Lug 31 2016

SINTOMI CREATIVI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La creatività rende poliedrici e pronti a scoprire soluzioni nuove per affrontare le difficoltà della vita ma, quando non trova spazi per esprimersi, finisce per manifestarsi nell’unico luogo rimasto disponibile: il corpo fisico.

Per questo le Personalità Creative, a volte, hanno sintomi creativi.

Cioè sintomi fisici senza nessuna causa organica.

L’attacco di panico è uno di questi.

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STEFANIA E LA PAURA DI GUIDARE

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Stefania ha circa quarant’anni quando si presenta nel mio studio per una psicoterapia.

E’ una donna bella, colta, intelligente e piena d’interessi ma, da un po’ di tempo, non riesce a uscire sola da casa.

Fa fatica a guidare e, spesso, anche andare a piedi la fa sentire in pericolo.

Avverte un malessere fisico che la lascia spossata, impotente e sempre più insicura.

“E’ successo all’improvviso, mentre andavo a trovare un’amica. ” 

Racconta.

“Volevamo progettare insieme una vacanza. Stavo guidando. E mi sono sentita male.”

“Male… come?” 

“Un malessere strano. Qualcosa che somiglia alla fine del mondo. Sudavo freddo e mi sentivo sprofondare dentro la gelatina, il cuore si è bloccato, le orecchie ronzavano, un silenzio irreale ha permeato tutto e la paura di impazzire si è fatta largo. In quei momenti ho creduto di morire!”

Stefania si fa piccola dentro la sciarpa bianca che le avvolge le spalle. 

Solo parlarne la mette a disagio.

Teme, da parte mia, una condanna senza appello: la diagnosi di schizofrenia.

Allo sconforto per la propria impotenza si aggiunge la vergogna di avere una mente che non funziona come dovrebbe.

Indugiare sui sintomi fisici in questi casi non serve.

Amplifica la paura e nasconde l’origine creativa di quelle sofferenze.

É nella storia che si possono trovare le radici.

Le briciole che indicano la strada smarrita, conducono a una Stefania imprigionata e resa impotente da se stessa e dal suo voler bene senza riserve.

Nel corso dei colloqui la verità criptata prende forma.

Figlia unica e molto amata dalla mamma (vedova da quando lei era bambina), Stefania si sta per sposare.

Il suo futuro marito lavora in una città vicina, dove la coppia si trasferirà subito dopo il matrimonio.

La mamma allora rimarrà sola nella grande casa di famiglia, un tempo riempita dalla vitalità e dall’entusiasmo di Stefania e dei suoi amici.

L’anziana signora non vuole pesare sulla ragazza e non mostra a nessuno la tristezza che le morsica il cuore.

Ma Stefania sa.

Senza bisogno di parole.

creativamente manifesta un sintomo che risolve proprio quella solitudine.

Non lo fa con consapevolezza.

Lo fa istintivamente, come quando si mettono le mani avanti mentre si cade.

La sua paura di muoversi da sola, quel bisogno di essere sempre accompagnata, permette alla mamma di continuare a starle accanto e di occuparsi di lei, anche quando il matrimonio spinge verso una vita più indipendente.

Nel corso della terapia, l’emergere del significato profondo dei sintomi consentirà a Stefania di dare parole alla separazione dalla mamma e di trovare soluzioni meno dolorose.

Oggi Stefania, che di mestiere fa la fisioterapista, ha aperto un piccolo studio anche nella città di sua madre e per un giorno alla settimana si trasferisce da lei.

Proprio come quando era bambina. 

Carla Sale Musio

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Set 15 2013

PSICOFARMACI NATURALI

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Attacchi di panico, ansia e depressione sono le sofferenze psicologiche più diffuse e invalidanti di questo periodo storico.

Chi ne soffre è costretto a vivere una vita ritirata e, progressivamente, sempre più limitata e priva di stimoli.

