo antropocentrico della sopraffazione, la diversità è diventata l’emblema della stupidità, e combatterla conferma l’appartenenza a quell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Così, per essere dei veri uomini (e delle vere donne) è necessario bandire l’istinto in favore di un’intelligenza sempre più distante dalla natura e dai suoi ritmi, e costruire una tecnologia comportamentale che sia priva di emozioni, di vitalità e di empatia.

Riconoscere agli animali il giusto posto nell’ecosistema, senza gerarchie e senza predominio, significa accogliere dentro di sé la propria istintività, ammettendone il valore intimo e profondo.

In un mondo sano, la diversità è parte della normalità e insieme concorrono a creare l’equilibrio necessario alla vita.

Perché nessuno è migliore, superiore, più intelligente o speciale, ma tutti contribuiscono a dare forma alle infinite possibilità creative.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LO SPECISMO?

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Lug 21 2017

CHE COS’È LO SPECISMO?

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Si chiama specismo la convinzione, ampiamente diffusa, che la specie umana abbia il diritto di differenziarsi da ogni altra forma di vita per poterne abusare a proprio piacimento.

Lo specismo si fonda sulla presunta superiorità della nostra razza e autorizza la discriminazione e lo sfruttamento di tutte le altre.

Lo specismo è una patologia del narcisismo e costituisce la matrice della crudeltà e della violenza.

Una crudeltà e una violenza sconosciute a ogni altra specie.

Solo la nostra specie, infatti, arriva all’abominio di allevare delle creature viventi con lo scopo di sfruttarne le risorse per il proprio piacere.

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Che si tratti di schiavi umani o animali, per la psiche non fa differenza.

La prevaricazione di un essere su un altro costituisce sempre una patologia, ed è la radice di qualsiasi malvagità.

Arrogarsi il diritto di vita e di morte con l’unico obiettivo del proprio divertimento, denota una perversione nel mondo interiore.

Perversione grazie alla quale la superiorità ha come corollario lo sfruttamento, invece della responsabilità, della cura e dell’assistenza.

In una sana evoluzione psicologica, possedere maggiori capacità (comprensione, forza, sensibilità, intuizione ecc.) conduce a una più grande attenzione e stimola la presa in carico e l’accudimento di chi si trova in difficoltà.

Il termine responsabilità, infatti, deriva dal latino: respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere.

Cioè: prendere su di sé il carico di qualcuno o di se stessi.

Di fronte alla debolezza o all’innocenza, una legge evolutiva impone di intervenire per difendere, sostenere, proteggere e porgere aiuto.

Tuttavia, nella patologia specista i principi della salute mentale e dell’etica sono costantemente disattesi per affermare la liceità della sopraffazione di fronte alla fragilità e all’ingenuità.

Ecco perché nello specismo sono contenuti i semi del razzismo, del sessismo, del machismo, del bullismo, del nonnismo, della pedofilia e di ogni altra forma di brutalità.

La patologia consiste nella convinzione che l’identificazione con il dolore delle vittime sia una forma di debolezza e di stupidità, da cui scaturisce il bisogno di differenziarsene, ottundendo in se stessi l’empatia, la cooperazione e la fraternità, e coltivando il cinismo, l’arroganza e l’indifferenza come valori, capaci di conferire prestigio sociale e potere personale.

In questa chiave, accanirsi goliardicamente su creature che non possono difendersi, permette di sentirsi forti e sicuri di sé, coltivando il narcisismo, l’egoismo e l’insensibilità.

L’assenza d’intelligenza emotiva, che caratterizza la mancata identificazione degli aguzzini con le vittime dei soprusi, segnala l’incapacità di accogliere le proprie parti fragili e la necessità di proiettarle sui rappresentanti esterni, bersaglio tangibile di un odio interiore rimosso, che costituisce il nucleo della patologia.

Una patologia talmente diffusa da essere diventata invisibile e, perciò, difficile da arginare e da curare.

Nella legittimità della sopraffazione si annidano i semi della crudeltà e prendono forma le innumerevoli violenze della civiltà.

Ammettere la prepotenza come espressione naturale e inevitabile di una maggiore capacità, infatti, significa legalizzare la violenza e affermare il diritto del più forte al posto della fratellanza, della cura reciproca e della condivisione delle risorse.

Le conseguenze di questa patologia sono sotto gli occhi di tutti.

Ogni guerra e ogni empietà, trova la propria liceità in un potere coercitivo e prepotente giustificato intimamente.

La patologia scambia la superiorità col predominio, invece che riconoscere il valore della responsabilità e della condivisione.

Non c’è da sorprendersi se poi assistiamo impotenti al dilagare dei tanti gesti crudeli che popolano la cronaca nera.

Uccidere per divertimento ha un costo psicologico elevatissimo e crea un mondo in cui la patologia si sovrappone alla normalità.

Un mondo dove chi non si conforma alle leggi della crudeltà finisce per sentirsi sbagliato e costretto a nascondere la sensibilità come fosse il segno di una pericolosa deformità e non, invece, l’esempio di una elevata intelligenza emotiva e di una sana capacità di amare.

Carla Sale Musio

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SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

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Giu 15 2017

SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

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Che schifo i piccioni!
Che belle le rondini!
Che schifo le cavallette!
Che belle le farfalle!
Che schifo i topi!
Che belli i pulcini!
Che schifo le blatte!
Che belli i grilli!

Osserviamo la vita attraverso gli occhiali del bene e del male e dividiamo il mondo in categorie.

