Giu 24 2015

EMOZIONI ECCESSIVE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando si arrabbia, Chiara si sente posseduta da un’energia distruttiva.

Immagini cupe e vendicative le affollano la mente e teme di compiere azioni di cui potrebbe pentirsi una volta ritrovata la calma.

Per paura di perdere il controllo e trasformarsi in una pericolosa criminale, la ragazza nasconde il malumore, cercando di essere gentile e accondiscendente anche quando vorrebbe protestare, ma questo non fa che aumentare il gradiente emotivo facendola sentire sempre più pericolosa… in un circolo vizioso che finisce per renderla insicura e confusa.

* * *

Eleonora non riesce a guardare scene di violenza senza restare scossa per lungo tempo, come se facessero parte della sua vita.

Inutilmente cerca di distrarsi pensando ad altro.

Ogni tentativo la riporta al punto di partenza!

Le immagini drammatiche le tornano in mente e la torturano come se fosse la vittima delle sciagure viste nei video, nei film o alla televisione, al punto che a volte è costretta a ricorrere ai farmaci per riuscire a dormire.

* * *

Simone prova una tenerezza infinita per gli animali, che ai suoi occhi appaiono come bambini indifesi e innocenti.

Vorrebbe proteggerli ma, davanti all’impossibilità di cambiare un mondo che li sfrutta e li maltratta senza pietà, si sente amareggiato e impotente, complice forzato della crudeltà dei suoi simili.

Così, quando può, fa di tutto per aiutarli, rinunciando al tempo libero e alle comodità.

Gli amici e i parenti lo sgridano, ripetendogli che dovrebbe essere meno sensibile.

“Il mondo è fatto così e ognuno deve salvarsi la pelle da solo, uomini o animali, fattene una ragione!”

Ma Simone non riesce a cambiare la sua natura empatica e premurosa e, quando si sforza di fare l’indifferente, è a disagio e in contrasto con se stesso.

* * *

ChiaraEleonora e Simone, hanno una sensibilità molto potente, capace di provare sentimenti intensi e di produrre immagini interiori vivide, colorate e realistiche.

Immagini che a volte li spaventano facendoli sentire degli alieni, dolorosamente diversi dal resto del mondo.

Le persone che possiedono una personalità creativa sono attraversate da un’energia intensa e coinvolgente che può farle sentire incomprese e sbagliate, finché non imparano a gestire il loro sofisticato sistema emotivo.

La creatività è un modo di essere caratterizzato dalla capacità di spostare frequentemente il punto di vista.

Capacità che consente di accogliere dentro di sé i vissuti degli altri e di osservare la vita in tante prospettive diverse contemporaneamente.

Creatività ed empatia camminano a braccetto potenziandosi vicendevolmente e dotando chi è creativo di una forte sensibilità.

Questo significa che i creativi:

quando si arrabbiano… si arrabbiano MOLTO,

quando soffrono… soffrono MOLTO,

quando amano… amano MOLTO,

se sono felici… lo sono MOLTO,

se si entusiasmano… si entusiasmano MOLTO!

In loro tutte le emozioni sono sempre MOLTO intense, ma questo non vuol dire che possano ammutolire la volontà e spingerli a compiere gesti inconsulti.

E’ vero, alle persone creative piace cambiare: vita, gusti, interessi, opinioni… ma la loro poliedricità non le trasforma in mostri pericolosi.

Anzi! La capacità di vivere intensamente le emozioni porta a comprendere i sentimenti degli altri, acquisendo una grande ricchezza interiore e sviluppando ulteriormente l’empatia (che è proprio l’antitesi della violenza).

La sensibilità, che caratterizza la loro spiccata intelligenza emotiva, è l’unica arma capace di combattere il cinismo che sta distruggendo il nostro mondo.

La cultura dell’indifferenza in cui siamo immersi, a volte può farli sentire eccessivamente partecipi e per questo sbagliati. 

Ma è vero proprio il contrario!

Quando la creatività potrà esprimersi liberamente nella personalità di ogni essere umano, non ci saranno più guerre, competizione, predominio o violenza, che sono, invece, la conseguenza di una scarsa intelligenza emotiva e dell’inibizione dell’empatia e della espressività individuale.

Sentire dentro di sé il dolore degli altri, amare gli animali, comprendere le ragioni e i vissuti della diversità… sono i presupposti di un mondo basato sull’accoglienza e sull’amore.

Un mondo sano in cui l’energia delle emozioni fluisce senza ostacoli, attraversando i cuori delle persone fino a permettere a ogni creatura di esprimere la propria autenticità.

Senza vergogna.

Carla Sale Musio

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Apr 26 2015

HO PAURA DI UCCIDERE QUALCUNO… !!!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tante persone vivono un’angoscia paralizzante all’idea che un impulso criminale possa invadere la coscienza, senza preavviso, costringendole a compiere azioni violente ai danni di coloro ai quali vogliono più bene.

In quei momenti, nel loro mondo interno, come su uno schermo cinematografico, si profilano scene spaventose e cruente, in cui vedono se stesse compiere gesti terribili.

Terrorizzate all’idea che le proprie immagini interiori possano prendere improvvisamente forma nella realtà, queste persone impazziscono di paura e spesso finiscono per cercare un aiuto farmacologico, nel tentativo di sfuggire al malessere suscitato dai loro stessi pensieri.

L’idea che ognuno di noi possa trasformarsi in un killer cinico e spietato, è una paura abilmente indotta dalle notizie di cronaca nera, con l’obiettivo nascosto di espropriarci dalla nostra psiche per renderci schiavi di opinioni che difficilmente, in seguito, potranno essere abbandonate.

L’effetto di questa possessione è di sentirsi fuori luogo e colpevoli anche dentro se stessi, vittime di una presunta patologia mentale capace di paralizzare il cuore fino a renderci pericolosamente crudeli, contro la nostra stessa volontà.

La paura di commettere azioni criminose spinge tante persone a indossare volontariamente una camicia di forza invisibile, chiamata in gergo medico: cura farmacologica e diretta a imbavagliare la creatività in nome di una salute mentale ottenuta artificialmente (a vantaggio delle case farmaceutiche e di chi ha interesse a incrementare un popolo di soldatini conformisti e ubbidienti).

Non è un caso che i mass media riportino il resoconto di avvenimenti delinquenziali ricchi di particolari scabrosi e conditi da immagini sempre più cruente.

Avvenimenti che, secondo i giornalisti, hanno come protagonisti individui del tutto normali, balzati agli onori della cronaca dopo aver compiuto azioni brutali con un’inspiegabile freddezza.

