Ago 08 2017

CHE COS’È LA DIVERSITÀ?

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Con la parola diverso indichiamo tutto ciò che si differenzia da un ordine abituale e precostituito.

Il diverso è qualcuno che esce da quella che è considerata la condizione normale.

Tuttavia, diversità e normalità vanno a braccetto, e l’una non può esistere senza l’altra.

È indispensabile una normalità per definire la diversità e occorre una diversità per riconoscere la normalità.

Diversità e normalità sono due facce della stessa medaglia, due aspetti psichici che arricchiscono il nostro mondo interiore, permettendoci di sperimentare l’unicità insieme all’appartenenza.

Per vivere bene abbiamo bisogno sia di normalità che di diversità.

In un mondo sano, la diversità è l’espressione di una preziosa individualità e manifesta quel modo unico e speciale di essere se stessi e di donare la propria creatività.

In un mondo sano, il bisogno di sentirsi parte della famiglia umana diventa il crogiolo necessario a valorizzare l’espressione dei talenti personali.

In un mondo sano, il contributo di ciascuno arricchisce l’intera comunità.

In un mondo sano…

Nel nostro mondo malato, invece, la diversità è un’onta da nascondere, anche a se stessi.

E, nello sforzo di conquistare l’omologazione indispensabile per sentirsi parte della società, occultiamo l’originalità sotto la maschera del conformismo, negando alla vita la ricchezza creativa che ognuno di noi è venuto a portare.

Ma, dietro il livellamento imposto dalla cultura, si nasconde un gioco di potere volto a plasmare tanti soldatini ubbidienti, pronti a combattere la guerra di quella piccola elite che gestisce il mondo manipolando i meccanismi psicologici.

La diversità diventa così il ricettacolo delle proiezioni negative funzionali all’asservimento dei molti e al vantaggio dei pochi, lo strumento privilegiato per coltivare il razzismo e la violenza e annientare nella psiche la sensibilità, la creatività, la responsabilità e la libertà.

Tutto ciò che si differenzia dai modelli imposti, infatti, è additato come improprio, sconveniente, sbagliato, anomalo o malato, e combattuto con le armi dell’emarginazione, della ridicolizzazione o della patologia mentale.

Per sentirci parte della società dobbiamo essere impassibili, insensibili, indifferenti e pronti a seguire le mode del momento.

Non più persone con valori, scelte, etica e sentimenti, ma consumatori.

Abbiamo l’onere di sostenere un’economia che travolge qualsiasi individualità.

E, in nome delle vendite e del guadagno, tutto ciò che si allontana dalle esigenze del mercato è destinato a sparire, sepolto sotto la coltre delle abitudini standardizzate che definiscono ad arte la normalità.

Il cuore non è funzionale agli interessi delle multinazionali.

Per far camminare il sistema produttivo sono indispensabili: la competizione, la prevaricazione e la capacità di combattere quello che si discosta dal cinismo necessario al potere.

In questo quadro, gli animali incarnano proprio le qualità che una gestione malata di arroganza e di domino, combatte con tutte le sue forze: sono ecologici, in grado di adattarsi alle esigenze ambientali e pronti a estinguersi quando sentono che l’equilibrio naturale è messo in pericolo.

Sono ingenui, innocenti e capaci di comunicare tra loro senza bisogno di parole.

Non lavorano per vivere.

Non si drogano di cibo e di sostanze tossiche.

Non assumono psicofarmaci.

Non conoscono le malattie mentali, l’obesità, il diabete, l’Alzheimer… e le altre innumerevoli patologie del consumismo.

Vivono immersi dentro una cultura biocentrica e sono capaci di armonizzarsi con le altre forme di vita per salvaguardare il pianeta, anche a discapito della propria esistenza.

Non sono adatti a sostenere la supremazia dei pochi che governano il mondo.

Non è possibile trasformarli in consumatori.

E questa loro diversità crea le premesse dello sfruttamento e dei soprusi di cui sono vittime.

Gli animali sostengono i valori della libertà e della responsabilità ecologica che la nostra civiltà ha distrutto in favore di un potere sempre più circoscritto a una piccola elite.

La visione antropocentrica ha snaturato l’uomo dal contesto etologico che gli appartiene, e lo ha reso schiavo di infinite dipendenze, indispensabili al dominio dei pochi sui molti (soldi, lavoro, cibo, conformismo, omologazione, globalizzazione…).

L’ascolto delle parti istintuali è bandito dalla cultura della violenza, perché l’istinto, quello vero, è fatto di interiorità, di equilibrio e di arrendevolezza alla natura dell’ecosistema.

Nella nostra presuntuosa civiltà, invece, chiamiamo impropriamente istinto tutto ciò che appartiene alla brutalità e proiettiamo sugli animali la prepotenza che caratterizza la nostra specie, per legittimarne lo sfruttamento e occultare i valori delle loro culture.

Nel mondo antropocentrico della sopraffazione, la diversità è diventata l’emblema della stupidità, e combatterla conferma l’appartenenza a quell’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Così, per essere dei veri uomini (e delle vere donne) è necessario bandire l’istinto in favore di un’intelligenza sempre più distante dalla natura e dai suoi ritmi, e costruire una tecnologia comportamentale che sia priva di emozioni, di vitalità e di empatia.

Riconoscere agli animali il giusto posto nell’ecosistema, senza gerarchie e senza predominio, significa accogliere dentro di sé la propria istintività, ammettendone il valore intimo e profondo.

In un mondo sano, la diversità è parte della normalità e insieme concorrono a creare l’equilibrio necessario alla vita.

Perché nessuno è migliore, superiore, più intelligente o speciale, ma tutti contribuiscono a dare forma alle infinite possibilità creative.

Carla Sale Musio

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CHE COS’È LO SPECISMO?

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Lug 21 2017

CHE COS’È LO SPECISMO?

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Si chiama specismo la convinzione, ampiamente diffusa, che la specie umana abbia il diritto di differenziarsi da ogni altra forma di vita per poterne abusare a proprio piacimento.

Lo specismo si fonda sulla presunta superiorità della nostra razza e autorizza la discriminazione e lo sfruttamento di tutte le altre.

Lo specismo è una patologia del narcisismo e costituisce la matrice della crudeltà e della violenza.

Una crudeltà e una violenza sconosciute a ogni altra specie.

Solo la nostra specie, infatti, arriva all’abominio di allevare delle creature viventi con lo scopo di sfruttarne le risorse per il proprio piacere.

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Che si tratti di schiavi umani o animali, per la psiche non fa differenza.

La prevaricazione di un essere su un altro costituisce sempre una patologia, ed è la radice di qualsiasi malvagità.

Arrogarsi il diritto di vita e di morte con l’unico obiettivo del proprio divertimento, denota una perversione nel mondo interiore.

Perversione grazie alla quale la superiorità ha come corollario lo sfruttamento, invece della responsabilità, della cura e dell’assistenza.

In una sana evoluzione psicologica, possedere maggiori capacità (comprensione, forza, sensibilità, intuizione ecc.) conduce a una più grande attenzione e stimola la presa in carico e l’accudimento di chi si trova in difficoltà.

Il termine responsabilità, infatti, deriva dal latino: respònsus, participio passato del verbo respòndere: rispondere.

Cioè: prendere su di sé il carico di qualcuno o di se stessi.

Di fronte alla debolezza o all’innocenza, una legge evolutiva impone di intervenire per difendere, sostenere, proteggere e porgere aiuto.

Tuttavia, nella patologia specista i principi della salute mentale e dell’etica sono costantemente disattesi per affermare la liceità della sopraffazione di fronte alla fragilità e all’ingenuità.

Ecco perché nello specismo sono contenuti i semi del razzismo, del sessismo, del machismo, del bullismo, del nonnismo, della pedofilia e di ogni altra forma di brutalità.

La patologia consiste nella convinzione che l’identificazione con il dolore delle vittime sia una forma di debolezza e di stupidità, da cui scaturisce il bisogno di differenziarsene, ottundendo in se stessi l’empatia, la cooperazione e la fraternità, e coltivando il cinismo, l’arroganza e l’indifferenza come valori, capaci di conferire prestigio sociale e potere personale.

In questa chiave, accanirsi goliardicamente su creature che non possono difendersi, permette di sentirsi forti e sicuri di sé, coltivando il narcisismo, l’egoismo e l’insensibilità.

