Nov 06 2012

L’AMORE E’ NORMALMENTE ANORMALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Maria ama gli animali più di qualunque altra cosa.

Giovanni ama sua moglie più di qualunque altra cosa.

Stefania ama i suoi figli più di suo marito.

Roberta ama sua madre più dei suoi figli.

Sandro ama i suoi alunni più di se stesso.

Ognuno di noi sperimenta l’amore con una forza e con un’intensità personale, spesso capace di renderci invincibili, in grado di superare scogli e difficoltà.

L’amore è un’energia che parte dal centro del nostro essere e ci rende simili a Dio.

E’ qualcosa che, nonostante tanti studi e tante dissertazioni, non si riesce a definire, a condividere, a localizzare.

L’amore è un modo di essere.

Uno stato dell’anima.

Qualcosa che sfugge alla logica e alla ragione.

Un’energia impossibile da descrivere… si può soltanto vivere!

Perché ognuno ha il suo modo di amare.

Personale.

Diverso da chiunque altro.

Unico.

E speciale.

Per questo l’amore è normalmente anormale.


La normalità, in amore, non esiste


Ognuno di noi immagina l’amore a modo suo, e pensa che gli altri associno alla parola “amore” gli stessi pensieri, le stesse emozioni, le stesse sensazioni, gli stessi vissuti.

Quando parliamo dell’amore e di come l’abbiamo vissuto, riusciamo a capirci facendo delle sovrapposizioni di significati uno sull’altro.

Poi ci indigniamo nello scoprire che, invece, le cose funzionano in modo differente per ciascuno.

“Hai visto? Ha dato via il suo gatto!”

“Hai sentito? Ama un’altra ma non si separa dalla moglie!”

“Ma lo sai che Piero ha preso in affidamento un bambino?!”

“Pensa che Annalisa non vuole avere figli!”

Ci sorprendiamo, ci scandalizziamo, ci immedesimiamo… ma ogni storia d’amore è una storia diversa e l’amore suscita tanto scalpore proprio perché ognuno lo vive a modo suo.

“Io al suo posto avrei fatto così”

“No, io non l’avrei mai fatto!”

“Io si che gliel’avrei detto!”

Ci piace curiosare nella vita degli altri, indossare i loro sentimenti e provare a viverli come se fossero i nostri, per poi concludere che la nostra vita è solo nostra… ed è fatta così.

Con l’amore che funziona, o non funziona, ma a modo nostro.

L’amore è un fatto personale.

Possiamo raccontarcelo, ma è molto difficile condividerlo davvero.


Io non sono normale: IO AMO


Nel mio lavoro incontro tanta gente e sento tante, tantissime storie, quasi sempre d’amore.

L’amore muove il mondo e sconvolge la vita.

Possiamo parlarne, discutere, confrontarci, arrabbiarci, litigare, perfino odiarci! Ma poi, ognuno di noi deve trovare il proprio modo personale di impersonare l’amore.

Personificare, incarnare, interpretare, indossare, essere l’amore.

Perché l’amore è tutto.

E senza amore non si può vivere.

Possiamo avere tante sfumature dell’amore ma non possiamo ignorare che l’amore è la sostanza di cui è fatta la vita ed è impossibile estirparlo.

Tutte le emozioni sono espressioni diverse dell’amore.

(Anche l’odio, purtroppo, attinge in modo distorto alla stessa potente energia)

L’unica antitesi all’amore è l’indifferenza.

E nessuno può essere totalmente indifferente.

Ecco perché, come esseri viventi, incontriamo l’amore ad ogni passo e dobbiamo imparare a conoscerlo e ad attraversarlo senza esserne travolti.

Tante persone si rivolgono a noi, specialisti della psiche, per avere un supporto nelle questioni d’amore.

Quasi tutti chiedono di essere aiutati a veleggiare il fiume dei sentimenti senza essere trascinati via dalle sue correnti e senza incagliarsi nelle secche delle passioni.

Io non sono normale: IO AMO è il frutto di tante storie d’amore raccontate e condivise nel segreto di uno studio psicologico. Una bussola emotiva per viaggiatori solitari. Un diario di bordo, per condividere insieme il clima e i venti delle perturbazioni emozionali.

Lo studio di uno psicologo è simile a un faro che illumina il percorso ai naviganti.

Non spetta allo psicologo decidere quale sarà la rotta di ciascuno, è importante, invece, aiutare ogni persona a liberare la vista dalle nebbie del pregiudizio, del conformismo e della paura, in modo che possa riprendere velocità e veleggiare senza incertezze e senza pericoli, fino al prossimo porto.

Dal mio punto di osservazione ho potuto vedere marinai di tutti i generi destreggiarsi con ogni tipo di condizioni meteorologiche: immobilità delle depressioni, mareggiate delle passioni, brezze fresche dell’entusiasmo, vortici del lutto e dell’abbandono, tempeste della separazione…

Da tutto questo nasce il blog io non sono normale: IO AMO.