Il quadro della malattia mentale insorta improvvisamente, senza aver mai dato alcun segnale, suscita in ognuno di noi una curiosità morbosa e fa salire l’audience delle notizie, proprio perché racconta una pazzia priva di responsabilità e di relazioni con la vita di chi la manifesta.

Nella realtà le cose sono molto diverse dai resoconti della cronaca nera.

Infatti, dal punto di vista degli specialisti, le persone che arrivano a commettere azioni criminali ne portano le tracce e i sintomi in tutto l’arco della loro esistenza, presente e passata.

delinquenti sono uomini e donne che da bambini hanno dovuto amputare la sensibilità, per riuscire a sopravvivere in condizioni dove, altrimenti, sarebbero stati sopraffatti dall’insicurezza, dal dolore e dall’impotenza.

Nessun bambino nasce cattivo.

Ognuno di noi viene al mondo carico di fiducia e di emozioni, pronto a condividere con gli altri la propria fragilità e la propria complessità interiore.

Non tutti i piccoli, però, trovano ad accoglierli un ambiente capace di riconoscere l’intensità della sensibilità infantile, e in grado di aiutarli nel difficile compito di gestire e di condividere le emozioni.

Nelle situazioni in cui la psiche delicata dei bambini si scontra con una rigida incomprensione da parte degli adulti di riferimento, si creano le premesse per un pericoloso surgelamento emotivo e perché nell’età adulta si manifesti il distacco (indispensabile a compiere atti criminosi).

Sono situazioni rare, ma sempre chiaramente identificabili nell’infanzia delle persone che commettono gesti brutali e inconsulti.

Questi individui non hanno paura di trasformarsi in criminali.

La loro criminalità si basa proprio sull’indifferenza, sulla freddezza e sul cinismo.

Il surgelamento emotivo, infatti, ha paralizzato le loro emozioni quando ancora erano bambini, e questo meccanismo di difesa fa si che non provino alcuna empatia per le vittime, esonerandoli dai rimorsi e dai sensi di colpa.

I serial killer, gli psicopatici e tutti quei personaggi terribili descritti dalle notizie di cronaca nera, vivono senza partecipazione emotiva le azioni agghiaccianti che commettono.

In loro l’unica preoccupazione riguarda la necessità di nascondere le tracce dei crimini, in modo da non venire scoperti, e non il pentimento per le conseguenze di quanto hanno agito.

L’anestesia emozionale, infatti, consente un’imperturbabilità e una premeditazione che altrimenti sarebbero impossibili.

Chi, invece, ha paura di ritrovarsi in balia di un’aggressività incontrollabile, possiede emozioni anche troppo vitali!

E, proprio la capacità di percepire intensamente i sentimenti, scatena la paura di perdere il controllo, mantenendo stabile il confine tra emotività e brutalità.

Così paradossalmente, chi teme di trasformarsi in un mostro, proprio perché vive dentro di sé questa paura, rende attivo un sistema di controllo dell’aggressività.

Mentre chi, invece, agisce con disumanità, ha perso il contatto con l’empatia e con le emozioni e, proprio per questo, si comporta con crudeltà.

Le persone che hanno una personalità creativa possiedono un sistema emotivo potente e sofisticato, e questo a volte fa nascere in loro immagini vivide e cariche di patos, ma la loro immaginazione non tradurrà mai in azioni quelle terribili visioni interiori.

Al contrario, proprio l’esistenza di immagini forti permette all’emotività di sfogarsi senza diventare realtà.

Chi teme di poter uccidere qualcuno ha bisogno di approfondire l’ascolto della propria creatività, riconoscendone le potenzialità e il valore.

Non perché esista il pericolo di trasformarsi in un assassino, ma perché quella paura segnala un blocco dell’espressività individuale.

Quando la creatività non trova la giusta manifestazione nella vita, infatti, si annoda su se stessa dando forma a patologie ansiose e apparentemente incurabili.

L’unica terapia, in questi casi, consiste nel permettere a se stessi di cavalcare l’energia creativa, agendo i cambiamenti indispensabili alla crescita interiore.

Bloccare la propria evoluzione spirituale ed emotiva è il solo crimine che le personalità creative commettono con crudeltà.

Un sintomo contro il quale non servono gli psicofarmaci ma occorre un ascolto partecipe, fatto di comprensione e libertà.

La creatività è l’unica medicina in grado di curare le paure che affliggono il mondo interiore.

Comprenderne il funzionamento dentro di sé è indispensabile per la salute mentale e il primo passo verso una vita migliore.

Per tutti.

Carla Sale Musio

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Giu 10 2014

CREATIVITA’ E RIVOLUZIONE

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Ho chiamato personalità creativa quella struttura di personalità naturalmente sana, curiosa, avventurosa, appassionata e generosa, che la vita ci ha donato alla nascita.

La personalità creativa è il kit che contiene tutti gli strumenti necessari per dare forma al progetto della nostra esistenza e per realizzare il dono che, nascendo, siamo venuti a condividere nel mondo.

Dalla possibilità di esprimere la personalità creativa, prende forma una società di persone realizzate e felici.

Si tratta, infatti, di una struttura di personalità dotata di empatia, sensibilità, creatività entusiasmo, poliedricità, adattabilità, cooperazione e flessibilità.

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La personalità creativa è la partenza e l’arrivo del gioco della vita.

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Il nostro stile di vita, malato di competizione, sopraffazione e violenza, impedisce l’espressione spontanea della personalità creativa, incentivando in questo modo tante patologie.

Patologie che sono proprio la conseguenza della deformazione o della censura della sensibilità e della creatività.

Manifestare la creatività e la sensibilità, infatti, ai giorni nostri è una conquista, e non più la naturale conseguenza della crescita e dello sviluppo psicologico.

Aprirsi all’ascolto e alla conoscenza di sé è diventato un traguardo.

Una meta che si raggiunge attraversando la paura e la solitudine, e affrontando la propria individualità fino a fare crescere le parti bloccate, immature e dipendenti, della personalità.

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Avere una personalità creativa integrata e sana, è l’unico strumento per trasformare il mondo.

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La libertà nasce dall’ascolto, dalla comprensione e dall’accettazione delle proprie inclinazioni.

E dall’integrazione della diversità in se stessi.

Per ottenere questa apertura è necessaria una pedagogia attenta alla sensibilità e alle esigenze dei bambini.

Una società evoluta, infatti, è la conseguenza di un’educazione capace di aiutare i piccoli a esprimere tutte le proprie potenzialità, senza paura.

Viviamo in una cultura intrisa di arroganza e di cinismo, e per questo incapace di accogliere e rispettare i bisogni dell’infanzia.