L’assenza d’intelligenza emotiva, che caratterizza la mancata identificazione degli aguzzini con le vittime dei soprusi, segnala l’incapacità di accogliere le proprie parti fragili e la necessità di proiettarle sui rappresentanti esterni, bersaglio tangibile di un odio interiore rimosso, che costituisce il nucleo della patologia.

Una patologia talmente diffusa da essere diventata invisibile e, perciò, difficile da arginare e da curare.

Nella legittimità della sopraffazione si annidano i semi della crudeltà e prendono forma le innumerevoli violenze della civiltà.

Ammettere la prepotenza come espressione naturale e inevitabile di una maggiore capacità, infatti, significa legalizzare la violenza e affermare il diritto del più forte al posto della fratellanza, della cura reciproca e della condivisione delle risorse.

Le conseguenze di questa patologia sono sotto gli occhi di tutti.

Ogni guerra e ogni empietà, trova la propria liceità in un potere coercitivo e prepotente giustificato intimamente.

La patologia scambia la superiorità col predominio, invece che riconoscere il valore della responsabilità e della condivisione.

Non c’è da sorprendersi se poi assistiamo impotenti al dilagare dei tanti gesti crudeli che popolano la cronaca nera.

Uccidere per divertimento ha un costo psicologico elevatissimo e crea un mondo in cui la patologia si sovrappone alla normalità.

Un mondo dove chi non si conforma alle leggi della crudeltà finisce per sentirsi sbagliato e costretto a nascondere la sensibilità come fosse il segno di una pericolosa deformità e non, invece, l’esempio di una elevata intelligenza emotiva e di una sana capacità di amare.

Carla Sale Musio

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SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

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Giu 15 2017

SPECISMO, RAZZISMO INTERIORE E PAURA DI ASCOLTARSI

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Che schifo i piccioni!
Che belle le rondini!
Che schifo le cavallette!
Che belle le farfalle!
Che schifo i topi!
Che belli i pulcini!
Che schifo le blatte!
Che belli i grilli!

Osserviamo la vita attraverso gli occhiali del bene e del male e dividiamo il mondo in categorie.

Ogni cosa conforme ai nostri ideali è catalogata come gradevole e accettabile, mentre ciò che se ne discosta diventa disgustoso, spiacevole e intollerabile.

Impariamo da bambini a dividere le esperienze in buone o cattive, conformandoci ai criteri sociali che ci permetteranno di crescere.

E diventiamo adulti combattendo una strenua battaglia per impersonare ciò che piace e differenziarci da ciò che non piace.

Fino a perdere il contatto con la nostra Totalità.

Nel mondo intimo di ciascuno esistono infinite possibilità espressive.

Tuttavia, per sentirci apprezzati, finiamo per riconoscere solo gli atteggiamenti che ricevono approvazione e scartare ciò che non incontra il favore degli altri.

C’è un prezzo da pagare per ogni scelta e, per sentirci parte di una comunità, modelliamo la psiche fino a renderla conforme ai valori più gettonati.

m

Ma dove finiscono le possibilità che non si accordano agli standard previsti dalla società?

m

Che cosa succede alle parti rinnegate della nostra realtà emotiva?

m

La risposta è semplice.

Se ne occupa la Gestapo della Psiche, grazie al servizio, puntuale e preciso, dei meccanismi di proiezione e rimozione.

Ossia quegli strumenti interiori che si attivano per aiutarci a diventare uomini e donne rispettabili, membri a tutti gli effetti della famiglia umana.

La rimozione e la proiezione sono le armi che collocano ogni devianza al di fuori della sfera d’identificazione adeguata al gruppo di appartenenza.

Grazie alla rimozione: cancelliamo dalla coscienza tutto ciò che può metterci in contrasto con le persone che per noi sono importanti.

E, grazie alla proiezione: proiettiamo i nostri contenuti negativi su dei rappresentanti esterni, in modo da poterli evitare, combattere e rifiutare, senza sentirci chiamati in causa.

Dal punto di vista etologico, l’uomo è un animale che vive in branco, cioè ha bisogno di appartenere a un gruppo per sopravvivere.

L’emarginazione e la disconferma possono essere devastanti per la psiche e condurci alla malattia e alla morte.

Per soddisfare il bisogno di appartenenza, costruiamo la nostra identità utilizzando soltanto pochi aspetti, selezionati e approvati dall’ambiente che ci circonda, e nascondiamo (anche a noi stessi) le parti che non ricevono consensi.

Quello che nell’esperienza sociale è stigmatizzato come negativo, diventa rapidamente un aspetto rinnegato dalla coscienza e occultato in un angolo dell’inconscio.

Vogliamo essere amabili, rispettabili, apprezzabili e stimabili, e, per assicurarci che le qualità impopolari non ci rovinino la reputazione, le combattiamo nel mondo esterno, proiettandole su dei rappresentanti che possiamo evitare e che ci provocano disgusto ogni volta che li avviciniamo.

Quasi che, trovandoci in loro presenza, potesse aver luogo un contagio capace di rivelare la nostra (inaccettabile) poliedricità.

Nascono in questo modo tante fobie, gli innumerevoli 

“Mi fa schifo!” 

con cui stigmatizziamo altri esseri viventi.

Prendono forma dalla paura di non piacere e raccontano, nel linguaggio criptato dei simboli, le cose che rinneghiamo in noi.

Ma attenzione.

Ognuno possiede un vocabolario simbolico personale, e generalizzare le interpretazioni delle fobie è pericolosissimo.

Si rischia di trovarsi intrappolati dentro un ginepraio di proiezioni dal quale è impossibile uscire vincitori.

Le chiavi che permettono di comprendere il disgusto o la paura, riguardano il simbolismo individuale.

Sono pochissime le spiegazioni valide per tutti.

Il razzismo è un fatto personale e, per scoprirne le radici, bisogna avventurarsi nel mondo intimo di ciascuno.

Solamente alcune immagini universali permettono di pronunciarsi in termini assoluti.

Si tratta di simboli che incarnano angosce primordiali, archetipi con cui la specie umana ancora non riesce a fare i conti.

Lo specismo è uno di questi.

La parola specismo non compare quasi mai nei vocabolari della lingua italiana.

Il correttore automatico di word la segna in rosso.

Per il sistema di scrittura più famoso al mondo la parola specismo è considerata un errore di battitura.

Questo la dice lunga sul significato che lo specismo incarna nel mondo intimo di milioni di persone.

Persone che non sanno nemmeno di avere una paura perché, non potendo nominarla (e perciò parlarne) non la riconoscono in se stessi.

Eppure lo specismo esiste, e ammorba di patologia la psiche degli esseri civilizzati.

m

Ma insomma che cos’è questo specismo?!

m

Con la parola specismo si intende l’atteggiamento di superiorità che colloca la specie umana al vertice di un ordinamento gerarchico imposto a tutte le altre specie.

Detto in altri termini, lo specismo è una patologia del narcisismo che spinge l’uomo a credersi superiore alle altre creature, secondo un codice creato e approvato da se stesso, senza che le vittime di un tale arbitrio siano mai state interpellate.

Questa supremazia autoconferita fa sì che le altre specie vengano utilizzate come fossero oggetti e non esseri viventi.

Lo specismo è la matrice di ogni razzismo, la malattia che permette alla psiche umana di distaccarsi dalla natura e di abusarne a piacimento, senza rendersi conto che in questo modo si affermano i presupposti della sopraffazione e della pazzia che stanno distruggendo il pianeta e la dignità degli uomini stessi.

Lo specismo nasce dalla paura di ascoltarsi e dall’arbitraria estromissione delle parti animali dalla vita interiore, al fine di omologarsi ai dettami della civilizzazione.

La stessa civilizzazione che ha fatto dell’abuso e della violenza un prestigio, invece che una patologica disfunzione.

Nella cultura cui ci vantiamo di appartenere, l’istinto è considerato disdicevole.

Per essere apprezzati bisogna essere logici, razionali, impassibili, distaccati e privi di sentimenti.

Anche davanti alla sofferenza.

Soprattutto davanti alla sofferenza di chi è considerato inferiore.

La gerarchia specista detta le regole del comportamento e colloca gli animali in basso nella scala evolutiva, giudicandoli illogici, irrazionali, emotivi, istintivi e perciò stupidi.

