Mar 09 2017

NEONATI CREATIVI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

I bambini che hanno una Personalità Creativa possiedono un’innata empatia e sono capaci di percepire i climi emotivi già da molto piccoli. 

Questi bambini sentono gli stati d’animo degli altri, anche quando non sono ancora in grado di comprendere i propri vissuti e non si sono formati gli strumenti necessari per interpretarli.

L’egocentrismo che caratterizza l’infanzia, li porta a vivere le emozioni di chi li circonda come se fossero proprie e questo può creare confusione nella comprensione delle relazioni.

m

UNA PAPPA PERICOLOSA…

m

Marco ha soltanto pochi mesi e all’ora della pappa si sveglia in lacrime, in preda ai morsi della fame.

Sentendolo piangere a squarciagola, la sua mamma, Sabina, che stava guardando un film alla televisione, corre a prenderlo in braccio. 

Consola Marco con tanti bacetti e con dolcezza lo attacca al seno per dargli la sua poppata.

Mentre il bimbo succhia avidamente il latte, la donna riprende a seguire la tv.

Marco si sente tranquillo e al sicuro tra le braccia della mamma e Sabina si lascia catturare progressivamente dalla trama del film, vivendo momenti di tensione e di paura durante le scene di pathos.

Contemporaneamente Marco, soddisfatto e felice della pappa, comincia a sentirsi anche teso, impaurito e in pericolo, proprio come se qualcosa di brutto stesse per accadere da un momento all’altro.

Ben presto riprende a piangere ma, questa volta Sabina non ne capisce le ragioni. 

Tenta di calmarlo in tutti i modi, senza riuscirci, e diventa sempre più nervosa.

In poco tempo si innesta un circolo vizioso tra mamma e bambino.

Più Sabina si sente incapace di rassicurare Marco, più diventa tesa e nervosa, più Marco percepisce in sé le emozioni della mamma, più diventa nervoso e piange.

Nel bambino, infatti, la coesistenza dei propri sentimenti (protetto, rilassato e al sicuro) con quelli della mamma, che egli vive come suoi (teso, in pericolo, e nervoso), fa nascere uno stato di confusione e di instabilità emotiva che il piccolo manifesta diventando irrequieto.

Questa mescolanza di vissuti, se non viene opportunamente capita e gestita, nel tempo potrà trasformarsi in confusione sulla comprensione dei propri bisogni emotivi.

Solo quando la mamma ritroverà la calma in se stessa, riuscirà finalmente a rassicurare Marco e a tranquillizzarlo.

Carla Sale Musio



Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

anche in formato ebook

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Ott 02 2016

BAMBINI SUPER DOTATI… DI EMPATIA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando la capacità empatica dei bambini non viene riconosciuta dagli adulti, si possono creare molte difficoltà durante l’infanzia.

L’attitudine a vivere come propri i sentimenti degli altri fa si che per un bimbo piccolo sia difficile distinguere con chiarezza i propri stati d’animo e bisogni. 

Si creano, perciò, delle trappole psicologiche.

m

LA MAESTRA HA LA LUNA STORTA

m

E’ lunedì mattina. 

La maestra Giovanna arriva in classe molto agitata e nervosa perché, durante il tragitto da casa a scuola, ha litigato con il suo fidanzato. 

O meglio, non è riuscita a litigare con il suo fidanzato.

La discussione tra i due, infatti, non è finita. 

Anzi è appena cominciata. 

Ma l’arrivo a scuola ha messo bruscamente fine alle argomentazioni e troncato i discorsi a metà.

La ragazza scende dall’auto sbattendo la portiera e si avvia nell’atrio della scuola, sentendosi bruciare dalla rabbia che non ha potuto sfogare.

Nonostante il turbinio dei sentimenti, s’impone di essere calma e disponibile e, giunta in aula, fa appello a tutta la sua professionalità per cercare di apparire serena.

“I bambini non hanno colpa di nulla e non devono essere coinvolti nella mia vita personale” 

Pensa tra sé, cercando di allontanare le emozioni di poco prima.

Il piccolo Roberto, di sei anni e mezzo, le corre incontro per regalarle, tutto orgoglioso, un grande disegno colorato che ha fatto per lei durante il weekend.

Giovanna lo ammira e lo loda ma, mentre riceve i complimenti, il bimbo comincia a sentirsi agitato e diventa sempre più nervoso. 

Torna al banco tutto imbronciato e se la prende con il suo compagno. 

Lo provoca e lo infastidisce sino a far scoppiare un bel litigio.

A quel punto la maestra interviene per separare i due bambini e, mentre li sgrida riesce a scaricare anche una parte del suo personale nervosismo di prima.

Poco dopo, mortificato in un angolo del banco, Roberto piange in silenzio e non capisce perché ha finito col prendersi una punizione. 

Era arrivato a scuola tutto felice, pronto a fare contenta la maestra ed è riuscito solamente a farla infuriare.

Ciò che Roberto non comprende è quanto la maestra (con una parte di se censurata e rimossa) si sia sentita alleggerita nel potersi arrabbiare almeno un momento. 

Era entrata in classe con addosso una gran voglia di urlare e a quel bisogno Roberto è riuscito a dare un po’ di soddisfazione, agendo il suo comportamento disubbidiente.

I bambini con una personalità creativa sentono istintivamente i bisogni degli altri. 

Anche quando sono ancora troppo piccoli per capirlo.

Li sentono insieme ai propri, come se fossero i propri, e si comportano di conseguenza. 

Cercando il modo di soddisfarli.

Roberto voleva far contenta la maestra ma, sfortunatamente per lui, la maestra quel giorno aveva bisogno di arrabbiarsi.

Perciò Roberto, poteva “accontentarla” permettendole di sfogare il nervosismo che lei aveva dentro e a cui non aveva concesso nessuna espressione.

Spinto dal suo amore, il piccolo ha usato istintivamente (e inconsciamente) le proprie capacità empatiche e, trasformandosi nel “parafulmine” che serviva alla maestra, ha raggiunto il suo scopo.