La violenza e l’indifferenza che purtroppo caratterizzano la nostra specie umana, si ripercuotono gravemente sull’educazione dei bambini, dando forma a una pedagogia nera basata sulla legge del più forte, sulla sottomissione e sull’obbedienza, piuttosto che sull’ascolto delle emozioni e sulla valorizzazione delle diversità.

Diventa così inevitabile, durante l’infanzia, attraversare difficoltà, sofferenze e traumi che, nello sforzo di contenere il dolore e la paura, portano a nascondere la naturale espressione della personalità sotto una corazza protettiva.

Si tratta, purtroppo, di un tentativo maldestro, perché l’armatura costruita per non soffrire provoca a sua volta sofferenza.

E così, per evitare il dolore, finiamo per procurarcene ancora di più.

Interrompere questo circolo vizioso è la rivoluzione che ognuno di noi ha bisogno di compiere, per realizzare le proprie attitudini e per cambiare il mondo, restituendo finalmente a se stesso e agli altri il diritto di esprimere pienamente la propria unicità.

Purtroppo, nella nostra società, manifestare la creatività, la sensibilità e l’empatia, è diventato un lusso riservato soltanto a pochi coraggiosi esploratori del mondo interiore, e non un modo naturale di essere e di vivere.

Il nostro stile di vita, infatti, sembra fatto apposta per annientare queste qualità.

Poiché viviamo in una cultura malata, siamo costretti a nascondere le caratteristiche naturali della personalità (sensibilità, empatia, cooperazione e creatività) e, per sentirci parte della collettività, finiamo per conformarci a dettami di egoismo, di violenza e di prepotenza.

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Il bisogno di rispecchiamento e la pedagogia nera sono armi di persuasione e di controllo dei comportamenti.

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Il bisogno di rispecchiamento e di approvazione, indispensabile per sentirsi parte di un gruppo, ci spinge a cercare il consenso degli altri.

Mentre una pedagogia nera, centrata esclusivamente sulle necessità degli adulti e del potere, avvantaggia le esigenze dei grandi ignorando la delicata sensibilità dei bambini.

In questo modo l’infanzia, lungi dall’essere il periodo dell’ingenuità e della spensieratezza, si trasforma in una via crucis di sofferenze, incomprensioni e traumi.

Cercando di sfuggire il dolore, i piccoli imparano a nascondere e anestetizzare i propri bisogni, desideri e sogni, occultando la spontaneità dietro una maschera di insensibilità e di durezza.

Fino a trasformarsi in uomini tutti d’un pezzo, pronti ad affrontare le difficoltà della vita senza battere ciglio, e a trasmettere ai loro figli la stessa rigorosa educazione, priva di inutili sentimentalismi.

In questo modo tanti bambini, vittime dei soprusi dei grandi, umiliati, maltrattati e incompresi, diventano adulti a loro volta artefici della stessa violenza subita da piccoli.

Per spezzare questa catena di prepotenza e insensibilità che ha originato il nostro mondo di cinismo, brutalità e indifferenza, bisogna avere il coraggio di ripercorrere all’indietro la strada della crescita, e rivivere il dolore dell’infanzia, incontrando, consolando, curando e adottando, il bambino che siamo stati, con l’adulto che siamo diventati.

Soltanto grazie a una nuova comprensione fra l’adulto e il bambino interiore, potranno prendere forma la pace e la libertà che desideriamo realizzare nel mondo e potrà nascere una cultura finalmente a misura dei bambini, rispettosa della sensibilità, dell’emotività e della creatività di ciascuno.

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La rivoluzione si compie dentro di noi.

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Il cambiamento interiore porta, inevitabilmente, verso un’innovazione esteriore.

La pace, l’armonia, la cooperazione e la libertà derivano dalla capacità di accogliere la propria storia individuale senza censure, accettando ogni aspetto di se stessi con comprensione e senza giudizio.

E permettendo alle parti immature della personalità di svilupparsi, fino a realizzare completamente il potenziale creativo che portano con sé.

Quando gli adulti avranno riscattato la loro infanzia, e riletto la loro storia con occhi nuovi, potremo avere un mondo finalmente libero dalla violenza e dall’emarginazione, e sviluppare una pedagogia capace di aiutare i piccoli a manifestare i propri talenti e la propria creatività, invece che reprimerne le potenzialità trasformandoli in soldatini spaventati e ubbidienti, apparentemente conformi alle regole e segretamente nemici di se stessi.

Cambiare il mondo è la conseguenza di un cambiamento interiore che permette di trasformare il razzismo coltivato contro di sé e contro la propria sensibilità e creatività, in ascolto, accettazione e integrazione.

Dalla tolleranza della debolezza e della diversità, prende forma una società che non discrimina e non emargina, e nasce quel sentimento di autonomia e responsabilità che porta alla cooperazione, al superamento dell’egoismo e alla profonda comprensione dell’unicità di ciascuno.

Il rifiuto, l’allontanamento e la ghettizzazione sono sempre la conseguenza di una non accettazione di se stessi.

Quando il bene degli altri diventa anche il nostro bene, l’empatia può finalmente esprimersi e la creatività può dispiegare tutto il suo potenziale, senza limitazioni.

Solo così la diversità diventa unicità e acquisisce il suo valore di novità e di trasformazione.

Una società evoluta è capace di rispettare ogni cultura.

Ma, soprattutto, ha imparato a non uccidere la sensibilità, l’ingenuità e la mitezza nei bambini e nelle razze animali diverse da quella umana. 

Carla Sale Musio

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Apr 27 2014

SENSIBILITA’

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Si chiama sensibilità ed è l’arma più rivoluzionaria del pianeta.

Chi la possiede non sempre ne comprende il valore.

Ma è solo grazie a lei che il mondo potrà finalmente diventare un posto migliore.

La sensibilità è la capacità di vivere il dolore di un altro come se fosse il proprio.

E’ lo strumento che permette di identificare i soprusi e la violenza anche quando non ci riguardano direttamente.

E’ il radar che segnala le cose che non vanno per il verso giusto.

E’ il bisogno di mettere fine ai conflitti per creare equilibrio e opportunità uguali per tutti.

E’ un dono di saggezza, di comprensione e di reciprocità.

La sensibilità è un principio di uguaglianza, fraternità e amore che prende forma nell’anima di chi la possiede.

Perciò le persone sensibili sono creature speciali, dotate di una grande umanità, pronte a difendere i più deboli e a combattere le ingiustizie per portare nella vita un messaggio di rispetto, di condivisione e di accoglienza per tutto ciò che vive.

Ma in questa nostra società malata di prepotenza, la sensibilità è invisa.