La parola “animale” (che nel linguaggio scientifico indica qualsiasi organismo vivente eterotrofo e dotato di sensi e di movimento autonomo) nel linguaggio comune è diventato un insulto per definire una creatura rozza, ignorante, violenta, brutale e poco intelligente.

Eppure, separarsi dal mondo animale per collocarsi in cima a un’arbitraria classificazione di merito costringe gli esseri umani a disprezzare dentro di sé tutto ciò che li accomuna alla natura, privandoli delle loro preziose risorse istintuali, emozionali, intuitive e sensitive.

Una congenita lobotomizzazione dell’intelligenza emotiva è funzionale al mantenimento della patologia specista e rende impossibile l’ascolto delle proprie parti istintive che, proiettate sugli animali e disprezzate, diventano il simbolo di una pericolosa mancanza di valore.

È in questo modo che la sensibilità è spenta e demonizzata, fino a farne l’icona della stupidità.

Il disgusto per le specie diverse dalla nostra nasce dalla paura di ascoltare la propria profonda intelligenza animale e dal divieto di riconoscerne il valore dentro se stessi.

Perciò, anziché dire:

Che schifo i piccioni!
Che schifo le cavallette!
Che schifo i topi!
Che schifo le blatte!

Dovremmo dire:

Che belli i piccioni!
Che belle le cavallette!
Che belli i topi!
Che belle le blatte!

Perché tutti gli animali con la loro esistenza ci ricordano il valore della nostra intima istintualità e il legame che ci unisce in un unico e prezioso ecosistema naturale.

L’unico capace di restituirci la salute e il profondo significato della vita.

Carla Sale Musio

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CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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Giu 04 2017

CAMBIARE IL MONDO PARTENDO DA SE STESSI

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“Il mondo l’ho fatto io e l’ho fatto male… solo che adesso non so come cambiarlo.”

Sembra un delirio di onnipotenza, eppure questa frase contiene una profonda verità.

Siamo convinti che la realtà esterna sia indipendente dalla nostra volontà ma, osservando con attenzione, scopriamo che le cose non stanno esattamente così.

L’inconscio interagisce continuamente con lo scorrere degli eventi.

Tra il mondo esterno e il mondo interno esiste una relazione costante, che modella la vita fino a renderla congrua con ciò che intimamente riteniamo vero.

Nasciamo con la fontanella aperta e la predisposizione ad accogliere quello che ci circonda facendolo diventare parte di noi, e apprendiamo da bambini a disegnare le forme con cui costruiremo la realtà.

Durante l’infanzia dobbiamo imparare a decifrare ciò che abbiamo intorno e incasellare le esperienze nei modi condivisi dalle persone che per noi sono importanti.

Utilizzare un codice comune permette di sentirsi parte del gruppo, membri a tutti gli effetti della famiglia di appartenenza.

È un processo fisiologico e psicologico insieme.

Nel periodo della crescita, il cervello si abitua a riconoscere determinate gestalt, strutturando le abitudini necessarie a muoversi con sicurezza nell’ambiente.

La realtà, quella che comunemente riteniamo indipendente dalla nostra volontà e creata da Dio o dal Big Bang, nasce dentro di noi.

Ogni evento è un evento interiore.

Prende forma intimamente e possiamo riconoscerlo all’esterno grazie al gioco di specchi della proiezione e della rimozione.

Ecco perché “il mondo l’ho fatto io” e, se non mi piace, dovrò imparare a cambiarlo.

Tuttavia, per incidere sulla realtà, sarà necessario modificare le gestalt con cui interpreto la vita e strutturare diversamente gli equilibri tra le innumerevoli parti che compongono il mio assetto interiore.

È un lavoro intimo e profondo, fatto di pazienza, di ascolto e di continue rivelazioni.

Per riuscire è indispensabile scoprire in che modo ciò che succede nell’inconscio preforma gli avvenimenti.

Tutti gli avvenimenti.

Anche quelli che sembrano indipendenti dalle mie scelte.

Poiché: 

Il Simile Attira Il Simile”

Come Dentro Così Fuori”

ciò che avviene nella vita interiore si manifesta in ciò che succede… nel tentativo infallibile di aiutarmi a crescere.

m

DENTRO & FUORI

m

Angelo fa lo psicoterapeuta in una comunità.

Il suo è un lavoro di responsabilità che richiede passione e dedizione.

Per questo, ogni anno, fatica a prendere le ferie che gli spettano.

Nel timore di interrompere i ritmi del cambiamento, finisce con l’assentarsi soltanto pochi giorni a Pasqua e a Natale, in modo che la sua mancanza non incida sul percorso di crescita di chi si è affidato a lui con fiducia e impegno.

Senza rendersene conto il terapeuta stritola il proprio bisogno d’amore e di piacere, sotto una valanga di doveri.

Segregata nell’inconscio, però, una parte giocosa e rilassata desidera ardentemente le vacanze, e si sente morire sotto il peso delle innumerevoli incombenze quotidiane.

Angelo non vorrebbe far male nemmeno a una mosca, ma la crudeltà con cui ignora la sua spensieratezza riflette nel mondo la prepotenza.

I soprusi contro chi non può difendersi lo indignano profondamente, eppure, finché continuerà a sfruttare senza scrupoli le proprie parti infantili per favorire il suo senso del dovere, coltiverà la violenza dentro di sé e contribuirà, senza saperlo, a tener viva la prepotenza.

* * *

Simonetta ama gli animali e combatte ogni giorno per sostenere i loro diritti, in una società che, invece, li considera soltanto oggetti utili per soddisfare i piaceri dell’uomo.

Simonetta è sempre pronta a farsi in quattro e la sua disponibilità la spinge a sacrificarsi per le persone che ama.

Così facendo trascura il bisogno di ricevere attenzioni, confinando se stessa in coda alle sue priorità.

A prima vista può sembrare altruista e generosa ma, a ben guardare, agisce contro di sé la stessa indifferenza che combatte nel mondo e, mentre sostiene i diritti dei più deboli, maltratta le proprie parti istintuali, affermando inconsciamente la legittimità dello sfruttamento.

* * *

Matteo non vuole essere presuntuoso e cerca in tutti i modi di non far pesare la sua cultura e le sue competenze, anche quando sarebbe necessario permettere agli altri di riconoscerne il valore.

Ama essere umile e alla mano ma questo lo rende avaro con se stesso e si riflette in una cronica mancanza di denaro.

Impropriamente Matteo combatte la scarsità fuori di sé.

La povertà che lo affligge non dipende da una penuria di opportunità lavorative ma dagli apprezzamenti che nega a se stesso, sostenendo nell’inconscio l’imprescindibilità della miseria.

Carla Sale Musio

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INCONSCIO E REALTÀ: come creare un mondo migliore

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Mar 28 2017

ENERGIA, CAMPI ENERGETICI & ALTRE STRANEZZE

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Si parla tanto di campi energetici e di energia, ma nessuno sa definire con esattezza il significato di queste parole.

L’idea di una forza invisibile che pervade tutte le cose è difficile da padroneggiare… non è misurabile, non è quantificabile, non occupa spazio, non si può toccare… non si sa bene dove collocarla.

L’energia è poco concreta.

Eppure ne vediamo quotidianamente gli effetti.

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  • Possiamo immergerci in una sacralità spirituale, visitando una chiesa.

  • Possiamo percepire l’ansia e la paura, durante lo svolgimento degli esami in un’aula universitaria.

  • Possiamo avvertire la presenza di un amico, poco prima di incontrarlo o di ricevere una sua telefonata.

  • Possiamo sentire la sofferenza entrando in un ospedale.

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L’energia è dappertutto e, anche quando non ce ne rendiamo conto, non possiamo sottrarci al suo influsso invisibile.

Questo fa sì che anche i più scettici finiscano per ammettere che… be’… probabilmente qualcosa ci deve essere. 

Qualcosa che anima il mondo e dà sostanza alla vita.

m

Ma che roba è?

Che cos’è questa energia di cui tanto si parla e di cui, comunque, non si capisce un granché?

m

Fatichiamo a immaginarla.

L’energia non ha forma e mette in crisi il bisogno di concretezza che caratterizza la nostra cultura.

La mente lineare ama ordinare, classificare e misurare.

