Dic 24 2016

LA VITA È DEL TUTTO IMMATERIALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Sembra un’affermazione forte.

Eppure è la verità.

La vita è uno stato d’animo.

Un modo di decodificare gli avvenimenti che ci porta a sentirci bene o male, secondo come interpretiamo la realtà.

Un evento in sé non è né buono né cattivo.

Ma il nostro vissuto interiore determina profonde differenze nella percezione di ciò che accade.

Stare rinchiusi in una camera di tortura dove manca l’aria, il caldo umido toglie il respiro, la nebbia impedisce di distinguere i contorni delle cose mentre getti di aria rovente e di acqua gelata sferzano il corpo privo di vestiti, può essere un’esperienza angosciante o un benessere esclusivo (chiamato sauna), che le persone scelgono di vivere per ritemprarsi dopo una giornata di lavoro e sentirsi in forma nel corpo e nello spirito.

La differenza è nello stato d’animo con cui sperimentiamo l’esistenza.

Nel film “La vita è bella” un padre, deportato insieme al suo bambino, descrive a quest’ultimo la dura realtà dei campi di concentramento e delle torture inflitte agli ebrei, in un modo poetico e capace di fargli attraversare quella terribile esperienza come se fosse un gioco.

Il film, premiato con numerosi oscar, ci mostra in modo semplice ed efficace l’importanza della dimensione immateriale, evidenziando quanto la lettura degli avvenimenti determini la nostra verità.

Viviamo nella cultura dell’indifferenza e del cinismo e abbiamo perso il contatto con l’intimità dei sentimenti.

Questa lobotomia interiore genera innumerevoli sofferenze, psicologiche e fisiche, di cui non conosciamo la cura perché abbiamo nascosto le cause dietro una pericolosa anestesia emotiva.

Il pensiero materialista ci spinge a focalizzare l’attenzione solo sugli aspetti concreti, facendoci perdere di vista l’importanza di ciò che non si può toccare.

In questo modo la morte diventa una grande nemica, l’enigma con cui siamo costretti a confrontarci senza mai trovare risposte adeguate, il mistero che ci atterrisce perché ne abbiamo perso il valore intimo e profondo.

Ai nostri occhi, abbagliati dalla materialità, sembra assurdo che un corpo amato possa sparire nel nulla, inghiottito dalla vecchiaia, da un incidente o da una malattia di cui non si conosce la cura.

Quando muore una persona cara, ci sentiamo disperati e impotenti, e non ci aiutano i valori della fisicità, né la certezza di essere l’unica specie intelligente sul pianeta, l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Nonostante la nostra proclamata superiorità su tutte le altre creature viventi, in quei momenti difficili il dolore annichilisce ogni ragione, costringendoci a scoprire di aver perso le chiavi interiori dell’esistenza.

Gli animali possiedono una cultura differente dalla nostra e si affidano a un potere più grande, accogliendo con umiltà la fine del corpo.

Lasciano che la vita faccia il suo corso e nella morte riconoscono la potenza della Totalità.

Per loro l’immaterialità è un valore.

L’ascolto dei sentimenti e delle sensazioni intime è un codice di comunicazione, senza il cui aiuto non potrebbero nemmeno sopravvivere.

Le specie diverse dalla nostra usano con naturalezza la telepatia, il sesto senso e l’istinto.

E in questo sono profondamente diverse da noi.

Sanno intuitivamente, senza bisogno di parole, che esiste una dimensione invisibile agli occhi ma pregnante e indispensabile per la qualità della vita.

È uno spazio della coscienza in cui i legami affettivi intrecciano una realtà fatta di sensazioni che la ragione non comprende.

Gli scienziati la chiamano non località.

I mistici preferiscono parlare di Legge Universale, Dio, Estasi, Illuminazione… o altre cose del genere.

I pranoterapeuti lo definiscono campo energetico.

Il buon senso comune li addita come fenomeni paranormali.

Ognuno utilizza una diversa terminologia.

Ma tutti sono d’accordo nel dichiarare l’esistenza di una verità che non si percepisce con i sensi fisici e che esiste in una dimensione immateriale della realtà.

Una dimensione intangibile e importante perché dal suo riconoscimento dipendono il nostro benessere e la possibilità di vivere una vita appagante.

La morte ci mette bruscamente in contatto con la profondità della Totalità, costringendoci a riconoscere il valore dei legami emotivi.

Ma nei momenti in cui il dolore annichilisce il pensiero, è difficile articolare una comunicazione efficace e capace di individuare il senso profondo dell’esistenza.

Nella sofferenza non è possibile sperimentare le dimensioni immateriali perché il dolore impedisce l’ascolto dei messaggi interiori.

Per ritrovare chi abbiamo amato, anche in assenza del corpo fisico, occorre permettersi un contatto quotidiano col mondo intangibile dell’emotività.

Solo nell’unione intima, infatti, diventa possibile riconoscersi senza la concretezza a cui siamo abituati, e sperimentare il legame al di là dei cinque sensi che chiamiamo realtà.

Per muoversi nelle dimensioni rarefatte della coscienza è necessario imparare a distinguere i vissuti interiori e accogliere la propria sensibilità fino a concedersi la fiducia nella soggettività.

Fiducia e soggettività, infatti, sono i codici che ci consentono di andare oltre il corpo e di incontrarci fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per potersi abbandonare al potere magico delle dimensioni più rarefatte è necessario abituare la mente alla verità del mondo interiore.

Occorre aprirsi a una cultura nuova fatta di sensazioni più che di azioni, di ascolto partecipe e attento, di empatia e di abbandono.

Per esplorare le dimensioni immateriali bisogna avere la possibilità di sorprendersi e permettere che l’ignoto si riveli in tutta la sua multiforme verità.

Nella Totalità valgono leggi diverse da quelle della fisicità.

Un amore privo di possesso, libero dai contratti e dalle pretese imposte dalle nostre tradizioni, dispiega le sue infinite potenzialità rivelandoci le leggi di un mondo che cammina da sempre affianco alla nostra fatica quotidiana, fatta di impegni, di fretta e di concretezza.

È un amore colmo di reciprocità, di rispetto e di attenzione per la verità dell’altro.