In questi casi, infatti, il corpo si rifiuta di compiere le normali attività quotidiane e subisce l’influenza di una psiche impazzita, esausta e terrorizzata, che rileva pericoli inesistenti, in situazioni comuni e normalmente del tutto innocue.

Le paure fanno del corpo una vittima della mente e lo paralizzano fino a renderlo apatico e insensibile.

Esiste un legame profondo e inscindibile tra il corpo e la mente.

Un legame che va sempre rispettato se si vuole mantenere lo stato di salute e il benessere che dovrebbe essere naturale in tutti gli esseri viventi.

Un legame che la nostra cultura tende a frantumare, dividendo la percezione che abbiamo di noi stessi e creando le premesse per quella sensazione di estraneità e scissione, che provoca tanta sofferenza mentale.

Invece che essere un tutt’uno indistinto, la mente e il corpo, separati arbitrariamente, diventano due aspetti contrapposti della nostra identità.

E proprio da questa contrapposizione hanno origine molte problematiche psicologiche.

Da una parte, infatti, troviamo la mente; con i pensieri, il ragionamento, la logica, i sogni e le fantasie.

Dall’altra, abbiamo il corpo; con i bisogni, le sensazioni e tutte quelle rappresentazioni sociali di genere, status, ceto, eccetera, che gli vengono attribuite in base a criteri arbitrari e culturali.

La nostra società, basata sull’apparire e sul nascondere più che sulla verità, tende a rivestire il corpo di orpelli negandone l’intelligenza, come se si trattasse di un manichino e non di un essere dotato di vita.

Considerato alla stregua di un oggetto, privato di coscienza e d’intelligenza, il corpo diventa soltanto uno strumento al servizio della mente.

Ci si dimentica, però, che corpo e mente sono aspetti interconnessi di una stessa realtà e insieme danno forma alla nostra esperienza di vita.

Perciò: se il corpo sta male anche la mente sta male, se il corpo è immobilizzato anche la mente è immobilizzata, se il corpo è dolorante anche la mente è dolorante, se il corpo muore anche la mente muore. 

Insomma, è vero proprio il contrario di quello che si pensa comunemente.

Il corpo condiziona la mente quanto la mente condiziona il corpo, entrambi si scambiano informazioni preziose per la vita, entrambi esprimono la stessa intelligenza.

E’ per questo che, quando il corpo è reso prigioniero di una psiche cui impropriamente si è conferito lo scettro del comando, si creano le premesse della malattia e della sofferenza.

Immobilizzato, asservito e drogato, il nostro povero corpo deve imparare a non disturbare.

Per ridurlo al silenzio lo costringiamo a ingurgitare una gran quantità di sostanze tossiche (che impropriamente chiamiamo cibo) e lo travestiamo con abiti scomodi ma alla moda, come se fosse una statua di cera priva d’iniziativa e di vitalità.

Non c’è da stupirsi che finisca per sottomettersi alla dittatura di una mente dispotica e impazzita.

In questo modo l’equilibrio naturale finisce per essere irrimediabilmente distrutto dal nostro stile di vita… umano.

Il maltrattamento che agiamo ai danni del corpo (spesso senza nemmeno rendercene conto) è il maggiore responsabile dell’ansia, della depressione e degli attacchi di panico.

E, per liberarci da questi stati di sofferenza, è fondamentale ripristinare un esercizio adeguato della fisicità.

Il corpo, infatti, è dotato di una profonda intelligenza e ricostituisce automaticamente il benessere generale della persona, quando è messo in condizioni di esprimere la propria vitalità e la propria creatività.

“Mens sana in corpore sano” sostenevano i latini. E avevano ragione.

La cura dell’ansia, della depressione, degli attacchi di panico, deve partire dalla riattivazione di un adeguato ascolto della corporeità e da una sana e regolare attività fisica, senza la quale né la psicoterapia, né gli psicofarmaci possono avere successo.

