Nov 13 2011

CAMALEONTI per amore…

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In alcune situazioni, l’occultamento della personalità creativa può portare alla costruzione di un falso sé normalizzato con cui affrontare la rigidità della vita quotidiana.

Questo falso sé, apparentemente ben adattato, nasconde abilmente (come solo un creativo sa fare) l’apparato emotivo e lascia trapelare la propria sofferenza solo in forma criptata.

Avremo allora un crescendo d’insoddisfazione, irritabilità e vissuti depressivi, fino ad arrivare all’attacco di panico vero e proprio.

Un panico senza motivo apparente, perché nascosto dietro un’apparente normalità.

NICOLETTA maltratta solo NICOLETTA

Nicoletta e Guido sono sposati da circa dieci anni.

Insieme hanno avuto due bambine, Silvia e Clara, che oggi hanno cinque e tre anni.

Nicoletta è una mamma coccolosa che passa la maggior parte del suo tempo a casa occupandosi delle bimbe e delle faccende.

Nell’ultimo anno, però, alla famiglia si è aggiunta la nonna, la mamma di Nicoletta, vedova e con problemi di deambulazione.

“Mamma è una donna intelligentissima e piena di risorse” mi racconta Nicoletta “dopo la morte di papà ha organizzato la sua vita per non pesare su noi sorelle in nessun modo. Ma lo scorso anno ha avuto un incidente che le ha lasciato le gambe quasi completamente bloccate. Per questo, dopo molte insistenze, l’abbiamo convinta a trasferirsi qui. Da sola, in quella sua casa grande e piena di scale, non ce la poteva più fare!”.

Nicoletta ha destinato alla mamma la sua camera dei pasticci.

Il luogo dove inventa di tutto: giochi di stoffa per le bambine, vestiti per sé, regalini per le amiche.

“Ho scelto di non lavorare per potermi dedicare alla famiglia e alle bambine” mi dice “ma sono un animo irrequieto, non mi piace stare con le mani in mano! Ho sempre bisogno di inventare qualcosa. Faccio e disfo. Riciclo tutto.”

L’arrivo della mamma ha messo bruscamente fine agli hobby di Nicoletta.

Un po’ perché non c’è più una stanza dove rinchiudere il disordine (che sempre si accompagna alla creatività).

E un po’ perché non c‘è più il tempo.

La mamma ha bisogno di compagnia e di attenzioni per superare l’avvilimento che consegue all’invalidità.

Nicoletta vuol bene a tutti e cerca di fare il possibile per i suoi familiari: gioca con le bambine, ascolta la mamma, prepara le cose in modo che Guido possa rilassarsi dopo il lavoro.

In sintesi: è una figlia/mamma/moglie perfetta!

Ma allora?

Come mai chiede un appuntamento con lo psicologo?

Perché negli ultimi mesi soffre di attacchi di panico.

Un senso di soffocamento la assale quando meno se lo aspetta. Il cuore salta nel petto. Le orecchie ronzano. Sente che sta per svenire. E deve sdraiarsi fino a che non le passa.

Ma non sempre passa in fretta…

“Oramai sto più sdraiata che in piedi” racconta “la casa è abbandonata. Le bimbe protestano. Guido è stanco. Mamma vuole andarsene per non pesare ulteriormente su di me. E io non so come farmi passare questi malesseri che mi fanno impazzire e che di fisico non hanno niente! Ho fatto tutte le analisi. E’ tutto a posto. Forse sono pazza. Dev’essere così…”

Pazza…?!?

No di sicuro.

Disponibile e generosa…?

Tanto.

Le personalità creative amano tanto.

Danno tanto.

E vivono tanto tutte le cose.

Perché possiedono un sistema emotivo sofisticato e ricco di sfumature.

Talmente ricco che, a volte, le confonde.

Infatti, Nicoletta è confusa tra la testa e il cuore e non sa più cosa vuole davvero.

Con la testa pensa una cosa e con il corpo ne chiede un’altra.

Con la testa:

  • Vuole fare star bene la mamma.
  • Vuole crescere bene le figlie.
  • Vuole bene a Guido (che per via del lavoro non c’è quasi mai).

Vuole tutte queste cose con grande intensità e si dimentica che anche lei è parte della famiglia.

E, proprio come tutti gli altri, ha bisogno di rilassarsi, divertirsi e stare bene.

Con il corpo:

  • Vuole dire basta.
  • Vuole ascoltarsi.
  • Vuole sdraiarsi e pensare un po’ anche a sé.

“Ma per me è importante, soprattutto, che ognuno intorno a me stia bene!” protesta.

“Sì. E, per ottenerlo, devi pensare anche a te!” le spiego.