Anche quando questa verità non soddisfa le nostre aspettative.

È un amore fiducioso e innocente, come quello che hanno gli animali.

Qualcosa che bypassa la razionalità e ci connette con le profondità della vita.

Gli scienziati stanno ancora cercando di capirlo.

La ragione non se lo permette.

Il cuore lo riconosce d’istinto.

Senza bisogno di spiegazioni.

Carla Sale Musio

leggi anche: 

LA PERSONALITÀ DOPO LA MORTE

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Mag 25 2015

É MORTO… MA C’É ANCORA!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Con la morte… finisce tutto.

La vita non c’è più, il corpo lentamente si decompone e ciò che rimane è soltanto un mucchietto di polvere.

La visione materialista liquida in fretta la questione della morte.

Pensare a una sopravvivenza dopo il decesso del corpo è considerato un’utopia, roba per poveri illusi incapaci di far fronte alla sofferenza.

Nel nostro mondo conta soltanto quello che si può toccare e (soprattutto) monetizzare.

Bisogna essere concreti.

Le cose che non generano guadagni sono trattate con sufficienza, snobbate e derise.

E chi si prende la briga di obiettare che l’importante non si può stringere tra le mani, è considerato uno sciocco.

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PSICOLOGIA, MORTE E IMMATERIALITÁ

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L’amore, la felicità, la sicurezza, la soddisfazione, la gioia… non hanno contorni definibili, non sono misurabili, non si possono quantificare e comprare.

Possiamo soltanto sperimentarne l’autenticità, vivendo.

Per gli psicologi, però, gli stati d’animo sono qualcosa di altrettanto reale di un biglietto da cinquecento euro, di un sasso o di una casa.

La nostra professione ci porta a confrontarci col potere delle emozioni e con i loro effetti.

La depressione, gli attacchi di panico, le ossessioni, la paura, il desiderio, l’amore, la realizzazione personale… sono importantissimi per la psiche.

Determinano la salute mentale e il benessere, o provocano l’inferno, paralizzando le risorse individuali e causando un’infinità di problemi.

Perciò, per chi fa il mio mestiere, queste cose immateriali sono altrettanto reali di quelle materiali.

La morte è un evento che non si può ignorare perché coinvolge il mondo interiore e il significato della vita.

Quando ci occupiamo di personalità, carattere, sentimenti, atteggiamenti e comportamenti, stabiliamo la realtà delle cose osservando gli effetti che producono .

E, da questo punto di vista, che un evento sia ripetibile in laboratorio diventa poco importante.

Per tanto tempo la scienza ha ignorato il pensiero e le emozioni, pretendendo una misurabilità impossibile per la psiche.

Infine ha dovuto riconoscere il proprio limite e ammettere che sì, ciò che succede nel mondo interiore riguarda la soggettività di ciascuno, non può essere standardizzato ma… esiste!

È reale.

Si può studiare osservandone gli effetti ed è decisivo per la qualità della vita.

In seguito a quest’ammissione, oggi la psicoterapia è considerata altrettanto reale e concreta di una cura di antibiotici o di un’operazione chirurgica.

La psicoterapia non è ripetibile, ma la sua realtà si rileva dai risultati che produce nella vita delle persone.

Chi segue un percorso di crescita lo sperimenta sulla propria pelle.

La psicoterapia è una cura che non si può toccare, non si può misurare e non si può ripetere, ma che esiste.

Inequivocabilmente.

Lo dimostrano i cambiamenti vissuti dai pazienti.

La psicoterapia è possibile soltanto quando s’instaura un rapporto di fiducia.

In mancanza di questo non ci può essere cura.

Occorre un legame emotivo per far sì che la trasformazione interiore prenda forma.

Il legame genera una corrente energetica tra due persone.

È qualcosa che non si può vedere, toccare o misurare, ma è un elemento indispensabile.

Nella psicoterapia e in tutte le relazioni affettive.

I legami non possiedono alcuna materialità, eppure sono reali.

Lo sanno bene gli innamorati, quando verificano tra loro una comunione altrimenti impossibile.

Incontrarsi senza essersi messi d’accordo, telefonarsi nello stesso momento, vivere fenomeni di telepatia, sentire dentro di sé le emozioni dell’altro… sono esperienze che avvengono soltanto quando tra due persone esiste un’unione profonda.

L’immaterialità non ne diminuisce la pregnanza e nemmeno l’autenticità.

Quando una persona cessa di vivere, il suo corpo muore ma il legame con chi ha amato non muore, e l’immaterialità lo rende libero dalle limitazioni della corporeità.

Dopo la morte, l’unione affettiva diventa uno strumento in grado di connettere chi ha un corpo con chi, invece, il corpo non lo possiede più.

La comunione interiore permette alla coscienza di sperimentare la presenza delle persone cui siamo stati legati.

Non ci sono parole da ascoltare, mani da stringere, occhi da guardare… ciò che rimane sono soltanto i sentimenti, che ci indicano la strada per mantenere vivo il rapporto.

Nella nostra cultura l’immaterialità fa paura, è associata agli spettri, alle fattucchiere, ai rituali di magia nera e ai film dell’orrore.

Ma l’unico orrore dell’immaterialità riguarda il disprezzo con cui è trattata.

Un disprezzo che genera ignoranza e sofferenza.

La morte è un passaggio che conduce in dimensioni diverse della coscienza.

Una cultura che promuove l’ascolto interiore è capace di accogliere l’impalpabile verità di ciò che esiste fuori dai vincoli imposti dalla materialità, consentendo anche a chi non ha più il corpo di mantenere vivo il rapporto con le persone che ha amato.

Nella nostra cultura, invece, l’indifferenza verso i sentimenti e un’eccessiva concentrazione sulla concretezza hanno generato il cinismo e la violenza che oggi stanno distruggendo il pianeta.

Aprirsi alle emozioni e alla sensibilità interiore significa avventurarsi nella profondità della coscienza per scoprire le sue infinite possibilità.

L’amore trascende sempre i limiti della materia, perché non le appartiene.

Chi ama sa che i legami profondi non finiscono MAI.

E, dopo la morte del corpo, evolvono in una dimensione che esiste fuori dalle coordinate dello spazio e del tempo.