Ogni volta che pubblico un post, cari lettori, amici e curiosi, spero che possiate trovarvi uno spunto di riflessione e un incentivo a continuare la vostra traversata emotiva fra le onde dei sentimenti, e se anche una persona soltanto riceverà un beneficio dalla lettura di questi articoli, i miei obiettivi saranno stati raggiunti.

L’amore è un enigma talmente misterioso e personale che toccare un cuore è già un successo incredibile.


Grazie a te che leggi queste mie parole.

Dentro c’è tutto il mio amore.

E anche (quasi) tutta la mia vita.

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Set 09 2012

DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’? risponde la dott.ssa Caterina Steri

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Caterina, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

La normalità potrebbe essere un’etichetta molto pericolosa se concepita in modo rigido e universale. Se dovessimo attenerci a dei canoni sociali per descriverla saremmo tutti incatenati in una gabbia di norme, troppo occupati ad essere compatibili con esse, senza pensare al rispetto della nostra soggettività.

Normalità significa per me, quello che purtroppo spesso è considerata un’eccezione: stare bene con se stessi, coltivare la propria autostima rispettando le personali peculiarità, le esigenze, i desideri, senza temere di esprimere ciò che veramente si è. Il tutto nel rispetto delle differenze altrui, ovvero della normalità dell’altro. Pare più un concetto “ideale”!

Solitamente si cerca di spiegarla tramite canoni oggettivi, ma mi piace intendere la normalità in base alla soggettività e alla peculiarità delle persone: ognuno può raggiungerla a modo suo.

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

I pazienti mi dicono di voler essere normali come gli altri e di volere una vita normale. Spesso le persone vedono nella vita altrui una condizione migliore della propria. Altre invece mi dicono di volere una vita normale come quella che si vede nei film! Ciò fa comprendere quanto siamo influenzati dai messaggi sociali e mediatici che ogni giorno ci vengono spacciati per dogmi da seguire alla lettera. Ma quanti di noi riescono a stare bene all’interno di uno schema di normalità dettato da altri????

Se una persona si rivolge a me perché sta male, penso che la sua situazione non sia normale (perché non è normale vivere stando male). Lo sarà una volta che con il percorso di psicoterapia riuscirà ad esprimere veramente se stessa, a sfruttare le sue risorse, ad apprezzarsi pure con i propri difetti e accettando anche di non poter piacere a tutti. Molti pazienti infatti mi dicono di aver paura di cambiare (in meglio!) perché potrebbero non piacere più alle altre persone.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

In realtà non mi chiedo se “sia normale”, ma “come stia?” Imparo a conoscerlo, a capire come sarebbe se fosse libero dal sintomo o dal problema che mi porta. Lo immagino imprigionato in una gabbia o una corazza che inconsapevolmente si è costruito per “difendersi”, ma allo stesso tempo che lo inchioda in una situazione di malessere e lo limita sotto tanti punti di vista.

Allora decido di proporgli di trovare la chiave della corazza o della gabbia, di uscirne fuori per vedere cosa c’è al di la di essa e come ci si sente a poter mostrare al mondo come si è veramente.

Se devo pensare alla normalità durante i primi incontri con i pazienti, penso sia semplicemente nascosta. Sta a me, al paziente e al percorso terapeutico fatto insieme, riuscire a farla emergere.

La persona sarà normale quando sarà se stessa, starà bene e riuscirà ad affrontare i problemi con le sue risorse.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

L’esigenza di essere normali deriva a sua volta dal bisogno di sentirsi compresi nel sistema sociale in cui si vive. Farne parte significa aver l’idea di essere protetti, accolti e non soli. Spesso per questa esigenza si preferisce non esprimere se stessi fino in fondo, anche perché colui che risulta “anormale” nei confronti della società rischia di essere emarginato e respinto. Ecco la paura della “anormalità”.

Insomma, ci troviamo di nuovo in un concetto di normalità dettato da un sistema da cui è difficile svincolarsi per promuovere la normalità “soggettiva”. Si teme il giudizio, il senso di solitudine. È più comodo attenersi alla normalità “sociale”, ma più soffocante perché chi non ne rispecchia i canoni è considerato diverso, quindi (ahimè!) sbagliato.

Credi che sia possibile essere normali ed essere  se stessi?

Qui rischio di essere ripetitiva. Se essere normali significa stare bene potendo essere se stessi, ci credo fortemente. Se non ci credessi non riuscirei a fare questo mestiere.

Non credo sia facile. Siamo troppo influenzati dal sistema in cui viviamo, da quello familiare, lavorativo, sociale…

Spesso è la stessa famiglia di origine a non voler accettare l’individualità dei suoi componenti e a sottolineare l’espressione di se stessi e delle peculiarità più come difetti che come ipotetiche risorse per farsi strada nel mondo. Se già da quando siamo bambini ci viene trasmesso questo messaggio, immagina che fardello ci portiamo dietro. Ma l’esigenza di poter essere se stessi porta nella maggioranza di noi la forza di liberarci da questa scomoda eredità. C’è pure chi per farlo trasforma il suo malessere in sintomi, ad esempio. Ma se questi vengono curati adeguatamente, si possono far emergere le vere personalità e quindi si può far rispettare la propria normalità.