Non è lecito un amore razzista. Neanche… solamente contro sé stessi.

Il cuore si ribella.

Il corpo protesta.

Per riprendere a stare bene, Nicoletta dovrà imparare a volere anche il suo bene insieme con quello dei suoi cari, e ad amare se stessa con l’intensità con cui ama gli altri.

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

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Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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Ott 15 2011

Le personalità creative: HANNO BISOGNO DI ISOLARSI

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La capacità di spostare il punto di vista stimola una grande disponibilità al cambiamento, ma ha bisogno di alcune attenzioni.

Prima fra tutte, l’esigenza di ritrovarsi.

La necessità di ricordarsi chi sono, dopo aver esplorato altre realtà, spinge le personalità creative ad aver bisogno di isolarsi periodicamente per un certo tempo.

La durata di questi ritiri può variare da alcuni minuti a diversi giorni, e dipende da quanto hanno abbandonato il loro sistema emotivo per dedicarsi ad altro o ad altri.

INTIMITA’ E FUGA

Fabrizio e Valeria stanno insieme da circa due anni.

La loro è una storia tenera e intensa, nata quando erano già grandi e dopo altre relazioni finite male.

Entrambi hanno imparato dalla vita, la tolleranza e la comprensione delle reciproche diversità e abitudini.

Entrambi sono presi da mille interessi e passioni, che non sempre convergono.

Entrambi sanno dimenticare tutto per darsi completamente l’uno all’altra, nel tempo che trascorrono insieme.

Perciò adesso hanno in progetto la convivenza e (forse) anche un figlio, ma qualcosa sembra impedire la realizzazione dei loro piani.

La convivenza è un’idea che attrae e spaventa tutti e due.

Le esperienze precedenti hanno lasciato in loro la paura del fallimento e ce la mettono tutta perché questa volta le cose vadano a buon fine.

Così, hanno deciso di fare le prove generali trascorrendo lunghi periodi insieme.

Una volta a casa di Valeria.

E un’altra da Fabrizio.

Ma quando passano qualche giorno insieme… Fabrizio sente il bisogno di stare solo e trova mille pretesti per sparire.

Non si fa sentire anche per tre o quattro giorni.

“Mi succede soprattutto se abbiamo avuto un’intesa speciale, quando tra noi si crea una grande intimità, fatta di passione ma anche di coccole e momenti dolci. Sembra una maledizione! E non ne capisco le ragioni. Più stiamo bene insieme, più io sento l’impulso di isolarmi.”

Racconta con imbarazzo.

“Stacco il telefono e sparisco. Sembro un pazzo. Sento che devo star solo e non so perché. Voglio bene a Valeria, capisco che questo mio comportamento la ferisce. Ma non so come fare. Il bisogno di solitudine è più forte di me!”

Fabrizio ha una personalità creativa, entra istintivamente nel cuore delle persone a cui vuole bene. Sa leggerne i bisogni e soddisfarli.

L’amore che prova per Valeria lo spinge a essere sempre attento alle sue esigenze e a realizzarne i desideri.

Vederla felice lo rende felice. Questo per lui è importante.

Ma quando si ritrova solo, si accorge di aver dimenticato se stesso.

L’impulso che lo porta a isolarsi non è un gioco dispettoso, né una paura del confronto o delle responsabilità.

L’isolamento è il modo che ha trovato, istintivamente, per ripristinare l’ascolto di sé.

Comprendere il funzionamento della sua personalità, lo aiuterà a non colpevolizzarsi e a organizzare insieme alla convivenza con Valeria anche la convivenza con se stesso.

Questo non significa sparire senza lasciare tracce. Ma, al contrario, programmare i momenti di solitudine in accordo con la persona amata. Senza falsi misteri e paure immotivate.

Le personalità creative amano in un modo totale e generoso.

E’ per questo che, senza rendersene conto, trascurano i propri bisogni a vantaggio degli altri cui vogliono bene.

Perciò, periodicamente, hanno bisogno di passare del tempo in solitudine.

Il loro modo di essere deve essere compreso, accettato e gestito.

Prima di tutto da loro stessi.

E poi da coloro che hanno intorno.

Per evitare fraintendimenti e incomprensioni ingiustificate.

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Ott 07 2011

Le personalità creative: HANNO UN’ECCESSIVA RAZIONALITÀ (a volte)

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In alcuni casi, la paura della propria diversità spinge le personalità creative a costruire una forte logica (cioè un forte emisfero sinistro) e a tenere a bada le attività dell’emisfero destro (considerate responsabili di tutte le loro sofferenze) con un’esagerata razionalità.

UN MIRACOLO?!

HO DETTO CHE NON E’ POSSIBILE!