Per ritrovarsi bisogna superare la paura di avventurarsi dentro se stessi, fino a toccare l’unione con le persone cui siamo legati.

E’ un percorso soggettivo che non trova conferme negli altri, perché ognuno attraversa il suo mondo interiore da solo, ma che ottiene le proprie certezze nell’esperienza intima dell’amore.

Non si può riprodurre in laboratorio.

Si può soltanto scoprirne la verità dentro di sé. 

Carla Sale Musio

leggi anche:

RITROVARE CHI NON C’É PIÚ      

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Mag 02 2015

RITROVARE CHI NON C’É PIÚ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando muore qualcuno che amiamo, il dolore ci sommerge.

In quei momenti, l’idea che la morte sia la fine di tutto prevale su qualunque altra considerazione, e la sofferenza per la perdita fisica annichilisce ogni esperienza nuova.

Invece, è proprio allora che bisogna prestare attenzione alle percezioni del cuore, senza lasciarsi travolgere dai vissuti della separazione e della mancanza.

In una zona della nostra consapevolezza, la presenza delle persone che amiamo rimane sempre identica a se stessa, e possiamo percepirla con la stessa chiarezza di quando queste avevano un corpo.

Ecco perché è così difficile “rendersi conto” della morte e accettare che le persone che sono state importanti per noi improvvisamente non ci siano più.

Capita spesso che chi ha subito un lutto si ritrovi a ripetere tra sé:

“Non mi sembra possibile…”

“Non riesco a crederci…”

Queste affermazioni indicano quanto la presenza delle persone care rimanga invariata, anche dopo la perdita del corpo.

Purtroppo, una cultura della morte, macabra e funerea, ci spinge a non prestare ascolto alle sensazioni del cuore.

Non c’è più…

ripetiamo sconsolati, chiudendo la porta alla possibilità di ritrovare i nostri cari in uno spazio interiore, nuovo e privo di fisicità.

In questo modo precludiamo a noi stessi la possibilità di far crescere il legame e di sperimentare ancora la presenza delle persone cui abbiamo voluto bene.

La morte è un’esperienza che, privandoci di ogni riferimento concreto, ci costringe a prendere atto dell’immaterialità della nostra vita.

La concretezza, infatti, costituisce solo una piccola parte di ciò che è vero.

La maggior parte della realtà che viviamo non è tangibile e compete al cuore.

Il nostro benessere psicologico riguarda l’immaterialità.

Pensieri e stati d’animo sono impalpabili, ma generano la salute e la sofferenza mentale da cui dipende la qualità della nostra vita.

La felicità, la serenità e l’armonia sono percezioni interiori e hanno ben poco a che fare con la concretezza.

Quando muore qualcuno che amiamo, la perdita fisica si sovrappone alla percezione della sua presenza immateriale, impedendone l’ascolto e l’incontro.

Per superare un rigido schema materialistico che nega qualsiasi contatto con chi è privo di un corpo, bisogna lasciare che sia il cuore a guidare le esperienze che ci permettono di ritrovare i nostri cari.

Anche dopo la morte del loro corpo fisico.

La difficoltà sta nel gestire la percezione della loro mancanza fisica e muoversi nel mondo impalpabile della coscienza.

Quando riusciamo a stabilire un contatto, chi non c’è più si presenta utilizzando i ricordi.

I ricordi sono come un avatar, un’icona che rende riconoscibile chi non ha più un corpo a chi il corpo ce l’ha ancora, un modo per farsi riconoscere.

Ma non appena compaiono i ricordi ad annunciare la presenza di coloro che amiamo e che stiamo cercando, ecco che la mancanza fisica prevale e ci sommerge di dolore… ostacolando in questo modo qualunque possibilità di dialogo!

La sofferenza ci impedisce di ascoltare le impalpabili percezioni interiori.

É come un rumore di fondo che sovrasta la melodia dell’incontro.

Per entrare in rapporto con chi non ha più un corpo, bisogna comprendere che i ricordi indicano la sua presenza.

E lasciarsi attraversare da quei flashback senza scivolare nel dolore provocato dalla mancanza fisica.

Se ci si abbandona al processo naturale del ricongiungimento, i ricordi e l’attuale presenza incorporea si fondono in un’unicità che ci comprende fino a diventare un tutt’uno.

Il cuore usa una sua modalità percettiva, che è soggettiva e funziona grazie alle competenze dell’emisfero destro.

Non ci sono più un io, un tu e uno scorrere del tempo, fatto di prima e dopo.

C’è un’unione presente senza tempo che coinvolge.

Questa è la modalità del cuore di sperimentare la realtà (tutti gli innamorati lo sanno!).

Ma di solito…

La mente non lo sopporta.

La logica si ribella.

E l’incontro… sfugge via!

Per riuscire a mantenere il contatto interiore bisogna accettare che la logica si smarrisca, senza spaventarsi e senza reprimere il processo.

Quando la mente lascia che sia il cuore a guidarla, si accede a una diversa consapevolezza e il legame con chi abbiamo amato ci conduce spontaneamente a ritrovarci nelle dimensioni interiori.

Nello spazio del cuore sono possibili gli incontri e le comunicazioni.

Per arrivarci bisogna abituarsi alla rarefazione della fisicità e della materialità.

E soprattutto è necessario permettersi di rinunciare all’oggettività.

Il cuore utilizza solo la coscienza soggettiva.

Le esperienze emotive sono sempre individuali, e sono possibili solamente così.

Questo non vuole dire che ce le siamo inventate.

Vuol solo dire che non sono ripetibili.

Sono uniche.

Nessun legame è uguale a un altro.

Ogni unione è diversa e speciale.

Ogni esperienza del cuore si esprime con modi propri.

Il cuore non è normale.

É vero.

Carla Sale Musio

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Mag 09 2014

RELAZIONI INVISIBILI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Esiste un’energia affettiva che unisce le persone che si amano.

Crea legami invisibili ai quali prestiamo poca attenzione.

Studi recenti hanno dimostrato che il cuore possiede un campo energetico, una vibrazione elettromagnetica che si irradia nel mondo permettendoci di percepire gli stati d’animo degli esseri cui siamo legati.