Credi che l’amore possa essere normale?

Visto che in amore si partecipa in due, è normale quando è reciproco, quando rispetta l’individualità dei componenti e allo stesso tempo crea una dimensione di coppia del tutto originale. L’amore normale è quello in cui ci si sente liberi!

Anche in questo caso potrebbe non avere nulla a che fare con l’amore dettato dai manuali della società. L’amore normale è quello originale, inimitabile, libero, ma compatto e ben saldo. Potrebbe essere quello di una vita, o quello di un giorno. E’ quello insomma che ci fa sentire bene, non quello che molti possono chiamare “giusto” o sbagliato”.

Oggi purtroppo, il messaggio più frequente è che sia normale soffrire per amore. Secondo me la normalità dovrebbe essere stare bene nella relazione.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

Bella domanda! Con gli anni ho imparato (soprattutto attraverso un percorso di psicoterapia personale molto importante e duro!), ad essere me stessa, ad andare contro certi canoni con cui sono stata cresciuta e che poco avevano a che vedere con il mio modo di essere.

Se essere normale significa dare spazio a me stessa, allora in questo momento posso dirti di sentirmi tale. E se ci sono periodi in cui non mi sento così, li considero dei campanelli d’allarme che mi spingono a capire che cosa stia facendo per non rispettarmi e a cercare di rientrare nei binari della mia normalità. Non è un concetto statico, ma cambia nel tempo, perché pure io cambio e quindi mi piace pensare che la mia normalità e la mia originalità, siano un “marchio” tutto mio, così come potrebbero essere le tue!

Ciò che mi fa ridere è che per molte persone a me vicine non sono normale! Se non avessi alle spalle il mio percorso di psicoterapia, il giudizio altrui mi farebbe soffrire o mi limiterebbe; ma ho capito di essere normale nel momento in cui ho iniziato a seguire la mia strada svincolandomi dalle etichette di normalità che qualcuno voleva per forza affibbiarmi, ma che non mi piacevano proprio. Pensandoci bene, a queste persone potrei rispondere riprendendo il nome del tuo blog: “Io non sono normale, IO AMO”. Quali parole più adatte?

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Set 01 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde la dott.ssa Maria Grazia Rubanu

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ciao Maria Grazia, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

La normalità per me non è altro che un concetto teorico, come tale può assumere diverse declinazioni tutte, dal mio punto di vista, molto criticabili:

  • normalità come media statistica, per cui è normale ciò che è messo in atto dalla maggioranza delle persone, un concetto che assomiglia troppo a quello di conformismo e all’omologazione tipica della nostra cultura occidentale;
  • normalità come utopia, ovvero come funzionamento ideale e dunque, per definizione, impossibile da raggiungere;
  • normalità come assenza di patologia, assenza di sintomi. Definizione rischiosa, sia perché non esistono persone senza sintomi, sia perché è un modo di vedere le cose che connota in maniera negativa il sintomo sottovalutando il suo potere comunicativo. Cosa viene a dirmi l’ansia che sento quando mi succede qualcosa di inatteso?

Il concetto di normalità è piuttosto rischioso anche perché porta con se un giudizio di valore, che, come ogni forma di giudizio, ha il potere di colpevolizzare le persone per quello che sono e far loro pensare che devono diventare qualcos’altro.

Si collega strettamente ad un ideale da raggiungere, che fa spesso perdere di vista ciò che si ha nell’immediato, le proprie risorse, prima fra tutte la propria creatività soffocata dal senso del dovere: dover fare e dover essere.

In quanto concetto teorico appare molto staccato dal reale delle persone: le persone non sono normali o anormali, sono se stesse punto e basta. Con tutte le sfaccettature e le complessità del caso!

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Si, soprattutto adolescenti e giovani donne che si sentono diverse e vorrebbero essere come tutti gli altri. Questa richiesta così diffusa diventa per me il punto di partenza per un lavoro sulla definizione di sé e sul riconoscimento del proprio essere e delle proprie risorse e potenzialità.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

Il concetto di normalità non fa parte del mio essere e, di conseguenza, neppure della mia formazione, altrimenti non avrei scelto di fare una scuola di specializzazione sistemico relazionale, simbolico esperienziale! La cosa più importante nella prima seduta è l’incontro con l’altro, il porsi in ascolto, non solo di quello che l’altro porta, ma delle risonanze emotive che suscita in me come terapeuta. Un incontro che getta le basi per la costruzione di una relazione terapeutica che parte dal sintonizzarsi sui bisogni dell’altro, che non sempre, all’inizio, coincidono con le richieste esplicite.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Il bisogno di sentirsi normali sottende la paura di ciò che è sconosciuto, che spesso viene visto come oscuro e che, per questo, spaventa. Sentirsi normali sembra quasi voler dire potersi muovere alla luce del sole e tornare a casa non appena arriva il tramonto. Muoversi in un terreno sconosciuto spaventa molto, ma è anche un bisogno socialmente costruito, nelle relazioni, già nell’infanzia, già da quando ti viene detto che devi essere come gli altri bambini, perché il rischio è quello di essere un diversoIl diverso è l’extracomunitario, l’omosessuale, la persona con un colore di pelle differente, che fa un lavoro diverso, che non ha una casa o che chiede l’elemosina per vivere…e nella più tipica distorsione è colui che entra nelle nostre case a rubare. Il diverso è colui che abusa delle donne e dei bambini, dimenticando che sono proprio i padri, i fratelli, i fidanzati e gli ex fidanzati normali a mettere in atto la maggior parte di queste condotte aberranti.