Le cose che sfuggono alle sue regole sono guardate con sospetto o con commiserazione, come se si trattasse di favole, buone soltanto per gli ingenui.

Il pensiero che possa esistere un campo energetico che emana da ogni cosa, manda in crisi il pensiero razionale perché appartiene a una comprensione sinergica, intuitiva e percettiva.

Per comprendere il concetto di campo di energia occorre attivare le competenze dell’emisfero destro del cervello, quello preposto alla creatività.

Ma, si sa, la creatività è poco considerata da chi ama comandare tanti soldatini ubbidienti.

Perciò, nel mondo del dominio e della sopraffazione parlare di energia è sconsigliato.

Si preferiscono argomenti più concreti, seri e costruttivi, come: il PIL, il cash flow, il debito pubblico, gli indici di mercato, il reddito… o altre cose del genere.

campi energetici non rientrano nel vocabolario degli affari, non producono denaro, non conferiscono potere economico e perciò non sono considerati importanti da chi gestisce il mondo con la forza e con l’arroganza.

Il loro imprendibile valore interiore li rende invisibili ai più, e derisi da chi ama conformarsi a una società che inneggia la supremazia dei potenti e approfitta impunemente dei deboli.

Quando si parla di energia, ci si riferisce a una propulsione interiore, a una spinta che modula l’ascolto della realtà partendo dall’interno.

È un modo di sentire e interpretare la vita, che oltrepassa i cinque sensi e poggia su un’intuizione profonda, attivando una comprensione che prescinde dalle valutazioni razionali o materiali dell’esistenza.

L’energia è un flusso vitale.

Scaturisce dall’anima e permea ogni cosa, avvolgendola di una qualità emotiva, dinamica ed essenziale.

L’energia non è ne buona né cattiva.

Ma, di solito, parliamo di energia positiva quando vogliamo riferirci a situazioni ricche di fascino e di possibilità, mentre parliamo di energia negativa per indicare cose, persone o fatti, carichi di vibrazioni disarmoniche e stridenti.

Diciamo che a pelle ci sentiamo bene, per segnalare un campo energetico naturale e coinvolgente; e rifuggiamo quelle situazioni in cui percepiamo un campo distonico e debilitante.

I sentimenti sono energia, i pensieri sono energia, le parole sono energia, ogni cosa possiede un proprio campo che irradia all’esterno.

fenomeni energetici sono dappertutto e sotto gli occhi di tutti.

Ne avvertiamo costantemente il potere, in maniera istintiva.

Anche quando non ne riconosciamo l’esistenza.

I luoghi, le persone, gli animali e le cose, ci trasmettono forze capaci di caricarci positivamente o di scaricarci fino a renderci inermi, apatici e persino malati.

Perciò, esercitarsi a riconoscere l’energia e i campi energetici, ma soprattutto imparare a gestirli, è di fondamentale importanza per vivere una vita sana e in armonia con la natura e con i suoi ritmi.

Gli animali riconoscono naturalmente il valore dell’energia, sanno distinguere i campi energetici e si comportano di conseguenza, mantenendo un equilibrio costante con l’ambiente che li circonda.

Nelle loro culture la percezione dell’ecosistema viene prima di qualsiasi altra cosa e per questo, a volte, possono arrivare a sacrificare la loro stessa esistenza.

Tante specie animali hanno scelto l’estinzione, smettendo di riprodursi, pur di non vivere in un ambiente diventato incapace di rispettare il movimento naturale dell’energia.

La nostra specie, invece, sopravvive in contesti sempre più carichi di energie negative e sembra non rendersi conto del degrado ambientale che sta distruggendo la vita.

L’educazione alla sottomissione e il consumo smodato di beni tossici, ottunde l’ascolto di sé creando una differenza incolmabile tra le nostre scelte e quelle degli altri animali.

Deridere l’energia e tutto ciò che non si può toccare o monetizzare, è un comportamento tipico della nostra specie e ci separa dagli altri esseri che popolano il pianeta, e che mantengono la consapevolezza di ciò che noi non riusciamo più a vedere, ma che incide profondamente sul benessere, sulla vitalità e sull’espressione della propria profonda verità.

Solo la conoscenza dell’energia, infatti, permette di ritrovare il filo che unisce gli eventi di cui è costellata ogni esistenza, intrecciando la vita e la morte in una magica espressione di sé.

Carla Sale Musio

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INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

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Gen 23 2017

INTUIZIONE… E CULTURE ANIMALI

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Il termine intuizione si riferisce a una forma di conoscenza che non è spiegabile a parole e che compare nella mente come un lampo improvviso, senza bisogno di usare la ragione.

C’è chi la chiama illuminazione, presentimento, sesto senso, presagio, insight…

Certamente non la si può forzare.

Fa capolino all’improvviso tra i pensieri regalandoci un’immagine, una frase, un’idea nuova.

E spesso sparisce altrettanto rapidamente, senza che si riesca neanche a ricordarsene.

È un sapere che utilizza canali diversi da quelli che adoperiamo abitualmente, permettendoci di accedere di colpo a una visione insospettata della realtà.

Si tratta di una conoscenza che abbiamo tutti (anche se qualcuno è più predisposto di altri), ma non tutti siamo pronti a darle l’importanza che merita.

Dal punto di vista neurofisiologico, l’intuizione corrisponde all’emisfero destro del cervello e ci regala una comprensione imprevedibile per la logica dell’emisfero sinistro.

La scienza ufficiale non se ne occupa.

Il buon senso comune la tratta come un fenomeno curioso e privo di valore.

La magia l’ha riservata a pochi eletti, dotati di poteri soprannaturali.

La psicologia, invece, la considera con rispetto, seguendone le indicazioni come fari nel buio in grado di indicare il cammino quando la razionalità mostra il suo limite.

L’intuizione è un sapere prezioso per la psiche, e consente di avere una conoscenza immediata e profonda ma, per poterne usufruire, è necessario superare le barriere dello scetticismo che la cultura materialista ha elevato contro ciò che non si può toccare, comprare e monetizzare.

Tutti i bambini sono portati a usare spontaneamente l’intuizione per orientarsi nella vita ma, crescendo, l’apprendimento scolastico finisce per strutturare una gerarchia tra gli emisferi del cervello, potenziando l’emisfero sinistro a discapito di quello destro.

Le competenze dell’emisfero destro, infatti, non interessano i programmi scolastici che, dopo le prime classi della scuola elementare, abbandonano completamente le attività creative e le competenze affettive e psicologiche, in favore di acquisizioni logiche e matematiche.

L’empatia, l’ascolto partecipe e attento ai vissuti interiori, il rapporto con gli animali, con l’ambiente e con l’ecosistema, sono argomenti totalmente assenti dalle indicazioni ministeriali.

La scuola dell’obbligo si preoccupa di crescere persone capaci di adattarsi a un mondo dove i pochi gestiscono i molti, e dove l’autonomia, la soggettività, la cooperazione e l’ascolto delle sensazioni intime sono considerati argomenti obsoleti, privi d’importanza.

Bisogna osservare i fatti, la concretezza delle cose.

Non c’è spazio per l’indefinibile sensibilità interiore.

Per essere recepita e compresa dalla nostra mente, costantemente indaffarata a inseguire il successo e a far quadrare il bilancio alla fine del mese, l’intuizione ha bisogno di una attenzione e di un ascolto silenzioso e accorto.

Perciò, crescendo viene accantonata, snobbata e derisa, e con l’ingresso nella maturità nessuno si ricorda più dei suoi poteri.

La vita frenetica nella quale siamo immersi ci costringe a ignorarne gli insegnamenti o a trattarli come elementi di disturbo.

È in atto un programma d’indottrinamento sociale volto a cancellare qualsiasi consapevolezza del mondo intimo e a negare il valore della soggettività, per esaltare un’oggettività sempre più protesa verso il cinismo e l’indifferenza, quasi fossero una conquista per la coscienza, piuttosto che una patologia.

Dobbiamo disimparare a usare l’intuizione per servirci soltanto delle nostre protesi tecnologiche.

Dobbiamo dipendere da oggetti sempre più sofisticati e costosi.

Dobbiamo dimenticare il sapere misterioso e profondo che appartiene all’inconscio.

Forse è questo che ci fa sentire così lontani dalle altre forme di vita.

Per gli animali l’intuizione è uno strumento di conoscenza indispensabile e potente.