Il movimento, infatti, induce il corpo a produrre endorfine, gli ormoni del piacere, una droga naturale, sana, biologica e a costo zero!

 

Ma cosa sono le endorfine?

 

Le endorfine sono dei neurotrasmettitori, dotati di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, in grado di procurare stati di benessere proprio come le droghe e gli psicofarmaci, ma senza avere nessun effetto collaterale.

Parliamo, infatti, di sostanze naturali prodotte spontaneamente dal corpo per mantenere inalterato il suo stato di salute.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’attività fisica continuativa provoca una sorta di dipendenza dalla sensazione di euforia che fa seguito al rilascio delle endorfine da parte dell’ipofisi.

Le endorfine proprio come le droghe e gli psicofarmaci, causano dipendenza.

Una dipendenza funzionale al mantenimento della salute e del benessere.

Tutti gli sportivi sperimentano questa dipendenza, sana e naturale, dall’attività fisica e, dopo un certo tempo di allenamento, entrano spontaneamente in uno stato di benessere, come se avessero assunto degli oppiacei.

Durante l’esercizio fisico di una certa durata (in genere non inferiore ai trenta minuti di sforzo leggero ma continuativo) le endorfine agiscono come gli psicofarmaciregalandoci un naturale stato di serenità.

Si tratta però di psicofarmaci che non hanno bisogno di ricetta medica, privi di effetti collaterali e di tossicità!

 

Uno sballo salutare!

 

Il termine Runner’s High (letteralmente: sballo del corridore) indica proprio la sensazione di entusiasmo e positività riscontrata da molti atleti durante e dopo la pratica sportiva.

Una sensazione che si prolunga ben oltre gli allenamenti e che permette di mantenere il benessere fisico e mentale, regalandoci quella soddisfazione a vivere tipica della salute.

Purtroppo però, il nostro stile di vita, eccessivamente sedentario, priva il corpo delle sue naturali risorse di guarigione rendendolo vittima di una mente fuori equilibrio proprio a causa di questa separazione arbitraria e forzata. 

Per mantenere il benessere e superare la sofferenza mentale, perciò, è indispensabile svolgere un’attività fisica quotidiana, in modo da permettere al corpo di agire le sue funzioni terapeutiche e curative e di produrre le sostanze necessarie alla salute.

Fisica e mentale.

Carla Sale Musio

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Gen 30 2012

ATTACCHI DI PANICO E CREATIVITA’

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Paura, tachicardia, ansia improvvisa e immotivata, tremori, capogiri, black out mentale, vertigini, sudori freddi, irritabilità, fragilità emotiva… sono soltanto alcuni degli innumerevoli sintomi che caratterizzano l’attacco di panico, il male psicologico più diffuso in questi ultimi tempi.

Le problematiche psichiche sono da sempre la spia di un disagio nella società.

Un tempo l’isteria indicava l’eccessivo moralismo e la repressione sessuale.

In seguito, la depressione ha messo in evidenza i danni psicologici del consumismo e della competitività.

Oggi, il dilagare dell’attacco di panico segnala l’amputazione della creatività, della sensibilità e dell’intuizione.

Il panico, che consegue alla repressione di quasi tutte le funzioni dell’emisfero destro del cervello, genera un sintomo creativo e si manifesta con modalità creative, cioè originali, imprevedibili e diverse per ognuno.

 

Il nostro stile di vita è crudele con la creatività.

Viviamo nella civiltà dell’usa e getta.

Dobbiamo assecondare il mercato, tenere in piedi l’economia, distruggere senza recuperare mai niente.

Bisogna comprare, comprare, comprare… cose sempre nuove, sempre diverse e sempre meno utili.

Per la creatività c’è poca tolleranza.

Inventare, riciclare, ingegnarsi, ideare, trasformare, riadattare, sono attività che intralciano le leggi del commercio, espressioni troppo individuali, economiche o imprevedibili per un popolo di consumatori.