Solo che adesso si sente confuso, colpevole e cattivo.

Per aiutarlo a stare meglio con se stesso, occorre l’intervento di un adulto capace di riconoscere la sua empatia e di spiegargliela.

Vediamo come.

m

A VOLTE, ARRABBIARSI FA BENE

m

La maestra Giovanna si avvicina al bambino.

“Grazie Roberto.”

Dice ad alta voce.

“Stamattina venendo a scuola ero nervosa e avevo proprio bisogno di arrabbiarmi. Tu lo hai sentito, anche se non lo sapevi perché io non lo avevo detto a nessuno, e mi hai aiutata a esprimere la mia rabbia. Adesso mi sento meglio. Però mi dispiace che voi due bambini abbiate litigato.”

Poi continua, rivolta alla classe: 

“Bambini, non vi capita mai di aver voglia di arrabbiarvi? E cosa fate quando vi succede? Che cosa possiamo fare quando ci sentiamo arrabbiati?”

Carla Sale Musio

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

anche in formato ebook

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Apr 19 2016

SI É SEMPRE FATTO COSÌ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si è sempre fatto così.

E quindi perché cambiare?

La violenza trova un alibi perfetto nelle consuetudini, che con il loro corollario di rituali, cerimonie e protocolli, impongono le leggi della sopraffazione dietro il travestimento innocente dell’abitudine.

Si è sempre fatto così e quindi è normale continuare a farlo, anche se si tratta di atrocità come l’infibulazione, le spose bambine, la lapidazione e altre crudeltà che ai nostri occhi appaiono intollerabili ma che appartengono alle tradizioni dei paesi in cui sono praticate.

Si è sempre fatto così e quindi:

“Una sculacciata non ha mai fatto male a nessuno!”

“Le punizioni temprano il carattere!”

“La severità fa crescere adulti vincenti!”

Si è sempre fatto così e quindi:

“Mors tua vita mea!”

“Homo homini lupus!”

“Uccidere fa parte della vita!”

Si è sempre fatto così e quindi seguitiamo a perpetuare le nostre usanze innocenti e cariche di arroganza, senza che la coscienza ne riconosca l’aggressività.

È per questo, che continuiamo a mangiare la carne, ignari dei tanti studi che ne dimostrano la pericolosità per la salute.

Ma soprattutto, inconsapevoli della crudeltà e del cinismo con cui brutalizziamo la vita di tante creature docili e miti.

Si è sempre fatto così e quindi regaliamo ai nostri figli i pupazzetti colorati che rappresentano gli animali della fattoria.

Gli stessi animali che poi abusiamo negli allevamenti, per soddisfare il piacere effimero del palato, senza curarci dei maltrattamenti e del dolore.

Si è sempre fatto così e quindi impariamo da piccoli che gli adulti hanno sempre ragione, anche quando puniscono, umiliano e picchiano. 

Perché si sa: lo fanno solo per il nostro bene.

Si è sempre fatto così e, da una generazione all’altra, perpetuiamo i principi di un mondo basato sul predominio e sulla prepotenza, trascurando il rispetto, la fratellanza, la solidarietà e l’amore.

Si è sempre fatto così.

Perciò ci sembra logico imbrogliare i bambini e sfruttare gli animali, perché l’innocenza che li accomuna è un valore sconosciuto nella nostra evoluta società dei consumi, in cui contano il guadagno, la competizione e la prepotenza e non c’è posto per la sensibilità, per la conoscenza reciproca e per l’accoglienza della diversità.

Tramandiamo la violenza da una generazione all’altra, attraverso tanti piccoli gesti che ci sembrano normali.

Perché li abbiamo visti compiere sin da quando eravamo bambini e abbiamo imparato a conviverci, dimenticandoci dell’angoscia e della sofferenza.

Nostra e degli altri.

Ci sembra ovvio mangiare la carne di chiunque appartenga a una specie diversa dalla nostra.

Ci sembra ovvio dare una sculacciata a un bambino che non ubbidisce.

Ci sembra ovvio non perdere tempo a comprendere le ragioni e il dolore di chi consideriamo diverso.

In questo modo coltiviamo la crudeltà e, senza rendercene conto, incrementiamo le guerre, le stragi, le morti, le malattie e la sofferenza che stanno distruggendo l’umanità.

Si è sempre fatto così.

M

INNOCENTI VIOLENZE QUOTIDIANE

M

Il venerdì santo, come ogni anno, la nonna va a ritirare l’agnello dal macellaio. 

Lo porta a casa ancora vivo, perché dice che così è sicura che sia fresco, e poi incarica noi bambini di prendercene cura.

Possiamo giocarci venerdì e sabato perché domenica mattina la nonna lo cucina. 

Qui in paese il pranzo di Pasqua si festeggia sempre con l’agnello. 

La nonna dice che bisogna mangiarlo perché è un simbolo di pace.

Ma io piango sempre.

Anche se tutti mi prendono in giro e mi chiamano “femminedda”.

* * *

La zia ha steso le lenzuola fuori dal balcone in modo che tutti vedano che Andrea ha fatto la pipì a letto. 

“Sei un piscione!”

Lo canzona arrabbiata, mentre rifà il letto con le lenzuola pulite.

“Devi imparare ad alzarti e andare al gabinetto, quando ti scappa la pipì!”.

Andrea tiene gli occhi bassi per la vergogna e trattiene le lacrime, gli sembra di sentire le risate dei bambini che abitano di fronte. 

D’ora in poi si alzerà mille volte, pur di non vivere più quell’umiliazione.

* * *

Angela osserva le scarpe di Babbo Natale

Sono identiche a quelle di papà. 

E anche la voce somiglia molto a quella di papà. 

La mamma, però, le ha assicurato che Babbo Natale non è papà, ma un vecchio solitario che porta i giocattoli ai bambini buoni. 

Angela sa di non essere stata molto buona, eppure a lei Babbo Natale quest’anno ha portato una bambola grande con tutto il corredino. 