In natura nessuna creatura potrebbe sopravvivere senza intuizione.

Per le altre specie l’intuizione è sapere, conoscenza, saggezza, direzione e guida che insegna a muoversi nell’ambiente senza trascurare le esigenze dell’ecosistema.

Gli animali gestiscono una cultura che l’uomo ha abbandonato.

Conoscono un sapere che nessuno di noi ricorda più.

Sanno che il rapporto tra gli organismi viventi e l’ambiente che li circonda, è importantissimo e vitale per la sopravvivenza.

Ma si sa… gli animali sono meno intelligenti.

Non distruggono il pianeta, non hanno bisogno di lavorare per vivere, non possiedono il denaro, non conoscono le malattie mentali, la pedofilia, l’anoressia, la bulimia, la perversione, la corruzione, il bullismo, l’omofobia, lo schiavismo, la globalizzazione e tutte le infinite crudeltà che appartengono alla razza umana.

Gli animali non hanno perso il contatto con il valore delle emozioni, ascoltano costantemente le proprie sensazioni e mantengono vivo un dialogo interno con ciò che, forse, non si può toccare ma, certamente, si può sentire e ci permette di stare bene o male.

Perché il bene e il male sono principalmente modi di percepire dentro ciò che succede fuori.

Purtroppo però, chi possiede una cultura improntata all’ascolto delle percezioni interiori, per gli esseri umani è una creatura di serie B, priva d’intelligenza e perciò passibile di ogni sfruttamento.

L’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza sta bene attenta a distinguersi da tutte le altre, fregiandosi di un sapere che ha perso ogni contatto con il potere invisibile dell’emotività e delle sensazioni.

Si deve essere tutti d’un pezzo, pronti a nascondere la vita intima anche a se stessi.

E quando le voci interiori urlano la loro presenza nella psiche (nonostante i nostri tentativi di lobotomizzarle) abbiamo tanti psicofarmaci colorati, pronti a ripristinare la chimica impazzita di un cervello che ha perso le radici della propria profonda verità.

In questa nostra società malata di civiltà, imparare a non usare l’intuizione è diventato un dogma.

E chi si ostina a sostenere il valore di un contatto costante con l’emotività, paga il prezzo della derisione o peggio, come succede alle specie diverse dalla nostra, diventa passibile di ogni brutalità.

Perché l’intelligenza per la nostra razza è sempre e solo quella del più forte e la sopraffazione, si sa, non ha bisogno di giustificazioni.

Carla Sale Musio

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IMPARARE DALLE ALTRE SPECIE ANIMALI

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Dic 04 2016

AUTOCONTROLLO… O PATOLOGIA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel nostro mondo la sensibilità non è di moda.

Si deve essere imperturbabili, calmi, sereni e distaccati.

La manifestazione delle emozioni è mal vista.

Non si deve piangere e, soprattutto, non si deve essere felici.

La felicità non fa simpatia.

“Mal comune mezzo gaudio”

Recita il detto.

E, fedeli alla sua prescrizione, ci sentiamo bene quando possiamo esibire le disgrazie, facendo a gara per accreditarci il nobel della sfiga.

La condivisione della felicità, invece, ci rende inquieti.

Sentirsi bene è giudicato pericoloso.

Quasi che la sfortuna fosse costantemente in agguato, pronta ad accanirsi con chi osa sfidarla  manifestando emozioni di gioia.

“Ssssssssscccccchhhhhhh…. Non dirlo forte…!!!!!” 

Sussurriamo circospetti, come se fosse immorale sentirsi soddisfatti e felici.

Le emozioni sono cose da bambini.

O da femminucce.

Roba per gente debole, insomma.

Siamo convinti che la maturità si raggiunga quando il controllo razionale e distaccato prende il posto dell’emotività.

È in questo modo che la sensibilità, la delicatezza d’animo, la capacità di ascoltare e comprendere i sentimenti, perdono il loro valore per trasformarsi in… stupidità!

È grazie a queste convinzioni errate che l’espressione dei vissuti interiori segnala impropriamente un’incapacità a far fronte alle esigenze della vita.

Il pregiudizio ha sepolto la sensibilità sotto una coltre di credenze negative, avviluppando l’umanità dentro una camicia di forza chiamata: autocontrollo.

Certo, abbandonarsi alle correnti emotive fa perdere di vista l’obiettività e trascina dentro una visione parziale della realtà.

Ma inibire la carica energetica delle emozioni crea gravi danni al sistema psichico.

La sofferenza psicologica è dappertutto, e l’eccessivo selfcontrol che caratterizza la cultura occidentale ne è il principale responsabile.

Le emozioni possiedono un’energia insopprimibile, non possono essere eliminate come zavorre inutili.

Per vivere bene e in perfetta salute, mentale e fisica, è indispensabile che il mondo interiore sia accolto e riconosciuto.

Questo non vuol dire abbandonarsi a sfrenate ridde sentimentali.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe dei propri vissuti.

Bloccare le emozioni, reprimerle e sforzarsi di non ascoltarle, intrappola la più preziosa delle risorse trasformandoci in automi privi di intelligenza emotiva. E di creatività.

Prestare attenzione ai sentimenti, ammetterne l’importanza, il valore e la preziosità, significa riconoscere la propria umanità e aprirsi all’ascolto dell’unica verità capace di cambiare il mondo: l’empatia.

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Ma cos’è l’empatia?

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Noi psicologi chiamiamo empatia la capacità di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra creatura vivente, senza ricorrere alla comunicazione verbale.

Gli animali usano spontaneamente l’empatia per cogliere le intenzioni di chi hanno intorno e regolarsi di conseguenza.

Nelle specie diverse dalla nostra il riconoscimento e l’espressione dei sentimenti sono strumenti fondamentali per mantenersi sani, ascoltando i bisogni del corpo e osservando l’ambiente circostante.

A nessun animale verrebbe in mente di dissimulare ciò che sta provando per indossare una maschera d’impassibilità.

Per le altre creature che popolano la terra mostrare la paura, il dolore, la tenerezza, la gioia, l’entusiasmo, l’incertezza, la curiosità, la sorpresa… significa utilizzare un codice relazionale indispensabile per vivere bene e in armonia.

L’empatia permette a tutte le forme di vita di sentirsi parte di un ecosistema che contiene e delimita, rispettando gli equilibri naturali, permettendo la convivenza e preservando la salute di ciascuno, in modo da favorire la vita.

Di tutti.

Solo l’essere umano (che di umano ormai non ha quasi più nulla) impone a se stesso una sordità emotiva così pericolosa da inibire la comprensione dei ritmi fisiologici, separandosi dalla natura e provocando tante malattie.

Gli animali non conoscono le patologie che affliggono la nostra razza (obesità, anoressia, diabete, nevrosi, psicosi, AIDS, cancro, SLA…) e condividono una cultura interamente basata sui codici emotivi e intuitivi, proprio perché per loro l’ascolto dei vissuti interiori è parte integrante della sopravvivenza.

Per noi, invece, empatia è sinonimo di smielati atteggiamenti infantili, e preferiamo ignorare la vita emotiva, ricorrendo a uno stuolo di specialisti (medici, dietologi, psicologi, psichiatri, neurologi…) per farci dire cosa succede nel nostro mondo interno.

L’indifferenza che consegue alla mancanza di empatia è la radice del cinismo e il presupposto più efficace per sostenere il mercato delle armi, le guerre, i soprusi e la distruzione che la nostra razza dis-umana porta avanti ai danni se stessa e di tutte le altre specie.

Uccidere la sensibilità dentro di sé ha lo scopo di allontanarci da una pulsante vitalità e di renderci docili e malleabili nelle mani di chi detiene il potere.

Un potere che può esistere soltanto grazie alla mancanza di sensibilità (e alla durezza che ne consegue) e che permette ai pochi che governano il mondo di accrescere indisturbati il loro dominio sui tanti.

Quel selfcontrol, così sbandierato da essere diventato sinonimo di maturità, è impropriamente confuso con il surgelamento emotivo e con un narcisismo patologico che ci spinge a credere di essere l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ci è stato nascosto che la mancanza di empatia, l’onnipotenza e l’egocentrismo segnalano un’immaturità nella psiche.

Immaturità che va curata (e non incentivata) e che negli adulti costituisce una patologia.

