Lug 24 2015

CREATIVITÀ & PARANORMALITÀ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una personalità creativa ha spesso fenomeni paranormali di vario tipo.

E questo succede già quando si è molto piccoli.

I bambini vivono con naturalezza la paranormalità e, solo in seguito agli atteggiamenti ridicolizzanti o colpevolizzanti degli adulti, imparano a vergognarsene e a nasconderla come se fosse qualcosa di sbagliato.

Nella nostra società tutto ciò che succede a dispetto della fisica, della logica e della ragione è considerato paranormale.

Cioè A-normale, perciò sbagliato e quindi da evitare.

La parola paranormalità non piace. 

Evoca sedute spiritiche e malvagità oppure giochi di prestigio e trucchi da baraccone.

La scienza ufficiale la deride e non la riconosce, le religioni la demonizzano e la vietano.

Noi psicologi, che non siamo né scienziati né religiosi, poiché ci occupiamo di mente, psiche e cervello, con la paranormalità dobbiamo fare i conti.

Il termine paranormale indica una serie di fenomeni psichici che trovano spiegazione nelle peculiarità dell’emisfero destro del cervello.

Poiché l’emisfero destro è sempre ben attivo in tutte le personalità creative, frequentemente accadono loro fenomeni paranormali.

L’emisfero destro utilizza una modalità conoscitiva basata sull’immediatezza e sulla sintesi, diametralmente opposta alla più comune modalità dell’emisfero sinistro incentrata sulla sequenza e sullo scorrere del tempo.

I programmi scolastici fanno sì che l’emisfero sinistro si sviluppi maggiormente rispetto al destro, perciò durante la crescita le peculiarità del destro diventano poco attive.

La maggior parte delle persone perde le proprie potenzialità paranormali entro i dodici anni.

Le personalità creative, invece, sono poco addomesticabili perciò, nonostante gli studi, non possono rallentare le attività dell’emisfero destro che in loro rimane sempre molto vitale.

Ecco perché hanno spesso fenomeni paranormali.

I fenomeni paranormali si producono grazie al buon funzionamento del loro emisfero destro che li informa inspiegabilmente e improvvisamente su fatti solitamente conosciuti nel corso del tempo o grazie a una sequenza di passaggi logici.

Oltre alla paranormalità, noi psicologi abbiamo una visione diversa da scienza e religione anche per quanto riguarda il tempo.

Per noi il tempo può presentarsi in due modi differenti.

Uno è lo scorrere del tempo, in cui ci sono: passato, presente, futuro e un durante che trascorre dal passato verso il futuro.

L’altro modo è il tempo dell’inconscio, dove ciò che succede esiste sempre in un costante presente che si conosce grazie ad associazioni affettive.

I traumi, ad esempio, nell’inconscio sono sempre presenti e, anche quando sono passati, mantengono invariate tutte le loro peculiarità. Purtroppo.

Per fortuna, anche i momenti felici mantengono nell’inconscio tutta la loro attualità.

Le proprietà del tempo nell’inconscio spiegano perché chi ha subito un trauma, per esempio un incidente d’auto, non riesce più a salire in macchina senza provare reazioni di paura e di fuga proprio come se l’incidente stesse succedendo in quel momento.

Queste caratteristiche ci aiutano a capire come mai si fa così tanta fatica a chiudere le storie che non vanno bene. Nell’inconscio i momenti belli trascorsi in passato (anche se pochi) esistono in un eterno presente e interferiscono con la consapevolezza delle miserie e delle tristezze attuali.

La paranormalità spiega tanti fenomeni strani che succedono alle personalità creative.

Fenomeni che solo alcuni accolgono con gioia e curiosità mentre la maggior parte li demonizza e li vive con paura.

La scarsa conoscenza dei meccanismi che determinano l’accadere di questi fatti rende diffidenti e spaventati, mentre una maggiore dimestichezza permette di utilizzare al meglio le possibilità a nostra disposizione.

Questi fenomeni non sono pericolosi, anzi! Sono delle risorse in più da utilizzare.

Occorre comprenderli e liberarli dal manto di superstizione che li avviluppa, etichettando chi li vive come un pericoloso portatore di diversità e di negatività.

Aprire il dialogo su questi argomenti aiuta a prendere confidenza con una diversa modalità di conoscenza.

Una modalità immediata e istintuale che le specie animali utilizzano spontaneamente per sopravvivere e comunicare tra loro.

L’istinto si basa su una conoscenza che sfugge ai meccanismi della ragione, ma che può essere altrettanto valida ed efficace.

Ascoltare le proprie intuizioni non significa smettere di pensare o di ragionare, ma utilizzare degli strumenti in più per vivere meglio.

Carla Sale Musio

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Apr 26 2015

HO PAURA DI UCCIDERE QUALCUNO… !!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tante persone vivono un’angoscia paralizzante all’idea che un impulso criminale possa invadere la coscienza, senza preavviso, costringendole a compiere azioni violente ai danni di coloro ai quali vogliono più bene.

In quei momenti, nel loro mondo interno, come su uno schermo cinematografico, si profilano scene spaventose e cruente, in cui vedono se stesse compiere gesti terribili.

Terrorizzate all’idea che le proprie immagini interiori possano prendere improvvisamente forma nella realtà, queste persone impazziscono di paura e spesso finiscono per cercare un aiuto farmacologico, nel tentativo di sfuggire al malessere suscitato dai loro stessi pensieri.

L’idea che ognuno di noi possa trasformarsi in un killer cinico e spietato, è una paura abilmente indotta dalle notizie di cronaca nera, con l’obiettivo nascosto di espropriarci dalla nostra psiche per renderci schiavi di opinioni che difficilmente, in seguito, potranno essere abbandonate.

L’effetto di questa possessione è di sentirsi fuori luogo e colpevoli anche dentro se stessi, vittime di una presunta patologia mentale capace di paralizzare il cuore fino a renderci pericolosamente crudeli, contro la nostra stessa volontà.

La paura di commettere azioni criminose spinge tante persone a indossare volontariamente una camicia di forza invisibile, chiamata in gergo medico: cura farmacologica e diretta a imbavagliare la creatività in nome di una salute mentale ottenuta artificialmente (a vantaggio delle case farmaceutiche e di chi ha interesse a incrementare un popolo di soldatini conformisti e ubbidienti).

Non è un caso che i mass media riportino il resoconto di avvenimenti delinquenziali ricchi di particolari scabrosi e conditi da immagini sempre più cruente.

Avvenimenti che, secondo i giornalisti, hanno come protagonisti individui del tutto normali, balzati agli onori della cronaca dopo aver compiuto azioni brutali con un’inspiegabile freddezza.

Il quadro della malattia mentale insorta improvvisamente, senza aver mai dato alcun segnale, suscita in ognuno di noi una curiosità morbosa e fa salire l’audience delle notizie, proprio perché racconta una pazzia priva di responsabilità e di relazioni con la vita di chi la manifesta.

Nella realtà le cose sono molto diverse dai resoconti della cronaca nera.

Infatti, dal punto di vista degli specialisti, le persone che arrivano a commettere azioni criminali ne portano le tracce e i sintomi in tutto l’arco della loro esistenza, presente e passata.

delinquenti sono uomini e donne che da bambini hanno dovuto amputare la sensibilità, per riuscire a sopravvivere in condizioni dove, altrimenti, sarebbero stati sopraffatti dall’insicurezza, dal dolore e dall’impotenza.

Nessun bambino nasce cattivo.