Al suo posto coltiviamo la durezza, l’arroganza e il cinismo.

Così, chi ha il cuore tenero, spesso si sforza di nascondere i sentimenti dietro una maschera d’imperturbabilità, nel tentativo di apparire tutto d’un pezzo, sprezzante o indifferente davanti alle sofferenze che non gli appartengono.

Purtroppo (o per fortuna), però, per le persone sensibili, questo distacco è un compito irrealizzabile!

La capacità di sentire dentro di sé la sofferenza degli altri impedisce al cinismo di prendere piede nella personalità e costringe a scelte che spesso sono in antitesi con le esigenze personali.

(Scelte rivolte al vantaggio di tutti e non ai privilegi di pochi)

E’ in questo modo che gli uomini e le donne sensibili vanno incontro alla derisione e al disprezzo da parte di chi si fa forte dell’opinione della maggioranza per giustificare l’egoismo e l’indifferenza.

“Pensa per te e smetti di preoccuparti per tutto, non puoi mica cambiare il mondo!”

Ripetono, scrollando la testa con commiserazione i sicuri di sé, gli intoccabili del successo e della carriera, i senza scrupoli, quelli che hanno capito come si vive e come salvarsi la pelle in tutte le situazioni.

Ma per chi è dotato di sensibilità, l’indifferenza è una strada preclusa.

Una grande accoglienza interiore riempie la vita con le emozioni di tutti, perciò queste persone non riescono a sentirsi bene se anche gli altri non stanno bene.

E’ in questo modo che, nella nostra società, la sensibilità complica la vita delle persone, creando imprevisti, incomprensioni, polemiche e derisione.

L’amore non è normale.

E’ vero.

Avere un cuore significa ascoltare la voce dell’anima, prima del proprio egoismo, e dare forma a un mondo in cui ci sia spazio per tutti.

Davvero.

Le persone sensibili portano avanti le loro scelte di disponibilità, solidarietà e partecipazione, nonostante i risolini ironici e le battute dei furbi.

E, a dispetto del consumismo, dell’egoismo e della prepotenza, compiono ogni giorno una piccola grande rivoluzione.

Una rivoluzione muta, ma inarrestabile e determinata, che capovolge i presupposti della nostra civiltà per fare spazio ai sentimenti e ridare valore a ogni vita.

Pionieri di una società migliore, le persone sensibili reggono sole il peso del proprio sentire profondo, e silenziosamente costruiscono con tenacia un mondo nuovo.

Fondato sull’amore. 

Finalmente.

* * *

Elisabetta sta andando a lezione quando scorge sul ciglio della strada un piccolo gabbiano disorientato e con un’ala sporgente.

E’ primavera e i pulcini stanno imparando a volare ma purtroppo quando perdono la planata è difficile per loro riprendere il volo insieme agli altri…

Il gabbianino cammina indeciso lungo il guard rail, guardandosi intorno in cerca di aiuto.

Le piume ancora maculate segnalano la sua giovane età.

Le auto sfrecciano veloci senza accennare a fermarsi.

Nessuno sembra notare quella presenza piumata e insolita in mezzo al traffico cittadino.

Elisabetta è in ritardo e non si ferma.

“Devo andare a lezione e ho già troppi animali!”

Ripete tra sé come un mantra, pensando ai cani e gatti che complicano la sua organizzazione quotidiana tra lavoro e lezioni all’università.

Cerca di infondersi un po’ di sano cinismo.

Stringe i pugni intorno al volante.

Ma è tutto inutile!

Quello sguardo smarrito le è entrato dentro come una lama nel burro.

Così gira la macchina e torna indietro.

Con pazienza avvicina il pulcino e cerca di immobilizzarlo senza fargli male, evitando i suoi colpi di becco spaventati e nervosi.

Farà tardi a lezione… o forse non ci andrà … ma come si può condannare a morte qualcuno solo perché si è di fretta e il mondo non rallenta la sua corsa?

“Peggio per il mondo! Una vita senza amore non è vita…” pensa tra sé Elisabetta, mentre cerca di capire a chi rivolgersi per aiutare quel piccolino e con pazienza compone ad uno ad uno i numeri del pronto soccorso per gli animali…

* * *

Sergio è un omone tutto di un pezzo.

Lavora in un grande magazzino tessile e la sua giornata è sempre piena di scadenze, d’impegni e di cose da fare.

Quando esce dall’ufficio è già tardi e vorrebbe soltanto riposare in silenzio, ma oggi non sembra proprio la giornata giusta per questo genere di programmi.

Infatti, non fa a tempo a varcare la soglia di casa che si trova davanti uno spettacolo insolito.

Moglie e figlia, in piedi sul tavolino dell’ingresso, abbracciate e urlanti gli indicano terrorizzate qualcosa sul pavimento.

“Ammazzala! Ammazzala!! Ammazza la blatta! Ammazza quell’orribile bestia!!” gridano in coro, in preda al panico, indicando terrorizzate un grosso scarafaggio che corre velocissimo rasente al muro.

Sergio non prova schifo ma l’idea di uccidere lo fa sentire peggio di un boia e per lui è impraticabile.

Perciò, armatosi di un contenitore di plastica, comincia una caccia ecologica, incurante delle proteste di sua moglie e di sua figlia che invocano la morte istantanea dell’insetto.

Imperterrito, nonostante la stanchezza e il bisogno di silenzio, Sergio porta avanti la sua missione di pace, tra le urla e l’agitazione generale… e quando finalmente riesce nell’impresa, esce di casa e libera il piccolo animale sul marciapiede, nonostante le proteste dei parenti…

* * *

Giulia non mangia la carne, il pesce, le uova, il formaggio e i latticini, non porta scarpe di pelle, non indossa cose di lana né, tantomeno, di pelliccia…

Gli amici la prendono in giro.

“Sei fissata!!! Non puoi vivere così! Il tuo è fanatismo!”

E Giulia si sente un’aliena, in mezzo a tanta gente che la deride perché cerca di vivere la sua vita senza infliggere sofferenza.

Ha provato a far finta di niente e a non chiedersi sempre quale sia la provenienza delle cose… ma è stato inutile!

Farsi domande è più forte di lei.

Così si complica la vita, cercando di non comprare prodotti che comportino lo sfruttamento di altri esseri viventi, di non calpestare le formiche, di salvare le lumache che incontra sul marciapiede quando piove, di lasciare, d’inverno, le briciole sul davanzale a disposizione degli uccellini e, in estate, di mettere fuori dalla porta di casa i contenitori con l’acqua per gli animali randagi…

Vive con poco ma spende molto.

