Feb 12 2017

FISICA QUANTISTICA E SENSIBILITÀ: leggere il mondo con gli occhi del cuore

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Quando si parla della dimensione immateriale, si finisce spesso per sentirsi stupidi.

Come se affidandosi a qualcosa che non si può vedere, toccare, pesare e misurare, si dimostrasse un’ingenuità credulona, ottusa e decisamente poco intelligente.

Eppure, la maggior parte delle cose che sappiamo a proposito della realtà, non le abbiamo mai viste, toccate, pesate o misurate.

Basti pensare all’elettricità, alle onde sonore… al pensiero e ai sentimenti.

Cose importantissime di cui costatiamo gli effetti ogni giorno, ma prive di materialità.

L’immaterialità ci fa paura perché ci costringe a confrontarci con l’ignoto, spingendoci ad abbandonare il controllo (che pretendiamo di avere sempre e su tutto) e ad affidarci a un principio più grande, che ci contiene e ci sovrasta.

Nella Totalità, nel vuoto privo di riferimenti tangibili, in quel buco nero in cui ogni cosa è possibile perché parte di un infinito potenziale di vita, emergono anche gli aspetti che non ci piacciono, ciò che abbiamo censurato e che rivendica il proprio diritto all’esistenza nel momento in cui un Tutto Onnicomprensivo ne legittima la verità.

Qualcuno lo chiama Dio, qualcun altro Legge Universale, gli scienziati preferiscono parlare di Big Bang, la fisica quantistica la definisce Onda di Probabilità.

I nomi sono tanti e diversi, ma indicano sempre un principio indistinto da cui hanno origine le cose, e tutti (religiosi, mistici, fisici e scienziati) sono concordi nel dichiarare che la realtà materiale scaturisce da una sorgente immateriale.

Un principio creativo e assoluto contiene i semi di ogni possibile verità e, in una dimensione senza spazio né tempo, attende con pazienza il momento opportuno per dare vita alle forme della nostra quotidianità.

Secondo la fisica quantistica il principio di tutte le cose è un Tutto, indefinito e poliedrico, da cui l’osservatore coagula la realtà nei suoi aspetti concreti, nel momento in cui la osserva e la vive.

Per i fisici moderni ogni cosa esiste in uno spazio immateriale di potenzialità e, da questa multiforme totalità, la nostra attenzione dà forma alla realtà, rendendola tangibile.

A prima vista la Teoria dei Quanti sembra un insieme di formule magiche e giochi di prestigio, immuni dalle ristrettezze della logica.

Eppure, proprio quella magia costruisce le fondamenta dell’esistenza, e nessuno ai giorni nostri può ignorarne la portata.

La fisica moderna spiega la materia sia come fenomeni ondulatori che come fenomeni delle particelle, e afferma che tutte le cose (ma proprio tutte) esistono in una funzione di probabilità, fino a quando un osservatore cristallizza una delle infinite possibilità rendendola concreta.

Quando ha luogo l’osservazione, infatti, la funzione d’onda collassa, permettendoci di localizzare le particelle, secondo le coordinate spazio temporali che ci sono familiari e che ci appaiono tangibili.

Per la fisica dei quanti esiste una realtà fluida e immateriale in cui ogni cosa trova posto (gli studiosi la chiamano: onda di possibilità) ed esiste una manifestazione tangibile, quando una di quelle infinite probabilità si concretizza, dando forma alla realtà che i nostri sensi sono in grado di riconoscere e che ci siamo abituati a considerare vera.

Oggi la scienza ci spiega che l’immaterialità è un aspetto imprescindibile della realtà, la matrice da cui selezioniamo gli eventi della nostra esperienza.

Quando si parla d’immaterialità, perciò, ci si riferisce a una verità che i sensi fisici non possono percepire ma che è l’origine di qualsiasi cosa.

Il mondo immateriale permea costantemente la realtà materiale e, come una nuvola di eventualità, attende che la nostra consapevolezza lo attraversi dando forma alla vita così come la conosciamo.

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Ma cosa succede alle cose che non trovano riconoscimento con i cinque sensi?

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Dove finiscono quelle realtà che sono prive di concretezza?

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Se tutto esiste nell’onda di probabilità ed è soltanto la nostra osservazione a permettere il manifestarsi di una realtà piuttosto che un’altra, è necessario cambiare i paradigmi con cui interpretiamo il mondo, e ridare dignità a ciò che non si può vedere, toccare, pesare o misurare.

Esiste una dimensione immateriale priva di fisicità ma non per questo poco importante.

È una realtà che ubbidisce a leggi diverse da quelle della corporeità (leggi che non possiamo sperimentare con i sensi fisici) ma che si può raggiungere affidandosi a una percezione interiore fatta di sentimenti e soggettività più che di analisi e oggettività.

L’oggettività e la materialità, infatti, obbediscono a codici differenti da quelli della soggettività e della immaterialità.

Utilizzano modi diversi di decodificare le esperienze, ma questo non vuol dire che siano meno rilevanti.

Entrambe le dimensioni sono indispensabili per vivere una vita appagante.

Un mondo fatto soltanto di concretezza diventa arido, sterile e vuoto di significato, mentre un mondo esclusivamente soggettivo e impalpabile sarebbe caotico e angosciante per la nostra mente razionale.

La pienezza della vita è frutto del continuo intrecciarsi di materialità e immaterialità, dello scorrere incessante di onda e particella, emozione e razionalità, intimità e concretezza.

La cultura materialista ci ha portato a deridere e abiurare quelle percezioni interiori che ci permetterebbero di cogliere l’immaterialità.

Abbiamo imparato a non ascoltare il nostro mondo interno, a sfuggire la sensibilità, a mostrarci impassibili e privi di emozioni, sicuri che il cinismo sia lo strumento migliore per avere successo in società.

Così, valutiamo la realtà in base al guadagno più che dare valore ai sentimenti, e preferiamo chiedere agli specialisti che cosa avviene dentro di noi, piuttosto che ascoltare la nostra autenticità.

È in questo modo che dimentichiamo l’importanza della dimensione immateriale.

Lasciamo che la legge del più forte sia la nostra bandiera e quando la fragilità arriva a mostrarci la ricchezza impalpabile delle emozioni, ci sentiamo pieni di vergogna, imbarazzati, inadeguati, impreparati e soli.

Convinti che quel nodo allo stomaco che ci prende ogni tanto, senza che sia possibile riconoscerne la causa, segnali una qualche grave patologia.

Ricorrere ai farmaci invece che ascoltare il cuore è la soluzione adottata da molti.

In un mondo lanciato al galoppo verso la propria distruzione, abolire l’ascolto della dimensione immateriale significa rinunciare all’unica medicina capace di curare la malattia chiamata civiltà.

Il flusso pulsante della dimensione immateriale è un valore prezioso, in grado di salvare l’umanità dal suo terribile destino e di restituire alla vita la sua profonda verità.

Padroneggiare le leggi della materialità è possibile solo mantenendo dentro di sé la consapevolezza che il principio di tutte le cose è nascosto in un infinito imprendibile con la ragione, cui occorre abbandonarsi fiduciosi, lasciando agire la bussola del cuore.

Solo così dall’onda delle probabilità può prender forma una dimensione materiale fatta di ascolto e di pienezza, capace di accogliere la sensibilità come un timone per fare rotta verso la vita.

Carla Sale Musio

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LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

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Un commento presente

Dic 24 2016

LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

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Sembra un’affermazione forte.

Eppure è la verità.

La vita è uno stato d’animo.