Tutte le relazioni d’amore si rivelano in una dimensione affettiva che oltrepassa i cinque sensi.

La nostra cultura materialista guarda con sufficienza ciò che non si può toccare, quantificare e monetizzare.

Per questo, spesso, deride la sensibilità.

Ma, nonostante l’ignoranza in cui è stata avvolta, l’immaterialità è dappertutto e riconoscerne l’importanza è un passo fondamentale per vivere con pienezza la vita.

Il benessere e la salute mentale, infatti, poggiano sulla capacità immateriale, ma reale, di amare e di sentirsi amati.

La paura della disapprovazione, del rifiuto e della mancanza d’amore, è la causa immateriale di tante patologie psicologiche e spesso anche fisiche.

Non sono rare, infatti, le guarigioni considerate miracolose dalla scienza medica, conseguenti a un ritrovato benessere affettivo, forse poco quantificabile con parametri concreti ma rilevante dal punto di vista psicologico e fisico.

E’ grazie a questi legami invisibili che le mamme percepiscono i bisogni del loro bambino, anche quando non sono fisicamente presenti.

E, soprattutto nei primi mesi di vita, è proprio questo radar interiore lo strumento che permette di accudire i piccoli con sicurezza e nel modo giusto.

Come le mamme, tutti gli animali utilizzano un sapere immateriale e si affidano all’istinto.

Contrariamente a quanto succede di solito tra noi esseri umani, le bestie si permettono di sentire il pericolo, la presenza dell’acqua e del cibo o il richiamo dei loro cuccioli, anche quando questi elementi non sono avvertibili con i cinque sensi.

Gli animali non ignorano l’immaterialità che appartiene alla vita.

Per tutte le specie viventi, infatti, la dimensione incorporea e affettiva è un dato importante per destreggiarsi nel mondo.

Solo nella specie umana (ottusa dalla tecnologia, dall’iperalimentazione, dalla televisione, dalle malattie e dalle medicine…) il richiamo impercettibile dei legami interiori è ancora un fenomeno poco conosciuto e perciò del tutto inascoltato.

Così, ci accade spesso di attribuire impropriamente ai fattori materiali la presenza di questi segnali emotivi e, di conseguenza, di trovarci impigliati in trappole epistemologiche che confondono la mente e allontanano da una corretta interpretazione della realtà.

Ma la realtà è costituita da ciò che percepiamo e viviamo di momento in momento, e perciò soprattutto dalla dimensione emotiva e immateriale.

Quello che ci fa stare bene o male, il modo immateriale in cui leggiamo gli avvenimenti, ha un’importanza fondamentale nell’interpretazione di quanto ci accade.

Le verità che ognuno di noi sperimenta, raramente appartengono a una realtà oggettiva, quantificabile e misurabile, più spesso compongono una realtà emotiva, interiore e soggettiva.

Riconoscere i legami invisibili che uniscono le cose e le persone significa, quindi, dare spazio al mondo interno e rivelarne l’importanza e la pregnanza nella nostra vita.

L’amore non è materiale.

E’ vero.

* * *

Durante una vacanza, Matteo e Francesco hanno vissuto insieme una storia  d’amore, breve ma intensa.

I due uomini vivono in città diverse e oggi non si frequentano più.

Ognuno ha costruito nuove relazioni, ma tra loro è rimasta un’amicizia tenera, fatta di qualche telefonata e di un sms ogni tanto.

Basta, però, che uno dei due sia in difficoltà perché il legame che li ha uniti si riattivi immediatamente!

E sono proprio quelli i momenti in cui sentono il bisogno di chiamarsi e di scriversi.

Una sorta di antenna telepatica li avverte delle contrarietà e della sofferenza e insieme si sostengono e s’incoraggiano, nonostante i chilometri che li separano fisicamente.

* * *

Tiziana ha cinque anni e sta giocando a casa dei nonni quando per sbaglio si ferisce un piedino facendo cadere un bicchiere di vetro.

Spaventati, i nonni portano la bambina al pronto soccorso e si precipitano dal medico di turno che… combinazione… in quello stesso momento, sta visitando proprio la mamma di Tiziana!

Scoprono allora che, nell’istante in cui Tiziana si è fatta male, la mamma, che era al lavoro, si è ferita anche lei riordinando dei ferri.

* * *

Elena è stata assunta da poco in un centro di neuropsichiatria infantile.

Il suo nuovo ufficio è arredato con dei grandi mobili, massicci e pesanti.

La giovane dottoressa vorrebbe un ambiente meno severo per accogliere i suoi piccoli pazienti, ma è troppo timida per chiedere ai colleghi di aiutarla a modificare l’arredamento.

Così, approfittando del fatto che non c’è nessuno, una domenica va in ufficio… con la mamma!

Appena arrivata, l’anziana signora si guarda intorno con circospezione.

Poi va a sedersi al centro della stanza, domandando alla figlia di rimanere in silenzio.

“Cosa devi fare mamma?” Elena è in apprensione.

“Niente di pericoloso!” la mamma sorride “Chiamo i miei amici, così facciamo meno fatica!” poi chiude gli occhi e resta immobile per qualche minuto.

Subito dopo, le due donne si mettono all’opera e nel giro di un’ora hanno cambiato la disposizione dei mobili, montato una tenda colorata e sistemato una cesta piena di giocattoli, creando nella stanza un’atmosfera più allegra e meno solenne di prima.

L’indomani, i colleghi si complimentano con Elena.

“Sei venuta di nascosto con il tuo staff di inservienti? O sei l’Incredibile Hulk e non ce lo avevi mai detto?” domandano scherzosamente.

Elena sorride.

“Sono venuta con i miei parenti!” risponde evasiva cercando di non dare troppe spiegazioni.

Qualche anno dopo, durante un trasferimento, i tre giovani dell’impresa traslochi, muscolosi e abituati a trasportare oggetti pesanti, faticheranno non poco per spostare quegli stessi arredi da una stanza all’altra. 

* * *

Da quando è morto Franco, suo marito, Alessandra non si dà pace.

Oltre al dolore lacerante per quella perdita improvvisa, deve sbrigare un’infinità di pratiche burocratiche e non sa dove mettere le mani.

Da giorni è alla ricerca di un documento che non riesce a trovare.