Ogni cosa conforme ai nostri ideali è catalogata come gradevole e accettabile, mentre ciò che se ne discosta diventa disgustoso, spiacevole e intollerabile.

Impariamo da bambini a dividere le esperienze in buone o cattive, conformandoci ai criteri sociali che ci permetteranno di crescere.

E diventiamo adulti combattendo una strenua battaglia per impersonare ciò che piace e differenziarci da ciò che non piace.

Fino a perdere il contatto con la nostra Totalità.

Nel mondo intimo di ciascuno esistono infinite possibilità espressive.

Tuttavia, per sentirci apprezzati, finiamo per riconoscere solo gli atteggiamenti che ricevono approvazione e scartare ciò che non incontra il favore degli altri.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e, per sentirci parte di una comunità, modelliamo la psiche fino a renderla conforme ai valori più gettonati.

m

Ma dove finiscono le possibilità che non si accordano agli standard previsti dalla società?

m

Che cosa succede alle parti rinnegate della nostra realtà emotiva?

m

La risposta è semplice.

Se ne occupa la Gestapo della Psiche, grazie al servizio, puntuale e preciso, dei meccanismi di proiezione e rimozione.

Ossia quegli strumenti interiori che si attivano per aiutarci a diventare uomini e donne rispettabili, membri a tutti gli effetti della famiglia umana.

La rimozione e la proiezione sono le armi che collocano ogni devianza al di fuori della sfera d’identificazione adeguata al gruppo di appartenenza.

Grazie alla rimozione: cancelliamo dalla coscienza tutto ciò che può metterci in contrasto con le persone che per noi sono importanti.

E, grazie alla proiezione: proiettiamo i nostri contenuti negativi su dei rappresentanti esterni, in modo da poterli evitare, combattere e rifiutare, senza sentirci chiamati in causa.

Dal punto di vista etologico, l’uomo è un animale che vive in branco, cioè ha bisogno di appartenere a un gruppo per sopravvivere.

L’emarginazione e la disconferma possono essere devastanti per la psiche e condurci alla malattia e alla morte.

Per soddisfare il bisogno di appartenenza, costruiamo la nostra identità utilizzando soltanto pochi aspetti, selezionati e approvati dall’ambiente che ci circonda, e nascondiamo (anche a noi stessi) le parti che non ricevono consensi.

Quello che nell’esperienza sociale è stigmatizzato come negativo, diventa rapidamente un aspetto rinnegato dalla coscienza e occultato in un angolo dell’inconscio.

Vogliamo essere amabili, rispettabili, apprezzabili e stimabili, e, per assicurarci che le qualità impopolari non ci rovinino la reputazione, le combattiamo nel mondo esterno, proiettandole su dei rappresentanti che possiamo evitare e che ci provocano disgusto ogni volta che li avviciniamo.

Quasi che, trovandoci in loro presenza, potesse aver luogo un contagio capace di rivelare la nostra (inaccettabile) poliedricità.

Nascono in questo modo tante fobie, gli innumerevoli 

“Mi fa schifo!” 

con cui stigmatizziamo altri esseri viventi.

Prendono forma dalla paura di non piacere e raccontano, nel linguaggio criptato dei simboli, le cose che rinneghiamo in noi.

Ma attenzione.

Ognuno possiede un vocabolario simbolico personale, e generalizzare le interpretazioni delle fobie è pericolosissimo.

Si rischia di trovarsi intrappolati dentro un ginepraio di proiezioni dal quale è impossibile uscire vincitori.

Le chiavi che permettono di comprendere il disgusto o la paura, riguardano il simbolismo individuale.

Sono pochissime le spiegazioni valide per tutti.

Il razzismo è un fatto personale e, per scoprirne le radici, bisogna avventurarsi nel mondo intimo di ciascuno.

Solamente alcune immagini universali permettono di pronunciarsi in termini assoluti.

Si tratta di simboli che incarnano angosce primordiali, archetipi con cui la specie umana ancora non riesce a fare i conti.

Lo specismo è uno di questi.

La parola specismo non compare quasi mai nei vocabolari della lingua italiana.

Il correttore automatico di word la segna in rosso.

Per il sistema di scrittura più famoso al mondo la parola specismo è considerata un errore di battitura.

Questo la dice lunga sul significato che lo specismo incarna nel mondo intimo di milioni di persone.

Persone che non sanno nemmeno di avere una paura perché, non potendo nominarla (e perciò parlarne) non la riconoscono in se stessi.

Eppure lo specismo esiste, e ammorba di patologia la psiche degli esseri civilizzati.

m

Ma insomma che cos’è questo specismo?!

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Con la parola specismo si intende l’atteggiamento di superiorità che colloca la specie umana al vertice di un ordinamento gerarchico imposto a tutte le altre specie.

Detto in altri termini, lo specismo è una patologia del narcisismo che spinge l’uomo a credersi superiore alle altre creature, secondo un codice creato e approvato da se stesso, senza che le vittime di un tale arbitrio siano mai state interpellate.

Questa supremazia autoconferita fa sì che le altre specie vengano utilizzate come fossero oggetti e non esseri viventi.

Lo specismo è la matrice di ogni razzismo, la malattia che permette alla psiche umana di distaccarsi dalla natura e di abusarne a piacimento, senza rendersi conto che in questo modo si affermano i presupposti della sopraffazione e della pazzia che stanno distruggendo il pianeta e la dignità degli uomini stessi.

Lo specismo nasce dalla paura di ascoltarsi e dall’arbitraria estromissione delle parti animali dalla vita interiore, al fine di omologarsi ai dettami della civilizzazione.