Un modo di decodificare gli avvenimenti che ci porta a sentirci bene o male, secondo come interpretiamo la realtà.

Un evento in sé non è né buono né cattivo.

Ma il nostro vissuto interiore determina profonde differenze nella percezione di ciò che accade.

Stare rinchiusi in una camera di tortura dove manca l’aria, il caldo umido toglie il respiro, la nebbia impedisce di distinguere i contorni delle cose mentre getti di aria rovente e di acqua gelata sferzano il corpo privo di vestiti, può essere un’esperienza angosciante o un benessere esclusivo (chiamato sauna), che le persone scelgono di vivere per ritemprarsi dopo una giornata di lavoro e sentirsi in forma nel corpo e nello spirito.

La differenza è nello stato d’animo con cui sperimentiamo l’esistenza.

Nel film “La vita è bella” un padre, deportato insieme al suo bambino, descrive a quest’ultimo la dura realtà dei campi di concentramento e delle torture inflitte agli ebrei, in un modo poetico e capace di fargli attraversare quella terribile esperienza come se fosse un gioco.

Il film, premiato con numerosi oscar, ci mostra in modo semplice ed efficace l’importanza della dimensione immateriale, evidenziando quanto la lettura degli avvenimenti determini la nostra verità.

Viviamo nella cultura dell’indifferenza e del cinismo e abbiamo perso il contatto con l’intimità dei sentimenti.

Questa lobotomia interiore genera innumerevoli sofferenze, psicologiche e fisiche, di cui non conosciamo la cura perché abbiamo nascosto le cause dietro una pericolosa anestesia emotiva.

Il pensiero materialista ci spinge a focalizzare l’attenzione solo sugli aspetti concreti, facendoci perdere di vista l’importanza di ciò che non si può toccare.

In questo modo la morte diventa una grande nemica, l’enigma con cui siamo costretti a confrontarci senza mai trovare risposte adeguate, il mistero che ci atterrisce perché ne abbiamo perso il valore intimo e profondo.

Ai nostri occhi, abbagliati dalla materialità, sembra assurdo che un corpo amato possa sparire nel nulla, inghiottito dalla vecchiaia, da un incidente o da una malattia di cui non si conosce la cura.

Quando muore una persona cara, ci sentiamo disperati e impotenti, e non ci aiutano i valori della fisicità, né la certezza di essere l’unica specie intelligente sul pianeta, l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Nonostante la nostra proclamata superiorità su tutte le altre creature viventi, in quei momenti difficili il dolore annichilisce ogni ragione, costringendoci a scoprire di aver perso le chiavi interiori dell’esistenza.

Gli animali possiedono una cultura differente dalla nostra e si affidano a un potere più grande, accogliendo con umiltà la fine del corpo.

Lasciano che la vita faccia il suo corso e nella morte riconoscono la potenza della Totalità.

Per loro l’immaterialità è un valore.

L’ascolto dei sentimenti e delle sensazioni intime è un codice di comunicazione, senza il cui aiuto non potrebbero nemmeno sopravvivere.

Le specie diverse dalla nostra usano con naturalezza la telepatia, il sesto senso e l’istinto.

E in questo sono profondamente diverse da noi.

Sanno intuitivamente, senza bisogno di parole, che esiste una dimensione invisibile agli occhi ma pregnante e indispensabile per la qualità della vita.

È uno spazio della coscienza in cui i legami affettivi intrecciano una realtà fatta di sensazioni che la ragione non comprende.

Gli scienziati la chiamano non località.

I mistici preferiscono parlare di Legge Universale, Dio, Estasi, Illuminazione… o altre cose del genere.

I pranoterapeuti lo definiscono campo energetico.

Il buon senso comune li addita come fenomeni paranormali.

Ognuno utilizza una diversa terminologia.

Ma tutti sono d’accordo nel dichiarare l’esistenza di una verità che non si percepisce con i sensi fisici e che esiste in una dimensione immateriale della realtà.

Una dimensione intangibile e importante perché dal suo riconoscimento dipendono il nostro benessere e la possibilità di vivere una vita appagante.

La morte ci mette bruscamente in contatto con la profondità della Totalità, costringendoci a riconoscere il valore dei legami emotivi.

Ma nei momenti in cui il dolore annichilisce il pensiero, è difficile articolare una comunicazione efficace e capace di individuare il senso profondo dell’esistenza.

Nella sofferenza non è possibile sperimentare le dimensioni immateriali perché il dolore impedisce l’ascolto dei messaggi interiori.

Per ritrovare chi abbiamo amato, anche in assenza del corpo fisico, occorre permettersi un contatto quotidiano col mondo intangibile dell’emotività.

Solo nell’unione intima, infatti, diventa possibile riconoscersi senza la concretezza a cui siamo abituati, e sperimentare il legame al di là dei cinque sensi che chiamiamo realtà.

Per muoversi nelle dimensioni rarefatte della coscienza è necessario imparare a distinguere i vissuti interiori e accogliere la propria sensibilità fino a concedersi la fiducia nella soggettività.

Fiducia e soggettività, infatti, sono i codici che ci consentono di andare oltre il corpo e di incontrarci fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per potersi abbandonare al potere magico delle dimensioni più rarefatte è necessario abituare la mente alla verità del mondo interiore.

Occorre aprirsi a una cultura nuova fatta di sensazioni più che di azioni, di ascolto partecipe e attento, di empatia e di abbandono.

Per esplorare le dimensioni immateriali bisogna avere la possibilità di sorprendersi e permettere che l’ignoto si riveli in tutta la sua multiforme verità.

Nella Totalità valgono leggi diverse da quelle della fisicità.

Un amore privo di possesso, libero dai contratti e dalle pretese imposte dalle nostre tradizioni, dispiega le sue infinite potenzialità rivelandoci le leggi di un mondo che cammina da sempre affianco alla nostra fatica quotidiana, fatta di impegni, di fretta e di concretezza.

È un amore colmo di reciprocità, di rispetto e di attenzione per la verità dell’altro.

Anche quando questa verità non soddisfa le nostre aspettative.

È un amore fiducioso e innocente, come quello che hanno gli animali.

Qualcosa che bypassa la razionalità e ci connette con le profondità della vita.

Gli scienziati stanno ancora cercando di capirlo.

La ragione non se lo permette.

Il cuore lo riconosce d’istinto.

Senza bisogno di spiegazioni.

Carla Sale Musio

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LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

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Set 26 2016

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando il corpo muore anche la personalità muore, e resta solo l’essenza interiore che ci ricongiunge con il mondo immateriale della Totalità e delle emozioni.

Focalizzarsi esclusivamente sugli aspetti concreti dell’esistenza ha un prezzo da pagare, incatena alla sofferenza quando arriva il momento del trapasso.

La cultura materialista ha inibito la percezione di tutto ciò che non si può toccare (e monetizzare) e ci conduce a sperimentare il dolore quando la concretezza incontra il proprio limite.

Nel momento della morte il corpo perde la vitalità cedendo il posto ai legami affettivi, che acquisiscono una maggiore pregnanza.

La materialità non funziona più ed è soppiantata dalla molteplicità impalpabile della vita interiore.

Una realtà che non si può toccare ci svela la sua presenza, grazie agli effetti che si producono nel mondo interno.

L’amore, il dolore, la paura, la malinconia, la tenerezza, non possiedono fisicità, ma chi li vive è certo della loro esistenza perché ne constata gli effetti in se stesso.

Quando il corpo muore, la vita interiore rimane viva e vibrante, a dispetto della pretesa materialista di padroneggiare ogni cosa con i sensi fisici.