Ognuno di noi viene al mondo carico di fiducia e di emozioni, pronto a condividere con gli altri la propria fragilità e la propria complessità interiore.

Non tutti i piccoli, però, trovano ad accoglierli un ambiente capace di riconoscere l’intensità della sensibilità infantile, e in grado di aiutarli nel difficile compito di gestire e di condividere le emozioni.

Nelle situazioni in cui la psiche delicata dei bambini si scontra con una rigida incomprensione da parte degli adulti di riferimento, si creano le premesse per un pericoloso surgelamento emotivo e perché nell’età adulta si manifesti il distacco (indispensabile a compiere atti criminosi).

Sono situazioni rare, ma sempre chiaramente identificabili nell’infanzia delle persone che commettono gesti brutali e inconsulti.

Questi individui non hanno paura di trasformarsi in criminali.

La loro criminalità si basa proprio sull’indifferenza, sulla freddezza e sul cinismo.

Il surgelamento emotivo, infatti, ha paralizzato le loro emozioni quando ancora erano bambini, e questo meccanismo di difesa fa si che non provino alcuna empatia per le vittime, esonerandoli dai rimorsi e dai sensi di colpa.

I serial killer, gli psicopatici e tutti quei personaggi terribili descritti dalle notizie di cronaca nera, vivono senza partecipazione emotiva le azioni agghiaccianti che commettono.

In loro l’unica preoccupazione riguarda la necessità di nascondere le tracce dei crimini, in modo da non venire scoperti, e non il pentimento per le conseguenze di quanto hanno agito.

L’anestesia emozionale, infatti, consente un’imperturbabilità e una premeditazione che altrimenti sarebbero impossibili.

Chi, invece, ha paura di ritrovarsi in balia di un’aggressività incontrollabile, possiede emozioni anche troppo vitali!

E, proprio la capacità di percepire intensamente i sentimenti, scatena la paura di perdere il controllo, mantenendo stabile il confine tra emotività e brutalità.

Così paradossalmente, chi teme di trasformarsi in un mostro, proprio perché vive dentro di sé questa paura, rende attivo un sistema di controllo dell’aggressività.

Mentre chi, invece, agisce con disumanità, ha perso il contatto con l’empatia e con le emozioni e, proprio per questo, si comporta con crudeltà.

Le persone che hanno una personalità creativa possiedono un sistema emotivo potente e sofisticato, e questo a volte fa nascere in loro immagini vivide e cariche di patos, ma la loro immaginazione non tradurrà mai in azioni quelle terribili visioni interiori.

Al contrario, proprio l’esistenza di immagini forti permette all’emotività di sfogarsi senza diventare realtà.

Chi teme di poter uccidere qualcuno ha bisogno di approfondire l’ascolto della propria creatività, riconoscendone le potenzialità e il valore.

Non perché esista il pericolo di trasformarsi in un assassino, ma perché quella paura segnala un blocco dell’espressività individuale.

Quando la creatività non trova la giusta manifestazione nella vita, infatti, si annoda su se stessa dando forma a patologie ansiose e apparentemente incurabili.

L’unica terapia, in questi casi, consiste nel permettere a se stessi di cavalcare l’energia creativa, agendo i cambiamenti indispensabili alla crescita interiore.

Bloccare la propria evoluzione spirituale ed emotiva è il solo crimine che le personalità creative commettono con crudeltà.

Un sintomo contro il quale non servono gli psicofarmaci ma occorre un ascolto partecipe, fatto di comprensione e libertà.

La creatività è l’unica medicina in grado di curare le paure che affliggono il mondo interiore.

Comprenderne il funzionamento dentro di sé è indispensabile per la salute mentale e il primo passo verso una vita migliore.

Per tutti.

Carla Sale Musio

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Dic 28 2014

BAMBINI E CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La parola creatività indica la capacità di guardare le cose in tanti modi diversi, contemporaneamente.

Le persone creative sviluppano una poliedricità che consente di trovare soluzioni nuove, anche davanti a problemi apparentemente irrisolvibili.

La creatività è strettamente legata all’immaginazione e alla fantasia, e si manifesta spontaneamente nella personalità dei bambini ma, con l’ingresso nella scuola dell’obbligo, lo spazio dedicato alle attività spontanee si riduce drasticamente a favore degli apprendimenti scolastici.

Le ore di lezione, i compiti a casa, la palestra, il catechismo, le attività integrative… lasciano poco tempo all’inventiva dei piccoli, costringendoli a rispettare programmi che altri hanno deciso per loro.

Programmi che li prepareranno ad affrontare con successo il futuro, pensati per aiutarli a crescere, ma che spesso danno poca importanza al bisogno di creare.

Al desiderio, cioè, di dare forma a qualcosa che prima non esisteva, facendo emergere, dal nulla, una nuova realtà.

La creatività è una risorsa che, purtroppo, si perde crescendo.

E che da grandi è difficile recuperare, sepolta sotto una valanga di doveri (a cui, senza creatività, è difficile fare fronte efficacemente).

Le attività creative sono uno strumento miracoloso di benessere e di guarigione, una medicina spontanea che la natura ci ha donato per migliorare la vita e superare le difficoltà, trasformandole in opportunità.

Perciò è importante che i bambini siano aiutati a non rinnegare questa loro abilità innata e che, invece, possano esercitarla liberamente, sviluppando la capacità di affrontare gli eventi in modi sempre diversi e utili.

Il gioco creativo è un’attività indispensabile per i piccoli (ma anche per i grandi) perché consente di liberare le potenzialità individuali e di prendere confidenza con l’intuizione, amplificando le possibilità di risolvere i problemi.

La creatività, infatti, ci permette di accedere a una fonte magica, nascosta nelle profondità del nostro inconscio, da cui si sprigionano risposte e soluzioni insospettate, senza bisogno di passare per la logica.

Quando possono liberare la fantasia, senza troppe censure da parte degli adulti, i bambini manifestano le loro propensioni creative spontaneamente, sviluppando la capacità di affrontare la vita con fiducia.

Al contrario, quando la creatività è inibita o peggio ridicolizzata, cede il posto al conformismo e alla necessità di ricevere approvazione e stima adattandosi a modelli di comportamento preconfezionati, piuttosto che liberando le risorse individuali.

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Ma cosa bisogna fare per sviluppare la creatività e quali sono i giochi creativi?

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Chiamiamo creative tutte le attività, ludiche e poco strutturate, che permettono di stimolare l’inventiva.

Nei giochi creativi si utilizzano prevalentemente materiali poco dispendiosi e facilmente reperibili, che lasciano aperta la possibilità di interpretare le cose in modi sempre diversi.

Una scatola vuota, ad esempio, può diventare una culla, una casetta, una prigione, un castello… secondo le situazioni che il bambino ha deciso di rappresentare.

Il gioco creativo non prevede l’utilizzo di giocattoli costosi, tende piuttosto al riutilizzo, alla trasformazione e al riciclo, e si basa sulla possibilità di trovare nuovi usi per gli oggetti.

Nelle case dovrebbe esserci una stanza o, almeno, un angolo dedicato alla creatività.

Uno spazio in cui avere sempre a disposizione: colori, stoffe, colla, forbici, cartoncini, nastri, semi, tappi… e tutto ciò che la fantasia può utilizzare per inventare.

Naturalmente la presenza di un adulto, che sostiene e incoraggia la creatività, è un riferimento necessario perché le potenzialità spontanee dei piccoli possano dispiegarsi.