La stessa civilizzazione che ha fatto dell’abuso e della violenza un prestigio, invece che una patologica disfunzione.

Nella cultura cui ci vantiamo di appartenere, l’istinto è considerato disdicevole.

Per essere apprezzati bisogna essere logici, razionali, impassibili, distaccati e privi di sentimenti.

Anche davanti alla sofferenza.

Soprattutto davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore.

La gerarchia specista detta le regole del comportamento e colloca gli animali in basso nella scala evolutiva, giudicandoli illogici, irrazionali, emotivi, istintivi e perciò stupidi.

La parola “animale” (che nel linguaggio scientifico indica qualsiasi organismo vivente eterotrofo e dotato di sensi e di movimento autonomo) nel linguaggio comune è diventato un insulto per definire una creatura rozza, ignorante, violenta, brutale e poco intelligente.

Eppure, separarsi dal mondo animale per collocarsi in cima a un’arbitraria classificazione di merito costringe gli esseri umani a disprezzare dentro di sé tutto ciò che li accomuna alla natura, privandoli delle loro preziose risorse istintuali, emozionali, intuitive e sensitive.

Una congenita lobotomizzazione dell’intelligenza emotiva è funzionale al mantenimento della patologia specista e rende impossibile l’ascolto delle proprie parti istintive che, proiettate sugli animali e disprezzate, diventano il simbolo di una pericolosa mancanza di valore.

È in questo modo che la sensibilità è spenta e demonizzata, fino a farne l’icona della stupidità.

Il disgusto per le specie diverse dalla nostra nasce dalla paura di ascoltare la propria profonda intelligenza animale e dal divieto di riconoscerne il valore dentro se stessi.

Perciò, anziché dire:

Che schifo i piccioni!
Che schifo le cavallette!
Che schifo i topi!
Che schifo le blatte!

Dovremmo dire:

Che belli i piccioni!
Che belle le cavallette!
Che belli i topi!
Che belle le blatte!

Perché tutti gli animali con la loro esistenza ci ricordano il valore della nostra intima istintualità e il legame che ci unisce in un unico e prezioso ecosistema naturale.

L’unico capace di restituirci la salute e il profondo significato della vita.

Carla Sale Musio

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CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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Giu 04 2017

CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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“Il mondo l’ho fatto io e l’ho fatto male… solo che adesso non so come cambiarlo.”

Sembra un delirio di onnipotenza, eppure questa frase contiene una profonda verità.

Siamo convinti che la realtà esterna sia indipendente dalla nostra volontà ma, osservando con attenzione, scopriamo che le cose non stanno esattamente così.

L’inconscio interagisce continuamente con lo scorrere degli eventi.

Tra il mondo esterno e il mondo interno esiste una relazione costante, che modella la vita fino a renderla congrua con ciò che intimamente riteniamo vero.

Nasciamo con la fontanella aperta e la predisposizione ad accogliere quello che ci circonda facendolo diventare parte di noi, e apprendiamo da bambini a disegnare le forme con cui costruiremo la realtà.

Durante l’infanzia dobbiamo imparare a decifrare ciò che abbiamo intorno e incasellare le esperienze nei modi condivisi dalle persone che per noi sono importanti.

Utilizzare un codice comune permette di sentirsi parte del gruppo, membri a tutti gli effetti della famiglia di appartenenza.

È un processo fisiologico e psicologico insieme.

Nel periodo della crescita, il cervello si abitua a riconoscere determinate gestalt, strutturando le abitudini necessarie a muoversi con sicurezza nell’ambiente.

La realtà, quella che comunemente riteniamo indipendente dalla nostra volontà e creata da Dio o dal Big Bang, nasce dentro di noi.

Ogni evento è un evento interiore.

Prende forma intimamente e possiamo riconoscerlo all’esterno grazie al gioco di specchi della proiezione e della rimozione.

Ecco perché “il mondo l’ho fatto io” e, se non mi piace, dovrò imparare a cambiarlo.

Tuttavia, per incidere sulla realtà, sarà necessario modificare le gestalt con cui interpreto la vita e strutturare diversamente gli equilibri tra le innumerevoli parti che compongono il mio assetto interiore.

È un lavoro intimo e profondo, fatto di pazienza, di ascolto e di continue rivelazioni.

Per riuscire è indispensabile scoprire in che modo ciò che succede nell’inconscio preforma gli avvenimenti.

Tutti gli avvenimenti.

Anche quelli che sembrano indipendenti dalle mie scelte.

Poiché: 

Il Simile Attira Il Simile”

Come Dentro Così Fuori”

ciò che avviene nella vita interiore si manifesta in ciò che succede… nel tentativo infallibile di aiutarmi a crescere.

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DENTRO & FUORI

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Angelo fa lo psicoterapeuta in una comunità.

Il suo è un lavoro di responsabilità che richiede passione e dedizione.

Per questo, ogni anno, fatica a prendere le ferie che gli spettano.

Nel timore di interrompere i ritmi del cambiamento, finisce con l’assentarsi soltanto pochi giorni a Pasqua e a Natale, in modo che la sua mancanza non incida sul percorso di crescita di chi si è affidato a lui con fiducia e impegno.

Senza rendersene conto il terapeuta stritola il proprio bisogno d’amore e di piacere, sotto una valanga di doveri.

Segregata nell’inconscio, però, una parte giocosa e rilassata desidera ardentemente le vacanze, e si sente morire sotto il peso delle innumerevoli incombenze quotidiane.