Invece a Cecilia, la figlia della colf, ha portato soltanto dei dolcetti con una bambolina piccola piccola, che si è rotta subito. 

È un regalo davvero brutto, pensa Angela.

Babbo Natale dev’essere molto vecchio e perciò anche molto distratto, perché Cecilia è una bambina bravissima e sta sempre ferma in un angolo ad aspettare che la mamma finisca di lavorare, senza disturbare nessuno.

* * *

“Alzati e fai sedere papà!”

“Ma c’ero prima io…”

“Non importa, papà è grande e ha più diritto di te di stare seduto in poltrona.”

“Ma può sedersi sull’altra poltrona…”

“Avanti Matteo, smetti di fare lo stupido e alzati! Altrimenti prenderai anche un bello schiaffo!”

“Ma tu e papà dite sempre che chi arriva prima: si prende il posto…”

“Ora questo non c’entra, i bambini devono imparare a rispettare i grandi.”

“Ma perché i grandi non devono rispettare i bambini?”

“Insomma, basta!!! Quante storie! Se non ti alzi subito, vengo lì e te le suono di santa ragione!!!”

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA E VIOLENZA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Mar 15 2016

MADRI SURROGATE: un amore che fa scandalo

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La donna che decide di prestare il proprio corpo per accogliere un bambino non suo e permettere la genitorialità anche a chi, altrimenti, non potrebbe farne esperienza, compie un gesto d’amore tra i più discussi, incompresi e vessati.

Soprattutto in Italia.

Viviamo nella cultura dell’avere, del diritto e del possesso.

Diciamo: 

“Mio marito, mia moglie, i miei figli…”

e decretiamo la proprietà, oltre che sugli oggetti, anche sulle persone.

Nella nostra società, basata sul commercio e sul potere, appare assurda l’idea che si possa ricevere nel grembo una piccola vita per poi donarla ai genitori, impossibilitati a concepire.

Come si può portare nel corpo un bambino… per poi lasciarlo tra le braccia di un’altra mamma?! 

O, addirittura, di due papà!

Sembra uno strappo inconcepibile! 

Per il bambino e per la donna che lo ha partorito.

Tanti anni fa, esistevano delle persone che offrivano il latte del proprio seno, gratuitamente o in cambio di un compenso.

Erano mamme che allattavano il cucciolo di un’altra, quando questa non poteva farlo da sé.

Si chiamavano balie ed erano considerate buone, generose, altruiste e materne.

Anche se ricevevano dei soldi in cambio del loro servizio.

Erano tempi diversi da oggi e a nessuno sarebbe venuto in mente di accusarle di sfruttare la maternità per arricchirsi.

Al contrario, la loro opera era considerata preziosa, perché permetteva ai bambini di crescere sani e alle loro mamme di sentirsi bene, anche quando non erano in grado di allattarli personalmente.

Tra la mamma e la balia si creava un rapporto di solidarietà.

E i piccoli, una volta diventati grandi, le ricordavano con gratitudine e affetto, come fossero delle “seconde mamme” senza il cui aiuto la vita sarebbe stata dura o, forse, impossibile.

m

L’allattamento rappresenta un momento indispensabile per lo sviluppo emotivo, perché permette di ricreare quel legame intimo ed esclusivo che ha caratterizzato la vita intrauterina.

Durante le poppate, infatti, il neonato ritrova lo spazio complice vissuto nel grembo e sperimenta di nuovo un’appagante fusionalità.

Anche quando la mamma non è la stessa che lo ha cullato nel ventre per nove mesi.

m

Da allora i tempi sono molto cambiati e, oggi, il latte in polvere ha risolto i problemi delle persone che non possono allattare, ma a nessuno verrebbe in mente di incriminare le balie, accusandole di essere state contro natura, interessate, superficiali, calcolatrici, opportuniste, nemiche di se stesse, dei bambini e delle altre donne.

Eppure… la relazione che le balie instauravano con il figlio di un’altra madre era molto simile a quella che, ai nostri giorni, le mamme surrogate vivono col bimbo che portano in grembo al posto dei genitori incapaci di procreare.

Una relazione che per le balie, spesso, durava più di nove mesi e che creava un rapporto intimo e intenso con il neonato, senza per questo offendere la famiglia di appartenenza, ma anzi! Sostenendola e valorizzandola.

Oggi, purtroppo, abbiamo perso il valore della solidarietà e l’etica del guadagno ha sostituito la fratellanza.

Così, un gesto d’amore, in tutto simile a quello delle balie di un tempo, è interpretato come un commercio interessato e privo di generosità.

L’avidità, che caratterizza le scelte dell’economia, ha improntato uno stile di vita sempre più cinico e materialista, occultando il valore altruistico di una maternità senza possesso, dietro l’accusa di opportunismo, superficialità ed egoismo.

Nutrire nel ventre un cucciolo e regalargli la vita, è un atto d’amore indiscutibile.

Soprattutto quando chi lo compie non rivendica la proprietà del nuovo nato, ma permette al calore di una famiglia di dispiegarsi anche nell’amore per un bambino.

Le persone che scelgono di fare del proprio corpo un nido per un pulcino che, altrimenti, non potrebbe nascere, mettono a rischio la propria salute e la propria esistenza per regalare la vita a un altro essere e la gioia di un figlio a chi non può averlo spontaneamente.

Ci vuole molto coraggio, molta generosità e molto amore.

Ma, soprattutto, molta fiducia nella profondità della vita e nella scelta di venire al mondo.

Non ci sarebbero soldi sufficienti, altrimenti, per convincere una persona ad affrontare i rischi e i dolori che accompagnano la gravidanza e il parto.

La decisione di portare dentro di sé una nuova creatura per permetterle di sperimentare l’esistenza su questo nostro piano di realtà, è una scelta che mostra una grande fiducia nel valore della vita e che ci insegna a considerare i figli non come un possesso esclusivo o una proprietà dei genitori, ma come individui venuti a regalarci un’occasione per amare.

Le mamme surrogate sono donne capaci di onorare la vita e di donare anche ad altri genitori la gioia della maternità.