Le verità immateriali sono invisibili, ma non per questo inesistenti, anzi, sono l’unica realtà che sopravvive alla morte, perché nel trapasso si rinforzano e crescono, aiutandoci a sopportare la perdita delle persone care.

In quei momenti, nel mondo interiore si apre la strada per una comunicazione profonda, che esiste ed evolve anche quando la fisicità non c’è più.

Vediamo come.

Con la morte del corpo tutto ciò che concerne la fisicità si trasforma e deperisce, e la personalità, che è strettamente legata al corpo, scompare.

La personalità è il modo in cui facciamo fronte agli eventi, l’insieme dei comportamenti e degli atteggiamenti che usiamo più di frequente e che spesso ci portano ad affermare con sicurezza:

Io sono fatto così!”.

In verità, nessuno è fatto così.

Abbiamo tutti un insieme potenzialmente infinito di possibilità espressive, anche se da questa gamma finiamo per selezionare poche opzioni che utilizziamo un po’ per tutto, come dei vestiti comodi.

La personalità è la fisionomia che scegliamo di dare alla nostra esperienza terrena e, proprio come un abito, spinge gli altri a riconoscerci e identificarci.

Quando il corpo non c’è più anche la personalità si trasforma, e le difficoltà che incontriamo nel ritrovare chi non ha più una forma fisica, dipendono soprattutto da questa mancanza.

Ci aspettiamo di riconoscere le parole, i gesti, i modi di fare che hanno caratterizzato le persone che abbiamo amato, e se arrivano informazioni diverse dalle nostre aspettative, lo scetticismo la fa da padrone cestinando ogni esperienza come fosse frutto della fantasia.

È difficile accettare che adesso la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato, il cane… non sono più come li abbiamo conosciuti.

La delusione che deriva da questa constatazione, per molti è insopportabile.

Vorremmo ritrovare i nostri cari così come li abbiamo sempre percepiti, e rifiutiamo l’idea di un’evoluzione dopo la morte.

Eppure, la vita continua anche senza la presenza del corpo, il percorso di crescita prosegue nelle dimensioni più rarefatte dell’esistenza e le creature che abbiamo amato cambiano e procedono nella loro evoluzione affettiva e multidimensionale.

I nostri cari tornano sempre a raccontarci la vita dopo il trapasso, ma per la mente è difficile incasellare quelle informazioni così diverse dalle attese che abbiamo.

Occorrono umiltà, fiducia e devozione, per mantenere salda la certezza che la mamma, il papà, il marito, l’amico, il fidanzato o il cane, non ci hanno abbandonato e verranno a dirci come e dove sono adesso.

È grazie all’umiltà, alla fiducia e alla devozione che è possibile superare gli ostacoli di un pensiero abituato a distinguere solo la concretezza.

Davanti all’infinita continuità dell’amore, la mente si ribella, i ricordi incalzano e il dolore dilaga impedendo l’ascolto di una presenza fatta di sentimenti e di unione, senza corporeità.

Per superare l’enigma e il dramma della morte, la ragione deve cedere il posto al sentire e fidarsi di una sicurezza tutta interiore.

Proprio come succede quando ci s’innamora.

Mentre la mente cerca i suoi perché il cuore conosce già la verità, senza bisogno di fatti o di parole.

Quando chi non c’è più torna per raccontarci la sua realtà, avvertiamo qualcosa dentro, una risposta impalpabile e veloce attraversa la mente nello stesso istante in cui formuliamo interiormente la domanda: 

“Dove sei? Come stai? Cosa ti è successo?”.

Cogliere la risposta presuppone la capacità di ascoltare l’invisibile, un pensiero estraneo nel fiume ininterrotto del nostro costante chiacchiericcio interiore.

Occorre l’umiltà di accogliere anche ciò che non comprendiamo, la fiducia nella profondità del legame che unisce le persone anche se il corpo non c’è più, e la devozione che permette all’amore di crescere e svilupparsi nei modi che gli sono propri, e che spesso la ragione fatica ad accettare.

Allora arrivano i messaggi e i nostri cari privi di fisicità ci raccontano una realtà che sta oltre la mente, il corpo e la materia, un mondo che è sempre esistito e che ci accompagna costantemente, perché è l’essenza stessa della vita, di cui la morte è soltanto un passaggio.

Sono messaggi pieni di insegnamenti, parlano della continuità dell’esistenza, raccontano il valore dell’immaterialità.

La personalità è legata alla materia, appartiene al corpo e alla sua fisicità.

Oltre la cortina del pregiudizio che annoda le percezioni ai cinque sensi, esiste il mondo impalpabile delle emozioni e prende forma un percorso di crescita che dalla frammentazione delle identità conduce alla pienezza della Totalità.

I nostri cari defunti sono le guide che ci indicano il cammino, e ci regalano gli insegnamenti di una realtà che la ragione non può raggiungere e che il cuore riconosce d’istinto.

La mancanza della personalità permette di usare parole diverse, espressioni non facili per il nostro idioma razionale fatto di tempo, spazio e misura.

É un linguaggio più antico e più difficile da interpretare perché bisogna leggerlo con gli occhi del cuore, e ci guida a comprendere un mondo in cui la ragione cede il posto a sensazioni nuove: di unione, di pienezza, di appartenenza, di sicurezza e di Totalità.

Carla Sale Musio

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AMARSI OLTRE IL TEMPO

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Ott 19 2015

ANIMALI O MAESTRI?

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Esiste una relazione invisibile che unisce il cuore umano al cuore degli animali che vivono con noi.

È un legame energetico, impercettibile per i sensi fisici ma in grado di congiungerci ben oltre le coordinate di spazio e tempo.

I cani, i gatti, le cavie… e tutti gli animali che ci accompagnano nella vita, sono piccoli angeli venuti a rammentarci l’esistenza di una preziosa parte sensibile: emotiva, ingenua, vulnerabile e capace di amare con un’intensità che la società umana non si permette di riconoscere.

Le specie diverse dalla nostra comprendono d’istinto l’energia sottile che dà forma alle cose, e sanno cogliere il linguaggio silenzioso dei vissuti interiori.

Per questo non hanno bisogno di usare le parole.

Sono amici pelosi (o pennuti) che ci affiancano lungo un tratto di strada, ricordandoci l’immediatezza delle emozioni e l’abbandono fiducioso al potere dell’esistenza.

Il loro modo di essere è così naturale e spontaneo che, spesso, perdiamo di vista  l’insegnamento di cui ci fanno dono.

Poi un giorno, in punta di piedi come sono arrivati, se ne vanno via.

E, di colpo, quell’inestimabile contributo affettivo sparisce, lasciandoci interdetti e disperati davanti a una voragine di dolore.

C’è molto pudore nel condividere la sofferenza che fa seguito alla morte di questi amici a quattro (o a due) zampe.

Spesso, ci vergogniamo di dichiarare l’intensità dei sentimenti che proviamo per loro.

In un mondo che ha fatto del cinismo la sua bandiera e del guadagno il suo più grande perché, non è permesso soffrire per creature considerate di serie B e, perciò, prive di valore.

Ma quando arriva il momento di separarci da questi bambini, ormai anziani, una pena infinita costringe a guardare la profondità di un legame che, spesso, abbiamo cercato di nascondere anche a noi stessi.

In quei momenti, ci sforziamo di superare l’angoscia utilizzando le armi a nostra disposizione: prima la medicina, con il suo armamentario di analisi e torture a fin di bene, e dopo la ragione col suo incrollabile repertorio di motivazioni indiscutibili.