Angelo non vorrebbe far male nemmeno a una mosca, ma la crudeltà con cui ignora la sua spensieratezza riflette nel mondo la prepotenza.

I soprusi contro chi non può difendersi lo indignano profondamente, eppure, finché continuerà a sfruttare senza scrupoli le proprie parti infantili per favorire il suo senso del dovere, coltiverà la violenza dentro di sé e contribuirà, senza saperlo, a tener viva la prepotenza.

* * *

Simonetta ama gli animali e combatte ogni giorno per sostenere i loro diritti, in una società che, invece, li considera soltanto oggetti utili per soddisfare i piaceri dell’uomo.

Simonetta è sempre pronta a farsi in quattro e la sua disponibilità la spinge a sacrificarsi per le persone che ama.

Così facendo trascura il bisogno di ricevere attenzioni, confinando se stessa in coda alle sue priorità.

A prima vista può sembrare altruista e generosa ma, a ben guardare, agisce contro di sé la stessa indifferenza che combatte nel mondo e, mentre sostiene i diritti dei più deboli, maltratta le proprie parti istintuali, affermando inconsciamente la legittimità dello sfruttamento.

* * *

Matteo non vuole essere presuntuoso e cerca in tutti i modi di non far pesare la sua cultura e le sue competenze, anche quando sarebbe necessario permettere agli altri di riconoscerne il valore.

Ama essere umile e alla mano ma questo lo rende avaro con se stesso e si riflette in una cronica mancanza di denaro.

Impropriamente Matteo combatte la scarsità fuori di sé.

La povertà che lo affligge non dipende da una penuria di opportunità lavorative ma dagli apprezzamenti che nega a se stesso, sostenendo nell’inconscio l’imprescindibilità della miseria.

Carla Sale Musio

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INCONSCIO E REALTÀ: come creare un mondo migliore

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Mar 28 2017

ENERGIA, CAMPI ENERGETICI & ALTRE STRANEZZE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si parla tanto di campi energetici e di energia, ma nessuno sa definire con esattezza il significato di queste parole.

L’idea di una forza invisibile che pervade tutte le cose è difficile da padroneggiare… non è misurabile, non è quantificabile, non occupa spazio, non si può toccare… non si sa bene dove collocarla.

L’energia è poco concreta.

Eppure ne vediamo quotidianamente gli effetti.

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  • Possiamo immergerci in una sacralità spirituale, visitando una chiesa.

  • Possiamo percepire l’ansia e la paura, durante lo svolgimento degli esami in un’aula universitaria.

  • Possiamo avvertire la presenza di un amico, poco prima di incontrarlo o di ricevere una sua telefonata.

  • Possiamo sentire la sofferenza entrando in un ospedale.

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L’energia è dappertutto e, anche quando non ce ne rendiamo conto, non possiamo sottrarci al suo influsso invisibile.

Questo fa sì che anche i più scettici finiscano per ammettere che… be’… probabilmente qualcosa ci deve essere. 

Qualcosa che anima il mondo e dà sostanza alla vita.

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Ma che roba è?

Che cos’è questa energia di cui tanto si parla e di cui, comunque, non si capisce un granché?

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Fatichiamo a immaginarla.

L’energia non ha forma e mette in crisi il bisogno di concretezza che caratterizza la nostra cultura.

La mente lineare ama ordinare, classificare e misurare.

Le cose che sfuggono alle sue regole sono guardate con sospetto o con commiserazione, come se si trattasse di favole, buone soltanto per gli ingenui.

Il pensiero che possa esistere un campo energetico che emana da ogni cosa, manda in crisi il pensiero razionale perché appartiene a una comprensione sinergica, intuitiva e percettiva.

Per comprendere il concetto di campo di energia occorre attivare le competenze dell’emisfero destro del cervello, quello preposto alla creatività.

Ma, si sa, la creatività è poco considerata da chi ama comandare tanti soldatini ubbidienti.

Perciò, nel mondo del dominio e della sopraffazione parlare di energia è sconsigliato.

Si preferiscono argomenti più concreti, seri e costruttivi, come: il PIL, il cash flow, il debito pubblico, gli indici di mercato, il reddito… o altre cose del genere.

campi energetici non rientrano nel vocabolario degli affari, non producono denaro, non conferiscono potere economico e perciò non sono considerati importanti da chi gestisce il mondo con la forza e con l’arroganza.

Il loro imprendibile valore interiore li rende invisibili ai più, e derisi da chi ama conformarsi a una società che inneggia la supremazia dei potenti e approfitta impunemente dei deboli.

Quando si parla di energia, ci si riferisce a una propulsione interiore, a una spinta che modula l’ascolto della realtà partendo dall’interno.

È un modo di sentire e interpretare la vita, che oltrepassa i cinque sensi e poggia su un’intuizione profonda, attivando una comprensione che prescinde dalle valutazioni razionali o materiali dell’esistenza.

L’energia è un flusso vitale.

Scaturisce dall’anima e permea ogni cosa, avvolgendola di una qualità emotiva, dinamica ed essenziale.

L’energia non è ne buona né cattiva.

Ma, di solito, parliamo di energia positiva quando vogliamo riferirci a situazioni ricche di fascino e di possibilità, mentre parliamo di energia negativa per indicare cose, persone o fatti, carichi di vibrazioni disarmoniche e stridenti.

Diciamo che a pelle ci sentiamo bene, per segnalare un campo energetico naturale e coinvolgente; e rifuggiamo quelle situazioni in cui percepiamo un campo distonico e debilitante.