I bambini, infatti, imparano soprattutto grazie all’imitazione, e l’esempio dei grandi, unito all’incoraggiamento, è un sostegno imprescindibile per permettere loro di esprimere tutte le proprie peculiarità espressive.

Coltivare la creatività permette di avere una marcia in più nell’affrontare la vita.

Sviluppa l’autostima e favorisce una sana cooperazione.

Per le persone creative la condivisione, infatti, è un momento importante, che favorisce spontaneamente la fratellanza, rendendo inutili la competizione e la sfida.

Tutti i creativi sostengono che dare forma a qualcosa di nuovo e migliore sia molto più interessante che vincere o sopraffare.

In un mondo psicologicamente sano, l’unica sfida che valga la pena di affrontare è quella con se stessi.

Carla Sale Musio

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CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

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Giu 10 2014

CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ho chiamato personalità creativa quella struttura di personalità naturalmente sana, curiosa, avventurosa, appassionata e generosa, che la vita ci ha donato alla nascita.

La personalità creativa è il kit che contiene tutti gli strumenti necessari per dare forma al progetto della nostra esistenza e per realizzare il dono che, nascendo, siamo venuti a condividere nel mondo.

Dalla possibilità di esprimere la personalità creativa, prende forma una società di persone realizzate e felici.

Si tratta, infatti, di una struttura di personalità dotata di empatia, sensibilità, creatività entusiasmo, poliedricità, adattabilità, cooperazione e flessibilità.

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La personalità creativa è la partenza e l’arrivo del gioco della vita.

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Il nostro stile di vita, malato di competizione, sopraffazione e violenza, impedisce l’espressione spontanea della personalità creativa, incentivando in questo modo tante patologie.

Patologie che sono proprio la conseguenza della deformazione o della censura della sensibilità e della creatività.

Manifestare la creatività e la sensibilità, infatti, ai giorni nostri è una conquista, e non più la naturale conseguenza della crescita e dello sviluppo psicologico.

Aprirsi all’ascolto e alla conoscenza di sé è diventato un traguardo.

Una meta che si raggiunge attraversando la paura e la solitudine, e affrontando la propria individualità fino a fare crescere le parti bloccate, immature e dipendenti, della personalità.

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Avere una personalità creativa integrata e sana, è l’unico strumento per trasformare il mondo.

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La libertà nasce dall’ascolto, dalla comprensione e dall’accettazione delle proprie inclinazioni.

E dall’integrazione della diversità in se stessi.

Per ottenere questa apertura è necessaria una pedagogia attenta alla sensibilità e alle esigenze dei bambini.

Una società evoluta, infatti, è la conseguenza di un’educazione capace di aiutare i piccoli a esprimere tutte le proprie potenzialità, senza paura.

Viviamo in una cultura intrisa di arroganza e di cinismo, e per questo incapace di accogliere e rispettare i bisogni dell’infanzia.

La violenza e l’indifferenza che purtroppo caratterizzano la nostra specie umana, si ripercuotono gravemente sull’educazione dei bambini, dando forma a una pedagogia nera basata sulla legge del più forte, sulla sottomissione e sull’obbedienza, piuttosto che sull’ascolto delle emozioni e sulla valorizzazione delle diversità.

Diventa così inevitabile, durante l’infanzia, attraversare difficoltà, sofferenze e traumi che, nello sforzo di contenere il dolore e la paura, portano a nascondere la naturale espressione della personalità sotto una corazza protettiva.

Si tratta, purtroppo, di un tentativo maldestro, perché l’armatura costruita per non soffrire provoca a sua volta sofferenza.

E così, per evitare il dolore, finiamo per procurarcene ancora di più.

Interrompere questo circolo vizioso è la rivoluzione che ognuno di noi ha bisogno di compiere, per realizzare le proprie attitudini e per cambiare il mondo, restituendo finalmente a se stesso e agli altri il diritto di esprimere pienamente la propria unicità.

Purtroppo, nella nostra società, manifestare la creatività, la sensibilità e l’empatia, è diventato un lusso riservato soltanto a pochi coraggiosi esploratori del mondo interiore, e non un modo naturale di essere e di vivere.

Il nostro stile di vita, infatti, sembra fatto apposta per annientare queste qualità.

Poiché viviamo in una cultura malata, siamo costretti a nascondere le caratteristiche naturali della personalità (sensibilità, empatia, cooperazione e creatività) e, per sentirci parte della collettività, finiamo per conformarci a dettami di egoismo, di violenza e di prepotenza.

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Il bisogno di rispecchiamento e la pedagogia nera sono armi di persuasione e di controllo dei comportamenti.

m

Il bisogno di rispecchiamento e di approvazione, indispensabile per sentirsi parte di un gruppo, ci spinge a cercare il consenso degli altri.

Mentre una pedagogia nera, centrata esclusivamente sulle necessità degli adulti e del potere, avvantaggia le esigenze dei grandi ignorando la delicata sensibilità dei bambini.

In questo modo l’infanzia, lungi dall’essere il periodo dell’ingenuità e della spensieratezza, si trasforma in una via crucis di sofferenze, incomprensioni e traumi.

Cercando di sfuggire il dolore, i piccoli imparano a nascondere e anestetizzare i propri bisogni, desideri e sogni, occultando la spontaneità dietro una maschera di insensibilità e di durezza.

Fino a trasformarsi in uomini tutti d’un pezzo, pronti ad affrontare le difficoltà della vita senza battere ciglio, e a trasmettere ai loro figli la stessa rigorosa educazione, priva di inutili sentimentalismi.

In questo modo tanti bambini, vittime dei soprusi dei grandi, umiliati, maltrattati e incompresi, diventano adulti a loro volta artefici della stessa violenza subita da piccoli.

Per spezzare questa catena di prepotenza e insensibilità che ha originato il nostro mondo di cinismo, brutalità e indifferenza, bisogna avere il coraggio di ripercorrere all’indietro la strada della crescita, e rivivere il dolore dell’infanzia, incontrando, consolando, curando e adottando, il bambino che siamo stati, con l’adulto che siamo diventati.

Soltanto grazie a una nuova comprensione fra l’adulto e il bambino interiore, potranno prendere forma la pace e la libertà che desideriamo realizzare nel mondo e potrà nascere una cultura finalmente a misura dei bambini, rispettosa della sensibilità, dell’emotività e della creatività di ciascuno.

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La rivoluzione si compie dentro di noi.

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Il cambiamento interiore porta, inevitabilmente, verso un’innovazione esteriore.

La pace, l’armonia, la cooperazione e la libertà derivano dalla capacità di accogliere la propria storia individuale senza censure, accettando ogni aspetto di se stessi con comprensione e senza giudizio.

E permettendo alle parti immature della personalità di svilupparsi, fino a realizzare completamente il potenziale creativo che portano con sé.

Quando gli adulti avranno riscattato la loro infanzia, e riletto la loro storia con occhi nuovi, potremo avere un mondo finalmente libero dalla violenza e dall’emarginazione, e sviluppare una pedagogia capace di aiutare i piccoli a manifestare i propri talenti e la propria creatività, invece che reprimerne le potenzialità trasformandoli in soldatini spaventati e ubbidienti, apparentemente conformi alle regole e segretamente nemici di se stessi.

Cambiare il mondo è la conseguenza di un cambiamento interiore che permette di trasformare il razzismo coltivato contro di sé e contro la propria sensibilità e creatività, in ascolto, accettazione e integrazione.