Carla Sale Musio

leggi anche:

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Feb 24 2016

PEDAGOGIA E VIOLENZA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ci vogliono tre generazioni per creare una società intrisa di violenza.

La violenza, infatti, si alimenta nel conflitto interiore e tracima all’esterno in seguito alla lotta tra giusto e sbagliato, vero o falso, buono o cattivo… che, inevitabilmente, ne consegue.

Il contrasto tra le polarità spinge a proiettare fuori di sé tutto ciò che è stato etichettato come “male”, eliminandolo dal proprio mondo interiore senza assumersene la responsabilità.

Quando la colpa, il giudizio e la critica, prendono piede nella vita emotiva, il sopruso e la distruzione nella società sono garantiti.

Uno stile educativo basato sulle punizioni fisiche e sul ritiro dell’affetto genera sempre la paura e spinge i piccoli a nascondere la spontaneità per ottenere il consenso dei grandi.

Si formano così, nella generazione successiva, quei giovani rispettosi e remissivi, che piacciono tanto alle organizzazioni coercitive e che diventeranno uomini e donne capaci di rinunciare all’autenticità di se stessi per ubbidire alle direttive del più forte.

Una mamma e un papà punitivi fanno crescere adulti disciplinati e ligi al dovere, futuri genitori che, a loro volta, alleveranno figli pronti a spostare al di fuori di sé i vissuti censurati dal sistema educativo, per combatterli all’esterno della propria personalità.

Così, mentre la prima generazione stabilisce la colpa, addossando sui figli il peso di un peccato originale (mai commesso ma, comunque, infamante: “Sei un bambino e devi ubbidire!”), la seconda impara a vergognarsi e a sottomettersi, spostando il conflitto al di fuori di sé e, la terza potrà finalmente perseguitare il male per distruggerlo, attaccando i rappresentanti su cui è stato proiettato.

Per sentirsi buoni e amabili è indispensabile riconoscersi nei principi e nei valori professati dalle persone cui vogliamo bene, primi fra tutti i genitori che, con i loro comportamenti, ci insegnano cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è opportuno e cosa è disdicevole, cosa è sano e cosa è patologico… lasciandoci in eredità il modello di una buona educazione.

Assorbiamo da piccoli l’essenza del bene e del male e, una volta diventati grandi, portiamo avanti le nostre battaglie, dapprima interiori e in seguito esteriori, volte a eliminare dall’esistenza tutto ciò che abbiamo imparato a considerare male, per fare posto a ciò che, invece, riteniamo essere bene.

Da questa lotta tra bene e male, scaturiscono tutte le guerre e tutte le malvagità.

Ogni battaglia combattuta nel mondo è, da principio, una battaglia interiore, volta a preservare l’immagine idealizzata di se stessi, perseguitando al di fuori di sé, chi, per qualche ragione, evoca la memoria di ciò che non approviamo dentro di noi.

Per esempio:

  1. Provo un piacere che giudico sbagliato tutte le volte che guardo la mia vicina di casa. 

  2. Penso che un uomo serio non dovrebbe desiderare altra donna che la propria moglie. 

  3. Non posso tollerare di avere dei sentimenti che ritengo illeciti.

  4. Perciò rimuovo dalla mia consapevolezza ogni pensiero di quel tipo.

  5. E combatto nel mondo esterno una crociata contro l’adulterio e l’immoralità.

Ancora:

  1. Mi piace mangiare smodatamente per il solo piacere del gusto, incurante delle calorie e della tossicità degli alimenti.

  2. Penso che una persona intelligente dovrebbe nutrirsi con moderazione senza mai diventare dipendente dal cibo.

  3. Giudico sbagliato il mio piacere di nutrirmi senza regole e senza misura.

  4. Perciò proibisco a me stesso di abbuffarmi e rimuovo il desiderio che anima la mia golosità. 

  5. Ora posso guardare con disprezzo chi mangia troppo e deridere, senza rimorsi, le persone in sovrappeso, giudicandole ingorde e colpevoli.

Ogni guerra insorta nella vita emotiva si riflette nei comportamenti esteriori e, quando non ce ne assumiamo pienamente la responsabilità, ci spinge a incriminare chiunque incarni l’icona del nostro conflitto.

Per cambiare questo stato di cose e realizzare una società fondata sulla pace e sull’accoglienza di tutte le creature, è indispensabile interrompere il circolo vizioso che fomenta la scontro tra le polarità, individuando le radici inconsce della violenza, fino a comprendere che il male è solamente l’altra faccia del bene.

Combattere il male (con il giudizio, l’ostracismo, la negazione, la rimozione o lo spostamento) porta ad amplificarne il potere e fa crescere l’odio e la persecuzione nella vita di tutti i giorni.

Nel mondo della dualità, schierarsi acriticamente dalla parte del bene conduce inevitabilmente a potenziare il male.

Ogni cosa, infatti, possiede un aspetto complementare e opposto a se stessa perché, nella fisicità in cui viviamo immersi, la polarità è lo strumento che ci permette di circoscrivere la realtà.

Le esperienze, gli eventi, le conoscenze, gli oggetti… possono essere accolti e compresi dalla coscienza soltanto quando esiste il loro contrario.

Il contrasto, infatti, evidenzia le peculiarità dell’esistente, permettendoci di riconoscere e di identificare le cose.

Impariamo a distinguere il bianco solamente perché esiste anche il nero, altrimenti non riusciremmo percepirlo.

Amputare dal nostro mondo interiore ciò che non ci piace, per ammirare un’immagine idealizzata di come vorremo apparire, è un meccanismo di difesa che induce nella psiche una pericolosa deresponsabilizzazione, spostando all’esterno il giudizio, la colpa, il disprezzo e l’ostilità, e impedendoci di riconoscere e far crescere le parti immature di noi stessi.

Combattere il male, proiettandolo fuori di noi, incrementa l’odio, la superficialità e l’aggressività, e genera un circolo vizioso senza soluzione di continuità.