I sentimenti sono energia, i pensieri sono energia, le parole sono energia, ogni cosa possiede un proprio campo che irradia all’esterno.

fenomeni energetici sono dappertutto e sotto gli occhi di tutti.

Ne avvertiamo costantemente il potere, in maniera istintiva.

Anche quando non ne riconosciamo l’esistenza.

I luoghi, le persone, gli animali e le cose, ci trasmettono forze capaci di caricarci positivamente o di scaricarci fino a renderci inermi, apatici e persino malati.

Perciò, esercitarsi a riconoscere l’energia e i campi energetici, ma soprattutto imparare a gestirli, è di fondamentale importanza per vivere una vita sana e in armonia con la natura e con i suoi ritmi.

Gli animali riconoscono naturalmente il valore dell’energia, sanno distinguere i campi energetici e si comportano di conseguenza, mantenendo un equilibrio costante con l’ambiente che li circonda.

Nelle loro culture la percezione dell’ecosistema viene prima di qualsiasi altra cosa e per questo, a volte, possono arrivare a sacrificare la loro stessa esistenza.

Tante specie animali hanno scelto l’estinzione, smettendo di riprodursi, pur di non vivere in un ambiente diventato incapace di rispettare il movimento naturale dell’energia.

La nostra specie, invece, sopravvive in contesti sempre più carichi di energie negative e sembra non rendersi conto del degrado ambientale che sta distruggendo la vita.

L’educazione alla sottomissione e il consumo smodato di beni tossici, ottunde l’ascolto di sé creando una differenza incolmabile tra le nostre scelte e quelle degli altri animali.

Deridere l’energia e tutto ciò che non si può toccare o monetizzare, è un comportamento tipico della nostra specie e ci separa dagli altri esseri che popolano il pianeta, e che mantengono la consapevolezza di ciò che noi non riusciamo più a vedere, ma che incide profondamente sul benessere, sulla vitalità e sull’espressione della propria profonda verità.

Solo la conoscenza dell’energia, infatti, permette di ritrovare il filo che unisce gli eventi di cui è costellata ogni esistenza, intrecciando la vita e la morte in una magica espressione di sé.

Carla Sale Musio

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INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

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Gen 23 2017

INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il termine intuizione si riferisce a una forma di conoscenza che non è spiegabile a parole e che compare nella mente come un lampo improvviso, senza bisogno di usare la ragione.

C’è chi la chiama illuminazione, presentimento, sesto senso, presagio, insight…

Certamente non la si può forzare.

Fa capolino all’improvviso tra i pensieri regalandoci un’immagine, una frase, un’idea nuova.

E spesso sparisce altrettanto rapidamente, senza che si riesca neanche a ricordarsene.

È un sapere che utilizza canali diversi da quelli che adoperiamo abitualmente, permettendoci di accedere di colpo a una visione insospettata della realtà.

Si tratta di una conoscenza che abbiamo tutti (anche se qualcuno è più predisposto di altri), ma non tutti siamo pronti a darle l’importanza che merita.

Dal punto di vista neurofisiologico, l’intuizione corrisponde all’emisfero destro del cervello e ci regala una comprensione imprevedibile per la logica dell’emisfero sinistro.

La scienza ufficiale non se ne occupa.

Il buon senso comune la tratta come un fenomeno curioso e privo di valore.

La magia l’ha riservata a pochi eletti, dotati di poteri soprannaturali.

La psicologia, invece, la considera con rispetto, seguendone le indicazioni come fari nel buio in grado di indicare il cammino quando la razionalità mostra il suo limite.

L’intuizione è un sapere prezioso per la psiche, e consente di avere una conoscenza immediata e profonda ma, per poterne usufruire, è necessario superare le barriere dello scetticismo che la cultura materialista ha elevato contro ciò che non si può toccare, comprare e monetizzare.

Tutti i bambini sono portati a usare spontaneamente l’intuizione per orientarsi nella vita ma, crescendo, l’apprendimento scolastico finisce per strutturare una gerarchia tra gli emisferi del cervello, potenziando l’emisfero sinistro a discapito di quello destro.

Le competenze dell’emisfero destro, infatti, non interessano i programmi scolastici che, dopo le prime classi della scuola elementare, abbandonano completamente le attività creative e le competenze affettive e psicologiche, in favore di acquisizioni logiche e matematiche.

L’empatia, l’ascolto partecipe e attento ai vissuti interiori, il rapporto con gli animali, con l’ambiente e con l’ecosistema, sono argomenti totalmente assenti dalle indicazioni ministeriali.

La scuola dell’obbligo si preoccupa di crescere persone capaci di adattarsi a un mondo dove i pochi gestiscono i molti, e dove l’autonomia, la soggettività, la cooperazione e l’ascolto delle sensazioni intime sono considerati argomenti obsoleti, privi d’importanza.

Bisogna osservare i fatti, la concretezza delle cose.

Non c’è spazio per l’indefinibile sensibilità interiore.

Per essere recepita e compresa dalla nostra mente, costantemente indaffarata a inseguire il successo e a far quadrare il bilancio alla fine del mese, l’intuizione ha bisogno di una attenzione e di un ascolto silenzioso e accorto.

Perciò, crescendo viene accantonata, snobbata e derisa, e con l’ingresso nella maturità nessuno si ricorda più dei suoi poteri.

La vita frenetica nella quale siamo immersi ci costringe a ignorarne gli insegnamenti o a trattarli come elementi di disturbo.