Di sicuro, creare, è poco competitivo.

Poco conformista, poco omologabile, poco dominabile, poco lussuoso, poco riproducibile, poco monetizzabile, poco inquadrabile, poco standardizzabile e poco costoso.

Insomma, l’invenzione personale non va d’accordo né con il commercio né con la globalizzazione!

Ma siccome la dittatura si è travestita da democrazia, la creatività non è vietata… è sconsigliata.

Nella nostra società, i veri creativi non sono benvisti e, spesso, chi possiede una personalità creativa, sentendosi diverso, emarginato o inadeguato, finisce per vivere male e con sofferenza la propria autenticità.

Progressivamente (ma inesorabilmente), la creatività, la sensibilità e l’intuizione, sono state eliminate dal repertorio dei comportamenti abituali.

La principale artefice di questo annichilimento è la scuola.

I programmi scolastici, infatti, favoriscono l’emisfero sinistro del cervello, quello preposto alla sequenza, alla logica e alla matematica, e censurano l’emisfero destro, sede della creatività, della sensibilità e della sintesi.

Il nozionismo è la discriminante favorita, per avere successo negli studi.

Lungo tutto il percorso scolastico, dalla prima elementare fino al test d’ingresso per l’università, gli studenti sono incentivati ad abbandonare progressivamente l’uso dell’emisfero destro e, giunti al termine degli studi, di fantasia, inventiva, intuizione, immaginazione e originalità non rimane più quasi nessuna traccia.

In più, se durante gli anni della scuola la creatività non favorisce il successo, per entrare nel mondo del lavoro è ancora meno utile e, di certo, non aiuta a trovare un impiego!

Per lavorare, infatti, si deve essere: accomodanti, disponibili, poco esigenti, accondiscendenti e pronti al sacrificio.

Creativi? Meglio di no. 

(Troppo mutevoli, troppo imprevedibili… destabilizzanti!)

Purtroppo, però, quando la creatività non trova spazi per potersi esprimere, si manifesta nell’unico luogo rimastole accessibile: il corpo.

E produce sintomi creativi, che ne segnalano la presenza insieme con la sofferenza e la repressione.

L’espressività individuale, maltrattata e annientata per troppo tempo, produce un malessere fantasioso, originale, e imprevedibile come l’attacco di panico.

Manifestare un sintomo somatico, generare un dolore nel corpo, sono le uniche cose che ancora le è concesso di fare per segnalare uno stile di vita diventato pericoloso.

“Aiutami a cambiare senza cambiare niente, mantenendo inalterate tutte le mie insane abitudini stereotipate e poco creative!”.

Questo sembra essere il messaggio criptato dietro quella paura che assale all’improvviso.

La creatività condensa in un segno tanti significati e l’attacco di panico è un sintomo che porta le stimmate della creatività.

Si manifesta quando all’unicità interiore non è rimasta più nessuna possibilità di esprimersi e racconta, con il malessere fisico, una sofferenza psicologica che non si può comunicare a parole perché chi ne è portatore l’ha nascosta anche a se stesso.

(Bisogna essere dei creativi per avere una patologia che sfugge alle diagnosi e produce sintomi sempre diversi)

L’attacco di panico nasconde e mostra la paura per l’annientamento del pensiero individuale e segnala una staticità nelle funzioni dell’emisfero destro del cervello.

E’ il sintomo di un tradimento agito contro il proprio cuore, la propria sensibilità e la propria intuitività.

Ecco perché, per curarlo i farmaci non bastano.

Bisogna riprendere in mano il bisogno profondo di inventarsi la vita, di cambiare se stessi e di cavalcare le proprie fantasie.

I sogni e i desideri raccontano i talenti individuali di ciascuno.

Reprimerli, in favore di un’esistenza omologata e conformista, è una violenza che uccide l’espressività personale e fa ammalare di paura.