“Abbiamo fatto tutte le cure… ma non c’è stato nulla da fare.”

“Quando arriva il momento, non si può fermare il destino.”

“Era troppo vecchio per vivere.”

Affermiamo sconsolati, cercando di convincere noi stessi.

Ma niente serve a colmare lo strappo energetico che lacera l’Anima.

Tutto è inutile.

E il dolore ci sommerge, segnalando l’importanza che questi spiriti celesti assumono nella nostra vita.

Nella trilogia fantastica - Queste oscure materie -, Philip Pullman racconta che l’Anima assume le sembianze di un animale (daimon) che ci accompagna nel corso della vita, e spiega che il daimon è una creatura che sente e vive le nostre emozioni, e che s’incarica di impersonare per noi la realtà interiore, affiancandoci costantemente

Privato del proprio daimon un essere umano perde la connessione col mondo emotivo, sentendosi senza energia e costantemente in pericolo.

Come spesso accade, la narrativa racconta una verità che la scienza fatica ad ammettere, e ci mostra l’importanza del legame tra uomini e animali.

Gli animali ci aiutano a mantenere vivo il contatto con l’Anima.

Quando ci abbandonano, perdiamo il riferimento interiore che abbiamo delegato loro, e questo provoca un acuto dolore, mostrandocene di colpo la profondità e il valore.

Soffrire la morte di un animale significa ricongiungersi a una pulsante sensibilità e fa parte del dono che i nostri piccoli amici ci regalano, lasciando che i sentimenti scorrano liberi e immediati.

Il dolore sveglia l’Anima umana dal suo torpore e permette una crescita interiore che onora il rapporto con questi Maestri e approfondisce il legame nelle dimensioni invisibili della coscienza.

Nessun daimon può abbandonare per sempre il suo protetto della specie umana.

Il passaggio negli spazi più rarefatti dell’esistenza (che noi esseri umani chiamiamo morte) rinsalda il patto che abbiamo stretto insieme, aiutandoci a costruire un rapporto più intimo con l’amore e con il significato della vita.

Carla Sale Musio

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QUANDO MUORE UN ANIMALE

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Set 11 2015

AMARSI OLTRE IL TEMPO

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Ci sono legami così profondi e duraturi da sfidare le coordinate spaziotemporali in cui ci muoviamo abitualmente, per raggiungere una dimensione rarefatta e impalpabile della coscienza, un territorio in cui l’amore è l’unico codice in grado di dare forma alla realtà.

Esiste uno spazio incorporeo, mosso da leggi diverse da quelle cui siamo abituati nella fisicità, un luogo colmo di verità e di emozione e privo di maschere: è lì che tutti noi sperimentiamo e condividiamo i sentimenti più profondi.

Spesso senza saperlo.

Ci sono anime che prendono su di sé il compito di ricordarci l’esistenza di questa realtà, fatta di coinvolgimento, fiducia e abbandono.

Creature che scelgono di portare un messaggio profondo nella nostra esistenza materiale, malata di cinismo e indifferenza.

Esseri venuti a ricordarci che siamo qui per canalizzare l’amore e far risuonare le sue frequenze più elevate.

Sono persone speciali, capaci di creare un ponte tra l’impalpabilità delle emozioni e il nostro mondo pieno di difficoltà, in modo che l’indomabile energia dei sentimenti possa infondere la sua miracolosa vitalità dappertutto.

Queste persone, a volte, affrontano prove difficili perché, proprio nelle difficoltà, emergono la saggezza e la forza emotiva.

Sembra che sappiano già quali compiti il destino ha in serbo per loro e accolgono la vita con una maestria che lascia sconcertati e ammirati insieme.

La morte imprevista e prematura può essere una di quelle esperienze.

In questi casi, il dolore, che accompagna chi resta, diventa un limite che impedisce all’amore di scorrere libero tra le dimensioni.

La mancanza fisica spinge a ricercare chi non c’è più, oltre la materialità, nel mondo inafferrabile dei sentimenti.

Il desiderio di incontrarsi costringe a sfidare il limite che impedisce all’amore la sua naturale continuità, e libera la creatività necessaria a vincere quelle barriere mentali che ci intrappolano dentro schemi di pensiero precostituiti e pesanti.

Occorre fare un salto quantico per incontrare chi non ha più corpo e vive, senza spazio né tempo, nei luoghi dell’amore.

Ma, oltre le dimensioni materiali, il cuore conosce realtà che i sensi fisici non possono raggiungere e sviluppa percezioni diverse, adatte a ritrovarsi fuori dallo spazio, dal tempo e dal corpo.

Ci sono legami così profondi da superare anche la prova più difficile: quella della morte.

Sono unioni capaci di costruire una continuità tra dimensioni diverse, per dare forma a un’intesa che vibra contemporaneamente: nel tempo e nell’eternità.

Esistono persone speciali in grado di affrontare il dolore fino a ritrovarsi in un’immortalità fatta dei gesti di sempre e della coscienza infinita che li attraversa.

Persone nascoste nella quotidianità e brillanti di luce interiore, venute a insegnarci che l’amore è l’unica energia che muove il mondo e dà forma alla vita.

L’unica legge che non chiede rispetto perché esiste in una dimensione fatta di riconoscimento e autenticità.

L’amore è un’energia che afferma la reciprocità in ogni istante e trasforma il dolore in saggezza, comprensione e verità, modellando l’unione in un eterno SEMPRE condiviso.

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STORIE D’AMORE SENZA CONFINI

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Non se lo erano mai dette, però lo sapevano tutt’e due.

Madre e figlia sapevano che il loro incontro sulla terra sarebbe stato breve.

C’era sempre una punta di paura nel cuore, unita alla certezza che niente avrebbe potuto separarle davvero.

Così, a dispetto dei consigli dei parenti, degli amici e degli psicologi, avevano trascorso troppo tempo insieme.

Tutto il tempo a disposizione.

E in quel tempo si erano preparate al distacco e al compito che, entrambe, avevano scelto: ritrovarsi oltre le dimensioni.

Poi il giorno terribile arrivò, inesorabile e naturale come le cose della vita.

La madre morì.

La diagnosi: carcinoma epatico.

Ma la figlia sapeva che era arrivato il momento.

Non passò molto tempo che la mamma si presentò nei sogni e poi in tante percezioni quotidiane.

La ragazza ne riconosceva la presenza in quella sensazione di familiarità che, di colpo, permeava ogni cosa.

Cominciarono a dialogare.

Mentalmente.

Una domanda fatta di pensiero, cui seguiva immediata la risposta!

Così veloce che diventò necessario scrivere e dare forma a un sapere che altrimenti scivolava come acqua tra le dita.

Le spiegava com’era fatto il mondo immateriale in cui adesso si riconosceva.

Era il compito che insieme avevano scelto: creare un ponte tra le dimensioni per raccontarsi la vita.

E scoprire che niente può fermare l’amore.

Nemmeno la morte.

* * *

Sapevano entrambi che il tempo per loro sarebbe stato poco, perciò si sposarono in fretta, prima che la morte arrivasse a separarli.

Lui voleva lasciarle la casa.

Lei voleva sentirsi sua, per sempre.

I parenti non erano d’accordo ma loro due erano già una cosa sola e diventare marito e moglie era soltanto una tappa lungo un percorso condiviso.

Il passo successivo: comunicare ancora.

Lui individuò il medium e, quando lei l’interpellò, quello acconsentì a far loro da tramite.

Arrivarono tante lettere.

La scrittura dava forma all’amore.

Lui voleva proteggerla sempre.