Infatti, il male diventa insostenibile quando si cerca di eliminarlo da sé.

Viceversa, accoglierlo nella coscienza e comprenderlo, senza lasciarsene possedere, schiude prospettive nuove all’interno della psiche, e permette di evitare i conflitti e la brutalità che conseguono al disprezzo e all’emarginazione.

Osservare ciò che si agita nell’inconscio, senza giudicarlo e senza censurarlo, è il primo passo verso una civiltà libera dalle guerre e dalla violenza.

Nel mondo della materialità, ogni cosa vibra nelle polarità che modellano la vita, aiutandoci a riconoscere l’esistenza dall’indistinta immensità del Tutto.

Abbiamo tante sfumature diverse che, di momento in momento, ci consentono di scegliere ciò che ci piace e ciò che, invece, ci disgusta, ma questa scelta diventa uno strumento di crescita solo quando ce ne assumiamo tutta la responsabilità, accogliendo dentro di noi l’intera tavolozza dei colori con cui dipingiamo l’esistenza.

Bene e male disegnano verità relative, legate al punto di vista da cui si osserva la vita.

Nella realtà interiore esistono infinite possibilità espressive e ognuna porta in dono alla coscienza la sua profondità e la sua saggezza.

Anche quelle che non ci piacciono e che ci fanno vergognare.

A vergognarsi, infatti, è soltanto un aspetto della Totalità di noi stessi.

Osservare questa Totalità con rispetto, attenzione e sincerità, è il primo passo per costruire quella democrazia interiore che genera il mondo dell’accoglienza, della fratellanza e della solidarietà che tutti auspichiamo.

Un mondo finalmente libero dai soprusi e dalla prepotenza, dove sia possibile cogliere il valore della poliedricità senza identificarsi e senza emarginarne nessuno, ma cavalcando gli opposti e modulandone le risorse, per vivere in armonia con se stessi e con gli altri.

Carla Sale Musio

leggi anche:

DEMOCRAZIA INTERIORE

ADULTOCENTRISMO

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Mag 19 2015

FACCIAMO FINTA DI AMARCI… PER I FIGLI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando nel matrimonio l’amore finisce, alcune coppie, piuttosto che affrontare la separazione, preferiscono fingere un’apparente normalità familiare, col pretesto di non far soffrire i bambini.

In questi casi, simulando un coinvolgimento che non esiste più, papà e mamma si comportano  come se le cose tra loro non fossero cambiate.

Anche quando la vita li ha portati a vivere relazioni nuove con altri partner.

Spaventati all’idea di affrontare il cambiamento interiore con sincerità e umiltà, preferiscono imbrogliare i propri figli, dissimulando la mancanza di reciprocità dietro una quotidianità artefatta e priva di onestà.

Credo che niente possa essere più crudele e gravido di conseguenze negative che mistificare il coinvolgimento emotivo e ingannare i bambini, abusando della loro ingenuità.

I piccoli hanno bisogno di aiuto per decifrare il complicato mondo delle emozioni, e i genitori sono le persone più indicate per insegnargli a gestire la sensibilità, dando un nome ai sentimenti quando si presentano.

Ma per far questo, i grandi devono lavorare costantemente su se stessi, ascoltando il proprio mondo interno e traducendolo in parole, con sincerità.

Più che di modelli di comportamento irreprensibili, i bambini hanno bisogno di autenticità.

Spiegare con termini semplici cosa si agita nel nostro cuore, li aiuta a riconoscere le maree emotive, senza spaventarsi e senza sfuggirle.

E questo è l’insegnamento più importante che i genitori possano dare ai propri figli.

Crescendo, i piccoli troveranno da soli le soluzioni per assecondare la propria evoluzione, cavalcando i cambiamenti che l’esistenza ci costringe ad affrontare.

Ciò che serve ai bambini non sono degli esempi di comportamento preconfezionati e artefatti, ma l’autenticità necessaria a non tradire se stessi davanti alle difficoltà.

E questo papà e mamma possono insegnarlo soltanto con l’esempio della propria vita e delle proprie scelte.

E’ qualcosa che si respira nell’aria, non la conseguenza di teorie o mistificazioni.

Fingere un’armonia e una vita di coppia che non esistono più, significa trasmettere ai bimbi che l’apparenza è più importante della verità e che le emozioni possono essere censurate con un atto di volontà.

In questo modo nella personalità prende forma un falso sé, funzionale a tenere sotto controllo la paura del cambiamento, una sorta di maschera che incatena la vita a un’armatura di comportamenti privi di verità.

I bambini sentono che qualcosa non torna e che il quadretto idilliaco della famiglia felice manca di trasparenza e di autenticità.

Lo avvertono con una sorta di radar interiore strettamente intrecciato alla loro empatia e alla loro sensibilità.

Ma sono costretti ad abiurare queste percezioni, per credere a ciò che vedono invece che a ciò che sentono.

In questo modo si crea una frattura tra le percezioni e i comportamenti, che blocca il contatto con il mondo interiore generando un pericoloso ottundimento emotivo.

Un sapere empatico e intuitivo deve cedere il posto alla finzione sbandierata dai genitori, e questo costringe a screditare l’ascolto di sé, nel tentativo di conciliare ciò che si sente dentro con ciò che, invece, si DEVE credere.

Per paura di rivelare la propria verità e vedere andare in frantumi il progetto di una vita insieme, i genitori, inconsapevolmente, creano ai bambini un grave danno psicologico.

Infatti, imponendo ai propri figli la realtà che avrebbero voluto offrirgli, al posto della realtà che invece stanno vivendo, generano una confusione nella comprensione delle relazioni, proprie e degli altri.

Confusione della quale i figli inevitabilmente pagheranno il prezzo, quando si troveranno ad affrontare la propria vita di coppia.

La famiglia è un legame che unisce le persone a prescindere dalla loro volontà, non scaturisce dai contratti ed esiste indipendentemente dalle nuove relazioni che possono coinvolgere la mamma e il papà quando l’amore tra loro finisce.