L’anormalità spaventa perché non ci siamo più abituati, perché nella nostra lingua i desideri vengono definiti sogni nel cassetto. Un cassetto chiuso nasconde un sogno, che sta al buio come i fantasmi e contiene in sé il senso del proibito …

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Decisamente no! Prendo in prestito le parole di Pirandello “Ciò che noi conosciamo di noi stessi, non è che una parte, forse una piccolissima parte di quello che noi siamo. E tante e tante cose, in certi momenti eccezionali, noi sorprendiamo in noi stessi, percezioni, ragionamenti, stati di coscienza che son veramente oltre i limiti relativi della nostra esistenza normale e cosciente” (dal saggio Umorismo, pubblicato nel 1908).

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore è un sentimento impossibile da spiegare, da incasellare in una struttura unica e valida per tutti.

Per ognuno è diverso ed è diverso in momenti differenti della propria vita. Puoi riconoscerlo, ma nemmeno le parole dei più grandi poeti possono descriverlo in maniera esaustiva.

Perché l’amore si vive, non si racconta e pertanto è di certo anormale.

Complesso, magico, inspiegabile.

In movimento, costruito con l’altro,  giorno per giorno, attimo dopo attimo …

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

La risposta è no! L’etichetta della normalità mi sta stretta, fastidiosa, proprio come le etichette nei vestiti nuovi … Non sono altro che me stessa, con tutte le sfumature che mi contraddistinguono e che mi rendono unica: unica come tutti, ognuno a proprio modo! Siamo ben altro che la semplice somma delle nostre caratteristiche …

… come in una ricetta il piatto finale non è certo solo la somma dei singoli ingredienti, ma assume un profumo, una consistenza e un sapore unico.

Certo la Crème brulè è composta di uova, latte, panna e vaniglia cotta a bagnomaria nel forno … ma questi elementi da soli non danno nemmeno l’idea del profumo, del sapore e della consistenza al palato …

… E anche nelle persone, come nella crème brulè, per gustare tutto il sapore si deve rompere la crosta con il cucchiaino …

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Ago 23 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde il dr. Fabrizio Boninu

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Ciao Fabrizio, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

Per me normalità è… un sostantivo femminile. Questo forse può dare la misura di quanto abbia difficoltà a definire una categoria così ampia. A parte la battuta, credo che la normalità sia quella categoria mediante la quale le persone giudicano le altre. La normalità è il paravento dietro al quale spesso ci si nasconde dalla fatica e l’impegno di coltivarsi, di accettare di essere unici. Può anche essere la linea di demarcazione mediante la quale si stabilisce chi è sano e chi no e questa è una china molto pericolosa, che è stato difficile estirpare per varie categorie. Ovviamente, nel caso della salute mentale, c’è un concetto di normalità ma, a parte alcuni casi manifesti, è un concetto che non può essere applicato ad un gran numero di persone. La maggior parte di noi è sanamente insana, normalmente anomala. Più faccio questo mestiere più mi rendo conto che ognuno di noi è un vero e proprio piccolo mondo con le sue regole, i suoi funzionamenti, i suoi vissuti e che sarebbe veramente un peccato perdere tutto questo per cercare di inseguire ed arrivare al malsano obiettivo di parificazione e di normalità, dal momento che questo termine, come dicevo, non designa nulla che non sia ascrivibile alla singola persona. Normale, per me, è una persona che cerca di conoscersi, che si stima, si accetta com’è e rispetta la sua storia di vita.


Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Nel lavoro capita spesso di parlare con persone che non si sentono normali, che hanno paura di sentirsi e di essere considerate strane, non comuni, non a posto. Credo ci troviamo in un contesto sociale in cui si vorrebbe che ci considerassimo unici e diversi l’uno dall’altro, ma che in realtà spinge al conformismo e alla stereotipia. Da un lato la nostra unicità, la nostra diversità dagli altri, il nostro essere ‘speciali’, il nostro essere naturalmente diversi. Dall’altro, invece, qualunque tipo di anticonformismo non “approvato” sembra suscitare la riprovazione sociale. La paura più forte è quella di essere etichettati come non normali, come singolari nel senso più negativo del termine come se si potesse essere fuori dalle regole di funzionamento di tutti gli altri. E che a questo non ci sia rimedio. Il mio lavoro credo consista, invece, nel dare un significato alla storia personale di ciascuno, nel poter accogliere il senso di ciò che si è, comprendendo quanto sia stato esclusivo e personale diventare ciò che siamo.