Perché, in questo nostro mondo malato, le cose prive di sofferenza sono rare e costano di più.

Carla Sale Musio

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Gen 22 2014

L’EMPATIA CAMBIERA’ IL MONDO

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Le armi sono strumenti al servizio della violenza.

Nate per ferire e per uccidere, generano guerre, sopraffazione e dolore.

Grazie al loro uso l’uomo ha conquistato il dominio su tutte le altre specie e sui suoi stessi simili, esercitando con la forza il  diritto alla prevaricazione.

Gli effetti devastanti di questa lotta sono sotto gli occhi di tutti.

Il nostro bellissimo pianeta sta morendo, distrutto dalla bramosia della specie umana, la più assetata di potere.

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Ma che cos’è il potere?

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Il termine potere indica l’abilità nel raggiungere i propri obiettivi, l’autorità di influenzare qualcuno, la possibilità di comandare e imporre il proprio volere.

Al potere si può soltanto ubbidire, sottomettersi o scappare.

Potere e comando prevedono una gerarchia in cui il più forte fa valere la propria volontà sugli altri.

Norme, regole, leggi e prescrizioni sono la conseguenza di un mondo costruito grazie al potere e per il potere.

  • Lo stato deve avere il potere di far rispettare le leggi.

  • I genitori devono avere il potere di educare i figli.

  • La scuola deve avere il potere di insegnare.

  • Eccetera, eccetera…

Il potere appartiene talmente tanto alla nostra cultura che non sembra possa esistere nessuna alternativa alla necessità di comandare e imporre regole per mantenere l’ordine, tra di noi e nel mondo.

Questo concetto è così radicato che tutto ciò che non prevede l’uso del potere è guardato con sospetto, diffidenza o ironia, come se fosse stupido o illecito.

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Il contrario del potere è l’empatia

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L’empatia è la capacità di accogliere, di comprendere, di condividere e di essere così profondamente e intimamente insieme a un altro da sperimentare sulla propria pelle il suo modo di stare al mondo.

L’empatia è l’antitesi della prevaricazione perché, quando si è in empatia con qualcuno, diventa impossibile sopraffarlo, combatterlo o fargli la guerra.

La parola empatia indica la capacità di calarsi in una realtà diversa dalla propria fino a comprendere i vissuti e le motivazioni di chi la sperimenta, ed è la premessa indispensabile per la fratellanza, per la convivenza e per la cooperazione.

L’empatia è l’unico antidoto alla guerra e alla prepotenza.

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Ma come nasce l’empatia?

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La capacità di accogliere la realtà interiore di un altro nasce dall’ascolto profondo di se stessi e dal superamento del proprio egocentrismo.

Mentre il desiderio di avere potere, di comandare e di prevaricare, ha origine dall’egoismo e dalla mancanza di considerazione per i bisogni degli altri, l’empatia esprime la capacità di abbandonare la propria realtà e le esigenze personali per condividere la realtà e le esigenze di qualcun altro.

Questa flessibilità nell’ascoltare, se stessi e gli altri, permette la condivisione e lo scambio e produce una società basata sull’accoglienza e sul rispetto delle esigenze di tutti.

Nella nostra cultura, malata di individualismo e prepotenza, ”il rispetto delle esigenze di tutti” sembra un’utopia e la forma migliore di condivisione che riusciamo a immaginare presuppone una limitazione dei bisogni individuali a vantaggio di uno spazio comune e condiviso.

Ma in un mondo fondato sull’empatia la limitazione individuale perde di significato.

Al suo posto ci sono l’ascolto, la comprensione e la condivisione.

Infatti, sperimentando in prima persona i vissuti degli altri, diventa impossibile aggredire e maltrattare qualcuno senza soffrire sulla propria pelle i dolori inflitti.

L’empatia ci spinge a comprendere il punto di vista di chi abbiamo a fianco, facendoci sentire il suo dolore come se fosse il nostro, e permette di trovare soluzioni favorevoli a entrambi.

Per questo è l’unica arma in grado di cambiare il mondo.

Solo dall’empatia può nascere la reciprocità indispensabile alla condivisione e al rispetto.

L’empatia è innata in tutte le personalità creative, cresce con l’ascolto dei vissuti emotivi e diventa uno strumento di comprensione e cambiamento quando è usata per conoscere se stessi e gli altri.

Davanti alla violenza, al potere e alla prevaricazione, però, l’empatia si paralizza cedendo il posto al dolore e alla paura.

L’angoscia annichilisce l’empatia e (quando la fuga non è possibile) spinge la vittima a identificarsi con l’aggressore, nel tentativo di liberarsi dall’impotenza, dalla sofferenza e dal senso d’inefficacia personale.

Il meccanismo psicologico dell’identificazione con l’aggressore trasmette la violenza da una generazione all’altra e confina l’empatia in un angolo remoto dell’inconscio fino ad annullarne dal tutto la percezione.

E’ così che nei secoli la legge del più forte ha tramandato il suo corollario di abusi, sopraffazione e prepotenza, rendendoci vittime di una cultura basata sulla aggressività e sulla prevaricazione.

Per cambiare questa cultura non serve sostituire il potere con un altro potere.

Per trasformare veramente una società bisogna trasformare se stessi e cambiare la propria percezione della realtà.

Solo così si riuscirà a vedere ciò che la prevaricazione e la violenza rendono invisibile accecando la percezione individuale per mostrare soltanto il punto di vista di chi è più forte.

L’empatia è lo strumento di trasformazione più potente che ci sia, perché consente di sperimentare in se stessi la vita di un altro essere e quest’esperienza cambia la comprensione della realtà, allargando la prospettiva fino ad includere un orizzonte nuovo.

Da questo scambio nasce un’interpretazione più ampia e prendono forma opportunità diverse, basate sull’ascolto delle esigenze di tutti.

Però, perché questa condivisione diventi possibile e non rimanga soltanto un’utopia, è indispensabile ascoltare se stessi, imparando a contattare anche gli aspetti di noi che non ci piacciono e ci fanno paura.

La capacità di mettersi in gioco e di rivelarsi in tutta la propria totalità di bene e male è il presupposto di ogni trasformazione e di ogni cambiamento.

La rivoluzione che cambierà il mondo parte da se stessi, nasce dalla capacità di accogliere la sensibilità e la fragilità, si fonda sull’ascolto della propria anima.

Non si può avere un mondo migliore facendo la guerra.

Si può solo osservare la guerra dentro di sé, trasformando le carceri interiori fino a renderle un luogo di scambio e di accoglienza per tutto quello che non abbiamo avuto il coraggio di dire, nemmeno a noi stessi.