Avere dei figli insieme significa essere una famiglia per sempre, perché per sempre i genitori condivideranno l’affetto verso la propria prole.

Ma questo non significa che la mamma e il papà debbano amarsi per sempre.

Può succedere che una madre e un padre s’innamorino di altre persone e costruiscano con loro altre famiglie.

L’amore non ha limiti ed è capace di compiere miracoli, ma è indispensabile attraversare con coraggio il percorso di crescita lungo il quale ci conduce.

Anche quando si snoda lungo strade impreviste.

Carla Sale Musio

leggi anche:

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

9 commenti

Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

leggi anche:

LE RADICI DELLA VIOLENZA

NON SI PUO’ TOLLERARE LA VIOLENZA

ETEROSESSUALITA’ MALATA

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

ANTISPECISMO E PEDOFILIA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

2 commenti

Mar 21 2015

DALLA TOTALITA’ ALL’IO: identità, autostima e pericoli della pedagogia nera

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Durante la vita intrauterina i bambini sperimentano una profonda simbiosi, in cui la madre e il proprio sé sono vissuti come se fossero un’unica cosa.

Nei nove mesi della gravidanza, infatti, non si è ancora formata l’identità, necessaria a leggere gli eventi come qualcosa di diverso e separato.

Nella pancia della mamma esiste il Tutto.

E nel Tutto non ci sono individualità.

Solo diventando grandi possiamo riconoscere nel grembo di una donna incinta una nuova piccola esistenza, ma questa interpretazione è molto lontana dalla percezione del nascituro che, al contrario, sente di essere immerso in una Totalità che lo avvolge e che è contemporaneamente il mondo e lui stesso.

Per il bambino non ancora nato l’identità è imprendibile e la vita è qualcosa che lo accoglie, lo contiene, lo protegge e lo manifesta.

Con il parto, però, la completezza intrauterina va in pezzi.

La nascita distrugge l’unità originaria, disintegrando il mondo e l’identità che, fino a poco prima, avevano fatto sentire il bambino forte e al sicuro.

Separato per sempre dalla Totalità, il neonato si ritrova spaesato e solo, privo di quell’abbraccio caldo e avvolgente che era abituato ad avere intorno, e in cui si riconosceva.

Ma, proprio in virtù di quell’originaria competenza, ogni bambino, atterrando da questa parte dell’esistenza, ricompone istintivamente l’unità fra se stesso e le cose.

Forte dell’esperienza vissuta durante la gravidanza, il neonato è convinto di muoversi in una realtà fondamentalmente protettiva e buona, pronta ad accoglierlo e a sostenerlo, senza riserve.

Per lui ogni evento ruota intorno ai suoi bisogni, proprio come quando si trovava ancora immerso nel liquido amniotico.

Scoprire la propria individualità, è un percorso lungo, fatto di comprensioni e apprendimenti successivi.

Un percorso che smussa progressivamente l’egocentrismo, spontaneo e naturale nei piccoli, fino a creare empatia e reciprocità nelle relazioni.

Il rapporto con la mamma e con il papà è fondamentale per il raggiungimento di un’identità separata e per l’acquisizione di una sana autostima (indispensabile a esprimere i talenti personali).

I genitori, infatti, sostituiscono, nella comprensione del bambino, quella Totalità che precede la nascita, diventando il riferimento che consente all’IO di strutturare l’individualità e al TU di prendere forma nelle relazioni.

Inizialmente i piccoli sono convinti che esista un’appartenenza fra se stessi e gli altri, e confidano fiduciosi nell’assoluta bontà di chi si prende cura di loro.

La scoperta della dualità e della diversità fra il proprio sé e il resto del mondo, è un’acquisizione progressiva e, spesso, un trauma difficile da tollerare e da gestire.

E’ compito dei genitori condurre il bambino a distinguere se stesso dalla realtà circostante, fino a comprendere la poliedricità della vita.

Ogni neonato, scopre pian piano la distanza che lo separa dalle cose e dagli altri, imparando a colmarla grazie alla profondità del legame che lo unisce alla mamma e al papà.

In un primo momento i genitori sono per lui una sorta di Divinità Onnipotente, dispensatrice del bene o del male e in grado di gestire le sorti del mondo.

Il loro amore e il loro sostegno permettono il formarsi di una visione positiva di sé e della vita, mentre la loro indifferenza o, peggio, il loro disprezzo, portano il bimbo a sentirsi immeritevole e cattivo.

E’ in questo quadro che la pedagogia assume rilevanza ai fini del raggiungimento di un profondo senso di appartenenza alla vita e nella costruzione di un mondo a misura umana, cioè basato sull’accoglienza, sulla comprensione e sulla condivisione.

Uno stile educativo coercitivo, incapace di tenere conto del sistema emotivo infantile, genera danni irreversibili nella psiche e produce una società arrogante e violenta.

Educare deriva dal latino educare e significa letteralmente: far emergere ciò che sta dentro, cioè permettere alle capacità individuali di manifestarsi, a vantaggio di chi le possiede e della comunità.

Aiutare i bambini a esprimere le proprie risorse dovrebbe essere il compito principale dei genitori, e di tutti quelli che si occupano dell’infanzia.

Purtroppo, ancora oggi, viviamo immersi in una pedagogia basata prevalentemente sui divieti e sulla disciplina, e priva della necessaria attenzione per la delicata sensibilità infantile.

Certo, imparare a rispettare le regole è un’acquisizione della maturità.

Ma le regole devono essere condivise e accettate con senso critico e con responsabilità, non subite passivamente perché imposte da un potere assoluto e incontestabile.

L’educazione dovrebbe essere: partecipazione e ascolto del mondo emotivo.

Infatti, solo dalla comprensione delle emozioni può prendere forma una società che non discrimina, capace di accogliere e valorizzare le peculiarità di ciascuno.

Per fare questo è indispensabile che gli adulti per primi si mettano in gioco, abbandonando le pretese di superiorità e imparando a gestire la propria fragilità e vulnerabilità.