Bruno fa l’agente di commercio.

Il suo lavoro lo porta a essere sempre in viaggio e ad avere contatti con tanta gente.

E’ un uomo attivo, cordiale, spigliato e capace di proporre i prodotti che vende senza stancare o forzare i clienti.

Gli piace viaggiare e gli piace cambiare.

Non si sofferma troppo sul perché delle cose.

Dalla vita ha imparato che è molto più utile rimboccarsi le maniche e affrontare i problemi quando si presentano.

Ogni tanto però gli succedono dei fatti che lo lasciano senza parole e senza risposte. Qualcosa… che per lui somiglia a un inquietante punto interrogativo!

Sono situazioni che Bruno archivia in un angolo di sé mentre traduce la vita in azioni e conseguenze logiche.

La ragione e la concretezza sono sempre state le sue migliori amiche, le più grandi alleate negli anni della crescita.

I genitori, infatti, hanno dovuto affidarlo, quando era ancora bambino, a una nonna troppo anziana per seguirlo come sarebbe stato necessario.

E Bruno, sensibile, emotivo e timido, ha imparato a cavarsela da solo, tenendo a bada i lati teneri del suo carattere con la forza dell’intelligenza e della volontà.

Quando si risolve a prendere un appuntamento con me, la sua ferrea razionalità vacilla davanti a qualcosa d’inspiegabile successo proprio a lui.

“Stavo nuotando e ho avuto un infarto” racconta “Nessuno mi ha visto e sono rimasto per molto tempo sott’acqua, prima che venissero a tirarmi fuori. I soccorsi sono arrivati dopo.

Dovevo essere già morto o, almeno, con il cervello in pezzi, perché senza ossigeno per più di un certo tempo non si può proprio stare. E invece…” allarga le braccia in un gesto che esprime tutta la sua impotenza a capire “… eccomi qua. Vivo. E con la testa che funziona come prima. Non se lo spiegano neanche i medici. Sono entrato nella casistica delle guarigioni miracolose!”

“Mi sembra un evento degno di essere festeggiato! Perché me lo racconta come se si trattasse di una malattia incurabile?” gli chiedo, colpita dal suo atteggiamento prostrato e avvilito.

“Perché non credo ai miracoli! Non ci ho mai creduto e non voglio farlo adesso. Solo che oggi, alla mia vita nessuno riesce a dare una spiegazione… e io la notte non dormo più e di giorno sono sempre in allarme. Non so cosa fare, per uscirne!”

Lavoriamo insieme, ricostruendo un’esistenza dove per la sensibilità non c’era mai un posto adeguato.

E dai frammenti sparsi, di un cuore giudicato pericoloso, compaiono le tracce di un’insospettabile sensitività.

Tutta la vita di Bruno è costellata di percezioni che hanno poco a che fare con i cinque sensi.

Percezioni che Bruno non ascolta e non condivide con nessuno, perché lo fanno sentire diverso dagli altri.

A-normale.

Una sorta di Angelo Custode sembra aver rimpiazzato l’assenza dei genitori e aiutato il bambino e l’uomo nei momenti di maggiore difficoltà.

“Sono qui per proteggerti” sembra dire ogni volta l’angelo (o chi per lui) a Bruno.

Che ogni volta risponde indispettito: “Non esisti!”

La logica di Bruno si ribella e non ammette ciò che il cuore conosce senza bisogno di tante parole.

Il percorso terapeutico passa attraverso l’esoterapia. La terapia esoterica. Cioè una terapia che, riscoprendo le tracce di un sapere profondo, prova a dare risposte al quesito di tutti i quesiti: perché si vive? E perché si muore?

Ma soprattutto: perché qualche volta non si muore?!?

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Set 30 2011

Le personalità creative: SONO INSICURE

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Gestire una molteplicità di sé può portare a sentirsi insicuri e incoerenti e può generare idee di auto svalutazione e bassa autostima.

La plasticità, infatti, non è facile da condividere e, spesso, viene interpretata come incoerenza o mutevolezza del carattere.

Quando non sono capite, le personalità creative possono essere giudicate: dispersive, ipersensibili, insicure, lunatiche o impulsive.

(A volte anche da loro stesse).

Per riconoscere e utilizzare appieno i vantaggi della loro poliedricità, è necessario comprenderne il funzionamento.

A volte, per ripristinare un’adeguata comprensione di sé, è necessario un aiuto psicologico.

MATTEO HA TANTI SE’…

Matteo ha tanti sè.

Si è trasferito in Sardegna per stare vicino alla sua donna, Annalisa, e costruire una vita insieme con lei ma ultimamente si sente insicuro su tutto.

Non sa più quale sia la scelta giusta.

E’ confuso.