È in atto un programma d’indottrinamento sociale volto a cancellare qualsiasi consapevolezza del mondo intimo e a negare il valore della soggettività, per esaltare un’oggettività sempre più protesa verso il cinismo e l’indifferenza, quasi fossero una conquista per la coscienza, piuttosto che una patologia.

Dobbiamo disimparare a usare l’intuizione per servirci soltanto delle nostre protesi tecnologiche.

Dobbiamo dipendere da oggetti sempre più sofisticati e costosi.

Dobbiamo dimenticare il sapere misterioso e profondo che appartiene all’inconscio.

Forse è questo che ci fa sentire così lontani dalle altre forme di vita.

Per gli animali l’intuizione è uno strumento di conoscenza indispensabile e potente.

In natura nessuna creatura potrebbe sopravvivere senza intuizione.

Per le altre specie l’intuizione è sapere, conoscenza, saggezza, direzione e guida che insegna a muoversi nell’ambiente senza trascurare le esigenze dell’ecosistema.

Gli animali gestiscono una cultura che l’uomo ha abbandonato.

Conoscono un sapere che nessuno di noi ricorda più.

Sanno che il rapporto tra gli organismi viventi e l’ambiente che li circonda, è importantissimo e vitale per la sopravvivenza.

Ma si sa… gli animali sono meno intelligenti.

Non distruggono il pianeta, non hanno bisogno di lavorare per vivere, non possiedono il denaro, non conoscono le malattie mentali, la pedofilia, l’anoressia, la bulimia, la perversione, la corruzione, il bullismo, l’omofobia, lo schiavismo, la globalizzazione e tutte le infinite crudeltà che appartengono alla razza umana.

Gli animali non hanno perso il contatto con il valore delle emozioni, ascoltano costantemente le proprie sensazioni e mantengono vivo un dialogo interno con ciò che, forse, non si può toccare ma, certamente, si può sentire e ci permette di stare bene o male.

Perché il bene e il male sono principalmente modi di percepire dentro ciò che succede fuori.

Purtroppo però, chi possiede una cultura improntata all’ascolto delle percezioni interiori, per gli esseri umani è una creatura di serie B, priva d’intelligenza e perciò passibile di ogni sfruttamento.

L’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza sta bene attenta a distinguersi da tutte le altre, fregiandosi di un sapere che ha perso ogni contatto con il potere invisibile dell’emotività e delle sensazioni.

Si deve essere tutti d’un pezzo, pronti a nascondere la vita intima anche a se stessi.

E quando le voci interiori urlano la loro presenza nella psiche (nonostante i nostri tentativi di lobotomizzarle) abbiamo tanti psicofarmaci colorati, pronti a ripristinare la chimica impazzita di un cervello che ha perso le radici della propria profonda verità.

In questa nostra società malata di civiltà, imparare a non usare l’intuizione è diventato un dogma.

E chi si ostina a sostenere il valore di un contatto costante con l’emotività, paga il prezzo della derisione o peggio, come succede alle specie diverse dalla nostra, diventa passibile di ogni brutalità.

Perché l’intelligenza per la nostra razza è sempre e solo quella del più forte e la sopraffazione, si sa, non ha bisogno di giustificazioni.

Carla Sale Musio

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IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

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Dic 04 2016

AUTOCONTROLLO… O PATOLOGIA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel nostro mondo la sensibilità non è di moda.

Si deve essere imperturbabili, calmi, sereni e distaccati.

La manifestazione delle emozioni è mal vista.

Non si deve piangere e, soprattutto, non si deve essere felici.

La felicità non fa simpatia.

“Mal comune mezzo gaudio”

Recita il detto.

E, fedeli alla sua prescrizione, ci sentiamo bene quando possiamo esibire le disgrazie, facendo a gara per accreditarci il nobel della sfiga.

La condivisione della felicità, invece, ci rende inquieti.

Sentirsi bene è giudicato pericoloso.

Quasi che la sfortuna fosse costantemente in agguato, pronta ad accanirsi con chi osa sfidarla  manifestando emozioni di gioia.

“Ssssssssscccccchhhhhhh…. Non dirlo forte…!!!!!” 

Sussurriamo circospetti, come se fosse immorale sentirsi soddisfatti e felici.

Le emozioni sono cose da bambini.

O da femminucce.

Roba per gente debole, insomma.

Siamo convinti che la maturità si raggiunga quando il controllo razionale e distaccato prende il posto dell’emotività.

È in questo modo che la sensibilità, la delicatezza d’animo, la capacità di ascoltare e comprendere i sentimenti, perdono il loro valore per trasformarsi in… stupidità!

È grazie a queste convinzioni errate che l’espressione dei vissuti interiori segnala impropriamente un’incapacità a far fronte alle esigenze della vita.

Il pregiudizio ha sepolto la sensibilità sotto una coltre di credenze negative, avviluppando l’umanità dentro una camicia di forza chiamata: autocontrollo.

Certo, abbandonarsi alle correnti emotive fa perdere di vista l’obiettività e trascina dentro una visione parziale della realtà.

Ma inibire la carica energetica delle emozioni crea gravi danni al sistema psichico.

La sofferenza psicologica è dappertutto, e l’eccessivo selfcontrol che caratterizza la cultura occidentale ne è il principale responsabile.

Le emozioni possiedono un’energia insopprimibile, non possono essere eliminate come zavorre inutili.

Per vivere bene e in perfetta salute, mentale e fisica, è indispensabile che il mondo interiore sia accolto e riconosciuto.