Quando i grandi possono costruire con i piccoli una relazione di reciprocità, il rispetto diventa una componente inscindibile delle relazioni, e la sua diretta conseguenza è la condivisione delle  responsabilità.

Di se stessi e del mondo in cui si vive.

I bambini imparano soprattutto dall’esempio di chi si occupa di loro.

Una pedagogia autoritaria e basata sulla pretesa che gli adulti abbiano sempre ragione, istiga alla prepotenza e al sopruso, e genera un mondo fondato sulla violenza.

Prendersi cura con pazienza e con dolcezza delle proprie parti infantili, aiuta i grandi a comprendere i piccoli, e permette di creare armonia e unità nella società.

E’ vero che il bisogno di ritrovare la Totalità perduta, spinge i bambini a identificare la divinità negli adulti che si prendono cura di loro, ma questo potere dovrebbe essere accolto solo provvisoriamente e restituito ai piccoli man mano che imparano a gestire le differenze fra se stessi e gli altri.

L’accoglienza di ogni diversità, dapprima in sé e poi nel mondo, è l’unico presupposto capace di fermare la violenza che affligge la nostra società, l’unico strumento in grado di permettere alla sensibilità e alla creatività di regalarci soluzioni nuove e migliori.

Per noi e per i nostri figli.

Carla Sale Musio

leggi anche:

PEDAGOGIA NERA

ADULTOCENTRISMO

ANIMALI, BAMBINI E PEDAGOGIA NERA

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Gen 21 2015

SEPARAZIONE: non si deve mentire ai bambini

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tante coppie si domandano quanto e quando sia opportuno informare i bambini che la mamma e il papà stanno pensando di separarsi.

In Italia, purtroppo, una visione cattolica della famiglia ha demonizzato la separazione, rendendo drammatico e pieno d’insidie un momento naturale e, spesso, indispensabile nell’evoluzione affettiva. Sia individuale che di coppia.

Gli psicologi, però, ritengono che la separazione sia un momento fondante nella crescita psicologica e un passaggio indispensabile per superare l’egocentrismo e raggiungere la maturità emotiva.

Soltanto chi è capace di affrontare le separazioni, infatti, è in grado di vivere la reciprocità di un rapporto d’amore profondo, disinteressato e privo di egoismi e possessività.

Già Freud, nel saggio “Al di là del principio del piacere“, aveva evidenziato il bisogno, fisiologico nei bambini, di padroneggiare la mancanza dell’oggetto d’amore per superare la simbiosi e raggiungere una sana individualità.

Dalle primissime separazioni tra mamma e bambino, infatti, prendono forma l’io e il tu e scaturisce una reciprocità basata sull’accettazione della diversità, sulla comprensione dei bisogni dell’altro e sullo scambio delle esperienze.

Ogni separazione, perciò, è un’occasione per crescere e porsi in una relazione matura, rispettosa e dialettica. Sia con l’altro che con se stessi.

Spesso, la paura di comunicare ai bambini la decisione di separarsi nasconde il bisogno di trattenere il partner strumentalizzando i figli per mantenere unita la coppia, anche quando, nel matrimonio, i sentimenti tra marito e moglie sono cambiati e la vita coniugale ha trasformato l’amore iniziale in una consuetudine alla convivenza e alla condivisione delle responsabilità.

Separarsi significa, perciò, fare il punto sul proprio cammino, emotivo ed esistenziale, e accettare il cambiamento, non solo dei sentimenti ma anche delle abitudini, delle responsabilità e dello stile di vita.

I bambini vivono con serenità o con terrore questi passaggi evolutivi della famiglia, secondo come mamma e papà li accolgono in se stessi.

Infatti, il mondo emotivo dei genitori impronta di sé quello dei figli, rassicurandoli o spaventandoli, davanti ai cambiamenti importanti della vita.

La nascita di un fratellino, una malattia, la morte di un parente o di un animale, un cambiamento di casa o di scuola, il trasferimento di un genitore in un’altra città… sono tutti momenti impegnativi per la personalità, e l’accoglienza o meno di questi avvenimenti da parte dei figli dipende dal modo in cui i genitori li vivono e, di conseguenza, li propongono.

Mentire ai bambini non serve, aumenta la confusione e genera sfiducia negli adulti e nell’ascolto del proprio mondo interiore.

Serve, invece, armarsi di sincerità e di pazienza per spiegare loro con parole semplici quello che sta avvenendo.

Senza misteri e senza finzioni.

Tutti i bambini sentono i climi emotivi e li interpretano utilizzando gli strumenti cognitivi che possiedono.

L’immagine edulcorata di una famiglia unita nonostante tutto genera nei piccoli una profonda insicurezza perché mette in conflitto la loro intuizione con quanto sostenuto dagli adulti (spesso anche contro qualunque evidenza).

Lo scarto che si crea, tra le percezioni interiori e le affermazioni dei grandi, induce i piccoli a sviluppare un’eccessiva concretezza anestetizzando il mondo emotivo nel tentativo di evitare il conflitto, e lasciandoli confusi sull’interpretazione della realtà e privi della sensibilità necessaria a gestire la complessità dei sentimenti.

Parlare ai propri figli, con onestà e senza imbrogliarli, è la base per sviluppare in loro la fiducia e l’autenticità, e per costruire un dialogo aperto e sincero.

Naturalmente, questo presuppone da parte degli adulti: lealtà, umiltà, responsabilità e rispetto. Insieme alla capacità di non strumentalizzare i piccoli per esorcizzare le ansie abbandoniche dei grandi.

Ognuno dei genitori, naturalmente, descriverà la situazione dal proprio punto di vista, lasciando ai bambini la possibilità di valutare da soli la poliedricità della vita emotiva, insieme allo spazio necessario per esprimere le proprie paure e le proprie riflessioni.

Oltre ad essere informati di quanto succede nella famiglia, infatti, i figli devono avere la possibilità di condividere le proprie opinioni e le proprie emozioni. Positive o negative.