Solo così l’empatia può liberare il suo straordinario potere di trasformazione.

Infatti, dall’ascolto di ciò che è stato emarginato e sepolto nell’inconscio prendono forma la comprensione e la condivisione con ciò che ci circonda.

Saper accogliere la propria verità sviluppa la capacità di accogliere gli altri e potenzia l’unica arma efficace per costruire un mondo migliore.

Un mondo basato sull’amore e sul rispetto.

Un mondo a misura di tutti.

Un mondo senza violenza.

Finalmente.

Carla Sale Musio

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Lug 26 2012

COERENZA? … meglio di no!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“La coerenza è l’ultimo rifugio delle persone prive d’immaginazione.”   

Oscar Wilde

La creatività non può mai essere coerente.

Infatti, rovescia i punti di vista, sovverte le aspettative e crea qualcosa di attraente proprio perché imprevedibile.

Ci chiediamo spesso quanto siamo coerenti nel nostro vivere, pensare e agire quotidiano e giudichiamo poco affidabili e immature le persone poco coerenti.

Ma che cos’è la coerenza?

Nel linguaggio comune la coerenza è la conformità tra le proprie convinzioni e l’agire pratico.

La persona coerente è una persona fedele ai suoi principi, che agisce in modo conforme al proprio pensiero.

La coerenza denota quindi una sorta di compattezza tra ciò che si pensa e ciò che si fa.

Difficile essere coerenti quando si ha una personalità creativa!

La creatività spinge al cambiamento e rivoluziona di continuo le opinioni.

Perciò, chi è creativo può avere punti di vista e convinzioni diverse secondo il momento, le circostanze o la compagnia.

Questa molteplicità nei modi di pensare rende complessa la vita e i rapporti con se stessi e con gli altri.


ESSERE TANTE PERSONE IN UNA


Marina è una ragazza dolce e sensibile, sempre pronta ad ascoltare i problemi degli altri e a prestare aiuto.

Durante la giornata le amiche la chiamano in continuazione per raccontarle le loro disavventure e trovare parole di sostegno e di conforto.

E’ sabato mattina e Marina sta ancora sorseggiando il caffè, quando Laura piomba inaspettatamente a casa sua per raccontarle inferocita la discussione avuta con Giorgio la sera prima.

“Giorgio è proprio uno scroccone!” si lamenta.

“ Il mese scorso gli ho prestato la mia macchina per una settimana e ieri, quando gli ho chiesto di accompagnarmi dal meccanico ha avuto la sfrontatezza di dirmi di no, adducendo un sacco di giustificazioni assurde. E’ un egoista, un opportunista e un ingrato!”

Marina cerca di giustificare l’amico e calmare la rabbia di Laura ma, davanti alle sue proteste, è costretta ad arrendersi e a darle ragione.

Nel pomeriggio, però, ecco arrivare Giorgio a raccontarle gli stessi avvenimenti.

“Laura è troppo nervosa, credo che stia attraversando un momento di grande stress e bisognerebbe fare qualcosa per aiutarla!” esclama, sedendosi sul divano.

“Pensa che ieri mi ha chiesto di accompagnarla a recuperare la macchina in officina e, non appena le ho detto che avremmo potuto andarci soltanto oggi, perché doveva venire l’idraulico a riparare una perdita d’acqua nel bagno e non avevo idea di quando avrebbe terminato, è montata su tutte le furie e se n’è andata sbattendo la porta.”

Marina è interdetta, la versione di Giorgio le mostra una Laura che non sospettava.

Cerca, anche questa volta, di risolvere l’incomprensione tra i due, giustificando l’amica, ma ben presto deve cedere alle argomentazioni di Giorgio.

“Laura dev’essere molto stanca, Giorgio, sii comprensivo con lei! Sai bene che è una persona generosa e sempre disponibile.” conclude, accompagnando l’amico alla porta.

Rimasta sola, però, si sente confusa e arrabbiata. Non riesce a decidere, nemmeno con se stessa, quale dei due amici abbia ragione.

 “Quando sono con Laura mi sembra che Giorgio sia stato effettivamente poco accomodante ma quando parlo con Giorgio penso invece che Laura sia stata troppo intransigente. Sono proprio una vigliacca, altro che amica!” rimugina tristemente tra sé. 


“Ma allora io chi sono?

… soltanto l’eco dell’ultima voce che ha parlato?!”


Le personalità creative hanno un’innata capacità empatica, sanno spostare il proprio punto di vista con facilità e vedere la vita da ottiche differenti.

Questo fa di loro delle persone attente e sensibili, pronte a comprendere i sentimenti e le ragioni degli altri.

Ma comprendere rende molto difficile schierarsi, inquadrare, valutare, giudicare.

Comprendere significa sentire le emozioni di un altro, condividere i vissuti profondi, conoscerne le fragilità e le debolezze.

Le personalità creative possiedono spontaneamente questa consapevolezza e spesso intuiscono i sentimenti prima ancora che le persone li abbiano individuati in se stesse.

Perciò, per loro è molto difficile parteggiare, esprimere giudizi, schierarsi. 

Sanno ascoltare e condividere gli stati d’animo… 

Per costruire insieme un dialogo comune non importa chi ha ragione o chi ha torto, serve comprendere il cuore di tutti.

Senza vincitori e vinti.

Con reciprocità.

Dividere il mondo in buoni e cattivi, bene e male, giusto o sbagliato, crea incomprensioni, guerre e violenza.

Un mondo migliore non ha bisogno di fazioni, ha bisogno di condivisione e di armonia, di dialogo, tolleranza e rispetto.

La coerenza spesso non aiuta a capirsi.

Abbandonare il proprio punto di vista per condividere quello di un altro… forse è poco coerente… ma è la base della comprensione, della reciprocità e dell’amore.


“La coerenza di un discorso non è prova di verità ma solo di coerenza.

La verità è la somma di evidenze incoerenti.”    

Nicolas Gomez Davila

 

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clicca qui: PERSONALITA’ CREATIVA

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Apr 18 2012

L’INDIFFERENZA E’ UNA PATOLOGIA… alla moda

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza.

L’odio è spesso una variante impazzita dell’amore.

L’indifferenza invece riduce a nulla l’altro, non lo vedi neppure, non esiste più.

Ermes Ronchi

L’indifferenza è quello stato psichico che ti consente di non accorgerti della sofferenza altrui.

Si è indifferenti quando non ci s’immedesima, quando si traccia un confine tra se stessi e gli altri, quando si attribuisce meno valore a chi è considerato diverso.