Dalla tolleranza della debolezza e della diversità, prende forma una società che non discrimina e non emargina, e nasce quel sentimento di autonomia e responsabilità che porta alla cooperazione, al superamento dell’egoismo e alla profonda comprensione dell’unicità di ciascuno.

Il rifiuto, l’allontanamento e la ghettizzazione sono sempre la conseguenza di una non accettazione di se stessi.

Quando il bene degli altri diventa anche il nostro bene, l’empatia può finalmente esprimersi e la creatività può dispiegare tutto il suo potenziale, senza limitazioni.

Solo così la diversità diventa unicità e acquisisce il suo valore di novità e di trasformazione.

Una società evoluta è capace di rispettare ogni cultura.

Ma, soprattutto, ha imparato a non uccidere la sensibilità, l’ingenuità e la mitezza nei bambini e nelle razze animali diverse da quella umana. 

Carla Sale Musio

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Mag 21 2014

INTELLIGENZA CREATIVA

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Dentro ciascuno di noi esiste un’intelligenza creativa caratterizzata dalla capacità di spostare il punto di vista fino a scoprire possibilità nuove nelle cose di sempre.

Grazie a questa intelligenza possiamo scegliere se osservare il mondo assecondando il criterio della prevedibilità e delle consuetudini, o rischiare l’imprevedibile avventurandoci lungo sentieri di conoscenza ancora inesplorati.

L’intelligenza creativa è il più grande antidoto all’infelicità perché rivela soluzioni inaspettate anche davanti ai problemi apparentemente irrisolvibili.

Ogni rivoluzione interiore nasce dalla possibilità di ridefinire se stessi e l’ambiente circostante, fino a raggiungere un diverso modo di interpretare la realtà.

Situazioni, cose, fatti e avvenimenti, contengono sempre un ampio numero di opportunità che, per abitudine o per pigrizia, finiamo per leggere in una sola maniera, imprigionando noi stessi dentro uno stereotipo interpretativo che limita la profondità della vita a uno schema prestabilito e convenzionale.

In questo modo atrofizziamo l’intuizione e la creatività, diventando vittime di quella che in gergo psicologico è chiamata fissità funzionale, ossia la monotona riproposizione di un cliché sempre uguale a se stesso.

La fissità funzionale (ma forse sarebbe meglio chiamarla fissità disfunzionale) è l’opposto dell’intelligenza creativa, e indica l’incapacità di scoprire prospettive nuove.

L’invariabilità e la ripetitività sono la conseguenza di una rigidità nel pensiero e nella personalità, e segnalano un blocco nell’evoluzione individuale.

Mentre l’intelligenza creativa permette di trovare soluzioni inaspettate per risolvere i problemi, la fissità funzionale ci inchioda alle difficoltà facendole apparire insormontabili.

L’inflessibilità con cui un solo codice interpretativo s’impone sulle altre possibilità espressive, infatti, porta a riconoscere esclusivamente l’aspetto più evidente delle cose, impedendo all’inventiva di sperimentare strade alternative per raggiungere i propri obiettivi.

Così, mentre la creatività ci conduce spontaneamente verso il cambiamento e l’acquisizione di altre conoscenze, la fissità funzionale ci incatena al conformismo, paralizzando la plasticità indispensabile per esplorare equilibri nuovi.

L’originalità, l’intuizione e l’ingegno, scaturiscono da un pensiero flessibile e incline alla trasformazione, mentre l’ostinazione, il pregiudizio e la monotonia, sono aspetti tipici di una personalità in difficoltà davanti al cambiamento e alle novità, e segnalano un pensiero stereotipato e convenzionale.

L’intelligenza creativa ci porta a modificare spesso il nostro punto di vista permettendoci di osservare le cose da un’altra prospettiva.

In questo modo si libera nella psiche una corrente di positività che stimola l’autostima e la realizzazione personale.

Possedere un’intelligenza creativa è un presupposto indispensabile per una vita libera, ricca di entusiasmo e di significato, e costituisce l’antidoto naturale alla depressione.

La poliedricità che caratterizza questo tipo di intelligenza permette di scoprire soluzioni e possibilità invisibili a un’osservazione intrappolata negli stereotipi.

Soluzioni e possibilità che invece si rivelano improvvisamente quando si accende l’intuizione creativa, illuminando nuovi percorsi di conoscenza. 

* * *

Rebecca sta preparando l’esame di antropologia culturale quando scopre di avere un fibroma all’utero, per il quale dovrà essere operata.

L’ospedale si trova in una città vicina e il medico che la segue l’ha informata che, pur trattandosi di un’operazione semplice, il suo ricovero durerà circa una settimana.

Rebecca non è mai stata ricoverata in ospedale e l’idea di essere lontana da casa, in un ambiente nuovo, circondata da persone sconosciute, priva di forze e piena di dolori, la terrorizza.

Così ha rimandato la data dell’intervento a dopo l’esame e, per esorcizzare la paura, si butta a capofitto nello studio.

Leggendo i rituali di passaggio delle tribù primitive, però, improvvisamente vede la sua vita in una luce diversa.

Non più vittima di un problema sanitario, ma intrepida protagonista di una cerimonia iniziatica che decreterà per lei il passaggio nell’età adulta.

Togliere il fibroma, infatti, ha la funzione di consentirle in futuro di avere dei bambini suoi.

L’ospedale diventa così la giungla irta di pericoli e belve feroci, dove affrontare coraggiosamente le sue paure, soglia simbolica da oltrepassare per diventare grande a tutti gli effetti, conquistando la maturità e il diritto a entrare nel mondo degli adulti e delle madri.

* * *

Dando fondo a tutti i suoi risparmi, Claudia è riuscita ad acquistare un appartamento piccolissimo.

Un soggiornino, una camera da letto, un bagno appena più grande di un metro quadrato e un balconcino dove stendere.

“Devo prendere le misure anche per il sapone liquido perché se compro il formato famiglia non passa dalla porta!” si lamenta, scherzando con le amiche.

“Forse avrei fatto meglio ad aspettare e mettere da parte ancora qualcosa, invece di accontentarmi di una casa così piccola. Purtroppo, con i soldi che avevo, avrei potuto permettermi soltanto un camper…” riflette tra sé.

Ed ecco la folgorazione!!

Certo!

Di colpo la sua non è più una casa angusta, ma una roulotte enorme, dotata di ogni confort!

* * *

Da quando si è separata, Nunzia vive in un monolocale insieme a Francesca, la sua bambina di sei anni.

Francesca vorrebbe avere una stanza tutta per sé, ma trattandosi di un appartamento in affitto non è possibile realizzare opere murarie.

Per accontentarla Nunzia inventa uno spazio nuovo circoscrivendo un angolo, intorno al suo lettino, con tante scatole di cartone dipinte a colori vivaci.

Uno spazio segreto e colorato, dove Francesca potrà nascondersi o giocare insieme alle sue amiche, e dove potrà riporre i vestiti, i giocattoli, i libri di scuola, le scarpe, i peluche… e tutte le cose che fanno parte del suo mondo.

Carla Sale Musio

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Apr 21 2014

TIPI PSICOLOGICI E DISTORSIONI DELLA CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La creatività è la caratteristica che contraddistingue la specie umana, il dono che siamo venuti a condividere con gli altri esseri viventi.

Nasciamo tutti con una personalità creativa naturalmente portata a esplorare, conoscere, scambiare, amare, creare, trasformare e migliorare.

La creatività è un’energia spontanea e naturale che spinge a esprimere le peculiarità e i talenti, dando forma, per ognuno di noi, a un modo di essere unico e speciale.