L’attacco di panico racconta sulla pelle e sul corpo, lo sgomento per una sensibilità che si è dovuta anestetizzare nel tentativo di normalizzarsi, e per una vita senza radici emotive.

E’ un sintomo imprevedibile, e rivendica il diritto all’imprevedibilità, perché imprevedibile è l’esigenza di ascoltare se stessi e imprevedibile è la creatività da cui scaturiscono il cambiamento e l’inventiva.

Riscoprirsi diversi e ricreare ogni volta la nostra realtà, sono i doni che abbiamo perso nello sforzo di renderci normali, e la loro mancanza genera il panico.

Non si può vivere senza assecondare il cambiamento, seguendo il ritmo del proprio cuore.

La creatività è una medicina economica e naturale, tutti ne abbiamo bisogno per vivere.

Quando la eliminiamo dal repertorio delle scelte, togliamo a noi stessi l’unicità e sprofondiamo nella paura.

Chi è creativo non può essere normale.

La normalità annienta la personalità nel conformismo e toglie alla vita il suo significato.

 

 

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CAMALEONTI PER AMORE…

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Nov 13 2011

CAMALEONTI per amore…

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In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde abilmente (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente, perché nascosto dietro un’apparente normalità.

NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma coccolosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, la mamma di Nicoletta, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse” mi racconta Nicoletta “dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare!”.

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine” mi dice “ma sono un animo irrequieto, non mi piace stare con le mani in mano! Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta!

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta. Il cuore salta nel petto. Le orecchie ronzano. Sente che sta per svenire. E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi” racconta “la casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente! Ho fatto tutte le analisi. E’ tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.
  • Vuole crescere bene le figlie.
  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.
  • Vuole ascoltarsi.
  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Ma per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!” protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te!” le spiego.

Non è lecito un amore razzista. Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene, Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme con quello dei suoi cari, e ad amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

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Set 19 2011

Le personalità creative: NON STANNO BENE SE C’E’ TANTA GENTE

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Poiché “assorbono” gli stati d’animo degli altri, le personalità creative non possono stare troppo a lungo in luoghi affollati.

Per loro è come trovarsi davanti a una gran quantità di monitor che trasmettono tanti film diversi, tutti insieme.

Il risultato è… mal di testa, senso di malessere, confusione e stanchezza!

Proprio perché la loro attenzione e sempre totale, preferiscono dedicarsi a poche persone alla volta e prediligono i gruppi poco numerosi o le relazioni individuali.


CECILIA E GLI ATTACCHI DI PANICO

Cecilia chiede un appuntamento perché soffre di attacchi di panico.

“Non posso più muovere un passo!” racconta “ Se provo a entrare in un centro commerciale, dopo cinque minuti comincia a mancarmi l’aria, le gambe mi diventano molli e mi sento svenire. All’università, ho la sensazione di soffocare e non riesco a concentrarmi. Se poi esco per fare una passeggiata, è ancora peggio! Sto bene solo nella mia macchina oppure al mare la mattina presto, quando c’è fresco e non c’è nessuno.

Sono così da più di un anno e ormai non so cosa fare!”.

Mi guarda abbattuta, girandosi nervosamente l’anello intorno al dito.

Le analisi mediche non evidenziano alcuna patologia, eppure il suo malessere non accenna a diminuire, anzi… più passa il tempo e più sembra peggiorare!

Qualcuno le ha consigliato la psicoterapia ma Cecilia non ci crede, è scettica e scoraggiata dai troppi tentativi inutili.

L’unica cosa che funziona un poco, facendola stare “meno peggio”, sono gli ansiolitici che tiene in borsa come un talismano (e che prende sempre più frequentemente).

Nonostante la sua scarsa convinzione, lavoriamo insieme per qualche tempo e Cecilia mi racconta uno stile di vita: pieno di gente.

In casa, oltre alla madre e al padre, vivono tre fratelli e due sorelle.