Matteo è il figlio più grande di una famiglia numerosa.

Il papà è morto quando lui era ancora molto giovane e la mamma ha sempre contato su di lui.

Quando ha deciso di trasferirsi da Torino a Cagliari, la sua mancanza l’hanno sentita tutti. Amici, mamma e fratelli. Anche quelli ormai grandi e sposati.

La mamma gli telefona ogni giorno.

“Almeno una volta ha bisogno di sentirmi” racconta Matteo “sono il suo psicologo, il suo confessore e il suo antidepressivo!” poi sorride con tenerezza al pensiero dei tanti problemi, spesso inesistenti, della mamma.

“Non vuole farmene una colpa ma il fatto che abbia scelto di vivere qui, non le va giù. Mi giudica sempre troppo impulsivo.”

Matteo è paziente con lei e lo è anche con Annalisa.

“Annalisa vuole che la accompagni dappertutto. Le piace che la aiuti perfino nel lavoro! Fa l’arredatrice e spesso deve viaggiare e scegliere oggetti e mobili per conto dell’azienda dove lavora. Molte volte io non potrei assentarmi e sono costretto a fare i salti mortali pur di accontentarla. Non sempre è possibile…”

La pazienza di Matteo non si limita nemmeno con il suo principale.

“Il capo mi chiede di occuparmi di tutto. Sa che so essere diplomatico e trattare con i colleghi. E finisce che, per accontentare tutti, ci rimetto io!”

Matteo ha una personalità creativa e, per questo, è naturalmente portato a comprendere i bisogni degli altri.

Quando parla al telefono con la mamma, sente il suo dispiacere per la lontananza e si fa in quattro nel cercare di consolarla.

Quando è con Annalisa, capisce il suo entusiasmo e la passione che riversa nelle cose che fa, e sceglie di accompagnarla senza considerare le ripercussioni che quelle partenze improvvise provocano nelle sue attività.

Quando poi è al lavoro, conosce le necessità del caposervizio e dei colleghi e si prodiga per cercare di creare una collaborazione produttiva per tutti.

Ma quando, infine, si ricorda di essere solamente Matteo… be’… allora si sente confuso!

Perché, a forza d’immedesimarsi negli altri, ha perso il contatto con le proprie esigenze.

Così, ogni tanto, ascolta se stesso e… delude tutti, negando di colpo e senza preavviso la disponibilità (tanto naturale da essere scontata e, spesso, pretesa).

Ecco perché è giudicato: lunatico, collerico e prepotente.

Per essere valutato con più generosità e obbiettività da chi gli sta intorno, Matteo dovrà imparare a essere meno brusco e improvviso, quando decide di ascoltarsi e volersi bene.

E costruire un equilibrio nuovo tra i suoi bisogni e le esigenze altrui.

Senza sentirsi in colpa quando pensa a sé.

E senza sentirsi usato quando pensa (troppo) a quelli che ama.

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Set 19 2011

Le personalità creative: NON STANNO BENE SE C’E’ TANTA GENTE

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Poiché “assorbono” gli stati d’animo degli altri, le personalità creative non possono stare troppo a lungo in luoghi affollati.

Per loro è come trovarsi davanti a una gran quantità di monitor che trasmettono tanti film diversi, tutti insieme.

Il risultato è… mal di testa, senso di malessere, confusione e stanchezza!

Proprio perché la loro attenzione e sempre totale, preferiscono dedicarsi a poche persone alla volta e prediligono i gruppi poco numerosi o le relazioni individuali.


CECILIA E GLI ATTACCHI DI PANICO

Cecilia chiede un appuntamento perché soffre di attacchi di panico.

“Non posso più muovere un passo!” racconta “ Se provo a entrare in un centro commerciale, dopo cinque minuti comincia a mancarmi l’aria, le gambe mi diventano molli e mi sento svenire. All’università, ho la sensazione di soffocare e non riesco a concentrarmi. Se poi esco per fare una passeggiata, è ancora peggio! Sto bene solo nella mia macchina oppure al mare la mattina presto, quando c’è fresco e non c’è nessuno.

Sono così da più di un anno e ormai non so cosa fare!”.

Mi guarda abbattuta, girandosi nervosamente l’anello intorno al dito.

Le analisi mediche non evidenziano alcuna patologia, eppure il suo malessere non accenna a diminuire, anzi… più passa il tempo e più sembra peggiorare!

Qualcuno le ha consigliato la psicoterapia ma Cecilia non ci crede, è scettica e scoraggiata dai troppi tentativi inutili.

L’unica cosa che funziona un poco, facendola stare “meno peggio”, sono gli ansiolitici che tiene in borsa come un talismano (e che prende sempre più frequentemente).