Lei voleva sentirlo vicino.

Poi scoprirono insieme uno spazio interiore.

Le parole a quel punto non servivano più.

La presenza si fece costante.

Adesso lui è un testimone devoto nella sua vita, pronto ad accoglierla con la sua energia tutte le volte che lei si sente sola.

Il loro è un matrimonio profondo, fatto di un’intima e costante quotidianità.

Hanno imparato a vivere insieme a dispetto della fisicità.

* * *

Quando le dissero dell’incidente, Federica non ci poteva credere: il suo unico meraviglioso figlio morto per colpa della distrazione di un cretino!

Pensò che sarebbe stato meglio morire con lui! 

Giurò che lo avrebbe ritrovato!

A tutti i costi.

Voleva riabbracciarlo, sentire le sue risate e le sue canzoni.

Poi quel messaggio nella segreteria:

“Mamma sono io, sto bene, sono qui!”

La voce chiara di lui le sembra quasi uno scherzo.

Ma Federica riconosce suo figlio.

Allora è vivo!

Da quel momento prese a parlargli.

E sentiva che lui le rispondeva.

Con pazienza e col tempo imparò a capirlo: doveva lasciar perdere gli stimoli del corpo, dimenticare il dolore e permettere che le raccontasse dov’era.

La gioia di averlo ritrovato colmava la fatica che faceva a spostarsi in quella dimensione rarefatta dove adesso era lui.

Comprese che suo figlio era un maestro venuto a rivelarle i segreti della vita e il miracolo della morte.

Difficile da raccontare.

Spiegare che un velo invisibile impedisce le comunicazioni e che basta spostarlo per ritrovare chi credevamo di aver perso per sempre.

Federica dice che il mondo per lei ha cambiato prospettiva.

Molti non la capiscono, tanti la ammirano.

Lei serba nel cuore il suo segreto.

Un figlio è un amore per sempre e bisogna capirlo, qualsiasi sia il percorso che sceglie di intraprendere.

Carla Sale Musio

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INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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Lug 12 2015

INCONTRARSI DOPO LA MORTE

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Quando il corpo fisico non c’è più, ciò che resta è soltanto l’amore, che diventa più intenso a mano a mano che la capacità di amare evolve nelle dimensioni intangibili della coscienza.

Il nostro coinvolgimento profondo, infatti, è un’energia che oltrepassa la realtà materiale e si estende nell’immensità dell’esistenza.

Senza limiti.

Crediamo che la coscienza sia circoscritta alle percezioni fisiche e facciamo fatica a comprendere una realtà formata soltanto da emozioni.

La cultura dell’indifferenza e della materialità in cui viviamo ci ha portati a dimenticare che, insieme alla nostra rassicurante fisicità, esiste una dimensione fatta di vissuti privi di densità ma reali e importanti ai fini della salute, del benessere e della crescita interiore.

Una dimensione che appartiene alla coscienza e che è indispensabile conoscere per poter incontrare le persone che non hanno più il corpo.

Le emozioni hanno una componente somatica (battito cardiaco, sudorazione, contrazioni muscolari, risate, lacrime…) che ci permette di riconoscerne gli effetti nella materia ma, insieme a questi aspetti concreti, possiedono anche una realtà interiore priva di fisicità e altrettanto importante.

Per rendercene conto basta pensare ai momenti in cui ci siamo sentiti profondamente coinvolti: uno sguardo pieno d’amore, il sorriso di un bambino, la delusione conseguente a un insuccesso, la paura di essere abbandonati, la rabbia davanti alla prepotenza…

Sarebbe riduttivo e poco realistico limitare queste esperienze alle loro manifestazioni fisiche!

Le emozioni sono molto più che un insieme di percezioni corporee.

Sono la chiave che dalla concretezza della quotidianità consente di accedere all’immensità dell’esistenza.

Dopo la morte del corpo, la vita affettiva acquista maggiore pregnanza e diventa il canale che ci permette di incontrare ancora le persone che abbiamo amato.

E’ grazie alle sensazioni interiori, infatti, che è possibile stabilire un contatto con chi ha lasciato il corpo, e ricreare l’intimità e l’unione vissute durante la vita materiale.

Le comunicazioni tra chi ha ancora un corpo e chi invece non lo possiede più sono possibili e frequenti, ma per ottenerle è necessario accettare l’evoluzione che i nostri cari sperimentano nell’immaterialità.

Dopo la morte del corpo, infatti, oltre alla fisicità si abbandona anche la personalità, cioè quell’insieme di atteggiamenti e comportamenti che ci caratterizzano e che sono strettamente intrecciati alla corporeità.

Ciò che rimane è la sapienza acquisita grazie alle esperienze interiori, una saggezza capace di aiutarci a cogliere il senso profondo della vita, oltre le apparenze materiali.

Quando il corpo non c’è più, la comprensione emotiva, finalmente libera dalle zavorre della fisicità, può dispiegare tutto il suo potenziale, permettendo al coinvolgimento di manifestarsi. 

E, per chi ancora possiede un corpo, diventa possibile ritrovare coloro che si sono spostati nelle dimensioni immateriali, incontrandoli nel proprio mondo interiore.

Le emozioni danno forma al linguaggio che permette questi dialoghi, un codice fatto di sensazioni intime, vive e pulsanti, che rimane attivo anche dopo la morte.

L’amore diventa così un’antenna, capace di captare la presenza di chi abbiamo amato e di garantire la comunicazione.

Si tratta di contatti che avvengono unicamente nel mondo interiore ma che possiedono una profonda autenticità.

Le esperienze emotive, infatti, si verificano dentro una dimensione immateriale della coscienza e perciò non si possono riprodurre, standardizzare, quantificare o misurare.

L’amore è un fenomeno soggettivo.

Ma questo non ne scalfisce l’importanza.

Ognuno può affermare con sicurezza di essere stato innamorato, anche senza bisogno di prove ottenute in laboratorio e di conferme da parte degli scienziati!

Dopo la morte, la capacità di amare si sviluppa e prosegue il percorso di crescita iniziato durante la vita fisica.

I nostri cari nella dimensione immateriale, perciò, non rimangono sempre uguali a come li abbiamo conosciuti quando ancora avevano il corpo, ma cambiano, crescono e diventano migliori.

Proprio come, nel mondo della materia, i bambini diventano adulti.

La crescita psicologica non finisce mai e, quando abbandoniamo la fisicità, prosegue nelle profondità più rarefatte dell’esistenza.

I nostri cari disincarnati spesso manifestano una saggezza e un’amorevolezza diverse rispetto a quando erano in vita, e questo può disorientarci e rendere difficile il riconoscimento e i colloqui.

Occorre abbandonarsi con fiducia all’esperienza dell’incontro, lasciando da parte il giudizio e accogliendo il contatto affettivo senza aspettative, con la curiosità e l’ingenuità che hanno i bambini.

Chi non possiede più il corpo è desideroso di condividere la propria esperienza immateriale, e sussurra nella nostra coscienza la sua nuova consapevolezza della realtà.

E’ una comunicazione fatta di sensazioni intime, d’immagini e di comprensioni telepatiche che trovano una coerenza logica soltanto nel tempo, quando la nostra percezione, razionale e intrisa di materialità, riesce a tradurle in parole senza deformarne il senso.

Non sempre è facile comprendersi e attribuire autenticità a questi dialoghi, che non siamo abituati a identificare e ad ammettere.

E’ un cammino nuovo che occorre imparare a riconoscere e che permette di affrontare la morte con una diversa apertura, sfatando il mostro dell’annientamento e restituendo all’amore la sua giusta importanza nell’esperienza della vita. 