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

No, sinceramente posso dire di non aver mai pensato a qualcuno in studio come normale oppure no. Per quanto sembrasse strano quello che faceva oppure che diceva, per me quello che la persona fa o dice è normale, nel senso di dotato di significato per la persona stessa. Posso solo rispettarla e cercare di comprenderla. Molte delle scelte di vita delle persone che incontro sono dettate dal dolore, dalla paura, dalla discrasia di voler essere in un modo ma di sentire di essere altro. Intuire questa sofferenza mi rende particolarmente attento al rispetto e alla vicinanza con l’altro. In realtà più che valutare se sia normale o no cerco di chiarire con chi ho di fronte quanto alcune scelte siano specificamente sue e che non dovrebbe averne paura. Spesso le persone che si rivolgono a noi psicologi hanno paura che possano essere diagnosticate come a-normali, squinternate e che le loro scelte di vita non siano sane. Cerco di osservare in cosa le scelte di vita dell’altro siano dettate da quelli che sono i desideri della persona oppure se sono dettati da bisogni di conformismo. La persona è libera di fare determinate scelte? O si comporta così perché quello è il comportamento che gli altri si aspettano da lei? E, se non è libera, è consapevole di essere all’interno di una gabbia che in qualche modo lo costringe a sembrare ciò che non sente di essere? Ed è consapevole di quanto le costi questa scelta? Queste sono, nel mio lavoro, le domande che mi faccio. Non se sia normale.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Credo che dietro si celi la paura. L’idea di essere normali è molto rassicurante perché fa sentire le persone a posto, le colloca nell’alveo della maggioranza, nel gruppo più numeroso. Ognuno cerca di coltivare allora l’illusione di essere uguale agli altri per non staccarsene, e questo è molto protettivo perché costringe a non fare i conti con la propria individualità, termine che spesso viene confuso con solitudine. Data questa confusione, e la paura di essere soli, le persone fanno e accettano di tutto pur di non essere o sentirsi escluse. Questo, come dicevo, porta anche a tradirsi, a nascondere parti di sé che si sentono non accettate socialmente o riprovate dagli altri. Questa contrapposizione tra come si È e come ci si DEVE mostrare alla lunga è molto dispendiosa e può sfociare in una serie di disturbi, di inconvenienti che possono sfociare nella vera e propria patologia. Si chiude una sorta di circolo nel modo più paradossale possibile: finiamo con l’ammalarci proprio per la paura di non essere sani!.

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Non solo lo credo, ma credo anche che debba essere la meta. Penso sia possibile essere normali ed essere se stessi. Anzi, credo proprio che sia un obiettivo quello di poter essere considerati normali ed essere considerati se stessi, cioè unici e non omologati.

È possibile ma non credo sia facile. La scelta di essere se stessi è una scelta che, in una società nella quale vince il conformismo e le spinte in quella direzione, può provocare delle sofferenze. Questo mi porta a pensare che per essere se stessi sia necessario essere supportati, essere aiutati a capire le potenzialità insite nel nostro essere normalmente diversi dagli altri. È nella diversità, non nel conformismo, che emergono le spinte al cambiamento, all’evoluzione.

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore è la dimensione dell’uomo nel quale l’essere normale ha, forse, meno senso. Data la sua scelta esclusivamente personale, non ha senso, credo parlare di normalità o anormalità,  fatto salvo, ovviamente, il rispetto per l’altro. Invece dobbiamo scontrarci ogni giorno con ‘esperti’ che pretendono di tracciare una demarcazioni tra ciò che in amore è normale e ciò che invece non lo è. L’amore è uno dei contesti più anormali e potenzialmente rivoluzionari nella vita ed è per questo che, e non è un caso, la spinta normalizzatrice è stata più forte durante tutta la storia dell’uomo con giustificazioni religiose, dogmi sociali, riprovazione  e così via. E sono, questi, aspetti che hanno pesato e che tuttora gravano tanto nelle scelte di vita delle persone.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale…tu ritieni di essere normale?

Come detto, il mio desiderio sarebbe rendere consapevole la persona che mi si siede davanti di quanto la sua paura di essere anormale sia la paura di essere unica. Credo che debba essere questa la nuova normalità: accettare l’unicità dell’altro. In questo senso sono normale: coltivo la mia singolarità, le cose che mi caratterizzano, quelle che mi spaventano, tutte quelle cose che,  combinate assieme fanno di me stesso una persona unica. Naturalmente neanche per me è, o è stato, facile. Darci ascolto, apprezzarci, accoglierci, è una scelta semplice quando parliamo di caratteristiche socialmente accettate o riconosciute mentre è molto impegnativa per scelte che non sono accettate socialmente. Per esempio io sono molto sensibile. Non è considerato normale per un uomo essere molto sensibile. Se questo aspetto di me mi ha fatto soffrire (perché devo essere così? Perché questo provoca un ‘richiamo’ sociale?), è forse grazie all’accettazione di questo aspetto, individuato ed accolto, che oggi sono qua ad esercitare il mestiere che ho sempre pensato di fare.