Purtroppo oggi l’indifferenza è una patologia comunemente accettata e poggia sull’egocentrismo e sul bisogno di confermare se stessi.

Noi psicologi valutiamo la maturità soprattutto in base alla possibilità di immedesimarsi e di socializzare.

Riteniamo che l’egocentrismo sia spontaneo e naturale nei bambini molto piccoli ma che, durante la crescita, debba inevitabilmente cedere il posto alla capacità di relazionarsi e di condividere.

L’empatia (saper vedere il mondo con gli occhi di un altro) è il parametro più importante nel valutare la maturità di una persona e segnala la sua intelligenza emotiva.

L’intelligenza, infatti, non riguarda solamente le acquisizioni cognitive e logico-matematiche, ma anche e soprattutto la capacità di riconoscere i sentimenti e le emozioni.

Tante patologie psichiatriche sono caratterizzate da una grave lacuna nell’intelligenza emotiva nonostante buone capacità logiche e matematiche (autismo, psicopatia, ecc.).

L’intelligenza emotiva è ciò che ci rende umani e ci distingue dai computer.

L’apprendimento nozionistico, privo di sensibilità è, infatti, una prerogativa delle macchine.

La nostra vita è fatta di relazioni e, nelle relazioni, le emozioni giocano un ruolo fondamentale e imprescindibile.

Ecco perché l’intelligenza emotiva è un’intelligenza viva e non artificiale.

(Un’intelligenza che, per adesso, nessuna macchina ha potuto imitare.)

L’indifferenza segnala un deficit, una mancanza nell’intelligenza emotiva, un’incapacità nel fare relazione, è un handicap emotivo. 

Di questi tempi, purtroppo, l’indifferenza è una patologia… auspicata da molti!

Perché consente di muoversi  agilmente in un mondo gravemente malato d’insensibilità.

Impropriamente, si ritiene che l’indifferenza aiuti a vivere più serenamente… infatti, circoscrivendo l’attenzione all’ego, nasconde alla coscienza il dolore degli altri.

E in questo modo consente di non soffrire a causa della propria empatia.

L’indifferenza oggi è dappertutto e tutti ne siamo affetti, perché la crudeltà è diventata la norma nella nostra cultura.

E perché, vivendo in mezzo alla crudeltà, molti preferiscono essere spietati piuttosto che sensibili.

Non c’è rispetto per la vita ma non tutti se ne rendono conto.

Esiste un meccanismo psicologico chiamato: negazione, che consente di occultare alla coscienza ciò che va in conflitto con quello che abbiamo scelto di essere.

Nell’indifferenza, la negazione ottunde l’empatia e, senza empatia, il dolore che abbiamo intorno diventa impercettibile.

La vita è dappertutto, anche se molti non la notano.

La violenza fatta alla vita, purtroppo, è anch’essa dappertutto. 

Invisibile per la maggioranza.

Anche le immagini di morte sono dappertutto.

I più non se ne accorgono nemmeno.

Tanti le trovano eleganti.

E a molti addirittura… mettono fame!


IL TERMOMETRO DELL’INDIFFERENZA

 

Per valutare il livello della tua indifferenza, prova a fare il test:

Osserva attentamente le immagini riportate qui sotto cercando di individuare in ciascuna di esse, la violenza, i soprusi e il dolore.

Segna un punto per ogni immagine in cui riconosci una violenza, un sopruso o il dolore.

Risultati:  

Punti 6  = indifferenza totalmente assente, alto livello di empatia, personalità creativa, inteligenza emotiva superiore alla media.

Da 3 a 5 punti = indifferenza nella norma, rimozione parziale della propria sensibilità, intelligenza emotiva nella media.

Da 1 a 2 punti = indifferenza dominante, scarsa sensibilità, intelligenza emotiva al di sotto della media.

Punti 0 = indifferenza patologica, mancanza totale di sensibilità, intelligenza emotiva deficitaria.

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Dic 15 2011

Perchè è tanto difficile trovare una persona che sappia amarci… così come siamo?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ecco una domanda che mi sento rivolgere spesso nel corso delle terapie…

La risposta è nascosta in un meccanismo di soccorso che l’inconscio mette in atto (sotto la soglia della nostra consapevolezza) proprio per permetterci di diventare più attenti e responsabili verso noi stessi.

“Ma attenti a cosa?” direte voi “Questo inconscio potrebbe anche essere un po’ meno ermetico!” 

Coraggio, non demoralizzatevi. Rimbocchiamoci le maniche, invece, e cerchiamo di conoscere meglio questa struttura enigmatica e protettiva.

Il nostro inconscio è come un servitore che ci aiuta a superare i problemi e che, per evitare di esasperarci con mille domande, prende delle decisioni senza consultare la ragione.

(Forse l’inconscio non ha una grande opinione della ragione… ma questa è un’altra storia e ne parleremo una prossima volta).

Le intenzioni dell’inconscio sono buone. Vuole aiutarci a comprendere quanto è brutto non essere amati per ciò che siamo e fa in modo che noi per primi ci innamoriamo della nostra autenticità.

Quando inciampiamo su una persona che ci delude o che ci fa soffrire… di solito è questo che il nostro fedele servitore sta cercando di farci capire. E lo fa spingendoci dentro una situazione che ci consenta di verificare i limiti del chiedere, pretendere, sfruttare, abusare, umiliare, maltrattare, offendere, calpestare, eccetera, eccetera.

“Ma che bisogno c’è di vivere delle brutte esperienze, per comprendere una cosa tanto ovvia a chiunque?!” mi sembra di sentire già le vostre proteste.

Il bisogno purtroppo c’è, soprattutto se possedete una personalità creativa.

Le persone dotate di empatia, infatti, tendono a immedesimarsi nei vissuti degli altri con grande facilità.

Ne comprendono i bisogni, ne ascoltano le ragioni e cercano in ogni modo di essere per tutti la persona giusta, perché, per chi è empatico, vedere gli altri stare bene è un bisogno fisiologico e insopprimibile, come respirare.

Ma (quasi inevitabilmente) succede che, calandosi nella vita delle persone che amano, le personalità creative si dimenticano di ascoltare se stesse e danno, danno, danno, danno, danno… esageratamente!

Abusano delle loro risorse fino a perdere il contatto con la propria vitalità, i propri bisogni e la propria autonomia.

A questo punto l’inconscio è costretto a intervenire. Poiché si rende conto che quel donarsi sproporzionato, forse rende felici gli altri ma è ingiusto e crudele verso se stessi.

Incontrare qualcuno che si approfitta di noi e del nostro amore è un campanello d’allarme che segnala il malfunzionamento del nostro altruismo patologico.