La morte è soltanto un passaggio evolutivo in dimensioni nuove della coscienza.

Carla Sale Musio

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I MORTI CI PARLANO NEI SOGNI

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Giu 12 2015

I MORTI CI PARLANO NEI SOGNI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Succede spesso che le persone che abbiamo amato e che non ci sono più, trovino nei sogni un’occasione per comunicare con noi, finalmente libere dalle censure della nostra mente razionale.

Il pensiero materialista non crede possa esistere qualcosa oltre ciò che si può toccare, e lascia alle religioni il compito di raccontarci un aldilà in cui sarebbe possibile la permanenza dell’anima.

Ma la ragione fatica a credere per fede e i dogmi religiosi non soddisfano i perché dell’intelligenza.

Così sul tema della morte e della sopravvivenza ognuno coltiva le proprie convinzioni, a dispetto sia della scienza sia della fede. 

E, a volte, anche di se stesso.

Su un argomento tanto doloroso le contraddizioni sono all’ordine del giorno e, facendo il mio mestiere, capita spesso di incontrare atei che hanno paura dei fantasmi, cattolici che credono nella reincarnazione o buddisti che parlano con gli angeli.

La psicologia si colloca in una posizione diversa dalle ricerche in laboratorio, il lavoro con la coscienza è inevitabilmente privo di fisicità, ma non per questo è inesistente. Anzi!

Chi soffre di attacchi di panico sa quanto possano essere reali i pericoli invisibili e le cure fatte soltanto di parole.

L’immaterialità è il pane quotidiano di chi lavora con la psiche.

Tante persone arrivano in terapia travolte dal dolore per la morte di qualcuno che hanno amato.

Chiedono aiuto spaventate al pensiero di rifugiarsi in fantasie irreali e consolatorie ma incapaci di accettare l’idea che i loro cari siano dovuti uscire di scena per sempre.

In questi casi l’immaterialità subisce il disprezzo di una cultura che ha azzerato il valore dei sentimenti annullando l’interiorità.

Il mondo interno è uno spazio soggettivo e individuale che non si può standardizzare ne ripetere in laboratorio, ma è reale e pieno di vita! Lo dimostrano il dolore o la gioia che proviamo nei momenti importanti della nostra esistenza.

La morte di una persona cara è un evento delicato e ricco di significato proprio perché ci conduce a esplorare dimensioni diverse dalla fisicità.

Denigrare l’immaterialità e la soggettività ci priva degli unici strumenti capaci di dare valore a una perdita altrimenti terribile e crudele.

Morire vuol dire entrare in una dimensione rarefatta che fa paura proprio perché nel corso della vita non le riconosciamo alcuna realtà.

Quando il corpo scompare, ciò che resta esiste in uno spazio della coscienza privo delle coordinate materiali. Ma reale.

Da lì i nostri cari cercano di stabilire un contatto con quella parte di noi che è in grado di percepirne l’esistenza anche senza la corporeità.

E’ un contatto intimo ed emotivo fatto di sensazioni profonde e spesso prive di immagini o di parole.

E’ lo spazio dell’amore.

Lo conosciamo e ce lo permettiamo quando il corpo fisico ci aiuta a credere in una rassicurante materialità, e lo neghiamo quando invece la morte ci costringe ad ammetterne l’esistenza in assenza di riferimenti concreti.

L’amore oltrepassa la dimensione materiale e coinvolge aspetti della coscienza che sono soggettivi, emotivi e spirituali.

E’ un’energia che si estende oltre i limiti della fisicità.

Lo sanno gli innamorati, lo sanno le mamme, lo sanno gli animali… lo sanno tutti quelli che amano e hanno amato.

L’amore è qualcosa che si sente dentro e che le parole faticano a spiegare perché non è fatto di parole. Si può soltanto viverlo.

Quando i nostri cari non hanno più il corpo, rimane soltanto l’affetto che abbiamo condiviso e bisogna imparare a muoversi in una dimensione priva di concretezza e di corporeità.

Uno spazio da cui cercano di raccontarci la loro verità.

Spesso però la sofferenza che proviamo impedisce la comunicazione, bloccando l’energia affettiva dietro un muro di dolore e paura.

L’amore è l’antitesi del dolore e della paura.

Nei sogni la nostra mente finalmente si acquieta e, mentre il corpo recupera energie per affrontare la vita quotidiana, la parte affettiva della coscienza si libera del giogo imposto dal pensiero razionale e si muove leggera nelle dimensioni immateriali del sentimento.

In quegli spazi liberi dalle catene della logica prendono forma i sogni e avvengono gli incontri con le persone che non hanno più il corpo e che così possono finalmente parlare al nostro cuore.

Nei sogni ritroviamo chi ci ha lasciato e spesso viviamo la buffa sensazione di dovergli ricordare la morte.

“Ma tu sei morto…” diciamo increduli e preoccupati, permettendoci una conversazione che farebbe andare in bestia la ragione (se non dormisse).

“Lo so, lo so… ma io sto benissimo!” ci rassicura chi, pur senza avere un corpo, sente di essere se stesso e si riconosce in ciò che prova.

Sono dialoghi che avvengono in un linguaggio fatto di immagini, condensazioni e spostamenti, perciò non sempre è facile interpretarne il significato, una volta tornati allo stato di veglia.

La ragione ha bisogno di tante rassicurazioni per credere che queste comunicazioni avvengano davvero, e spesso un meccanismo di rimozione cancella i ricordi dei sogni impedendone una corretta interpretazione.

Ma nel corso dei colloqui psicologici, abbandonata la vergogna e la paura di essere derisi, le comunicazioni appaiono frequenti e ricorrenti, confermando quanto i nostri cari sentano il bisogno di rassicurarci sulla loro esistenza incorporea e sulla loro costante presenza.

Tante persone raccontano episodi in cui gli incontri sono possibili e pieni di gioia, una volta superata la dicotomia tra vita e morte che affligge il pensiero materialista.

Chi non ha più un corpo ha un amore senza confini e aspetta, al di fuori del tempo, il momento della nostra attenzione.

Amare è un modo di essere che attraversa la materialità senza appartenerle e, come un arcobaleno, rischiara il grigiore del dolore e della paura.

Nei sogni la logica mette da parte le sue pretese e cede il posto al cuore, l’unico luogo in cui sia possibile ritrovarsi.

Per sempre.

Carla Sale Musio

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È MORTO… MA C’É ANCORA!

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Mag 25 2015

É MORTO… MA C’É ANCORA!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Con la morte… finisce tutto.

La vita non c’è più, il corpo lentamente si decompone e ciò che rimane è soltanto un mucchietto di polvere.

La visione materialista liquida in fretta la questione della morte.

Pensare a una sopravvivenza dopo il decesso del corpo è considerato un’utopia, roba per poveri illusi incapaci di far fronte alla sofferenza.

Nel nostro mondo conta soltanto quello che si può toccare e (soprattutto) monetizzare.

Bisogna essere concreti.

Le cose che non generano guadagni sono trattate con sufficienza, snobbate e derise.

E chi si prende la briga di obiettare che l’importante non si può stringere tra le mani, è considerato uno sciocco.

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PSICOLOGIA, MORTE E IMMATERIALITÁ

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L’amore, la felicità, la sicurezza, la soddisfazione, la gioia… non hanno contorni definibili, non sono misurabili, non si possono quantificare e comprare.

Possiamo soltanto sperimentarne l’autenticità, vivendo.