La superiorità con cui ci arroghiamo il diritto di morte sulle altre forme di vita è una malattia che ammorba l’umanità e tiene in piedi la gerarchia della violenza, rendendoci vittime oltre che carnefici, e condannandoci a una sofferenza psicologica sconosciuta alle altre specie.

L’insensibilità, indotta ad arte sostenendo modelli di comportamento privi di emotività, ci allontana pericolosamente dalla nostra umanità.

Il surgelamento emotivo è una patologia, e non ha niente a che vedere con l’autocontrollo.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe di tutte le energie che animano il mondo interiore, e non l’animosa ignoranza della nostra profonda ricchezza emotiva.

Uccidere la sensibilità dentro di sé per raggiungere una patologica mancanza di emozioni è la radice della violenza e la causa nascosta di tutte le guerre.

Carla Sale Musio

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NARCISISMO PATOLOGICO

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Ott 09 2016

NARCISISMO PATOLOGICO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Un deficit nella capacità di provare empatia è il sintomo di una patologia che il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (D.S.M.) definisce: disturbo narcisistico di personalità.

Questa disfunzione è caratterizzata da una percezione di sé eccessiva e carica di importanza, che gli esperti chiamano: sé grandioso.

Chi soffre di un disturbo narcisistico della personalità manifesta una forma di egoismo profondo di cui non è consapevole e che, dal punto di vista clinico, nasconde una grave difficoltà nel coinvolgimento affettivo.

Per formulare questa diagnosi gli psichiatri e gli psicologi si basano su cinque caratteristiche precise, che le persone affette dal disturbo narcisistico manifestano in situazioni e relazioni diverse:

  • una percezione esagerata del proprio valore

  • la convinzione di essere speciali e superiori

  • una modalità predatoria di rapportarsi al mondo, in cui lo scarso impegno personale è unito alla pretesa di ricevere più di quello che si dà

  • la certezza di un’insindacabile supremazia che autorizza a usare gli altri per raggiungere i propri scopi, senza provare alcun rimorso

  • l’incapacità di identificarsi con la sofferenza di chi si ha di fronte

Le persone che soffrono di questa patologia occultano dietro l’esagerata valorizzazione di sé una mancanza di empatia e l’impossibilità di immedesimarsi nei vissuti degli altri (che considerano passibili di qualsiasi sopruso), sono convinti che tutto sia loro dovuto e diventano sprezzanti e crudeli quando questo non si verifica.

Il loro indiscutibile senso di diritto unito alla mancanza di sensibilità sfocia nello sfruttamento e nell’abuso.

Il disturbo narcisistico della personalità descrive con chiarezza la patologia degli esseri umani nella relazione con le altre creature viventi e con il pianeta.

L’incomprensione dell’alterità, che caratterizza questa disfunzione, è il sintomo di un’inabilità alla reciprocità, che confina la specie umana dentro una pericolosa scissione dall’ecosistema, rendendoci incapaci di costruire relazioni produttive con le altre forme di vita.

Come insegna l’Etologia Relazionale, la biodiversità è un valore imprescindibile per la sopravvivenza e per la corretta evoluzione della vita.

“Il nostro pianeta sta affrontando la sesta estinzione di massa, una straordinaria quanto terrificante perdita in termini di biodiversità, la prima nella storia della vita sul pianeta Terra a essere stata alimentata dall’attività diretta di una specie animale (l’uomo). Crediamo che sia fondamentale capire che siamo tutti coinvolti e co-responsabili in questo scenario, le cui dinamiche non possono essere ignorate se si vuole costruire un rapporto consapevole con le altre specie, su scala intersoggettiva e globale.”

Lo sostiene Myriam Jael Riboldi, fondatrice della Scuola di Etologia Relazionale.

“Amare le specie diverse dalla nostra è un punto di partenza fondamentale, ma l’amore non basta: occorre avvicinare il maggior numero di persone possibile a una conoscenza consapevole, empatica, profonda e più rispettosa del mondo animale. È indispensabile prestare una maggiore attenzione al valore dell’individualità e delle caratteristiche etologiche, e alle dinamiche che possono modificarne le espressioni in ambito relazionale.”

L’Etologia Relazionale ha identificato con chiarezza la patologia narcisistica che affligge l’umanità e lavora per reinserire la percezione emotiva ed empatica nelle relazioni tra l’uomo e gli altri animali.

Quest’approccio sostiene l’importanza di una visione biocentrica, libera dalla patologia narcisistica e capace di porre la vita stessa, e non l’uomo, al centro delle relazioni.

Ma superare il disturbo narcisistico della personalità richiede al partner umano un intenso sforzo nella direzione della conoscenza di sé (autenticità) e nella ricerca della propria sensibilità.

“Nel momento in cui gli esseri viventi entrano in rapporto tra loro, si attiva un processo che influenza le componenti mentali, emozionali ed empatiche, modificando, di fatto, i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti.”

“Interpretare i comportamenti specie specifici senza comprendere la catena di eventi emotivi ed energetici che s’innesca quando si entra nella sfera relazionale, rischia di fornire una visione parziale di ciò che realmente accade e di sprecare i valori della conoscenza, dello scambio e della reciprocità.”

Malato di narcisismo e convinto della propria patologica superiorità, l’essere umano annienta l’empatia e agisce come se le altre creature fossero strumenti al servizio del suo piacere e dei suoi bisogni.

In questo modo aliena in se stesso la comprensione della realtà e costruisce un mondo privo dell’intelligenza emotiva necessaria a sostenere la vita.

Mentre le altre specie rispettano gli equilibri indispensabili al mantenimento dell’ecosistema, la razza umana distrugge la convivenza naturale con le altre forme di vita, annichilendo nella propria psiche il senso di appartenenza che caratterizza l’esistenza e camminando a grandi passi verso la distruzione.

Nascono così le innumerevoli sintomatologie che ammalano l’umanità e che sono sconosciute alle altre specie viventi: attacchi di panico, depressione, depersonalizzazione, manie di persecuzione… prendono forma da una morbosa mancanza di empatia e alimentano la violenza e la paura.

L’insensibilità tipica del disturbo narcisistico di personalità, amplifica nell’io il senso del proprio valore, deformando la percezione della realtà e alimentando un egocentrismo malato che nasconde l’angoscia e l’incapacità a costruire relazioni proficue, amorevoli e costruttive.

La paura di incontrare chi appartiene a una razza diversa, spinge l’essere umano a sfuggire la conoscenza e le relazioni interspecifiche, nascondendosi dietro un senso di superiorità esagerato, ma questo evitamento genera la patologia del narcisismo e quell’egocentrismo indiscutibile che impedisce la comprensione del dolore facendo lievitare la violenza.

Razzismo, specismo, bullismo, nonnismo, maschilismo, pedofilia, omofobia, guerre e crudeltà di ogni genere hanno origine dalla mancanza di empatia e dall’incapacità di fare relazione, e costruiscono il mondo della brutalità in cui viviamo.

Solo prendendo coscienza della nostra patologica superiorità, diventa possibile mettere fine alla distruzione del pianeta e realizzare una società in cui le relazioni inter e intra specifiche conducano a una conoscenza rispettosa delle esigenze di tutti.

“E’ necessario riconoscere il valore della diversità e dell’individualità di ogni singolo individuo e immergersi in una modalità di osservazione libera da pregiudizi ma anche svincolata da aspettative e da proiezioni, tipicamente antropocentrate. L’esperienza relazionale deve essere contestualizzata nel “qui e ora”, in cui la nostra viva partecipazione deve risultare consapevole e responsabile. La dinamica relazionale è in grado di modificare gli stati interiori e i comportamenti di tutti i soggetti coinvolti in questo tipo di processo.”

Per cambiare il mondo è indispensabile curare il disturbo narcisistico di personalità che si annida nella psiche di ognuno di noi, e vivere una relazione sana tra la nostra e le altre specie viventi.

Solo così si potrà realizzare una cultura capace di accogliere la diversità riconoscendone la ricchezza e il valore, e sostenere la fratellanza.

Tra tutte le creature.

Carla Sale Musio

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Set 20 2016

CONFORMISMO O VIOLENZA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Anche se non ci piace ammetterlo, siamo tutti conformisti.

E imitiamo i modi di vivere e di pensare condivisi dalla maggior parte delle persone con cui veniamo in contatto, prendendoci a modello gli uni con gli altri nel tentativo di sentire un’appartenenza.