Di sei figli, soltanto la sorella maggiore si è sposata e abita nel paese vicino ma, per via dei turni di lavoro, pranza ogni giorno insieme a loro, portando con sé la figlioletta che, nel pomeriggio, affida alla zia. Cecilia.

Cecilia è la figlia minore e anche il jolly della famiglia.

Passa la mattina all’università ma, dall’ora di pranzo in poi, aiuta genitori e fratelli dedicando tutto il pomeriggio a occuparsi della nipotina, delle faccende e di tante cose che nessuno ha mai voglia di fare.

Di notte condivide la stanza con la sorella.

“Quand’è che sta da sola?” le chiedo.

“Quando guido per andare e tornare dall’università.” risponde, dopo averci pensato un po’ su.

“Si sente bene in auto?”

“Certo, è il mio momento di riposo!” ammette sorridendo “La mia macchina è la mia tana. L’unico posto dove posso essere lasciata in pace.  Ascolto la musica che voglio. Parlo da sola. Invento canzoni. A volte piango. A volte rido. Come mi pare!”

Come tutte le personalità creative, Cecilia “assorbe” i sentimenti delle persone e li vive insieme con i suoi.

Stare in luoghi affollati la satura di vissuti.

Quando sale sulla sua macchina, può “strizzare la spugna emotiva” da tutto ciò che ha assorbito.

L’automobile è la sua “medicina”. L’unico luogo in cui finalmente riesce a ritrovare se stessa.

Ma il tragitto da casa all’università, è un tempo troppo breve rispetto a quello che trascorre quotidianamente “immersa” tra le persone.

Ci vorrà più di un anno perché Cecilia, passando per diverse “tappe psicologiche”, possa eliminare i tranquillanti dalla borsetta e gli attacchi di panico dalla sua vita.

Ecco la sua ricetta, un passo dopo l’altro:

  1. Aiutare la mamma in cucina ma mangiare da sola, nello studio.

  2. Aiutare la mamma in cucina ma preparare personalmente i suoi pasti. E mangiarli da sola, nello studio.

  3. Chiedere un compenso alla sorella maggiore, per fare da baby sitter alla nipotina.

  4. Prendersi del tempo per se da trascorrere in solitudine.

  5. Prendere una stanza in affitto e passare del tempo lontana dalla famiglia.

  6. Prendere una stanza in affitto e trasferirsi lì.

  7. Andare a trovare i familiari una volta o due alla settimana (e non tutti i giorni).

  8. Andare a trovare i familiari quando ne ha voglia, senza una regola precisa.

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Lug 29 2011

Le personalità creative: SONO SEMPRE PRONTE A CAMBIARE

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Le personalità creative sono emotivamente ricche e spontaneamente portate al cambiamento. Cambiano facilmente abitudini, gusti, idee e progetti.

Quando vivono in ambienti e situazioni che le riconoscono, le considerano e le rispecchiano, possono esprimere tutte le loro peculiarità, ma quando si trovano in situazioni rigidamente strutturate, finiscono per forzare se stesse e conformarsi a stili di vita che non le comprendono e non le rispettano.

Quest’adattamento forzato, anche se ben riuscito, tradisce il loro naturale bisogno di libertà e provoca nel tempo sofferenza psicologica.

Più rigida sarà la necessità di adattarsi, tanto maggiore sarà anche la sofferenza conseguente alla repressione della personalità.


UN GABBIANO IN GABBIA

Elena ha incontrato Cristina in ufficio, durante una riunione di lavoro.

E’ bastato uno sguardo perché tra loro scoccasse la scintilla e si creasse una complicità immediata.

Elena sente che quella è la donna giusta per lei. La sa con il cuore. A dispetto di qualsiasi logica.

Non importa se tra loro ci sono venti anni di differenza. Non importa se abitano in due regioni diverse con il mare di mezzo. Non importa se Cristina ha un marito.