Tornando alla domanda: sono normale? Non so. Forse sto iniziando a scegliere di essere unico.

Fabrizio Boninu

psicologo, psicoterapeuta, blogger

Lo Psicologo Virtuale

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Ago 13 2012

“DOTTORE… COS’E’ LA NORMALITA’?” risponde il dr. Enrico Maria Secci

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Ciao Enrico, potresti spiegare in parole semplici che cos’è per te la normalità?

Come psicoterapeuta, la normalità non mi interessa, mi appassiono invece alla soggettività e alle meravigliose potenzialità di ogni persona, potenzialità che proprio un concetto così barbaro e vuoto come la “normalità” riesce ad adombrare sino all’apice della sofferenza mentale.
Per fortuna, ho imparato molto presto che non esiste nulla di simile alla normalità e mi sono messo a ragionare, piuttosto, in termini di “soggettività funzionali”, abbandonando categorie dicotomiche che non soltanto non descrivono affatto la realtà ma la rendono veramente labirintica e infelice. Naturalmente, non è solo un mio pensiero. Da molto tempo, come sai, le scienze umane hanno abbandonato il concetto di normalità in senso assoluto per studiare la soggettività e stabilire che, sul piano clinico e, più in generale, sul piano dell’esistenza umana, le varianti dell’equilibrio personale e interpersonale sono tali e tante da rendere inservibile un costrutto di “normalità generale”. Ad esclusione di patologie gravi, che precludono il benessere dell’individuo e quello delle persone che lo circondano, la normalità è una pretesa intellettuale e un paradosso moralistico.

E non è neppure un dato statistico! Infatti, se parliamo statisticamente, gli “anormali” sono proprio coloro che stanno bene con se stessi, le persone che vivono equilibrate e serene, che amano e sono capaci di farsi amare, quelle che affermano se stesse nel rispetto della propria soggettività … casi veramente eccezionali in una società in cui la normalità è la preoccupazione dei mediocri, un’ossessione che, purtroppo, ha molto seguito…

Nel corso del tuo lavoro capita che le persone chiedano di essere aiutate a essere normali?

Devo dire che l’unica volta in cui mi è capitato si è trattato di una donna devastata dall’”anormalità” della figlia: aveva scoperto che era omosessuale. La figlia era in realtà “a-normalissima”, una ragazza determinata a vivere la propria soggettiva in totale contrasto con le pressioni, ataviche, ricevute da una famiglia rigida e solo formalmente affettiva, in realtà gelida e gravemente normativa … Ed è finita che la signora ha accettato di farsi seguire. Era una persona schiacciata dal conformismo e traumatizzata da una storia personale complessa che aveva “risolto” facendo tutto quello che gli altri intorno a lei ritenevano “normale”. La psicoterapia l’ha aiutata enormemente, soprattutto l’ha supportata nel ritrovare l’amore per se stessa, che, alla fine dei conti è il vero problema dei “normali”. Ma di questo magari parlo dopo …

Quando incontri un paziente per la prima volta, valuti se è normale oppure cosa osservi?

Una cosa che osservo è il grado di conformismo sociale, che, per me, è espressione di molte cose che non vanno. Guardo molto gli occhi, cerco lo sguardo. Quando sono “normali”, hanno gli occhi come quelle bambole di pezza, come quei giocattoli che hanno dei bottoni cuciti al posto degli occhi. E, se succede, prendo subito le forbicine da sarto e, molto delicatamente, cerco gradatamente di liberare la soggettività che c’è dietro. Già questo è terapeutico per i pazienti: sentirsi liberati dalle protesi psicologiche che hanno indossato per adeguarsi a un contesto che ha frustrato i loro bisogni affettivi, sentirsi accettati e benvoluti per quello che sono e non per ciò che “dovrebbero essere”.

Secondo te cosa si nasconde dietro al bisogno di sentirsi normali e perché l’anormalità fa tanta paura?

Dietro il bisogno di sentirsi normali si cela un’immensa fragilità. Dietro la faticosa e inutile ascesa verso la “normalità” ci sono sempre un bambino o una bambina non amati.

C’è la storia angusta e cupa, “normale” purtroppo, di individui che hanno dovuto adattarsi alla pretese degli altri a partire dai propri genitori, per ricevere un “amore condizionato” che li ha intossicati e ha inquinato la loro vita da adulti. Provo sempre molta empatia per questa parte delle persone che seguo e rispetto il loro conflitto. L’”anormalità” gli fa paura perché affermare la loro soggettività è sempre stato sinonimo di silenzi gelidi, di intransigenze genitoriali, è sempre stata la fonte di una frustrazione immensa, per loro, per essere liberi: hanno interiorizzato il messaggio inconscio che se fossero stati “se stessi” avrebbero perduto tutto e ricevuto punizioni enormi. E, nella storia di gran parte delle persone con cui ho lavorato e con cui lavoro, i modelli d’amore disfunzionali che hanno incorporato come “validi” non hanno fatto altro che confermare che la “normalità” fosse l’unica strada da percorrere nonostante, l’ansia, il panico, la bulimia e molto altro …

Credi che sia possibile essere normali ed essere se stessi?