Sì, perché, per aiutare gli altri, cari amici A-normali e creativi, finiamo spesso per perdere di vista noi stessi e per trattarci molto male!

Le personalità creative (quasi sempre) sono generose e comprensive con chiunque, tranne che con loro stesse.

Per soddisfare i bisogni di altri, abusano delle proprie risorse, non si ascoltano, non si premiano, non si stimano, non si complimentano mai con se stesse. Se fanno bene qualcosa, non si concedono nessuna considerazione e quando, invece, hanno qualche défaillance si torturano in preda ai sensi di colpa e alle critiche eccessive.

L’inconscio, da bravo servitore, non può permettere che l’altruismo sfrenato ci trascini verso l’autodistruzione e, come un maestro zen, ci mostra i limiti e i pericoli delle crudeltà che perpetriamo contro di noi, facendoci vivere i nostri auto-maltrattamenti riflessi nel comportamento degli altri.

“Vedi?” dice l’inconscio con i fatti “non devi trattarti in questo modo. E’ ingiusto e sbagliato!”.

Quando qualcuno non ci ama nella nostra autenticità e ci maltratta, la soluzione, cari amici lettori e curiosi di questo blog, non è cambiare partner ma cambiare se stessi. Cioè cambiare il modo in cui, nascostamente, ci trattiamo.

Nel segreto dei nostri pensieri, nel privato della nostra anima, se vogliamo essere amati per ciò che siamo… dobbiamo amarci noi, senza pretendere da altri quelle attenzioni che non sappiamo darci.

Cioè dobbiamo essere in grado di volerci bene e curarci proprio come vorremmo essere amati e curati dagli altri.

Abbiamo molto più potere sulla vita di quanto non si creda, perché il nostro inconscio interagisce sempre con la realtà, facendoci trovare al posto giusto nel momento giusto, e ci insegna, concretamente ed empiricamente, a trattarci con rispetto, amore, tenerezza e stima.

Nessuno ci saprà amare, se noi per primi non sapremo amarci.

Perché, alla nascita, siamo stati affidati al nostro cuore e l’amore che riserviamo agli altri è soltanto un riflesso di quello che concediamo a noi stessi.

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Nov 26 2011

SIAMO TUTTI UN PO’ PSICOLOGI…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si dice comunemente che tutti siamo un po’ psicologi… ma quest’affermazione è vera?

Siamo davvero tutti capaci di aiutare chi si trova in difficoltà con i propri pensieri e con le proprie emozioni?

A mio parere occorre fare una distinzione tra l’empatia e la psicologia.

L’empatia è la capacità si mettersi nei panni di un altro e osservare la vita dal suo punto di vista.

La psicologia è la scienza che studia la psiche, cioè lo stile di pensiero e il vissuto emotivo delle persone.

Empatici si nasce, ma psicologi si diventa dopo molti anni di studio e di esperienza pratica.

Siamo tutti un po’ empatici. Questo è vero.

Cioè siamo tutti in grado (chi più chi meno) di immedesimarci nei vissuti degli altri e di provare i loro turbamenti e le loro emozioni.

Naturalmente, solo qualcuno riesce ad abbandonare totalmente il proprio punto di vista per calarsi nella realtà di un altro. Mentre la maggior parte di noi, sposta soltanto il proprio modo di leggere gli eventi dentro le scene della vita di un’altra persona.

In quest’ultimo caso, però, non si tratta di empatia ma di immedesimazione. Ci si trasferisce con il proprio carattere e i propri vissuti dentro situazioni che non ci appartengono e in questo modo non si sperimentano i presupposti esistenziali di chi quelle situazioni le attraversa davvero.

Certamente gli psicologi devono essere empatici per riuscire ad aiutare i loro pazienti.

Cioè, devono essere capaci di lasciare andare il proprio modo di interpretare le cose per accogliere in sé il bagaglio di sensazioni, pensieri e sentimenti che caratterizzano l’esistenza di un altro.

Per fare lo psicologo, però, l’empatia da sola non può bastare!

Uno psicologo, dopo essersi calato dentro la realtà di un’altra persona, deve saper abbandonare anche quel punto di vista, per raggiungere un angolo di osservazione ulteriore.

Cioè, dopo essersi immerso emotivamente nei problemi di chi ha davanti, deve risalire verso un punto di vista meta (meta comunicativo, che comunica sulla comunicazione) e riuscire a guardare le cose dall’alto.

Perché solo da lì può aiutare il paziente a scoprire in se stesso nuove risorse con cui trasformare le difficoltà in occasioni di cambiamento.

Un bravo psicologo:

  • non propone se stesso,

  • non si porta ad esempio,

  • non da buoni consigli,

  • non suggerisce strategie,

  • non ha un punto di arrivo.

Il suo obiettivo è il benessere della persona che gli chiede aiuto.

La sua maestria consiste nell’aiutare l’altro a trovare soluzioni diverse e nuove, dentro se stesso.

Si afferma spesso che gli psicologi dicono sempre e solo quello che si sapeva già.

Be’… in un certo senso, questo è proprio vero!

Non sta a noi dire qualcosa di nuovo al paziente.

Il nostro compito è fare in modo che sia il paziente a dirsi qualcosa di nuovo. Qualcosa che esisteva già dentro di lui, prima che lo psicologo intervenisse. Qualcosa che sembra nuovo, solo perché era stato ignorato. E che, appunto per questo, si sapeva già…

In conclusione, cari amici, lettori e curiosi di questo blog, diffidate delle imitazioni dello psicologo!

Circondatevi di persone empatiche, perché sono creature splendide che è bello avere vicino, ma sceglietevi lo psicologo con molta attenzione.

Lo psicologo bravo non può essere il vostro amico (e il vostro amico non può essere il vostro psicologo) (nemmeno se fa lo psicologo di mestiere).

Lo psicologo deve essere uno strumento di cambiamento al servizio della vostra vita, un esperto nell’arte di far nascere le risposte dalla profondità del vostro cuore.

Deve saper parlare il linguaggio familiare delle vostre difficoltà, ma con i termini A-normali, insospettabili, divertenti e avventurosi, del mutamento.

Deve essere la voce che vi incoraggia a imboccare la strada della trasformazione e che vi lascia andare soli lungo i sentieri che avete scelto.

Deve essere il vostro ausilio.

Pronto a sparire quando i riflettori del successo sono puntati sulla vostra vita, e pronto a lavorare quando avete bisogno dei suoi strumenti.

Un bravo psicologo è al vostro servizio.

Non usa la scrivania come una cattedra, dietro alla quale puntare l’indice, ma come il viale di cui soltanto voi disegnate l’orizzonte.


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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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