Per gli psicologi, però, gli stati d’animo sono qualcosa di altrettanto reale di un biglietto da cinquecento euro, di un sasso o di una casa.

La nostra professione ci porta a confrontarci col potere delle emozioni e con i loro effetti.

La depressione, gli attacchi di panico, le ossessioni, la paura, il desiderio, l’amore, la realizzazione personale… sono importantissimi per la psiche.

Determinano la salute mentale e il benessere, o provocano l’inferno, paralizzando le risorse individuali e causando un’infinità di problemi.

Perciò, per chi fa il mio mestiere, queste cose immateriali sono altrettanto reali di quelle materiali.

La morte è un evento che non si può ignorare perché coinvolge il mondo interiore e il significato della vita.

Quando ci occupiamo di personalità, carattere, sentimenti, atteggiamenti e comportamenti, stabiliamo la realtà delle cose osservando gli effetti che producono .

E, da questo punto di vista, che un evento sia ripetibile in laboratorio diventa poco importante.

Per tanto tempo la scienza ha ignorato il pensiero e le emozioni, pretendendo una misurabilità impossibile per la psiche.

Infine ha dovuto riconoscere il proprio limite e ammettere che sì, ciò che succede nel mondo interiore riguarda la soggettività di ciascuno, non può essere standardizzato ma… esiste!

È reale.

Si può studiare osservandone gli effetti ed è decisivo per la qualità della vita.

In seguito a quest’ammissione, oggi la psicoterapia è considerata altrettanto reale e concreta di una cura di antibiotici o di un’operazione chirurgica.

La psicoterapia non è ripetibile, ma la sua realtà si rileva dai risultati che produce nella vita delle persone.

Chi segue un percorso di crescita lo sperimenta sulla propria pelle.

La psicoterapia è una cura che non si può toccare, non si può misurare e non si può ripetere, ma che esiste.

Inequivocabilmente.

Lo dimostrano i cambiamenti vissuti dai pazienti.

La psicoterapia è possibile soltanto quando s’instaura un rapporto di fiducia.

In mancanza di questo non ci può essere cura.

Occorre un legame emotivo per far sì che la trasformazione interiore prenda forma.

Il legame genera una corrente energetica tra due persone.

È qualcosa che non si può vedere, toccare o misurare, ma è un elemento indispensabile.

Nella psicoterapia e in tutte le relazioni affettive.

I legami non possiedono alcuna materialità, eppure sono reali.

Lo sanno bene gli innamorati, quando verificano tra loro una comunione altrimenti impossibile.

Incontrarsi senza essersi messi d’accordo, telefonarsi nello stesso momento, vivere fenomeni di telepatia, sentire dentro di sé le emozioni dell’altro… sono esperienze che avvengono soltanto quando tra due persone esiste un’unione profonda.

L’immaterialità non ne diminuisce la pregnanza e nemmeno l’autenticità.

Quando una persona cessa di vivere, il suo corpo muore ma il legame con chi ha amato non muore, e l’immaterialità lo rende libero dalle limitazioni della corporeità.

Dopo la morte, l’unione affettiva diventa uno strumento in grado di connettere chi ha un corpo con chi, invece, il corpo non lo possiede più.

La comunione interiore permette alla coscienza di sperimentare la presenza delle persone cui siamo stati legati.

Non ci sono parole da ascoltare, mani da stringere, occhi da guardare… ciò che rimane sono soltanto i sentimenti, che ci indicano la strada per mantenere vivo il rapporto.

Nella nostra cultura l’immaterialità fa paura, è associata agli spettri, alle fattucchiere, ai rituali di magia nera e ai film dell’orrore.

Ma l’unico orrore dell’immaterialità riguarda il disprezzo con cui è trattata.

Un disprezzo che genera ignoranza e sofferenza.

La morte è un passaggio che conduce in dimensioni diverse della coscienza.

Una cultura che promuove l’ascolto interiore è capace di accogliere l’impalpabile verità di ciò che esiste fuori dai vincoli imposti dalla materialità, consentendo anche a chi non ha più il corpo di mantenere vivo il rapporto con le persone che ha amato.

Nella nostra cultura, invece, l’indifferenza verso i sentimenti e un’eccessiva concentrazione sulla concretezza hanno generato il cinismo e la violenza che oggi stanno distruggendo il pianeta.

Aprirsi alle emozioni e alla sensibilità interiore significa avventurarsi nella profondità della coscienza per scoprire le sue infinite possibilità.

L’amore trascende sempre i limiti della materia, perché non le appartiene.

Chi ama sa che i legami profondi non finiscono MAI.

E, dopo la morte del corpo, evolvono in una dimensione che esiste fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per ritrovarsi bisogna superare la paura di avventurarsi dentro se stessi, fino a toccare l’unione con le persone cui siamo legati.

E’ un percorso soggettivo che non trova conferme negli altri, perché ognuno attraversa il suo mondo interiore da solo, ma che ottiene le proprie certezze nell’esperienza intima dell’amore.

Non si può riprodurre in laboratorio.

Si può soltanto scoprirne la verità dentro di sé. 

Carla Sale Musio

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Set 21 2014

L’AMORE E’ IMMORTALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Antoine de Saint-Exupéry

Quando muore una persona cara, il legame che ci ha unito resta.

E diventa più grande e più forte.

Per poterlo riconoscere, però, occorre imparare a vedere, toccare e sentire, con il cuore.

Il cuore riconosce la presenza anche di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Il legame non ha nessun corpo.

Il cuore è abituato a vedere, sentire e toccare, tutto ciò che non ha corporeità.

Ma che cos’è la presenza?

La presenza è un’energia impalpabile che permea ogni essere, è una specie di atmosfera, l’allure che circonda le persone.

In teatro la presenza scenica indica il carisma di un attore.

Fuori dai teatri, se ne parla poco.

Di solito non facciamo caso alla presenza delle cose e degli esseri.

I sensi fisici ci distraggono.

Siamo abituati a riconoscere soltanto le percezioni concrete e non diamo importanza a quello che invece sentiamo dentro.

Ascoltiamo il cuore solo se ci invia dei segnali molto forti.

Quando muore qualcuno che amiamo ci ricordiamo di avere un cuore.

Il dolore che si prova non riguarda i sensi, è un dolore interno che attanaglia l’anima.

Non è concreto, non è quantificabile, non è scientifico.

Ma è reale.

In quei momenti ci accorgiamo, improvvisamente, della percezione del cuore.

La sofferenza annichilisce e, per questo, spesso, finiamo per imbavagliare il cuore con i farmaci.

Se stiamo attenti, ci accorgiamo di provare sempre qualcosa di non riconducibile ai cinque sensi, e possiamo imparare a riconoscere le percezioni cardiache in ogni istante della nostra vita. Davanti a persone, luoghi, cose, circostanze ed eventi.

Di solito non le ascoltiamo… ma le abbiamo.

Quando entriamo in una casa, per esempio, veniamo avvolti dalla sua atmosfera.

Possiamo guardare gli arredi, la luce e i colori, possiamo sentire la temperatura e gli odori ma, in aggiunta a queste percezioni fisiche, abbiamo una sensazione interna che ci racconta qualcosa.

Una sensazione che ci parla della casa e del modo di essere dei suoi abitanti.

Il materialismo spinge a trovare solo motivi concreti per giustificare le impressioni interiori, ma non sempre questa traduzione dei significati immateriali in informazioni materiali riesce bene.

Vi sarà capitato di entrare in un appartamento pulito, ordinato e curato… e di sentirvi a disagio.