Nonostante la sua scarsa convinzione, lavoriamo insieme per qualche tempo e Cecilia mi racconta uno stile di vita: pieno di gente.

In casa, oltre alla madre e al padre, vivono tre fratelli e due sorelle.

Di sei figli, soltanto la sorella maggiore si è sposata e abita nel paese vicino ma, per via dei turni di lavoro, pranza ogni giorno insieme a loro, portando con sé la figlioletta che, nel pomeriggio, affida alla zia. Cecilia.

Cecilia è la figlia minore e anche il jolly della famiglia.

Passa la mattina all’università ma, dall’ora di pranzo in poi, aiuta genitori e fratelli dedicando tutto il pomeriggio a occuparsi della nipotina, delle faccende e di tante cose che nessuno ha mai voglia di fare.

Di notte condivide la stanza con la sorella.

“Quand’è che sta da sola?” le chiedo.

“Quando guido per andare e tornare dall’università.” risponde, dopo averci pensato un po’ su.

“Si sente bene in auto?”

“Certo, è il mio momento di riposo!” ammette sorridendo “La mia macchina è la mia tana. L’unico posto dove posso essere lasciata in pace.  Ascolto la musica che voglio. Parlo da sola. Invento canzoni. A volte piango. A volte rido. Come mi pare!”

Come tutte le personalità creative, Cecilia “assorbe” i sentimenti delle persone e li vive insieme con i suoi.

Stare in luoghi affollati la satura di vissuti.

Quando sale sulla sua macchina, può “strizzare la spugna emotiva” da tutto ciò che ha assorbito.

L’automobile è la sua “medicina”. L’unico luogo in cui finalmente riesce a ritrovare se stessa.

Ma il tragitto da casa all’università, è un tempo troppo breve rispetto a quello che trascorre quotidianamente “immersa” tra le persone.

Ci vorrà più di un anno perché Cecilia, passando per diverse “tappe psicologiche”, possa eliminare i tranquillanti dalla borsetta e gli attacchi di panico dalla sua vita.

Ecco la sua ricetta, un passo dopo l’altro:

  1. Aiutare la mamma in cucina ma mangiare da sola, nello studio.

  2. Aiutare la mamma in cucina ma preparare personalmente i suoi pasti. E mangiarli da sola, nello studio.

  3. Chiedere un compenso alla sorella maggiore, per fare da baby sitter alla nipotina.

  4. Prendersi del tempo per se da trascorrere in solitudine.

  5. Prendere una stanza in affitto e passare del tempo lontana dalla famiglia.

  6. Prendere una stanza in affitto e trasferirsi lì.

  7. Andare a trovare i familiari una volta o due alla settimana (e non tutti i giorni).

  8. Andare a trovare i familiari quando ne ha voglia, senza una regola precisa.

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Set 06 2011

PERCEZIONE CARDIACA & PERCEZIONE SENSORIALE

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Per valutare ciò che ci succede, utilizziamo abitualmente due diverse modalità di conoscenza.

Una è basata sull’utilizzo dei cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione cardiaca.

Normalmente integriamo le informazioni che ci arrivano da queste due forme di conoscenza in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Facciamo questo spontaneamente e automaticamente, quasi senza rendercene conto.

Cosa succede, però, quando le due modalità si trovano in conflitto?

Vi sarà certamente capitato di provare diffidenza nonostante i modi affabili e gentili di qualcuno.

La percezione interiore vi segnala che qualcosa non va, mentre la percezione esteriore vi mostra che tutto è ok.

Nei casi in cui le informazioni dei sensi e quelle del cuore sono in conflitto, il buon senso comune tende ad avvalorare la percezione sensoriale a discapito di quella cardiaca.

Questo perché abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna “verità”.

Le chiamiamo “impressioni” e non vi attribuiamo troppa importanza.

(Almeno finché la vita non ci dimostra con i fatti la loro veridicità…)

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e, basandoci su dati incompleti, spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore, perché ottiene il suo sapere senza utilizzare la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

E’ il modo dell’emisfero destro di ottenere le informazioni.

(Ricordate? L’emisfero destro del cervello non ha la sequenza… IL CERVELLO DEI CREATIVI).

Purtroppo il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le “impressioni” che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico. Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio, negarle provoca sofferenza e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due cose diverse.

L’amore non è logico, ma senza non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti insieme riconoscendo a ciascuno la propria specificità e autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

UN LUTTO DI SERIE B

Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

“Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!”

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore, così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

“Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…”

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

“Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare come una bambina “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…”

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

“Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…”

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato. Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

“Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Le avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavi, si veniva a posare sul dito… che bellina! Mi dava tanta gioia!”