Ha frugato ovunque, aperto tutti i cassetti, rovistato in tutte le cartelle, sfogliato pile di moduli incomprensibili… niente! Ogni suo sforzo sembra inutile.

Come tante altre notti, si addormenta tra le lacrime.

Nel sogno suo marito la consola.

“Guarda nella mia giacca!” raccomanda sorridente.

Alessandra si sveglia di colpo e, ancora in trance, apre l’armadio.

Nella tasca della giacca di Franco, ritrova incredula il documento che stava cercando.

 Carla Sale Musio

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Ago 05 2012

TELEPATIA

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La telepatia, o trasmissione del pensiero, è la capacità di comunicare senza bisogno di usare le parole.

Poiché nella comunicazione telepatica non si adoperano i sensi fisici, la telepatia è considerata un evento paranormale e, quando si manifesta spontaneamente, spesso non viene riconosciuta.

Nella nostra quotidianità, però, è un fenomeno molto normale e tutti quanti la utilizziamo comunemente, anche se non ne siamo consapevoli.

  • Usiamo la telepatia quando sappiamo qualcosa prima che ci sia detta a parole.

  • Usiamo la telepatia quando interpretiamo i sentimenti degli altri.

  • Usiamo la telepatia quando sentiamo di non poterci fidare di qualcuno nonostante le sue buone maniere (oppure di poterci fidare nonostante le circostanze sfavorevoli).

  • Usiamo la telepatia quando intuiamo le risposte a domande su temi per noi ancora sconosciuti.

  • Usiamo la telepatia quando diamo credito al nostro sesto senso.

La telepatia è la prima forma di comunicazione che gli esseri umani sperimentano alla nascita.

Nel ventre materno, tra mamma e bambino si stabilisce una profonda intesa.

Dopo il parto, questo dialogo impalpabile continua a esistere e permette alla madre di conoscere i bisogni del suo piccolo e di accudirlo efficacemente.

In termini tecnici, la trasmissione telepatica che avviene tra madre e figlio durante il primo periodo della vita, è chiamata: preoccupazione materna primaria e gli psicologi la ritengono indispensabile per la sopravvivenza dei cuccioli.

Con la crescita, gli esseri umani si abituano a usare il linguaggio e le capacità telepatiche pian piano vengono dimenticate.

Madri e figli, però, hanno spesso fenomeni di trasmissione del pensiero perché, anche se inutilizzata, la telepatia è una potenzialità che non si estingue e che si manifesta spontaneamente durante le emergenze della vita.

Tutti gli animali, invece, usano la telepatia come forma di comunicazione, sia tra membri della stessa specie che fra specie diverse.

Lo studioso di cavalli, Henry Blake, ha dimostrato come la comunicazione tra questi animali avvenga soprattutto mediante la telepatia.

Le sue ricerche sono illustrate nel libro – Parliamo con il cavallo – che oggi è diventato un best seller conosciuto in tutto il mondo.

A conferma dei suoi studi, Henry era capace di cavalcare restandosene muto e con le braccia conserte, senza utilizzare briglie, frustino o speroni, e di arrivare a destinazione soltanto trasmettendo mentalmente al suo cavallo le immagini della strada che intendeva percorrere.

Anche Rupert Sheldrake ha studiato approfonditamente la comunicazione telepatica.

Nel libro: – I poteri straordinari degli animali – dimostra come gli animali, grazie all’uso spontaneo della telepatia, riescano a sapere con precisione cose che altrimenti non potrebbero conoscere.

L’animale uomo, però, ritiene che il linguaggio sia l’unica forma di comunicazione, lo spartiacque tra l’intelligenza, la civiltà, la coscienza e l’ottusa stupidità animale fatta principalmente d’incoscienza.

E, su questi presupposti, legittima a se stesso il diritto di usare qualunque altra forma di vita che, proprio perché priva di linguaggio, considera anche priva di diritti.

Nella nostra cultura, non è possibile ammettere l’esistenza della telepatia senza scardinare il pensiero specista e prevaricatore su cui abbiamo fondato la società.

Per noi uomini, infatti, è ancora impossibile ammettere che anche gli animali parlino e utilizzino una modalità comunicativa altrettanto valida della nostra.

Questo pregiudizio ci porta a negare la telepatia.

Così, in genere, chi vive episodi di trasmissione del pensiero tende a non riconoscerli e a giustificare con l’utilizzo dei cinque sensi le informazioni ottenute telepaticamente.

Ammettere l’esistenza della telepatia come forma abituale di comunicazione, significherebbe riconoscere implicitamente anche la prepotenza e la violenza del nostro stile di vita. E questo per molti è ancora troppo doloroso da accettare.

Abbiamo sotto gli occhi tanti esempi di telepatia, sia tra noi esseri umani che con i nostri animali, ma non li riconosciamo e preferiamo convincerci che ci sia sempre una giustificazione fisica dietro allo svolgersi degli eventi.

Se il nostro cagnolino scodinzola e ci aspetta davanti alla porta, mentre ancora stiamo percorrendo la strada di casa, preferiamo credere che abbia sentito il rumore dell’auto o dei nostri passi, piuttosto che notare le sue capacita telepatiche.

Eppure chiunque abbia un cane sa benissimo che solo pensare al bagnetto o al veterinario, fa correre il nostro cucciolo peloso a nascondersi sotto il letto.

Mentre basta decidere di andare a spasso, per trovarlo scodinzolante e felice davanti al guinzaglio.

E questo avviene anche quando ce ne stiamo in silenzio con i nostri pensieri, senza proferire parola e senza compiere alcun gesto.

E’ sufficiente soltanto immaginare il bagnetto, il veterinario o la passeggiata, per suscitare nel nostro amico a quattro zampe il comportamento conseguente.

Provare per credere!

Interagire con gli animali è un’ottima palestra per esercitare la telepatia.

Infatti, gli animali comunicano telepaticamente trasmettendo immagini.

Leggono le nostre immagini mentali e ci inviano le loro.

Naturalmente, per noi creature umane civilizzate è difficile avere immagini vivide e pregnanti perché, spesso, le parole occupano tutto lo spazio dei nostri pensieri.