Creare significa abbandonare i criteri abituali con cui interpretiamo le cose per esplorare un punto di vista nuovo.

La capacità di mettere da parte il proprio mondo per accogliere in sé l’esperienza di un altro è il fondamento dell’empatia.

Quest’apertura interiore ci porta a sperimentare un’idea nuova, grazie alla quale diventa possibile realizzare un diverso modo di fare le cose.

La salute mentale è strettamente legata alla possibilità di esprimere la propria creatività nella vita di tutti i giorni.

Infatti, senza questo ingrediente prezioso, l’esistenza perderebbe il suo significato per ridursi a una sequenza di doveri senza senso.

Tutti i bambini sono naturalmente creativi, curiosi, privi di pregiudizi e desiderosi di sperimentare la realtà da innumerevoli punti di vista differenti.

La creatività è alla base della fantasia, dell’immaginazione, dell’inventiva e della genialità ma anche dell’ascolto, della partecipazione, della condivisione e dell’amore.

E’ il presupposto dell’entusiasmo, della voglia di vivere e della realizzazione personale.

Creatività ed empatia camminano insieme dando forma a un percorso di arricchimento e di trasformazione senza fine.

La vita stessa è un processo di cambiamento in cui tutto si modifica per diventare costantemente nuovo e migliore.

I bambini lo sanno d’istinto.

Gli adulti invece lo dimenticano e, spesso, condannano se stessi a una monotonia esistenziale da cui originano tante patologie, mentali e fisiche.

Empatia e creatività, vitali e spontanee nei piccoli, troppe volte si estinguono nell’esperienza dei grandi perché il bisogno di riconoscimento, di accettazione e di amore, spinge a nascondere i talenti naturali pur di ottenere approvazione e stima dagli altri.

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CREATIVITA’ ED EMPATIA PORTANO A VIVERE CON INTENSITA’ TUTTE LE SITUAZIONI

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L’apertura davanti ai sentimenti è il presupposto che permette all’energia creativa di manifestarsi e di fluire.

Bloccare l’espressione delle emozioni conduce inevitabilmente a censurare la creatività che, privata del suo naturale nutrimento emotivo, limita l’avventura della vita a un cumulo di abitudini, prevedibilità, ripetitività e controllo.

Il nostro modo di vivere, improntato a soddisfare principalmente le esigenze dell’economia, non ha rispetto per la sensibilità interiore e tende a considerare le emozioni come se fossero velleità improduttive, disprezzabili e inutili.

In quest’ottica, sensibilità e creatività sono considerate buone soltanto per perdere tempo, espedienti per evadere dalla realtà e dalla materialità della vita.

Uno stile educativo inflessibile e prevaricatore imperversa insidiosamente negli spazi dedicati all’infanzia, censurando l’ascolto dei sentimenti a vantaggio di una disciplina rigida, centrata sui bisogni dell’adulto e funzionale al mantenimento del potere di pochi e della sottomissione di molti.

Da questa pedagogia nera hanno origine la maggior parte dei traumi e delle sofferenze che caratterizzano la vita infantile e che, nel tempo, portano alla costruzione di un falso sé, apparentemente ben adattato alla realtà sociale ma profondamente disfunzionale e patologico.

Ne segnalano l’esistenza e la pericolosità, gli inspiegabili attacchi di panico e le tante depressioni senza causa, che affliggono la nostra vita “moderna”.

Per proteggersi dalla propria vulnerabilità emotiva i bambini sono costretti a chiudersi all’ascolto dei sentimenti, impedendo all’empatia e alla creatività di fluire liberamente e naturalmente, ed erigendo dei blocchi nell’espressione del carattere e dei comportamenti.

Blocchi che, col tempo, provocano una deformità nella loro personalità creativa e che portano allo strutturarsi di una struttura difensiva chiamata appunto: falso sé.

Il falso sé nasconde le ferite infantili sotto una maschera che impedisce al dolore di emergere e che imprigiona, insieme alla sofferenza, anche l’entusiasmo e la voglia di vivere.

L’angoscia dei bambini, infatti, è lacerante e priva di difese e le sofferenze vissute nei primi anni di vita costringono la personalità a limitare se stessa, nel tentativo di evitarne l’intensità, provocando il surgelamento dell’emotività e una pericolosa chiusura esistenziale.

E’ così che i traumi infantili deformano la naturale poliedricità della personalità creativa arrestandone lo sviluppo naturale e determinando un’alterazione del suo potenziale che,  incapsulato nell’anestesia emotiva, riduce insieme alla sofferenza anche l’espressione dell’individualità e dell’originalità.

In questo modo la ricchezza creativa degli esseri umani viene ingabbiata dentro uno stereotipo emozionale limitante, a sua volta fonte di nuove sofferenze.

Da sempre la psicologia e la psichiatria hanno concentrato la loro attenzione sulle patologie, tralasciando lo studio di come debba essere una struttura di personalità sana, vibrante di entusiasmo e di vitalità.

Le teorie della personalità descrivono un’infinità di tipi psicologici, ognuno portatore di un difetto, ossia di una patologia da curare opportunamente con i farmaci o con la psicoterapia.

Ma, dietro tutte le caratterologie, esiste sempre una personalità creativa, avventurosa, libera, poliedrica, empatica, innamorata della vita e pronta a dispiegare tutte le sue potenzialità per dare forma alla speciale unicità di ciascuno.

Inibire la creatività è l’origine e la causa di tutte le sofferenze psicologiche.

Soltanto ristabilendo il flusso vitale dell’energia emozionale e creativa, all’interno della personalità di ciascuno, diventa possibile riscattare la salute mentale e restituire alla vita il suo profondo e unico significato.

In natura non esistono i tipi psicologici.

Ognuno è unico e speciale, pronto a guardare negli occhi la diversità e a sperimentare se stesso assecondando il flusso della creatività.

Ognuno scopre la propria originalità di momento in momento, lungo un percorso di crescita e cambiamento che non ha fine.

Creatività ed empatia sono le uniche armi che ci permettono di conquistare l’amore e di incontrare gli altri nel rispetto, nella condivisione e nell’autonomia.

Carla Sale Musio

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Mar 22 2014

SI PUO’ AVERE UNA PERSONALITA’ SANA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando gli specialisti parlano di personalità, si danno sempre molto da fare nel definire le più svariate patologie.

Ci sono gli introversi e gli estroversi, i depressi e gli ansiosi, i narcisisti, gli ipocondriaci, i bipolari… e chi più ne ha più ne metta!

Basta leggere la descrizione di qualche tipologia caratteriale, in una delle innumerevoli teorie della personalità, per riconoscere un pezzetto di sé in tante identità differenti. Tutte problematiche.

A nessuno degli esperti, però, viene in mente di mettere nero su bianco come dovrebbe essere una personalità sana e vitale.

Sembra che l’obiettivo della psichiatria e della psicologia, più che descrivere una buona condizione psicofisica, sia scovare sempre nuove malattie da curare.

La salute e il benessere non portano guadagni nelle casse delle case farmaceutiche e perciò, chi lavora al servizio dei loro interessi preferisce dimenticarsene, privilegiando una definizione del carattere e dei comportamenti in cui sia possibile identificarsi grazie alla presenza di qualche disfunzione.

In questo modo si garantisce una lunga dipendenza dalle cure mediche e psicologiche.