Un sorriso fa capolino tra le lacrime, mentre Giovanna continua a raccontare.

“In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire, la portavamo con noi nella sua gabbietta. Era tenera …”

Riprende a piangere sommessamente.

“Qualche mese fa, mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata, come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…”

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

“C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…”

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta, cercando inutilmente di trattenere il pianto.

“Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…”

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

“O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita… magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene! Io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!”

Mi guarda impotente, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto di carta ormai a brandelli.

“Eravamo tutto il suo mondo…”

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti, senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore, passa attraverso l’accettazione di sé stessi e del proprio modo di amare.

“Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!”

Giovanna continua il suo racconto, incoraggiata dal mio consenso.

“Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…”

Mi guarda interrogativa, in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata, ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato, deve sempre essere rispettata e condivisa.

Anche se si tratta di un essere di specie diversa.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 03 2011

Le personalità creative: SONO DISCONTINUE E DISPERSIVE (a volte)

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Le personalità creative possiedono una curiosità innata che le rende poliedriche e originali, ma anche tendenzialmente discontinue e dispersive.

Infatti, il bisogno di cambiare si scontra con la costanza necessaria per portare avanti i progetti.

Capita spesso che queste persone inizino le cose con grandissimo impegno, entusiasmo e volontà, ma che, in corso d’opera, si dimentichino dei loro propositi perché distratti da qualche novità altrettanto interessante.

Questo carattere, facile all’entusiasmo e al cambiamento, è spesso giudicato male da chi ha bisogno di abitudini stabili.

Non che le personalità creative non amino le abitudini… ma tra queste c’è anche l’abitudine alla trasformazione!

UNA FAMIGLIA DI AVVOCATI

Eleonora proviene da una famiglia di avvocati.

In casa sua, studiare/laurearsi/lavorare è un trinomio indiscusso e immodificabile.

Perciò, quando decide di iscriversi alla facoltà di giurisprudenza non pensando di fare l’avvocato “da grande”, i suoi parenti la scrutano come se fosse un’aliena discesa da Marte.

“Vorrai almeno intraprendere la strada del notariato!” esclamano, guardandola con rimprovero.

Ma a Eleonora l’idea di fare il notaio piace ancora meno…

“Sto pensando di aprire un ristorante vegano” risponde, con un sorriso disarmante, alle facce basite di zii e cugini.

Eleonora ha una personalità creativa e il suo animo libero cavalca facilmente l’onda delle sue passioni.

D’estate, presa la patente nautica, fa lo skipper su una barca a vela.

D’inverno, oltre a studiare, si occupa di ristrutturare la grande casa di famiglia.

I parenti la considerano “un po’ svitata” e la osservano con un misto di disprezzo e commiserazione.

“Certo che, se continui così, non riuscirai mai a laurearti…” borbotta qualcuno.

In effetti, Eleonora fa passare molto tempo tra un esame e l’altro.

La sua vita è piena d’impegni e non ha nessuna fretta di finire l’università.

Non ha deciso cosa farà dopo essersi laureata.

Da me, viene ogni tanto, quando ha bisogno di un supporto.

Il suo vivere controcorrente rispetto a una famiglia tanto tradizionalista, a volte, la fa sentire insicura e teme di sbagliare finendo per scegliere un lavoro poco adatto a sé.

Quando, infine, stabilisce che è arrivato il momento di concludere gli studi, è fuori corso già da un po’.

I cugini hanno finito con l’università e stanno facendo il praticantato.

Informati che Eleonora si è decisa a fare l’avvocato, ridacchiano tra loro.

“Ne devi mangiare ancora di minestra! L’avvocatura richiede impegno, costanza e capacità di adattamento. Una dote, quest’ultima, che tu non possiedi.
Non riuscirai mai a fare la gavetta, seguendo orari, direttive e sbalzi d’umore, nello studio di qualche vecchio avvocato barbogio!”.

Sì, è vero, l’indipendenza a Eleonora non manca ma, per fortuna, nemmeno… il sesto senso!

Un radar interiore la guida, attraverso una serie di coincidenze, fino all’avvocato giusto con cui seguire il praticantato perfetto per lei.

Lo studio è quello dell’avvocato Fiorella G.

Una giovane donna con la quale nasce subito una profonda amicizia.

“Con Fiorella ci capiamo al volo” mi racconta entusiasta Eleonora in uno degli ultimi incontri “e riusciamo a organizzare il lavoro in modo produttivo, efficace e divertente.”

L’apparente discontinuità… infine si è trasformata in un vantaggio!

Focalizzando le energie su molteplici attività, Eleonora è riuscita a ottimizzare le sue risorse creative in una sinergia, dove un progetto non è zavorra per l’altro, ma anzi!!!!