Ma che cos’è il conformismo?

Si chiama conformismo la tendenza ad adeguare i propri pensieri, atteggiamenti e comportamenti, a quelli del gruppo.

Il conformismo soddisfa il bisogno di riconoscimento sociale, consolidando i legami e garantendo la protezione del branco.

Il suo opposto, l’anticonformismo, scatena la paura dell’emarginazione e della solitudine che derivano dall’essere considerati diversi.

Il conformismo permea la maggior parte delle nostre scelte e ci fa sentire sicuri, amati e rispettati.

Mentre l’anticonformismo ci costringe a fare i conti con i pericoli che derivano dall’autonomia e, spesso, ha delle ripercussioni sulla fiducia in se stessi, sull’autostima e sul senso di efficacia personale.

Per gli esseri umani vivere senza il riconoscimento degli altri è impossibile.

Dal punto di vista dell’etologia, l’uomo è un animale da branco e privato del sostegno e dell’approvazione del gruppo non può sopravvivere.

Ecco perché ognuno di noi deve fare costantemente i conti col bisogno di ricevere l’accettazione e la stima delle persone cui è legato, e con la paura di essere disprezzato e abbandonato quando le idee che professa non incontrano il consenso degli altri.

Il bisogno di appartenenza sottende la maggior parte delle nostre scelte e spesso ci porta ad adeguarci acriticamente alle soluzioni della maggioranza, inibendo la capacità di valutare obiettivamente le situazioni.

Nel 1956 lo psicologo polacco Solomon Asch condusse un esperimento molto interessante per valutare quanto la necessità del consenso sociale possa deformare le percezioni e influenzare la valutazione della realtà.

L’esperimento di Asch prevedeva otto soggetti: sette collaboratori dello sperimentatore e uno ignaro della vera natura dell’esperimento.

Tutti i soggetti s’incontravano in un laboratorio, per quello che era stato presentato come un normale esercizio di discriminazione visiva.

Lo sperimentatore mostrava a tutti delle schede su cui erano disegnate in ordine decrescente tre linee di diversa lunghezza, e poi li invitava a confrontare ogni scheda con un’altra dove era disegnata una sola linea, di lunghezza sempre uguale alla prima linea delle altre schede.

Lo sperimentatore domandava ai soggetti, iniziando dai complici, quale fosse la linea corrispondente e uguale nelle due schede.

Dopo un paio di ripetizioni “normali”, alla terza serie di domande i complici iniziavano a rispondere in maniera concorde e palesemente sbagliata.

Nella stragrande maggioranza dei casi, il vero soggetto sperimentale, che doveva parlare per ultimo o penultimo, finiva per rispondere anche lui in maniera scorretta, conformandosi alla risposta sbagliata fornita dalle persone che avevano risposto prima di lui.

Asch verificò che, pur sapendo soggettivamente quale fosse la “vera” risposta giusta, il soggetto sperimentale decideva consapevolmente di assumere la stessa posizione esplicitata dalla maggioranza e solo una piccola percentuale si sottraeva alla pressione del gruppo, dichiarando ciò che vedeva realmente.

L’esperimento di Asch mostra con chiarezza quanto il bisogno di appartenenza condizioni le decisioni delle persone, portandole ad alterare la propria percezione della realtà pur di omogeneizzarsi alle scelte della maggioranza.

Le ricerche sul conformismo e sul bisogno di riconoscimento sociale ci spiegano perché è così difficile cambiare la società della violenza in cui viviamo.

La sopraffazione è entrata a far parte delle nostre scelte quotidiane e abbandonare il pensiero corrente per seguire vie più etiche e rispettose della vita diventa un’impresa difficilissima per tutti.

Anche per le persone più sensibili.

Nel nostro mondo è considerato normale maltrattare qualsiasi essere giudicato inferiore o di una razza diversa.

Per soddisfare i piaceri del palato non esitiamo ad allevare e uccidere tante specie animali.

La pesca e la caccia sono considerati sport e legittimano l’uccisione in nome del divertimento.

Ma uccidere, proclamando il diritto del più forte, autorizza lo sfruttamento.

Non soltanto degli animali, ma di chiunque sia giudicato debole.

Ecco quindi: il femminicidio, la pedofilia, il bullismo, il nonnismo… e i tanti mali che affliggono una collettività portata ad affermare con leggerezza la liceità della prepotenza.

Un modo di vivere imbrigliato nel bisogno di appartenenza e di omologazione ci intrappola dentro scelte che non siamo più capaci di mettere in discussione, e poiché “si è sempre fatto così” continuiamo a portare avanti un’etica sempre meno etica, assistendo impotenti al dilagare della brutalità.

Per mettere fine a questo stile di vita disumano è indispensabile rendersi conto di quanto il conformismo distorca le percezioni, fino a farci a sorridere davanti al martirio di tante creature colpevoli soltanto della propria debolezza.

Animali, bambini, donne, omosessuali, portatori di handicap… chiunque sia considerato fragile, insolito o semplicemente poco intelligente, finisce nel mirino dell’insensibilità che omologandoci in un modus vivendi stereotipato e indiscutibile ci spinge a ridere della sofferenza, ignorandone le implicazioni morali e sociali.

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STORIE DI CONFORMISMO E CRUDELTÀ

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Lucia si è comprata un pulcino colorato, un piccolo tenero batuffolo azzurro che sembra un piumino da cipria e che se ne va in giro per la casa suscitandole una tenerezza infinita.

Il piccolo cerca la sua protezione e si comporta come se fosse un bambino: la chiama quando vuole mangiare e si rannicchia sulle sue ginocchia quando ha bisogno di dormire.

Lucia lo alleva con amore e con sollecitudine, ma presto la lanugine azzurra cede il posto alle piume, sulla sommità del capo spunta una crestina rossa e il pulcino si trasforma in una gallinella bianca che scorrazza dappertutto chiocciando in continuazione, come se stesse commentando la vita.

I vicini di casa scrollano la testa: 

“Non è permesso tenere una gallina in un appartamento!”.

Lucia è affezionata a quella presenza allegra che ha chiamato Marì.

I commenti dei parenti e degli amici, però, la portano a sentirsi stupida nel coccolare una gallina come se si trattasse di un cagnolino.

Inutilmente, prova a difendere il proprio diritto di scelta.

Un coro di proteste è pronto a farle notare che le galline sono animali da cortile e non devono vivere in città.

A nulla serviranno i ragionamenti e le argomentazioni con cui la ragazza difende le sue decisioni.

Esasperata, Lucia decide di regalare Marì a un contadino, condannando la gallinella e il suo amore a una fine poco felice.

* * *

Quando Mauro gli rivela i propri sentimenti teneri, Giovanni cade dalle nuvole. 

L’ha sempre considerato un amico e adesso scopre che invece si è innamorato di lui.

I compagni del calcetto vedendoli insieme li prendono in giro ridendo e toccandosi il lobo dell’orecchio.

Sul muro degli spogliatoi compare una scritta: 

“I recchioni vadano a far la doccia nei bagni delle ragazze!”.

Tanti scherzi innocenti fanno lievitare un’umiliazione che infine diventa insopportabile.

Giovanni preferisce rinunciare all’amicizia piuttosto che sentirsi emarginato.

Non uscirà più con Mauro e per dimostrare a tutti di essere uomo lo prende in giro chiamandolo frocio.

Adesso Giovanni si sente a posto insieme con gli altri.

Anche se, in un angolo del cuore, lo sguardo di Mauro colmo di dolore e delusione non si  cancellarà più.

* * *

Lorenzo grida: 

“Non farti battere da quella stupida femmina!”

E Federico a tradimento le fa uno sgambetto, mandandola lunga distesa per terra proprio mentre stava per tirare un goal.

Caterina sente le lacrime bruciarle gli occhi ma fa finta di niente, sa di essere brava e non vuole dare soddisfazione proprio a nessuno.

In fondo al cuore qualcosa brucia.

Non è lo sgambetto e non è la caduta.

É quella “stupida femmina” che fa male dentro, più di qualsiasi offesa.

Perché le femmine devono essere stupide? 

Perché non possono giocare a calcio insieme ai maschi?

Perché non possono vincere? 

Perché? 