Chi possiede una personalità creativa, però, di solito ha un buon contatto con le immagini interiori ed è spontaneamente portato alla telepatia (in genere queste persone piacciono ai bambini e agli animali).

Quando riusciamo a superare la presunzione di essere l’unica razza dotata d’intelligenza e ci rapportiamo agli altri esseri viventi con un atteggiamento diverso, possiamo provare a comprendere il loro modo di comunicare aprendo la mente alle immagini che trasmettono.

Naturalmente, per sperimentare la comunicazione animale, bisogna essere disposti ad abbandonare i nostri codici almeno per qualche tempo.

Ci vogliono pazienza ed esercizio per usare la telepatia intenzionalmente e in modo efficace, è come imparare a parlare una lingua diversa.

Scoprire queste potenzialità permette di riappropriarsi di una forma di comunicazione, essenziale e diretta, fatta di emozioni e di sensazioni, in contatto con le verità del cuore più che con le logiche della mente.

La telepatia è un modo di essere e di sentire la vita che crescendo abbiamo dimenticato, ma che appartiene a tutti e che tutti possiamo decidere di utilizzare.

La comunicazione telepatica, però, risponde prevalentemente a determinati requisiti. Primo fra tutti: la relazione.

Come spiegano Henry Blake e Rupert Sheldrake: per avere un’efficace trasmissione del pensiero bisogna che ci sia un legame.

Più intensa e più grande è l’unione tra due esseri, maggiore sarà anche la loro comunicazione telepatica.

La telepatia, dunque, è il linguaggio del cuore.

Parlarsi senza usare le parole rappresenta una possibilità dell’amore e avviene più facilmente quando si è dentro un rapporto affettivo, significativo e profondo.

L’amore esprime l’anima di ciascuno. 

E per questo non c’è bisogno del linguaggio.

Basta soltanto essere in comunione, per attingere a quella fonte di conoscenza immediata ed essenziale che chiamiamo: telepatia.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Mar 31 2012

BAMBINI CHE NON NASCONO…

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Ci sono bambini che scelgono di non avere un corpo, se non per brevissimo tempo.

A volte soltanto per il tempo necessario a informare la mamma della loro presenza.

Sono bambini che non hanno una fisicità, pur avendo un’esistenza.

Vivono nel legame affettivo che esiste con i loro genitori.

Spesso questo legame riguarda soprattutto la mamma (e meno il papà) perché è con lei che nasce un rapporto intenso, durante il periodo (breve) della gestazione.

La scienza li definisce: gravidanze interrotte.

Il linguaggio comune li chiama: aborti.

Come bambini, non è concessa loro nessuna realtà.

Sono vivi soltanto nel cuore dei loro genitori.

Una forma di razzismo, radicata nella nostra cultura, si accanisce soprattutto con l’immaterialità e nega il diritto all’esistenza a chiunque non sia in possesso di un corpo fisico.

Questi bambini, perciò, non sono riconosciuti dalla nostra società.

Sono bambini considerati inesistenti. Perché non sono nati.

Di loro non si parla e si cerca di cancellarli in fretta anche dai ricordi.

I genitori sono sollecitati a non sentirne la mancanza, incoraggiati a non pesarci più.

Nei casi in cui è possibile, arriva il suggerimento di fare subito un altro bambino, per cancellare con una nuova nascita il ricordo di quella piccolissima vita.

Ma le mamme che li hanno tenuti in seno, anche se per poco, li piangono in segreto dentro di se, nascondendo come possono le tracce di quel dolore.

Un dolore ingiustamente chiamato “depressione” e spesso colpevolizzato. Quasi fosse l’attaccamento malsano a un’idea, a un pensiero idealizzato o infantile, e non l’amore per un figlio.

Poiché non sono nati, si ritiene che questi bambini non siano mai nemmeno morti. E non avendo un corpo, un funerale e una sepoltura, il mondo li considera niente.

Ma niente vuol dire soltanto: niente fisicità!

Le emozioni, i sentimenti, la sensibilità sono aspetti importanti della vita e, nonostante non si possano prendere con le mani, hanno il potere di farci sentire bene o di farci ammalare di dolore.

La nostra società non riconosce valore all’immateriale, considera reale solo ciò che si può toccare (e possibilmente anche commercializzare) e trascura una fetta importante della vita, contribuendo in questo modo al dilagare di tante sofferenze.

Negare l’esistenza dei sentimenti significa rifiutare una parte importantissima di sé.

Questa disconferma emotiva amputa l’identità e lascia dentro la sensazione che la vita abbia poco significato.

Quando non si ammette l’esistenza dei bambini che non sono nati, automaticamente si chiudono le porte anche alle emozioni dei loro genitori.

Emozioni di amore e di attesa (prima).

Emozioni di delusione, lutto e perdita (poi).

Emozioni di tenera condivisione affettiva (sempre).

Eppure… se si riconoscesse un valore e una presenza all’impalpabilità che ci circonda, si potrebbe accettare l’esistenza di qualcuno che, pur non avendo un corpo, è vivo nel legame che unisce le persone quando si vogliono bene.

All’interno di quello spazio d’amore, vero e reale, nonostante la mancanza di corporeità, ci sono esseri fatti con il tessuto dei sentimenti, bambini capaci di vivere un’emozione e condividerla insieme ai loro genitori.

Questi bambini hanno un carattere libero e indipendente.

Non assecondano le aspettative di mamma e papà.

Nel momento in cui scelgono di non nascere come tutti gli altri bambini, prendono una decisione diversa, insolita e inaspettata, che lascia i genitori sconcertati e insicuri su come poter avere un qualche tipo di rapporto con loro.

Giudicandoli inesistenti, la nostra società impedisce al legame di svilupparsi e non fa evolvere l’amore che invece accompagna sempre l’arrivo di un figlio.

Qualunque figlio.

Anche quello che ha caratteristiche diverse da come l’avevamo immaginato.

Questi cuccioli senza corpo, sono ricchi di tenerezza. Le mamme, che li hanno avuti nel ventre, lo sanno perché lo sperimentano dentro di sé.

C’e una forza istintuale che unisce la madre al bambino, un legame che permette di conoscere molte cose sul piccolo che tiene in seno.