Elena la ama.

Questo basta.

Tra loro nasce una storia, fatta di telefonate, lettere, pensieri e incontri fugaci.

Una storia che va avanti nel tempo, nonostante tutte le difficoltà.

Dopo due anni di clandestinità, Cristina pensa di separarsi e Elena… decide di trasferirsi.

Così, lascia il lavoro, la famiglia e gli amici. Prende un aereo. E arriva.

Pronta a ricominciare tutto.

Ma “tutto con Cristina” non è possibile.

Cristina pensa… di separarsi… però ancora non ha deciso…

Elena la aspetta.

Cerca un lavoro. Affitta una casa. Trova nuove amicizie. La solitudine non la spaventa. L’ha messa in conto.

Cristina, invece, teme le voci della gente. La città è un paese. La conoscono tutti. La separazione richiede tempi lenti e movimenti cauti.

Elena non fa pressioni. La capisce. Comprende quelle paure. Conosce i suoi problemi.

Cerca di non intralciarla.

“Ho scelto io di venire a stare qua” racconta “ a Cristina non lo avevo nemmeno detto. Ho voluto fare tutto seguendo il mio istinto. Come sempre.”

Il tempo passa.

Avere una relazione con una donna sposata non è facile per una ragazza sola, in una città sconosciuta e senza altri legami.

Le telefonate agli amici, rimasti nella sua città, la inondano di solitudine.

Un grande vuoto affettivo riempie le giornate.

Cristina ha una vita colma di cose e d’impegni.

Elena lo sa… la separazione non è una scelta facile.

Poi un giorno si sente male.

Un male improvviso, che non capisce e non si spiega. E’ come una crisi cardiaca. Le si ferma il cuore. Le gambe cedono. Le braccia molli.

Corre dal medico.

Ma… è un attacco di panico.

Il cuore non ha nulla.

Quella vita di attese l’ha progressivamente paralizzata. Le ha come “fermato il cuore”. Gli entusiasmi si sono ripiegati su se stessi. La solitudine ha sbriciolato i progetti.

Solo la comprensione resiste.

A dispetto di tutto.

“Cristina ha tanti problemi” mi dice “voglio aiutarla. Sono venuta qua per lei. Però ultimamente mi sento dentro a una gabbia. Mi sono chiusa e non riesco più a ritrovare la chiave…”

La chiave sarà un volo di ritorno. Verso la sua città.

Partire.

Riguadagnare l’autonomia.

Per ritrovare la voglia e il gioco nella sua vita.

Inseguendo il desiderio di amare Cristina, Elena ha ingabbiato se stessa dentro i ritmi e le scelte della compagna.

Cristina non ha saputo comprendere l’altruismo e la generosità celati dietro i silenzi e le lunghe attese, non è riuscita a fugare la solitudine e il vuoto affettivo dalle giornate di Elena.

Per amore, Elena ha costretto se stessa dentro una vita che non è più la sua.

L’attacco di panico segnala il tradimento di sé, la rinuncia pericolosa all’autonomia che ha sempre caratterizzato tutte le sue decisioni.

Riappropriarsi di un tempo per se stessa, permetterà a Elena di ritrovare l’indipendenza che è incisa a fuoco nella sua anima e che fa parte del suo esistere.

La libertà caratterizza il suo pensiero e le sue scelte.

E’ un ingrediente base per la salute.

Il cuore non è normale… è libero.

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Lug 07 2011

Le personalità creative: SONO CREATIVE

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La creatività rende poliedrici e pronti a trovare soluzioni nuove per affrontare le difficoltà della vita ma, quando non trova spazi per esprimersi, finisce per manifestarsi nell’unico luogo rimasto disponibile: il corpo fisico.

Per questo le personalità creative a volte hanno sintomi “creativi”.

Cioè sintomi fisici senza nessuna causa organica.

L’attacco di panico è uno di questi.