Quando “normalità” vorrà dire essere persone profondamente rispettose della propria soggettività e di quella altrui, sì, penserei che essere normali ed essere “se stessi” sia una fulgida, desiderabile combinazione. Ma, ora come ora, la normalità è solo uno scudo di cartapesta brandito da burattini fragilissimi … la cosa più triste è che il terreno della “normalità” è così arido che le persone, affamate e assetate, finiscono per farsi la guerra, si arrabbiano tra loro, si fanno la guerra, si contendono quell’inutile francobollo dove c’è scritto “IO SONO NORMALE e TU NO” per poi capitolare in vite tristi, percosse da segreti e da sintomi neri. Mi rattrista un po’ parlarne e mi fermo qui.

Credi che l’amore possa essere normale?

L’amore non è affatto “normale”, per me l’amore è quella condizione eccezionale che si crea tra persone autenticamente in contatto con i propri bisogni affettivi e che sono in grado di appagare quelli dell’altro e di comunicare apertamente le proprie necessità. Quando si pretende di inquadrarlo, di relegarlo a ruoli o schemi predefiniti, l’amore degenera. Ne parlo nel mio ultimo libro, che si intitola non a caso Gli uomini amano poco ” – Amore, coppia, dipendenza. A questo proposito, rimando al mio blog, o alla vetrina dell’Editore.

Abbiamo parlato di normalità in termini teorici e riferendoci al nostro lavoro. Vorrei terminare questa intervista con una domanda più personale … tu ritieni di essere normale?

Sono felicemente anormale, sono proprio uno “fuori”! (sto ridendo). A-normalissimo! (rido ancora). Chi mi conosce personalmente ha imparato a vedere i miei cambiamenti, l’impegno e l’amore che metto in tutto ciò che faccio e che dedico a chi mi incontra. Lo faccio con serenità, ma anche con fermezza. Ho alle spalle, come tutti gli psicoterapeuti seri, una lunga terapia personale didattica e ho passato oltre un terzo della mia vita a studiare la felicità, non solo le dinamiche dell’infelicità e della malattia. E’ una strada affascinante e richiede perseveranza. Dunque, torno alla domanda, per me è “normale” essere felice, rispettare me stesso, vivere a pieno la mia soggettività, ricambiare tutto ciò che ricevo, imparare a lasciarmi amare (ci sto lavorando) e non accetto nulla al di sotto di questo standard. Questa è la mia normalità.
Compresi gli aspetti personali, coltivo una certezza incrollabile: chi fa il nostro lavoro di psicoterapeuti deve essere una persona serena, ricca, capace di scegliere; qualcuno che rappresenti una possibilità, un esempio di benessere soggettivo e del superamento dei limiti imposti dalle “normalità patologiche” che si avventano su di noi sin da piccoli, e che abbiamo, da grandi, la responsabilità di contrastare e di trasformare in un’occasione di gioia. Insomma, penso che gli psicoterapeuti e, in generale, tutti gli intellettuali, debbano distinguersi come esempi sani e prolifici di soggettività funzionali. E se la chiamano anormalità, va bene lo stesso. Perché fa audience.

Enrico Maria Secci 

psicologo   psicoterapeuta   scrittore   blogger 

Blog Therapy

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Ago 10 2012

NORMALITA’… la parola agli esperti!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Normale e anormale sono parole usate e abusate, riferite a parametri di giudizio che, spesso, esistono soltanto nei nostri pensieri.

In genere, la normalità ci rassicura e ci fa sentire a casa mentre l’anormalità evoca scenari inquietanti e mostruosi, che tengono in tensione e fanno paura.

Capita spesso di affermare con sicurezza cosa è normale e cosa non lo è, e capita anche, in nome della normalità, di omologarci agli standard condivisi, per evitare la sgradevole sensazione di essere giudicati anormali.

La normalità, infatti, ottiene riconoscimento, accettazione, approvazione, simpatia e affetto dalla maggior parte delle persone.

Al contrario, l’anormalità porta con sé critiche, derisione, rifiuto, emarginazione, abbandono e solitudine.

La sensazione di essere normali o anormali si ripercuote, perciò, sulla salute mentale e sul benessere interiore e spesso una presunta normalità spadroneggia nella psiche a discapito della creatività, del cambiamento e della crescita psicologica.

Come esseri umani, abbiamo bisogno sia di appartenenza che di unicità.

Cioè, per sentirci bene dobbiamo avere amore e riconoscimento da parte degli altri e dobbiamo poter esprimere la nostra originalità.

Io non sono normale: IO AMO è un’affermazione provocatoria, una dichiarazione d’indipendenza fatta alla normalità per sostenere l’espressione dell’amore e della creatività. 