Non si tratta di un sapere logico. E’ un sapere istintivo ma, anche se la ragione non lo spiega, è reale.

Appartiene al femminile.

E ogni donna lo sa.

Quando un bimbo non nasce, il legame non muore e quel sapere si attiva. Si sviluppa dentro l’immaterialità di cui è fatto l’amore.

Con la forza che hanno i sentimenti, si fa largo nel cuore della mamma superando gli ostacoli della ragione.

Ciò che le donne provano per questi loro figli senza corporeità, è un sentimento profondo.

E’ un’espressione diversa della maternità. Possiede un grande valore.

Racconta l’importanza dell’unione.

Permette all’affettività di dispiegarsi oltre gli impedimenti della materialità.

C’è tanta fiducia nel concedere all’amore di raccontarsi senza l’uso degli occhi, delle mani, della voce.

C’è tanta tenerezza nel lasciare a questi piccoli la loro scelta di libertà.

Sentendosi vicine a questi figli, le mamme imparano ad amare l’imprevedibilità della vita.

Gestiscono la delusione con la dolcezza e accompagnano i bambini alla scoperta della loro profonda unicità.

Un bimbo che non nasce, porta pensieri nuovi.

Brezze diverse.

Non si può stringerlo tra le braccia. Non si può allattare.

Fatto con la sostanza di un arcobaleno, rivela l’armonia interiore che si fa strada dopo le lacrime. E lava l’essenza della vita col dispiegarsi della sua verità.

E’ importante permettersi di amare questi bambini, anche se hanno scelto di non giocare nel nostro mondo.

Occorre dargli un nome, dedicargli dei pensieri, preparare un angolo della casa apposta per loro.

Non si può cancellare la vita. 

Quando è diversa da come l’avremmo voluta, bisogna approfondirne le peculiarità e permettere al suo insegnamento di renderci migliori.

Questi bimbi non fisici ci aiutano a portare l’attenzione sul significato profondo del vivere e del morire, e ci insegnano il valore della autonomia e della libertà.

Hanno bisogno di delicatezza, di affetto, di attenzioni.

Come tutti i bambini.

Quando ci permettiamo di riconoscerli e li rendiamo membri della nostra famiglia, sanno donarci un’esperienza d’amore importante, profonda e ricca di sensibilità.

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Ago 21 2011

LEGAMI IMMORTALI

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“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Antoine de Saint-Exupéry

Quando muore una persona cara, il legame che ci ha unito resta.

E diventa più grande e più forte.

Per poterlo riconoscere, però, occorre imparare a “vedere, toccare e sentire” con il cuore.

Il cuore riconosce la presenza anche di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Il legame non ha nessun corpo.

Il cuore è abituato a vedere, sentire e toccare tutto ciò che non ha corporeità.

Ma che cos’è la presenza?

La presenza è qualcosa d’impalpabile che permea ogni essere, è una specie di atmosfera, l’allure che circonda le persone.

In teatro la “presenza scenica” indica il carisma di un attore.

Fuori dai teatri, se ne parla poco.

Di solito non facciamo caso alla “presenza” delle cose e degli esseri.

I sensi fisici ci distraggono.

Siamo abituati a riconoscere soltanto le percezioni sensoriali e non diamo importanza a quello che invece sentiamo dentro.

Ascoltiamo il cuore solo se ci invia dei segnali molto forti.

Quando muore qualcuno che amiamo ci ricordiamo di avere un cuore.

Il dolore che si prova non riguarda i sensi, è un dolore interno che attanaglia l’anima.

Non è concreto, non è quantificabile, non è scientifico.

Ma è reale.

In quei momenti ci accorgiamo, improvvisamente, della percezione del cuore.

La sofferenza annichilisce e, per questo, spesso finiamo per imbavagliare il cuore con i farmaci.

Se stiamo attenti, ci accorgiamo di provare sempre “qualcosa” di non riconducibile ai cinque sensi e possiamo notare le percezioni cardiache in ogni istante della nostra vita, davanti a persone, luoghi, cose, circostanze ed eventi.

Di solito non le ascoltiamo… ma le abbiamo.

Quando entriamo in una casa, per esempio, siamo avvolti dalla sua atmosfera.

Possiamo guardare gli arredi, la luce e i colori, possiamo sentire la temperatura e l’odore ma, in aggiunta a queste percezioni fisiche, abbiamo una sensazione interna che ci racconta qualcosa e ci parla della casa e del modo di essere dei suoi abitanti.

Il nostro materialismo, troppo radicato, spinge a trovare solo motivi concreti per giustificare le impressioni interiori, ma non sempre questa traduzione dei significati immateriali in informazioni materiali riesce bene.

Vi sarà capitato di entrare in un appartamento pulito, ordinato e curato… e di sentirvi a disagio.

La padrona di casa è gentile, vi fa accomodare, vi offre qualcosa. Eppure quella sensazione non passa.

Non c’è una ragione, è tutto ok, però… in quel posto non state bene.

A volte può bastare solamente cambiare stanza, per veder scomparire il malessere. A volte il disagio resta addosso finché non ve ne andate.

Appena uscite dall’abitazione, la sensazione passa.

Il disagio di cui stiamo parlando è un’informazione che avete percepito con il cuore e appartiene al legame tra la casa e chi ci vive. Vi fa sapere che c’è qualche “fastidio”.

Avvertiamo sempre la “presenza” delle persone.

Quando siamo con qualcuno, sentiamo la sua presenza.

La sentiamo anche stando in silenzio.

Anche se ognuno legge qualcosa per conto suo.

Anche se non ci si guarda, non ci si tocca e non ci si parla.

E’ la ragione per cui i bambini si trasferiscono con i loro giocattoli appresso agli adulti, invece che giocare nella stanza dei giochi.

Quando qualcuno muore, la sua presenza non muore.

Il legame si amplifica dopo la morte e la presenza si fa sentire di più.

Ma, purtroppo, il nostro pensiero imbevuto di materialità traduce la percezione cardiaca della presenza in “assenza”.

Mi manca! Non c’è più. Non devo pensarci. Mi ci devo abituare.

Questi pensieri ottundono la percezione della presenza di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Possiamo avvertire e sentire il legame soltanto usando il cuore.