La problematicità porta con sé una sfiducia nelle risorse personali e nella possibilità di far fronte da soli alle difficoltà, e genera insicurezza, stimolando il bisogno di ricevere conferme dagli altri e di uniformarsi ai comportamenti condivisi, per sentirsi accettati.

Questo scenario di conformismo e sudditanza psicologica è indispensabile per vendere con successo tanti prodotti, spesso inutili e costosi.

La sanità non fa tendenza, è di moda la malattia.

C’è un bisogno crescente di condividere la sofferenza, una sorta di gara a chi sta peggio, per conquistarsi la commiserazione degli altri e l’autorizzazione ad abdicare alle responsabilità imposte dalla vita.

Nella salute, infatti, è implicita la capacità di saper scegliere per se stessi.

Le responsabilità di questi tempi fanno paura.

Si preferisce il conformismo alla libertà.

L’indipendenza è giudicata troppo impegnativa.

Mettersi al centro della propria esistenza, significa ammettere che le difficoltà che incontriamo ogni giorno sono la conseguenza di un modo personale di affrontare la vita, piuttosto che il frutto dei capricci di Dio, del Destino, della Sfiga o di qualche altro potere incomprensibile ed esterno a noi.

Prendere su di sé la responsabilità di quello che viviamo, è un azzardo riservato a pochi coraggiosi, intrepidi e solitari avventurieri nell’oceano del conformismo e dell’indifferenza che caratterizzano questa nostra società malata d’ipocrisia.

Ma lamentarsi non serve per cambiare il mondo, serve piuttosto osservare come l’ipocrisia interiore generi un mondo ipocrita e beffardo, pronto a deridere l’indipendenza con la stessa arroganza con cui segretamente abbiamo ucciso la libertà dentro di noi e nella nostra vita.

Così, chi sceglie l’autonomia, e la creatività che ne consegue, deve affrontare il rischio di essere se stesso, diverso e uguale a una realtà che riflette costantemente le scelte compiute nel mondo interiore e che ci tratta nel modo in cui segretamente trattiamo la nostra verità individuale.

La creatività è l’ingrediente base di una personalità sana e piena di energia.

Fa parte del bagaglio genetico di ogni essere umano ed è importante imparare a conoscerla e a gestirla per sentirsi in ottima salute.

La sua espressione ci rende pieni di entusiasmo, di progetti e di possibilità.

Censurarla o reprimerla, invece, colora di grigio la vita e ci lascia emotivamente svuotati, privi di partecipazione e di significato nel portare avanti le incombenze quotidiane.

La creatività è la premessa dell’originalità e dell’unicità di ciascuno, il suo potere trasforma le cose di ogni giorno in momenti speciali, rivelando punti di vista sempre nuovi lungo il percorso di evoluzione e di crescita che chiamiamo vita.

La sua peculiarità è la scoperta di un modo di osservare le cose: in costante cambiamento.

Spostare il punto di vista, infatti, ci aiuta a vedere in profondità e arricchisce le esperienze di possibilità nuove.

Possibilità che stimolano trasformazioni e novità.

In questo modo la creatività ci fa diventare grandi e competenti e ci fa sentire piccoli e inesperti.

Infatti, se da una parte la sua poliedricità arricchisce di saggezza le esperienze, dall’altra le sue infinite potenzialità ridimensionano l’egocentrismo e l’onnipotenza rammentandoci la nostra marginalità di fronte al Tutto.

La creatività è un modo di essere. Permette di dare espressione alla vita e di osservare ciò che ci circonda con curiosità, ammirazione e rispetto.

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Creatività e libertà camminano insieme, consentendo alla unicità di ciascuno di interagire col mondo, in una danza i cui passi si rinnovano di momento in momento.

La responsabilità è la via che conduce alla scoperta della creatività dentro di sé.

Creare, infatti, significa scegliere e perciò assumersi le proprie responsabilità.

L’originalità che, per definizione, caratterizza ogni processo creativo impedisce la delega, facendo emergere l’autonomia e la libertà individuale.

Accettare pienamente la creatività porta a osservare le scelte personali con lucidità, ed evidenzia la responsabilità di vivere la vita procedendo lungo il percorso mutevole e cangiante del proprio punto di vista.

Abbiamo tutti una personalità sana e creativa, vibrante di salute e di possibilità, libera di esplorare lo sconosciuto interpretando la realtà in forme sempre nuove e migliori.

Abbiamo tutti il dovere di esprimere la nostra unicità, affrontando la solitudine e la profondità di essere noi stessi.

Abbiamo tutti il bisogno di scoprire e condividere la creatività, accogliendone la diversità con amore e rispetto.

Ma soprattutto, abbiamo bisogno di sperimentare l’autonomia, consapevoli che solo nella libertà interiore prende forma la salute e finalmente può realizzarsi un mondo a misura di tutti.

E non solo di pochi.

Carla Sale Musio

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Mar 04 2014

LA CREATIVITA’ E’ ENERGIA

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La creatività è l’energia di cui è fatta la vita.

Senza questa misteriosa e inafferrabile propulsione, infatti, non esisterebbe niente.

La creatività permea la nostra sensazione di esistere, motiva le passioni, stimola il desiderio di conoscenza, libera l’avventura, portandoci a scoprire la verità profonda nascosta dietro il velo delle apparenze che comunemente chiamiamo realtà.

La creatività non si può definire, non si può catturare, non si può riprodurre in laboratorio e non si può comprare.

Si può solo viverla, sperimentandone dentro di sé il potere magnetico e misterioso.

Ma che cosa s’intende con la parola: creatività?

A dispetto di ciò che si crede comunemente, la creatività non è un’abilità artistica.

E’ creatività: tutto ciò che rende unica e speciale l’esistenza.

Creatività è sperimentare un punto di vista nuovo!

E’ l’entusiasmo che hanno i bambini.

E’ un pensiero che attraversa la mente, colmo di ispirazione.

E’ la sconfinata bellezza di un fiore.

E’ una danza intensa di passione.

E’ una carezza che asciuga le lacrime.

E’ una forza capace di cambiare il mondo e trasformare la vita.

La creatività è il segreto della felicità.

Ma per raggiungerla, per esprimerla e per viverla, bisogna saper affrontare la solitudine e la soggettività che l’accompagnano.

Creatività e soggettività vanno insieme.

Non è possibile sperimentare la creatività cercando conferme e approvazione perché, per definizione, la creatività è originalità, novità, cambiamento e trasformazione e perciò, incompatibile con la necessità di omologarsi a scelte prestabilite e convenzionali.

Tutto ciò che è comune, standard, conforme o uguale, è sempre l’antitesi della creatività.

Per questi motivi i bisogni di riconoscimento e di appartenenza si scontrano spesso col desiderio di percorrere nuove vie.

L’originalità non è conforme.

Esplora verità ancora impensabili e incontra una dura opposizione da parte di chi ha bisogno di ancorarsi alle proprie certezze per sentirsi al sicuro.

Esprimere la propria creatività rende liberi e realizza la missione che ognuno, nascendo, è venuto a svolgere nel mondo e a condividere con gli altri.

Ma l’autonomia individuale ostacola il predominio dei pochi sui molti e perciò, nei secoli, la creatività è stata combattuta e messa al rogo in nome del potere e del controllo.

Tanti uomini e donne hanno pagato con la vita l’espressione della propria genialità intellettuale, umanitaria, filosofica, scientifica o artistica.

Oggi la globalizzazione ha ridotto quasi a zero il potere miracoloso della creatività annientandolo in nome di un conformismo sempre più totalizzante e coercitivo.