Questo non vuol dire abbandonarsi a sfrenate ridde sentimentali.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe dei propri vissuti.

Bloccare le emozioni, reprimerle e sforzarsi di non ascoltarle, intrappola la più preziosa delle risorse trasformandoci in automi privi di intelligenza emotiva. E di creatività.

Prestare attenzione ai sentimenti, ammetterne l’importanza, il valore e la preziosità, significa riconoscere la propria umanità e aprirsi all’ascolto dell’unica verità capace di cambiare il mondo: l’empatia.

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Ma cos’è l’empatia?

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Noi psicologi chiamiamo empatia la capacità di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra creatura vivente, senza ricorrere alla comunicazione verbale.

Gli animali usano spontaneamente l’empatia per cogliere le intenzioni di chi hanno intorno e regolarsi di conseguenza.

Nelle specie diverse dalla nostra il riconoscimento e l’espressione dei sentimenti sono strumenti fondamentali per mantenersi sani, ascoltando i bisogni del corpo e osservando l’ambiente circostante.

A nessun animale verrebbe in mente di dissimulare ciò che sta provando per indossare una maschera d’impassibilità.

Per le altre creature che popolano la terra mostrare la paura, il dolore, la tenerezza, la gioia, l’entusiasmo, l’incertezza, la curiosità, la sorpresa… significa utilizzare un codice relazionale indispensabile per vivere bene e in armonia.

L’empatia permette a tutte le forme di vita di sentirsi parte di un ecosistema che contiene e delimita, rispettando gli equilibri naturali, permettendo la convivenza e preservando la salute di ciascuno, in modo da favorire la vita.

Di tutti.

Solo l’essere umano (che di umano ormai non ha quasi più nulla) impone a se stesso una sordità emotiva così pericolosa da inibire la comprensione dei ritmi fisiologici, separandosi dalla natura e provocando tante malattie.

Gli animali non conoscono le patologie che affliggono la nostra razza (obesità, anoressia, diabete, nevrosi, psicosi, AIDS, cancro, SLA…) e condividono una cultura interamente basata sui codici emotivi e intuitivi, proprio perché per loro l’ascolto dei vissuti interiori è parte integrante della sopravvivenza.

Per noi, invece, empatia è sinonimo di smielati atteggiamenti infantili, e preferiamo ignorare la vita emotiva, ricorrendo a uno stuolo di specialisti (medici, dietologi, psicologi, psichiatri, neurologi…) per farci dire cosa succede nel nostro mondo interno.

L’indifferenza che consegue alla mancanza di empatia è la radice del cinismo e il presupposto più efficace per sostenere il mercato delle armi, le guerre, i soprusi e la distruzione che la nostra razza dis-umana porta avanti ai danni se stessa e di tutte le altre specie.

Uccidere la sensibilità dentro di sé ha lo scopo di allontanarci da una pulsante vitalità e di renderci docili e malleabili nelle mani di chi detiene il potere.

Un potere che può esistere soltanto grazie alla mancanza di sensibilità (e alla durezza che ne consegue) e che permette ai pochi che governano il mondo di accrescere indisturbati il loro dominio sui tanti.

Quel selfcontrol, così sbandierato da essere diventato sinonimo di maturità, è impropriamente confuso con il surgelamento emotivo e con un narcisismo patologico che ci spinge a credere di essere l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ci è stato nascosto che la mancanza di empatia, l’onnipotenza e l’egocentrismo segnalano un’immaturità nella psiche.

Immaturità che va curata (e non incentivata) e che negli adulti costituisce una patologia.

La superiorità con cui ci arroghiamo il diritto di morte sulle altre forme di vita è una malattia che ammorba l’umanità e tiene in piedi la gerarchia della violenza, rendendoci vittime oltre che carnefici, e condannandoci a una sofferenza psicologica sconosciuta alle altre specie.

L’insensibilità, indotta ad arte sostenendo modelli di comportamento privi di emotività, ci allontana pericolosamente dalla nostra umanità.

Il surgelamento emotivo è una patologia, e non ha niente a che vedere con l’autocontrollo.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe di tutte le energie che animano il mondo interiore, e non l’animosa ignoranza della nostra profonda ricchezza emotiva.

Uccidere la sensibilità dentro di sé per raggiungere una patologica mancanza di emozioni è la radice della violenza e la causa nascosta di tutte le guerre.

Carla Sale Musio

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NARCISISMO PATOLOGICO

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Ott 09 2016

NARCISISMO PATOLOGICO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Un deficit nella capacità di provare empatia è il sintomo di una patologia che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.) definisce: disturbo narcisistico di personalità.

Questa disfunzione è caratterizzata da una percezione di sé eccessiva e carica di importanza, che gli esperti chiamano: sé grandioso.

Chi soffre di un disturbo narcisistico della personalità manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è consapevole e che, dal punto di vista clinico, nasconde una grave difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Per formulare questa diagnosi gli psichiatri e gli psicologi si basano su cinque caratteristiche precise, che le persone affette dal disturbo narcisistico manifestano in situazioni e relazioni diverse:

  • una percezione esagerata del proprio valore

  • la convinzione di essere speciali e superiori

  • una modalità predatoria di rapportarsi al mondo, in cui lo scarso impegno personale è unito alla pretesa di ricevere più di quello che si dà

  • la certezza di un’insindacabile supremazia che autorizza a usare gli altri per raggiungere i propri scopi, senza provare alcun rimorso

  • l’incapacità di identificarsi con la sofferenza di chi si ha di fronte

Le persone che soffrono di questa patologia occultano dietro l’esagerata valorizzazione di sé una mancanza di empatia e l’impossibilità di immedesimarsi nei vissuti degli altri (che considerano passibili di qualsiasi sopruso), sono convinti che tutto sia loro dovuto e diventano sprezzanti e crudeli quando questo non si verifica.