Stefania e la paura di guidare


Stefania ha circa quarant’anni quando si presenta nel mio studio per una psicoterapia.

E’ una donna bella, colta, intelligente e piena d’interessi ma, da un po’ di tempo, non riesce più a uscire sola da casa.

Non se la sente di guidare e spesso anche andare a piedi la fa sentire in pericolo.

Avverte un malessere fisico che la lascia spossata, impotente e sempre più insicura.

“ E’ successo all’improvviso” racconta “mentre andavo a trovare un’amica. Volevamo progettare insieme una vacanza. Stavo guidando. E mi sono sentita male.”

“Male… come?” domando.

“Un malessere strano. Qualcosa che somiglia alla fine del mondo. Sudavo freddo e mi sentivo sprofondare dentro la gelatina. Il cuore si è bloccato, le orecchie ronzavano, un silenzio irreale ha permeato tutto e la paura di impazzire si è fatta largo. In quei momenti ho creduto di morire!”

Stefania si fa piccola dentro la sciarpa bianca che le avvolge le spalle. Solo parlarne la mette a disagio.

Teme, da parte mia, una condanna senza appello: schizofrenia!

Allo sconforto per la propria impotenza si aggiunge la vergogna di avere una “mente” che non funziona come dovrebbe.

Indugiare sui sintomi fisici in questi casi non serve.

Amplifica la paura e nasconde l’origine “creativa” di quelle sofferenze.

E’ nella storia che si possono trovare le radici.

Le briciole che indicano la strada smarrita, conducono a una Stefania imprigionata e resa impotente da se stessa e dal suo voler bene senza riserve.

Nel corso dei colloqui la verità criptata prende forma.

Figlia unica e molto amata dalla mamma (vedova da quando lei era bambina), Stefania si sta per sposare.

Il suo futuro marito lavora in una città vicina, dove la coppia si trasferirà subito dopo il matrimonio.

La mamma allora rimarrà sola nella grande casa di famiglia, un tempo riempita dalla vitalità e dall’entusiasmo di Stefania e dei suoi amici.

L’anziana signora non vuole pesare sulla ragazza e non mostra a nessuno la tristezza che le morsica il cuore.

Ma Stefania sa.

Senza bisogno di parole.

E “creativamente” manifesta un sintomo che risolve proprio quella solitudine.

Non lo fa con consapevolezza.

Lo fa istintivamente, come quando si mettono le mani avanti mentre si cade.

La sua paura di muoversi da sola, quel bisogno di essere sempre accompagnata, permette alla mamma di continuare a starle accanto e di occuparsi di lei, anche quando il matrimonio spinge verso una vita più indipendente.

Nel corso della terapia, l’emergere del significato profondo dei sintomi consentirà a Stefania di dare parole alla separazione dalla mamma e di trovare soluzioni meno dolorose.

Oggi Stefania, che di mestiere fa la fisioterapista, ha aperto un piccolo studio anche nella città di sua madre e per un giorno la settimana si trasferisce da lei.


Proprio come quando era bambina.

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Mag 04 2011

EMOTIVITA’ A-NORMALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel corso dei colloqui psicologici, i pazienti raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata. Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato “normale”, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita. E incolpano di quel dolore “aggiunto” la propria sensibilità, il loro modo di amare.



Questa emotività A-normale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

UN NORMALE ATTACCO DI PANICO


E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo. Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…” stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?” le chiedo.

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!” afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come se fosse una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Sulla base dell’esperienza clinica che ho maturato, credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra “civiltà”.


La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore (proprio quelle “malattie” che a volte mi viene chiesto di ottenere).

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica. Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è “uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno”.

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari: “Una persona creativa è una persona felice”, mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere “normale”, può solo essere originale, diversa, nuova.


La “normalizzazione delle emozioni” costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è, a mio parere, una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della “normalità” imbavagliamo e leghiamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.


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