Le malattie, la sofferenza, la violenza e la progressiva perdita di significato dell’esistenza, sono la conseguenza di questo annichilimento progressivo.

Ma, nonostante tanto ostracismo, eliminare la creatività è impossibile, la sua vitalità risorge dalle ceneri come una fenice, trasformando l’esistenza in una spirale infinita di cambiamento e di novità.

La creatività è un’energia che attraversa il cuore e dà forma alla vita.

Il suo potente entusiasmo interiore è l’unica medicina capace di trasformare gli ostacoli in opportunità.

Bloccare il suo flusso naturale crea dei blocchi che inibiscono l’espressione spontanea di se stessi e impediscono al pensiero di scorrere libero.

Molti sintomi psichici dipendono da una paralisi della creatività.

Infatti, quando l’espressività individuale non trova sbocchi per dispiegare la propria energia, si manifesta nell’unico spazio che trova a disposizione: il corpo.

Attacchi di panico, ansie immotivate, depressioni… segnalano una censura della creatività e sono la conseguenza di idee e comportamenti eccessivamente rigidi e conformisti.

Assecondare la creatività è perciò il primo passo per una vita soddisfacente e ricca di significato.

L’espressione delle sue potenzialità mette fine ai conflitti, alla violenza e alla sopraffazione e riempie la vita di possibilità, permettendo a ogni creatura di raggiungere la realizzazione del proprio potere evolutivo.

Tutte le personalità creative hanno un accesso immediato e spontaneo alla creatività e, per mantenersi sane, hanno bisogno di lasciarla fluire in ciò che fanno.

Questo, purtroppo, nella nostra società massificante, crea spesso molti problemi, incomprensioni e dolore.

La vita moderna, infatti, sembra progettata apposta per annientare gli entusiasmi dei creativi e promuovere un modello di comportamento unico, stereotipato e insensibile, funzionale al consumismo e ai guadagni delle multinazionali.

Per far emergere la propria creatività, oggi è necessario superare la diffidenza e il pregiudizio che da secoli ne incatenano l’energia, permettendo a se stessi di ascoltare con fiducia la propria soggettività, senza ostinarsi a cercare conferme.

Liberare la creatività, perciò, significa combattere il pregiudizio dentro di sé, sciogliendo i blocchi e medicando le ferite che ne impediscono il dispiegarsi. 

Soltanto ritrovando la chiave del potere creativo individuale potremo costruire una società capace di accogliere senza discriminare e di trasformare la diversità in ricchezza e valore.

Per tutti.

 Carla Sale Musio

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Ott 11 2013

CREATIVITA’, LEADERSHIP E POTERE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Le persone che amano il potere non hanno mai una leadership adeguata perché non sono capaci di pensare nell’interesse di tutti.

Il desiderio di emergere sugli altri li spinge a mettersi in vista e a ricercare posizioni di comando ma, purtroppo, la brama narcisistica dell’autorità ostacola il raggiungimento di un’organizzazione efficace, centrata sui bisogni, sul rispetto e sulla valorizzazione di tutti i partecipanti.

Per mantenere uno status di guida queste persone cercano di ottenere consensi usando la supremazia, il plagio, la seduzione e, a volte, purtroppo, anche la corruzione.

Così facendo finiscono inevitabilmente per anteporre il successo personale al raggiungimento degli obiettivi comuni.

Quando il bisogno narcisistico deve evolversi e imparare a lasciare spazio all’empatia e all’altruismo, la personalità non è adatta alla gestione delle risorse comuni e la leadership è destinata al fallimento.

L’antidoto all’egocentrismo e all’autoritarismo è la creatività, cioè quel bisogno interiore che ci spinge a scoprire punti di vista nuovi nelle cose di sempre.

La creatività conduce le persone a disinteressarsi del potere e dell’autorità.

Troppo occupati a tradurre in realtà le loro ispirazioni, i creativi non amano le gerarchie, la competizione, la sopraffazione (e nemmeno la vittoria).

Preferiscono concentrare le proprie energie nella trasformazione e nel cambiamento di se stessi e di ciò che hanno intorno.

Proprio queste caratteristiche fanno di loro degli ottimi leader.

Una buona leadership tiene conto delle esigenze di tutti e sa distribuire le competenze valorizzando le capacità e lasciando che ciascuno metta i propri talenti al servizio dell’interesse comune.

Chi è capace di cogliere le qualità presenti negli altri è anche (inevitabilmente) dotato di empatia e propenso a gestire i ruoli di comando senza prevaricare.

Questo succede quando il pensiero è orientato verso il raggiungimento di un benessere capace di coinvolgere se stessi e gli altri in uguale misura.

La creatività di solito si accompagna all’empatia.

E l’empatia è l’ingrediente base dell’altruismo.

Creatività ed empatia sono i requisiti fondamentali di una buona gestione della leadership e fanno sì che le personalità creative si trovino spesso a guidare e organizzare gli altri.

Anche se non sempre è facile riconoscere la leadership nei loro comportamenti intuitivi, accomodanti e disponibili.

Proprio perché non amano il comando e la sopraffazione, sono spesso dei leader occulti.

Si tratta di leader che non emergono immediatamente ma che sanno costruire nel tempo relazioni basate sulla fiducia e sulla reciprocità, e che per questo si ritrovano (prima o poi) a gestire le risorse comuni.

Queste persone non amano il potere di per sé, amano l’armonia nelle cose e tra le persone, e si prodigano nel costruire climi emotivamente accoglienti e giocosi, spazi di condivisione in cui sia possibile esprimersi con spontaneità e senza censure.

Per loro la leadership è un compito… inevitabile, un incarico che accolgono in sé come una missione a cui non è possibile sottrarsi.

Sentono il dovere di mettere le proprie risorse al servizio degli altri e lo fanno accollandosi spontaneamente il carico di coordinare le energie di tutti verso un vantaggio comune.

Il benessere di tutti, infatti, è la condizione indispensabile perché sia possibile esprimere creatività ed empatia, e godere insieme di uno scambio capace di arricchire tutti i partecipanti.

Sia la creatività che l’empatia, muovono sempre le azioni di questi leader, semplici e alla mano, portandoli naturalmente a prodigarsi per il raggiungimento di un’armonia collettiva.

Quando è necessario unire le forze per realizzare un obiettivo comune, la personalità creativa mostra tutta la sua autorevolezza, discreta e partecipe, attenta ai bisogni degli altri e capace di riconoscerli in sé anche prima che questi ultimi se ne siano resi coscientemente conto.

Chi è in contatto con la propria personalità creativa ha spesso la consapevolezza delle necessità e degli stati d’animo delle persone con cui interagisce (un po’ come se fosse dotato di un radar interiore in grado di sintonizzarsi sul mondo emotivo degli altri). 

Purtroppo questa consapevolezza può diventare causa di emarginazione da parte di coloro che, sentendosi messi a nudo dallo sguardo “creativo”,  non sono ancora pronti a condividere la propria verità interiore.

In questi casi le risorse della personalità creativa sono combattute o fraintese e può strutturarsi un modo di essere che privilegia la finzione invece dell’onestà e che utilizza l’arroganza e la competizione per salvare i propri privilegi narcisistici.

Tanti creativi cercano di sfuggire la naturale propensione alla leadership, mimetizzando le proprie risorse nel tentativo di farsi accettare nonostante la loro scomoda intuizione.

Ma, proprio questo deformarsi pur di ottenere approvazione è la causa di  sofferenze e di  patologie mentali.