Il gioco e gli interessi sviluppati “perdendo tempo con l’università”, le hanno permesso di rifiutare la “paghetta” di un avvocato babbione, e di entrare a Palazzo con i mezzi dei grandi e la curiosità dei piccoli.

Ma soprattutto con la variegatissima rete di conoscenze acquisita durante il suo bizzarro percorso… dove l’amicizia, la stima e il rispetto hanno fatto nascere mille contatti per potenziali clienti e valide collaborazioni con altri professionisti.

Ancora oggi, a distanza di anni, Eleonora e Fiorella lavorano insieme.

Eleonora è un avvocato conosciuto, stimato e molto richiesto.

P.S.: Solo i parenti non riescono a spiegarsi le ragioni del suo successo.

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Ago 26 2011

Le personalità creative: HANNO UN RADAR INCONSCIO

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Le personalità creative sono dotate di una sorta di radar inconscio.

Captano gli stati d’animo degli altri.

Anche quando non ce ne sarebbe bisogno.

Questo fenomeno avviene in loro spontaneamente e involontariamente, spesso anche senza che se ne rendano conto.

Può succedere che si sentano “male”, “a disagio” o “tristi” senza nessun motivo; perché, inconsapevolmente, stanno sentendo “il male”, “il disagio” o “la tristezza” di qualcun altro.

Non sanno come fanno… però succede!

Matteo e la zia Caterina

Matteo proviene da una famiglia in cui le guerre, le fazioni e gli schieramenti sono all’ordine del giorno. Tra i suoi parenti si può convivere e non parlarsi, anche per anni.

Questo modo rigido di gestire i rapporti affettivi non gli è mai piaciuto (anche se spesso ha dovuto subirlo) e in se stesso l’ha combattuto permettendosi un’emotività e una tenerezza che dalle mura familiari è sempre stata bandita.

Quando arriva alla soglia dei trent’anni, decide di rompere il muro di disprezzo e di silenzio che separa la sua famiglia da quella della zia Caterina.

La zia più anziana della famiglia paterna.

Quella che lo faceva giocare quando era ancora un bambino.

Nonostante le comunicazioni tra le famiglie siano state chiuse moltissimi anni fa, dopo terribili discussioni colme di accuse, Matteo conserva di lei un ricordo dolce di gelati mangiati insieme nei pomeriggi d’estate e di giochi con la terra bagnata.

Per questo, decide di trasgredire le severe norme familiari e una sera, senza preavvisare nessuno, si reca a farle visita.

In preda allo sbigottimento, la zia Caterina lo accoglie sulla porta, indecisa se invitarlo a entrare o cacciarlo via come un venditore inopportuno.

Passano insieme una buona mezz’ora…

In piedi.

Davanti alla porta.

Poi la zia si arrende all’affettività di Matteo e lo invita a entrare.

Quando ritorna a casa, Matteo è soddisfatto della visita e della missione trasgressiva appena compiuta ma, nei giorni successivi, diventa inspiegabilmente nervoso e triste, alternando momenti di solitudine e isolamento a momenti di sconforto in cui un senso d’inutilità della vita prende il sopravvento sul suo abituale buon umore.

In preda alla preoccupazione mi confida la paura di essere caduto in depressione senza nessun motivo apparente.

Nei sogni, però, la verità si mostra con maggiore chiarezza e ciò che insieme mettiamo in luce è che il malessere che lo attanaglia… non è il suo!

Matteo sente, come se fossero suoi, il dolore e la rabbia della zia Caterina che, dopo l’intermezzo di quella sua visita inaspettata, ha ripreso lo stato d’animo di sempre, fatto di livore e risentimento verso il fratello, il padre di Matteo, e verso tutti i suoi familiari.

Matteo, che è riuscito a ricreare con lei, per il breve tempo di quell’incontro, il legame che in passato era esistito tra loro, purtroppo, ne ha come “assorbito” la negatività.

Per questo, adesso il suo radar interiore capta la rabbia e la solitudine della zia che, interpretando male quel gesto di avvicinamento, si sente vittima di una congiura agita ai suoi danni proprio dallo stesso Matteo.

Insieme lavoriamo per ridistribuire gli stati d’animo:

  • quello di Matteo, fatto di una grande delusione per l’incomprensione e il fraintendimento da parte della zia.

  • quello della zia, carico dell’impossibilità di lasciare spazio ai sentimenti teneri e al dolore che inevitabilmente consegue alle separazioni familiari. La rabbia e il risentimento, infatti, spesso costituiscono un anestetico “naturale”.