Il loro indiscutibile senso di diritto unito alla mancanza di sensibilità sfocia nello sfruttamento e nell’abuso.

Il disturbo narcisistico della personalità descrive con chiarezza la patologia degli esseri umani nella relazione con le altre creature viventi e con il pianeta.

L’incomprensione dell’alterità, che caratterizza questa disfunzione, è il sintomo di un’inabilità alla reciprocità, che confina la specie umana dentro una pericolosa scissione dall’ecosistema, rendendoci incapaci di costruire relazioni produttive con le altre forme di vita.

Come insegna l’Etologia Relazionale, la biodiversità è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e per la corretta evoluzione della vita.

“Il nostro pianeta sta affrontando la sesta estinzione di massa, una straordinaria quanto terrificante perdita in termini di biodiversità, la prima nella storia della vita sul pianeta Terra a essere stata alimentata dall’attività diretta di una specie animale (l’uomo). Crediamo che sia fondamentale capire che siamo tutti coinvolti e co-responsabili in questo scenario, le cui dinamiche non possono essere ignorate se si vuole costruire un rapporto consapevole con le altre specie, su scala intersoggettiva e globale.”

Lo sostiene Myriam Jael Riboldi, fondatrice della Scuola di Etologia Relazionale.

“Amare le specie diverse dalla nostra è un punto di partenza fondamentale, ma l’amore non basta: occorre avvicinare il maggior numero di persone possibile a una conoscenza consapevole, empatica, profonda e più rispettosa del mondo animale. È indispensabile prestare una maggiore attenzione al valore dell’individualità e delle caratteristiche etologiche, e alle dinamiche che possono modificarne le espressioni in ambito relazionale.”

L’Etologia Relazionale ha identificato con chiarezza la patologia narcisistica che affligge l’umanità e lavora per reinserire la percezione emotiva ed empatica nelle relazioni tra l’uomo e gli altri animali.

Quest’approccio sostiene l’importanza di una visione biocentrica, libera dalla patologia narcisistica e capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni.

Ma superare il disturbo narcisistico della personalità richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di sé (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

“Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.”

“Interpretare i comportamenti specie specifici senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecare i valori della conoscenza, dello scambio e della reciprocità.”

Malato di narcisismo e convinto della propria patologica superiorità, l’essere umano annienta l’empatia e agisce come se le altre creature fossero strumenti al servizio del suo piacere e dei suoi bisogni.

In questo modo aliena in se stesso la comprensione della realtà e costruisce un mondo privo dell’intelligenza emotiva necessaria a sostenere la vita.

Mentre le altre specie rispettano gli equilibri indispensabili al mantenimento dell’ecosistema, la razza umana distrugge la convivenza naturale con le altre forme di vita, annichilendo nella propria psiche il senso di appartenenza che caratterizza l’esistenza e camminando a grandi passi verso la distruzione.

Nascono così le innumerevoli sintomatologie che ammalano l’umanità e che sono sconosciute alle altre specie viventi: attacchi di panico, depressione, depersonalizzazione, manie di persecuzione… prendono forma da una morbosa mancanza di empatia e alimentano la violenza e la paura.

L’insensibilità tipica del disturbo narcisistico di personalità, amplifica nell’io il senso del proprio valore, deformando la percezione della realtà e alimentando un egocentrismo malato che nasconde l’angoscia e l’incapacità a costruire relazioni proficue, amorevoli e costruttive.

La paura di incontrare chi appartiene a una razza diversa, spinge l’essere umano a sfuggire la conoscenza e le relazioni interspecifiche, nascondendosi dietro un senso di superiorità esagerato, ma questo evitamento genera la patologia del narcisismo e quell’egocentrismo indiscutibile che impedisce la comprensione del dolore facendo lievitare la violenza.

Razzismo, specismo, bullismo, nonnismo, maschilismo, pedofilia, omofobia, guerre e crudeltà di ogni genere hanno origine dalla mancanza di empatia e dall’incapacità di fare relazione, e costruiscono il mondo della brutalità in cui viviamo.

Solo prendendo coscienza della nostra patologica superiorità, diventa possibile mettere fine alla distruzione del pianeta e realizzare una società in cui le relazioni inter e intra specifiche conducano a una conoscenza rispettosa delle esigenze di tutti.

“E’ necessario riconoscere il valore della diversità e dell’individualità di ogni singolo individuo e immergersi in una modalità di osservazione libera da pregiudizi ma anche svincolata da aspettative e da proiezioni, tipicamente antropocentrate. L’esperienza relazionale deve essere contestualizzata nel “qui e ora”, in cui la nostra viva partecipazione deve risultare consapevole e responsabile. La dinamica relazionale è in grado di modificare gli stati interiori e i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti in questo tipo di processo.”

Per cambiare il mondo è indispensabile curare il disturbo narcisistico di personalità che si annida nella psiche di ognuno di noi, e vivere una relazione sana tra la nostra e le altre specie viventi.

Solo così si potrà realizzare una cultura capace di accogliere la diversità riconoscendone la ricchezza e il valore, e sostenere la fratellanza.

Tra tutte le creature.

Carla Sale Musio

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