Osservare il modo in cui i genitori gestiscono la fine del loro rapporto di marito e moglie, mantenendo i ruoli genitoriali e la condivisione affettiva che questo comporta, è un grande insegnamento per i figli, che ricevono in dono dei modelli di relazione sui quali, in futuro, calibreranno le proprie scelte di dipendenza, autonomia e libertà.

Quando ci sono dei figli, la famiglia non corrisponde sempre alla convivenza sotto lo stesso tetto e nemmeno all’esclusività dei partner, ma è, invece, il risultato del rispetto reciproco e dell’impegno, preso insieme, di amare e accudire i propri bambini nel loro percorso di crescita.

La scelta di separarsi riguarda soltanto la moglie e il marito.

La mamma e il papà condivideranno per sempre la responsabilità della famiglia che hanno creato, perché saranno per sempre gli unici genitori dei figli avuti insieme.

Anche quando scelgono di separarsi.

Anche quando al loro fianco ci sono altri partner.

Anche quando con questi partner decidono di avere altri figli.

Ciò che è importante per i bambini è essere aiutati a comprendere la complessità del mondo affettivo, non ricevere in dono un modello di unione stereotipato e privo di una reale risonanza interiore.

Carla Sale Musio

leggi anche:

AFFRONTARE LA SEPARAZIONE

SEPARARSI PER INCONTRARSI

SEPARAZIONE: COME DIRLO AI BAMBINI

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Dic 28 2014

BAMBINI E CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola creatività indica la capacità di guardare le cose in tanti modi diversi, contemporaneamente.

Le persone creative sviluppano una poliedricità che consente di trovare soluzioni nuove, anche davanti a problemi apparentemente irrisolvibili.

La creatività è strettamente legata all’immaginazione e alla fantasia, e si manifesta spontaneamente nella personalità dei bambini ma, con l’ingresso nella scuola dell’obbligo, lo spazio dedicato alle attività spontanee si riduce drasticamente a favore degli apprendimenti scolastici.

Le ore di lezione, i compiti a casa, la palestra, il catechismo, le attività integrative… lasciano poco tempo all’inventiva dei piccoli, costringendoli a rispettare programmi che altri hanno deciso per loro.

Programmi che li prepareranno ad affrontare con successo il futuro, pensati per aiutarli a crescere, ma che spesso danno poca importanza al bisogno di creare.

Al desiderio, cioè, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva, facendo emergere, dal nulla, una nuova realtà.

La creatività è una risorsa che, purtroppo, si perde crescendo.

E che da grandi è difficile recuperare, sepolta sotto una valanga di doveri (a cui, senza creatività, è difficile fare fronte efficacemente).

Le attività creative sono uno strumento miracoloso di benessere e di guarigione, una medicina spontanea che la natura ci ha donato per migliorare la vita e superare le difficoltà, trasformandole in opportunità.

Perciò è importante che i bambini siano aiutati a non rinnegare questa loro abilità innata e che, invece, possano esercitarla liberamente, sviluppando la capacità di affrontare gli eventi in modi sempre diversi e utili.

Il gioco creativo è un’attività indispensabile per i piccoli (ma anche per i grandi) perché consente di liberare le potenzialità individuali e di prendere confidenza con l’intuizione, amplificando le possibilità di risolvere i problemi.

La creatività, infatti, ci permette di accedere a una fonte magica, nascosta nelle profondità del nostro inconscio, da cui si sprigionano risposte e soluzioni insospettate, senza bisogno di passare per la logica.

Quando possono liberare la fantasia, senza troppe censure da parte degli adulti, i bambini manifestano le loro propensioni creative spontaneamente, sviluppando la capacità di affrontare la vita con fiducia.

Al contrario, quando la creatività è inibita o peggio ridicolizzata, cede il posto al conformismo e alla necessità di ricevere approvazione e stima adattandosi a modelli di comportamento preconfezionati, piuttosto che liberando le risorse individuali.

m

Ma cosa bisogna fare per sviluppare la creatività e quali sono i giochi creativi?

m

Chiamiamo creative tutte le attività, ludiche e poco strutturate, che permettono di stimolare l’inventiva.

Nei giochi creativi si utilizzano prevalentemente materiali poco dispendiosi e facilmente reperibili, che lasciano aperta la possibilità di interpretare le cose in modi sempre diversi.

Una scatola vuota, ad esempio, può diventare una culla, una casetta, una prigione, un castello… secondo le situazioni che il bambino ha deciso di rappresentare.

Il gioco creativo non prevede l’utilizzo di giocattoli costosi, tende piuttosto al riutilizzo, alla trasformazione e al riciclo, e si basa sulla possibilità di trovare nuovi usi per gli oggetti.

Nelle case dovrebbe esserci una stanza o, almeno, un angolo dedicato alla creatività.

Uno spazio in cui avere sempre a disposizione: colori, stoffe, colla, forbici, cartoncini, nastri, semi, tappi… e tutto ciò che la fantasia può utilizzare per inventare.

Naturalmente la presenza di un adulto, che sostiene e incoraggia la creatività, è un riferimento necessario perché le potenzialità spontanee dei piccoli possano dispiegarsi.

I bambini, infatti, imparano soprattutto grazie all’imitazione, e l’esempio dei grandi, unito all’incoraggiamento, è un sostegno imprescindibile per permettere loro di esprimere tutte le proprie peculiarità espressive.

Coltivare la creatività permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

Sviluppa l’autostima e favorisce una sana cooperazione.

Per le persone creative la condivisione, infatti, è un momento importante, che favorisce spontaneamente la fratellanza, rendendo inutili la competizione e la sfida.

Tutti i creativi sostengono che dare forma a qualcosa di nuovo e migliore sia molto più interessante che vincere o sopraffare.

In un mondo psicologicamente sano, l’unica sfida che valga la pena di affrontare è quella con se stessi.

Carla Sale Musio

leggi anche:

I BAMBINI HANNO BISOGNO DI GIOCARE

CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

MyFreeCopyright.com Registered & Protected

Nessun commento

Pagina successiva »