Rendersi conto che alcuni dei suoi vissuti “non sono i suoi”, ma riflettono il disagio della zia intrappolata dentro le rigide regole della famiglia, permetterà a Matteo di recuperare la propositività e il suo naturale entusiasmo per la vita.

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Ago 16 2011

Le personalità creative: SONO INTUITIVE

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La parola sincronicità indica la connessione fra eventi psichici (stati d’animo, pensieri, sentimenti) e fatti oggettivi (incontri, informazioni, cose) che avvengono nello stesso tempo e senza che esista tra loro una relazione di causa/effetto.

La sincronicità si riferisce alle “coincidenze significative”.

Anticipazioni di fatti che non sono ancora successi, conoscenza istintiva dei pensieri degli altri, percezioni che non sono attribuibili ai cinque sensi, sesto senso… sono tutti fenomeni che appartengono a una modalità sincronica di esistere, basata sul contatto profondo con l’inconscio e su un attivo funzionamento dell’emisfero destro.

Le personalità creative di solito possiedono una naturale sensitività, cioè utilizzano spontaneamente queste risorse.

Purtroppo, capita spesso che le percezioni che non corrispondono ai cinque sensi siano demonizzate e considerate ingiustamente un “difetto”, invece che una risorsa in più da poter utilizzare quando serve.

Loredana e la relatività del tempo

Quando si presenta al primo appuntamento, Loredana ha paura di avere qualche strano e incurabile disturbo psichico.

Da diverso tempo le capitano dei fenomeni che la disorientano e la spaventano.

Conosce, senza sapere come, fatti ed eventi che non sono ancora successi e lo sa con una tale certezza da confondere il presente col futuro.

“E’ nato il bambino di Valentina?”

Ha domandato con tranquillità a sua madre, qualche mese fa.

“Quale bambino!? Valentina si sposa tra qualche giorno e non mi risulta proprio che sia incinta! Lo sai che non può avere figli!”.

La mamma la guarda sconcertata e preoccupata.

Loredana arrossisce senza sapere cosa dire.

Lei e sua cugina Valentina hanno la stessa età e sono cresciute insieme come due sorelle. Loredana sa benissimo che Valentina ha una diagnosi di sterilità e che questo ultimamente l’ha resa molto triste, nonostante i preparativi per il matrimonio.

Eppure ha la matematica certezza che Valentina stia aspettando un bambino. Ne è talmente sicura da dimenticare tutto ciò che sa!

Imbarazzata, borbotta qualche scusa per giustificare con sua madre quella “distrazione” e poi corre a nascondersi in camera sua.

Non è la prima volta che le capitano “consapevolezze” del genere.

La certezza che sente dentro di sé la confonde e la rende insicura, in cuor suo spera questa volta di sbagliarsi.

Ma non passa più di un mese dal matrimonio di Valentina che la mamma le annuncia soddisfatta:

“Tesoro, lo sai? Avevi proprio ragione! Valentina è incinta. Già da prima del matrimonio! Ma tu come facevi a saperlo?! Dì la verità, te lo aveva confidato lei… Vero?”.

Loredana è nuovamente imbarazzata e confusa per un “pettegolezzo” che non ha fatto e non avrebbe neanche mai voluto fare.

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“Perché mi succedono cose come questa?” mi chiede, con un misto di apprensione e speranza “Cosa posso fare per evitarle? Non voglio essere un fenomeno paranormale. Mi fa paura!”.

Fenomeni di questo tipo succedono con facilità alle personalità creative.

Mostrano l’esistenza di un contatto diretto con una conoscenza che esiste “fuori dal tempo”.

La parapsicologia li chiama con il termine inquietante di “premonizioni”, ma più comunemente le chiamiamo intuizioni.

Non si tratta di una malattia e non è assolutamente niente di cui doversi preoccupare.

E’ solo un diverso modo di conoscere la realtà.

Mentre di solito utilizziamo il ragionamento logico matematico per conoscere quello che ci circonda, le personalità creative usano spontaneamente anche l’intuizione.

Possiamo parlare di conoscenza istintiva o di sesto senso.

E’ quello che permette agli uccelli migratori di sapere dove stanno andando, alla madre di sentire quando il suo bambino ha bisogno di lei e di svegliarsi al momento giusto, all’animale di ritrovare la strada di casa, agli innamorati di telefonarsi nello stesso momento (e trovare il telefono occupato!).

La creatività estrae da un serbatoio inconscio di conoscenza  “la cosa giusta al momento giusto”, senza utilizzare la sequenza, prima/dopo, che solitamente caratterizza i nostri ragionamenti.

Così, alle personalità creative può capitare di sapere qualcosa senza sapere come fanno a saperla.

Lo sanno e basta.

E’ un’intuizione.

Punto.

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