La creatività, l’empatia e la leadership sono risorse vitali per il benessere di chi le possiede e della collettività, dal loro riconoscimento e dalla loro valorizzazione prende forma un mondo basato sul rispetto, sulla cooperazione e sulla conoscenza reciproca.

La repressione e l’occultamento di queste preziose potenzialità ci priva dei mezzi indispensabili per vivere insieme e costituisce la radice di tante guerre.

In se stessi e nel mondo.

Carla Sale Musio

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Set 30 2013

LA SCUOLA NON AMA LA CREATIVITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nasciamo tutti con una personalità creativa e con il compito di armonizzare i due emisferi del cervello e i loro due diversi modi di intendere la realtà.

La via del cuore e la via della ragione s’intrecciano e si combattono nelle esperienze, spingendoci verso il raggiungimento di un equilibrio che arricchisce la nostra vita di possibilità.

Il cuore, infatti, tende a vivere in un immediato (ed eterno) presente fatto di emozione, di coinvolgimento, di colori, di musica, di intuizione e di empatia.

La mente invece ci spinge a ragionare, a fare progetti, a catalogare, a imparare dall’esperienza e a costruire seguendo un prima e un dopo.

Entrambe queste modalità conoscitive, sono indispensabili per sentirsi bene e per esprimere la nostra individualità nel mondo.

Insieme costituiscono gli strumenti indispensabili per dare forma alla missione che siamo venuti a svolgere nascendo. 

Da bambini l’alternanza della via emotiva, immediata e immersa in un eterno adesso, con il ragionamento logico, fatto di momenti successivi, di presenza e assenza, di progetti, di pazienza, di conquiste e di riflessione, crea spesso disorientamento, paure e confusione.

Le cose sembrano sempre essere duplici. E perciò difficili.

L’amore ci riempie di dolcezza trasportandoci in un’estasi dorata e ricca di possibilità, ma poi è così difficile incasellarlo dentro lo scorrere del tempo e mantenere quella sua assoluta sicurezza quando incontriamo il buio dell’assenza, della mancanza e del dubbio.

La logica ci permette di organizzare la vita e i pensieri in forme ordinate e condivisibili ma spesso non riesce a esprimere la danza delle passioni che anima la nostra emotività.

La via del cuore e la via della ragione ci trasportano in terre e percezioni diverse, e ci insegnano a muoverci nella quotidianità utilizzando di volta in volta le risorse necessarie a realizzare i nostri obiettivi.

Entrambe sono indispensabili per esprimere la complessità del mondo interiore e per raggiungere la verità.

L’ingresso nella scuola elementare, però, mette drasticamente fine al lavoro di armonizzazione, iniziato alla nascita, e all’impegno nel cavalcare cuore e ragione insieme.

I programmi ministeriali sembrano fatti apposta per annichilire l’emisfero destro e stimolare al massimo l’emisfero sinistro.

La grammatica, la matematica, la storia, la geografia, le scienze, occupano la fetta più grossa del tempo trascorso in classe e, mano a mano che passano gli anni, confinano in uno spazio sempre più scarno il disegno, la musica, la socializzazione, la condivisione e l’affettività.

A scuola, infatti, quello che conta sono soprattutto gli apprendimenti logico matematici. Dell’emozione… se ne può fare a meno!

Al termine della carriera scolastica, l’emisfero destro è ormai ridotto a un ruolo di subordine nell’esplorazione e nella valutazione della realtà.

Mentre l’emisfero sinistro ha conquistato uno status da padrone e, con la meticolosità e la precisione che lo contraddistinguono, mantiene costantemente la propria egemonia nel valutare gli eventi.

E’ così che la personalità creativa atrofizza le sue peculiarità e camaleonticamente si trasforma fino a corrispondere al modello di comportamento proposto dalla società.

La scuola forma gli individui del domani.

E nel domani della nostra società le funzioni dell’emisfero destro non sono contemplate!

La personalità creativa ha un bisogno naturale e imprescindibile di mantenere attivi entrambi gli emisferi e di esplorare il mondo utilizzando le risorse e i modi di conoscenza di tutti e due.

Disimparare a usarne uno per avvantaggiare l’altro, crea un pericoloso squilibrio nella percezione della realtà e provoca la sofferenza mentale che oggi conosciamo e che ha portato all’uso degli psicofarmaci e della diagnosi psichiatrica come mezzo di normalizzazione e omologazione delle differenze e della espressività individuale.

La creatività ci spinge a essere naturalmente diversi, e proprio l’accoglienza della nostra diversità è l’ingrediente fondamentale della libertà e di un mondo basato sull’amore e sul rispetto per tutte le creature.

Annichilire l’emisfero destro significa amputare dalla personalità la sensibilità, l’empatia, l’emotività, l’immaginazione e la genialità.

La sua mancanza di funzionalità ci rende idonei a trasformarci in un popolo di consumatori ubbidienti, privi di fantasia e di iniziativa e pronti ad arricchire le tasche dei pochi che da sempre governano i molti.

Per questo la scuola è la principale responsabile dell’occultamento della personalità creativa e dell’incremento di quelle patologiche “strutture di personalità” di cui parlano la medicina e la psicologia nei loro manuali di psicopatologia.

Ognuno di noi nasce sano e portatore di una personalità creativa fatta apposta per esprimere i talenti e le peculiarità individuali, per realizzare i doni che  siamo venuti a condividere nella vita.

Ma dalla arbitraria prevaricazione della mente sul cuore ha origine un mondo fatto di ingiustizie, di sofferenza, di violenza, di pregiudizi e di insensibilità. 

Chi possiede una personalità creativa si ritrova perciò davanti al difficile compito di ripristinare l’equilibrio tra la logica e la sensibilità, tra l’ordine e la creatività, tra la regola e il caso, tra il caos che alimenta la vita e la sequenza che ci permette di leggerla.

Per riuscirci è necessario andare oltre gli insegnamenti della scuola e superarne il limite, occorre ridare valore alla profondità di se stessi, all’imprendibile che sta dietro la materialità delle cose e ne determina il valore.

La personalità creativa ci spinge a riabilitare il potere dell’unicità individuale, dell’esperienza affettiva, dello scambio, della cooperazione, della condivisione, dell’indipendenza, dell’autonomia e della libertà.

Considerati poco importanti dai programmi ministeriali, questi bisogni, caratteristici di un emisfero destro attivo, spingono i ragazzi a isolarsi e a disinteressarsi agli argomenti scolastici, proprio perché inconsciamente ne intuiscono il limite e la pericolosità.

In difficoltà davanti al tentativo di uniformarsi al modello acritico e sottomesso del “bravo studente”, i creativi hanno spesso un rendimento scarso e difficile a scuola e vivono momenti di emarginazione e sofferenza.

(Basta leggere le biografie di  tanti grandi geni per averne una testimonianza inconfutabile) 

Riconoscere le modalità di funzionamento dell’emisfero destro, con il suo corollario di empatia e creatività, permette ai genitori e agli insegnanti di aiutare i ragazzi ad affrontare le inevitabili difficoltà della scuola, senza perdere il contatto con la ricchezza e la vitalità del proprio mondo interiore.

Per far questo è indispensabile che gli educatori per primi abbiano compreso la propria personalità creativa e le sue peculiarità.

Soltanto l’esperienza personale, infatti, permette di abbracciare l’empatia e la creatività senza rifugiarsi in un teorizzare accademico, privo di sensibilità e perciò poco convincente.

Carla Sale Musio

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