Carla Sale Musio

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PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

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Set 07 2016

PSICOLOGIA, PSICHIATRIA O MANIPOLAZIONE DI MASSA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La psicologia è una scienza ancora poco conosciuta dalla maggior parte delle persone.

Esiste la volontà di non divulgare questo tipo di apprendimenti perché è più vantaggioso tenere le briglie della psiche a disposizione di pochi, abili nel manovrare la mente delle persone.

Se tutti avessimo una buona preparazione psicologica, infatti, sarebbe difficile controllare le convinzioni della gente e imporre atteggiamenti prestabiliti e funzionali ai bisogni di chi comanda.

Coloro che gestiscono il potere preferiscono fare in modo che la psicologia sia ignorata (perché meno è diffusa la conoscenza e meno ci si può rendere conto della persuasione occulta che agisce sui pensieri e sui comportamenti) e approfittano della sovrapposizione tra psicologia e psichiatria per confondere le acque.

Anche se non tutti lo sanno, però, la psicologia e la psichiatria studiano argomenti molto diversi tra loro.

La psicologia è la scienza che analizza i processi mentali, consci e inconsci, ma non si occupa dei danni cerebrali.

La psichiatria, invece, è la specializzazione della medicina preposta alla cura dei disturbi mentali.

Per fare lo psichiatra bisogna aver conseguito una laurea in medicina e poi aver preso una specializzazione in psichiatria.

Per fare lo psicologo bisogna avere una laurea in psicologia.

La psicologia perciò non è una branca della medicina e non cura le patologie psichiatriche, ma studia i meccanismi che sottendono i comportamenti, per fare in modo che le persone si sentano bene con se stesse e con gli altri.

Per manipolare le coscienze bisogna conoscere la psicologia e usare abilmente i meccanismi di difesa, cioè sapere in che modo la psiche risponde alle difficoltà. 

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RAZZISMO E MANIPOLAZIONE DI MASSA

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Per ridurre l’impatto delle emozioni sgradevoli (paura, angoscia, rabbia, insicurezza…), il nostro inconscio utilizza delle modalità di protezione chiamate: meccanismi di difesa.

Tra questi, la proiezione e la rimozione sono quelli che si attivano più precocemente, cioè agiscono già nelle prime fasi della vita.

La proiezione spinge a proiettare fuori di sé: atteggiamenti, pensieri e comportamenti, che sono stati giudicati sbagliati, e porta a combatterli nel mondo esterno, nel tentativo di eliminarli.

Un uso scorretto della proiezione scatena intolleranza e razzismo.

La rimozione rimuove dalla consapevolezza tutto ciò che istintivamente è giudicato irrisolvibile, nascondendo i conflitti dietro un’armonia apparente ma priva di un reale equilibrio.

Un uso scorretto della rimozione ci porta a non vedere incongruenze e difficoltà, impedendoci di risolverle.

Conoscere il funzionamento dei meccanismi di difesa è indispensabile per comprendere come avviene la modificazione delle coscienze da parte di chi gestisce i mezzi di comunicazione di massa.

Grazie alla proiezione e alla rimozione, infatti, è facile indirizzare i comportamenti della gente verso mete prestabilite:

  • la proiezione spinge a combattere i nemici interni spostandoli all’esterno

  • la rimozione consente di rimuovere avvenimenti, emozioni e percezioni, considerati illeciti, nascondendone le tracce fino a farle sparire dalla coscienza

Un uso improprio della proiezione e della rimozione crea sempre dei danni nello sviluppo psicologico, perché:

  • la proiezione non permette alla consapevolezza interiore di svilupparsi e blocca l’evoluzione delle parti immature della psiche

  • la rimozione impedisce la conoscenza della totalità di se stessi, occultando nell’inconscio ciò che è in contrasto con l’immagine idealizzata di sé

Ma i danni che derivano dall’utilizzo scorretto dei meccanismi di difesa non preoccupano chi gestisce il potere, che ha tutto l’interesse a coltivare l’immaturità nella psiche della gente per renderla sottomessa e dipendente.

Oggi le armi più pericolose agiscono nel mondo interno e, grazie all’uso di questi meccanismi, permettono di gestire le persone semplicemente orientandone le convinzioni.

Ognuno di noi combatte quotidianamente una gran quantità di guerre interiori. 

Guerre di cui sono state rimosse le cause e in cui sono stati proiettati all’esterno i nemici.

Da sempre, la proiezione e la rimozione sono usate a piene mani per creare barriere interiori, discriminazione e razzismo.

Un esempio significativo è quello dei ratti. 

I ratti sono animali intelligenti e socievoli, si addomesticano facilmente, sono puliti e conducono una vita sociale ricca e, per tanti aspetti, simile a quella umana.

Sono collaborativi e solidali tra di loro e se, per esempio, un individuo del gruppo si ammala, viene assistito dai compagni, che gli forniscono cibo e calore.

Ma nell’immaginario collettivo i ratti sono diventati creature disgustose, combattute e disprezzate come se fossero responsabili di chissà quali atrocità.

Poiché sono molto adattabili, questi animali vivono di ciò che l’uomo butta via: avanzi dell’alimentazione, stracci, cose vecchie.

E proprio la capacità di selezionare gli scarti della nostra specie è servita per proiettare su di loro il disgusto e l’ostilità.

Al punto che oggi  sono considerati sporchi e portatori di malattie.

Nella realtà, nessun roditore è responsabile di particolari patologie trasmesse all’uomo o agli animali domestici (non più di qualunque altro animale selvatico).

Inoltre per essere potenzialmente esposti a un contagio non è sufficiente la mera presenza dell’animale o il contatto diretto ma sarebbe necessario che la cute lesa venisse a contatto con le feci o le urine dei roditori, che queste ultime venissero ingerite in sufficiente quantità o che ci si facesse mordere a sangue… tutte evenienze abbastanza rare e che possono sempre essere evitate con un minimo di buon senso.

I ratti non provocano lo sporco e l’inquinamento causati dalla specie umana.

Ma, grazie alla rimozione, è stato possibile cancellare questa consapevolezza e alimentare l’idea impropria che ad essere sporchi siano loro e non noi.

La proiezione in questo caso serve ad allontanare la sporcizia e l’infettività che interiormente gravano gli esseri umani.

Da sempre, utilizzando impropriamente la proiezione e la rimozione, sono stati presi di mira gli animali e, nel tempo, questo ci ha portato a condannare e abiurare le nostre parti “istintive” fino a renderle sinonimo di sporco, stupido e brutale.

La proiezione è stata usata per proiettare sugli animali la sensitività, l’ingenuità e l’espressione immediata e diretta delle emozioni, mentre la rimozione ne ha occultato la ricchezza, l’importanza e il valore. 

Disprezzare gli animali e approfittarne è diventato così un comportamento lecito e incentivato e, in questo modo, i potenti hanno autorizzato l’abuso e la violenza dei più forti sui più deboli.

La prepotenza sugli animali affonda le radici nello svilimento dell’ingenuità e dei sentimenti e ha finito per trasformare la sensibilità in una sorta di “malattia”, insana e perciò da curare.

Per l’uomo che non deve chiedere mai, infatti, la delicatezza d’animo, l’emotività e l’innocenza corrispondono a una patologia.

Ci viene insegnato che dobbiamo essere impassibili, cinici e pronti a usare qualsiasi mezzo pur di raggiungere il potere e il successo e, in questo quadro, la condivisione e l’empatia, lungi dall’essere un valore, si trasformano in una défaillance.

Oltre che sugli animali, perciò, la vulnerabilità, l’emozionalità e la semplicità vengono proiettate anche sulle persone sensibili.

Mentre, grazie alla rimozione, si perdono i valori della gentilezza e della comprensione.

L’uso improprio dei meccanismi di difesa ha reso possibile ogni genere di abuso su chiunque sia portatore di una emotività giudicata malsana, e ha sostenuto una cultura basata sulla supremazia della forza e della prepotenza.

Da tempo immemorabile questi meccanismi sono utilizzati come strumenti di manipolazione di massa. 

Strumenti mutuati dalla psicologia e taciuti ad arte per fare in modo che la gente non ne capisca il funzionamento e non possa difendersi dall’uso scorretto che ne viene fatto.

Per questo la psicologia continua a essere una scienza sconosciuta e confusa impropriamente con la psichiatria.

Carla Sale Musio

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