Per accorgerci della presenza di chi amiamo, dobbiamo riconoscere al cuore un potere di conoscenza.

Per farlo bisogna ammettere che le sue percezioni hanno la stessa importanza che di solito attribuiamo alla mente, al sistema nervoso e al cervello.

E comprendere che ciò che sente ha realtà.

Definiamo normale un tipo di percezione basato esclusivamente sui cinque sensi.

E, spesso, ci sentiamo poco normali nel riconoscere la stessa importanza alla percezione interiore.

Ma nell’A-normalità di ascoltare il proprio cuore sta la salute mentale e la via per costruire un mondo migliore.

Il cuore non è “normale”.

E’ vero.

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Ago 12 2011

A PROPOSITO DELLA MORTE…

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Morte e immortalità sono argomenti che spaventano.

Non se ne parla volentieri.

Riteniamo che la morte sia un evento che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare ma viviamo cercando di non pensarci.

Come se non ci riguardasse davvero.

Riflettere sulla morte, di solito ci trova scissi in due differenti impostazioni di pensiero.

Da una parte ci sono i dogmi religiosi, che offrono un’interpretazione strutturata e immodificabile dove incasellare le nostre convinzioni.

Dall’altra c’è la scienza, che getta via tutto quello che non si può misurare e, non riuscendo ad avere risposte soddisfacenti, se ne disinteressa.

Il cuore e le emozioni, messi sotto pressione al pensiero del trapasso, faticano a trovare posto in questa rigida dicotomia.

Così, in una zona franca di se stesso, ognuno di noi coltiva le sue teorie “personali” e gestisce come può l’incoerenza che esiste tra religione, scienza e vita vissuta.

Istintivamente, però, ci spaventa l’idea che tutto finisca.

La paura di scomparire in un nulla assoluto ci attanaglia tutti.

Puf… più niente!

E’ un pensiero innaturale.

Vive dentro di noi un’idea di “permanenza” che trova le sue radici e le sue conferme nell’esperienza della nascita.

Perché rifiutiamo l’idea che con la morte

tutto finisca

Abbiamo avuto tutti una prima esperienza di “morte” durante il parto.

La paura della morte è la paura della fine.

La fine di noi stessi e la fine di quelli che amiamo.

Nel corpo della mamma conosciamo per la prima volta la “fine”.

Sia la nostra fine, sia la fine dell’essere amato che ci circonda (in seguito lo chiameremo “mamma”).

Durante la vita intrauterina, la simbiosi fisiologica ci fa essere un tutt’uno con il corpo materno.

Ma poi arriva un momento in cui niente funziona più e… una parte di me spinge via un’altra parte di me.

La sputa fuori e “tutto-ciò-che-sono” finisce!

Ma non sparisco inghiottito dal nulla… tutto cambia!

Di colpo “tutto-ciò-che-ero” scompare, per diventare qualcosa di sconosciuto e molto diverso.

Devo respirare. La pelle brucia. Ho fame. Devo mangiare. Mi sento solo.

Un trauma. La nascita. Che ci portiamo appresso per tutta la vita.

Impariamo lì che, dopo la fine, si riparte.

Nell’ignoto.

E, benché niente sarà mai più uguale a quei nove mesi trascorsi nel grembo materno, qualcosa perdura e si fortifica anche dopo che la nostra prima “morte” ha fatto sparire tutto (cioè: “tutto-ciò-che-sono-stato-fino-a-quel-momento”).

Dopo la nascita, di conosciuto e familiare ci resta solo il legame con la mamma. Che diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Quel legame appartiene a un meccanismo fisiologico, chiamato in gergo psicologico: “Preoccupazione Materna Primaria”.

Si forma durante la gravidanza e prosegue per tutto il tempo di accudimento dei cuccioli.

La preoccupazione materna primaria è ciò che permette alla mamma di conoscere istintivamente i bisogni del suo bambino.

Di svegliarsi poco prima che pianga, di sapere quando ha fame, quando ha sonno o quando deve essere cambiato.

Grazie a questo legame succedono spesso fenomeni di “telepatia” tra madri e figli.

Mamma e bambino sanno, senza bisogno di parole.

A volte, questo succede anche quando si trovano a chilometri di distanza l’uno dall’altra.

La comunicazione senza parole esiste in tutti i legami profondi.

Sono stati fatti numerosi studi sul rapporto telepatico, sia tra madri e figli sia tra i gemelli (che hanno condiviso nove mesi nella stessa pancia).

Gli innamorati ne fanno esperienza comunemente.

Per esempio, quando si telefonano nello stesso istante… trovando occupato!

Il legame affettivo è un ponte che unisce due persone oltre i limiti dello spazio e del tempo.

Nella morte, il corpo decade e ogni cosa percepibile con i cinque sensi, scompare.

Ma il legame che ha unito due persone, no.

Quello diventa più intenso, più chiaro e più forte.

Nel momento della morte, quando di materiale non rimane nulla, l’amplificarsi del legame è interpretato impropriamente, da chi resta, come espressione di nostalgia.

Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Non c’è più. Mi manca. Mi manca.

Non devo pensarci.

Invece, l’attenzione al legame è ciò che ci permette di gestire la morte dei nostri cari con qualche strumento di comprensione in più.

Dopo la morte, il legame si amplifica e quando il corpo sparisce, l’attenzione si focalizza sull’unione.

Quando muore qualcuno con cui siamo stati legati, dobbiamo imparare a sperimentare l’unione, senza vedere e toccare la persona amata.

Dobbiamo imparare a “vedere e toccare” l’unione.

Il dolore del lutto ci spinge in quella direzione, spontaneamente. E’ come un detonatore che fa esplodere la bomba interna del nostro legame.

Immateriale.

Ma reale.

Il legame che unisce due persone non è concreto. Esiste fuori dalle coordinate di spazio e tempo.

E’, però, molto tangibile.

Dopo la morte cresce, si fortifica e diventa grande.

Come un neonato.

Ha bisogno di silenzio, delicatezza, attenzione e cure.

Va seguito, alimentato e capito.

Il cuore lo sa.

La mente non lo afferra.

E io? …devo imparare a tollerarlo e a farne esperienza.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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