La padrona di casa è gentile, vi fa accomodare, vi offre qualcosa. Eppure quella sensazione non passa.

Non c’è una ragione, è tutto ok, però… in quel posto non state bene.

A volte può bastare solamente cambiare stanza, per veder scomparire il malessere. A volte il disagio resta addosso fino al momento di andare via.

Appena uscite dall’abitazione, quella sensazione passa.

Il disagio di cui stiamo parlando è un’informazione che si percepisce con il cuore e appartiene al legame tra la casa e chi ci vive.

Ci fa sapere che c’è qualche fastidio.

Avvertiamo sempre la presenza delle persone.

Quando siamo con qualcuno, sentiamo la sua presenza.

La sentiamo anche stando in silenzio.

Anche se ognuno legge qualcosa per conto suo.

Anche se non ci si guarda, non ci si tocca e non ci si parla.

E’ la ragione per cui i bambini si trasferiscono con i loro giocattoli appresso agli adulti, invece che giocare da soli nella stanza dei giochi.

Quando qualcuno muore, la sua presenza non muore.

Il legame si amplifica dopo la morte, e la presenza si fa sentire di più.

Ma, purtroppo, il nostro pensiero imbevuto di materialità traduce la percezione cardiaca della presenza in: assenza.

“Mi manca! Non c’è più. Non devo pensarci. Mi ci devo abituare…

Questi pensieri escludono la percezione della presenza di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Possiamo avvertirla e sentire il legame soltanto usando il cuore.

Per accorgerci della presenza di chi amiamo, dobbiamo riconoscere al cuore un potere di conoscenza.

Bisogna ammettere che le percezioni cardiache hanno la stessa importanza che di solito attribuiamo alla mente, al sistema nervoso e al cervello.

E comprendere che la comprensione del cuore possiede una realtà.

Definiamo normale un tipo di percezione basato esclusivamente sui cinque sensi.

E, spesso, ci sentiamo poco normali nel riconoscere la medesima importanza anche alle percezioni interiori.

Ma nella capacità di ascoltare la vita con il cuore è racchiuso il segreto della salute mentale, e la via per un mondo migliore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

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MORTE E IMMORTALITA’

QUANDO MUORE UN ANIMALE

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Ago 28 2014

MORTE E IMMORTALITA’

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Morte e immortalità sono argomenti che spaventano.

Non se ne parla volentieri.

Riteniamo che la morte sia un evento che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare, ma viviamo cercando di non pensarci.

Come se non ci riguardasse davvero.

Riflettere sulla morte, di solito ci trova scissi in due differenti impostazioni di pensiero.

Da una parte ci sono i dogmi religiosi, che offrono un’interpretazione strutturata e immodificabile dove incasellare le nostre convinzioni.

Dall’altra c’è la scienza, che getta via tutto quello che non si può misurare e, non riuscendo ad avere risposte soddisfacenti, se ne disinteressa.

Il cuore e le emozioni, messi sotto pressione al pensiero del trapasso, faticano a trovare posto in questa rigida dicotomia.

Così, in una zona franca di se stesso, ognuno di noi coltiva le sue teorie personali, e gestisce come può l’incoerenza che esiste tra religione, scienza e vita vissuta.

Istintivamente, però, ci spaventa l’idea che tutto finisca.

La paura di scomparire in un nulla assoluto ci attanaglia tutti.

Puf… più niente!

E’ un pensiero innaturale.

Vive dentro di noi un’idea di permanenza che affonda le sue radici e trova le sue conferme nell’esperienza della nascita.

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Perché rifiutiamo l’idea che con la morte finisca tutto

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Abbiamo avuto tutti una prima esperienza di morte durante il parto.

La paura della morte è la paura della fine.

La fine di noi stessi e la fine di quelli che amiamo.

Nel corpo della mamma conosciamo per la prima volta la fine.

Sia la nostra fine, sia la fine dell’essere amato che ci circonda (in seguito lo chiameremo “mamma”).

Durante la vita intrauterina, la simbiosi fisiologica ci fa essere un tutt’uno con il corpo materno.

Ma poi, arriva un momento in cui niente funziona più e improvvisamente… una parte di me spinge via un’altra parte di me!

La sputa fuori e tutto-ciò-che-sono finisce!

Ma non sparisco inghiottito dal nulla.

Tutto cambia.

Di colpo tutto-ciò-che-ero scompare, per diventare qualcosa di sconosciuto e molto diverso.

Devo respirare.

La pelle brucia.

Ho fame.

Devo mangiare.

Mi sento solo.

Un trauma.

La nascita.

Che ci portiamo appresso per tutta la vita.

Impariamo lì che, dopo la fine, si riparte.

Nell’ignoto.

E, benché niente sarà mai più uguale a quei nove mesi trascorsi nel grembo materno, qualcosa perdura e si fortifica anche dopo che la nostra prima morte ha fatto sparire tutto (cioè: tutto-ciò-che-sono-stato-fino-a-quel-momento).

Dopo la nascita, di conosciuto e familiare ci resta solo il legame con la mamma. Che diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Quel legame appartiene a un meccanismo fisiologico, chiamato in gergo psicologico: preoccupazione materna primaria.

Si forma durante la gravidanza e prosegue per tutto il tempo di accudimento dei cuccioli.

La preoccupazione materna primaria è ciò che permette alla mamma di conoscere istintivamente i bisogni del suo bambino.

Di svegliarsi poco prima che pianga, di sapere quando ha fame, quando ha sonno o quando deve essere cambiato.

Grazie a questo legame succedono spesso fenomeni di telepatia tra madri e figli.

Mamma e bambino sanno, senza bisogno di parole.

A volte, questo succede anche quando si trovano a chilometri di distanza l’uno dall’altra.

La comunicazione senza parole esiste in tutti i legami profondi.

Sono stati fatti numerosi studi sul rapporto telepatico, sia tra madri e figli sia tra i gemelli (che hanno condiviso nove mesi nella stessa pancia).

Gli innamorati ne fanno esperienza comunemente.

Per esempio, quando si telefonano nello stesso istante… trovando occupato!

Il legame affettivo è un ponte che unisce due persone, oltre i limiti dello spazio e del tempo.

Nella morte, il corpo decade e ogni cosa percepibile con i cinque sensi, scompare.

Ma il legame che ha unito due persone, no.

Quello diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Nel momento della morte, quando di materiale non rimane nulla, l’amplificarsi del legame è interpretato impropriamente, da chi resta, come espressione di nostalgia.

Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Mi manca.

Non devo pensarci.

Invece, l’attenzione al legame è ciò che ci permette di gestire la morte dei nostri cari con qualche strumento di comprensione in più.

Dopo la morte, il legame si amplifica e quando il corpo sparisce, l’attenzione si focalizza sull’unione.

Quando muore qualcuno con cui siamo stati legati, dobbiamo imparare a sperimentare l’unione, senza vedere e toccare la persona amata.

Dobbiamo imparare a vedere e toccare l’unione.

Il dolore del lutto ci spinge in quella direzione, spontaneamente.

E’ come un detonatore che fa esplodere la bomba interna del nostro legame.

Immateriale.

Ma reale.

Il legame che unisce due persone non è concreto.

Esiste fuori dalle coordinate di spazio e tempo.

E’, però, molto tangibile.Dopo la morte cresce, si fortifica e diventa grande.

Come un neonato.

Ha bisogno di silenzio, delicatezza, attenzione e cure.

Va seguito, alimentato e capito.

Il cuore lo sa.

La mente non lo afferra.

E io?

Devo imparare a tollerarlo e a farne esperienza.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

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