Il cuore e la creatività, infatti, seguono regole diverse da quelle della mente e della logica, e questa diversità finisce per ricevere spesso l’etichetta di anormalità, spingendoci a rinunciare ai sentimenti e alla fantasia e imprigionandoci dentro una vita arida e poco significativa.

Succede che la prevedibilità della normalità vada in conflitto con l’imprevedibilità dei sentimenti e del pensiero creativo causando malessere e sofferenza.

Normalità e anormalità sono due opposti, molto discussi e controversi, capaci di condizionare i comportamenti, i pensieri e le scelte di ciascuno di noi.

Gli psicologi si ritrovano spesso a dover fare i conti con ciò che viene considerato normale o anormale  dalle norme sociali, dai pregiudizi del buon senso comune e da chi si rivolge loro chiedendo aiuto.

Perciò, cari lettori, amici e curiosi di questo blog, ho pensato di invitare alcuni colleghi (psicologi, psicoterapeuti e blogger di Tiscali Blog) a sedersi sulla poltrona virtuale di “io non sono normale: IO AMO” e a rispondere a sette domande sulla normalità.

E’ emerso un quadro molto articolato che, partendo dal concetto di normalità, si è esteso all’ascolto dell’unicità e della profondità di ogni persona.

Nei prossimi post, il dr. Enrico Maria Secci (blogger di Blog Therapy), il dr. Fabrizio Boninu (blogger di Lo Psicologo Virtuale), la dott.ssa Maria Grazia Rubanu, (blogger di Giovani e alcole la dott.ssa Caterina Steri (blogger di Gocce di Psicoterapia) ci parleranno di normalità e anormalità, raccontandoci il proprio punto di vista.

Pubblicherò le loro interviste nei prossimi post.

Buona lettura!!

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Nov 21 2011

A-NORMALI si nasce o si diventa?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

A-normali si nasce.

Normali si diventa.

In un mondo sano tutti dovrebbero essere A-normali.

Ogni essere è unico, originale, irripetibile; la sua diversità è il contributo che porta al mondo, una ricchezza che si aggiunge alla poliedricità delle esistenze e fa più bella la vita.

Tanti modi differenti di sentire, di essere, di pensare rendono interessante la scoperta e la conoscenza l’uno dell’altro e creano: RICCHEZZA ESISTENZIALE.

 

Ricchezza esistenziale… una risorsa poco considerata.

Oggi è d’obbligo seguire la corrente.

Chi non partecipa, chi si differenzia, è guardato con sospetto, trattato con diffidenza o addirittura emarginato.

Ma, nascosta dentro il cuore di ciascuno, esiste una Anormalità inalienabile. Che cerca solo di trovare la propria dignità e la dovuta ammirazione.

Che gusto ci può essere nel vestire tutti allo stesso modo, mangiare tutti le stesse cose e pensare tutti uno stesso unico pensiero?

Eppure…

Per qualcuno (pochi) un gusto c’è.

Il gusto perverso di forgiare una popolazione di servitori.

Con una divisa, che si chiama: moda.

Con una catena ai piedi, che si chiama: stipendio.

Con delle brevi libere uscite, che si chiamano: ferie.

E con una prigione invisibile cucita addosso, che si chiama: normalità.

Ma la normalità è un’omologazione che fa ammalare.

E noi psicologi, purtroppo, lo verifichiamo ogni giorno.

Certo, tutti abbiamo bisogno dell’approvazione e del riconoscimento l’uno dell’altro.

Ma vogliamo essere riconosciuti proprio nella nostra speciale unicità.

La normalità ci costringe a rinunciare alle nostre peculiarità e all’originalità che ci contraddistingue, pur di trovare conferme e considerazione.

Conferme e considerazione che non bastano mai, quando non sono rivolte al cuore della persona, alla sua specificità.

Un invisibile coach, chiamato informazione  ci insegna, impercettibilmente, a livellarci nel conformismo.

Fino a che la normalità diventa il nostro vestito.

Quell’apparenza che bisogna mostrare per sentirsi bene in mezzo agli altri. Altri che, inevitabilmente, indossano la stessa divisa e ne rimangono imprigionati.

Poi, in nome di questa sbandierata normalità, sacrifichiamo gli impulsi più veri, la nostra autenticità emozionale. Quel modo unico e speciale con cui ognuno interpreta la vita.

A-normali si nasce.

Normali lo si può diventare.

Forse per non sentirsi troppo soli. Forse per essere amati.

Però l’amore, ottenuto nascosti dietro un normale falso sé, non soddisfa la fame ed è come ingoiare il menù al posto del pranzo.

Nessuno può essere mai uguale a un altro, nemmeno quando si nasce gemelli.

Il nostro vero sé è A-normale.

Aspetta, inestirpabile e incorruttibile, il momento di rivelare la sua verità.

Sincero.

Unico.

Solo.

E per questo pieno di fascino.

E di creatività.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Vuoi saperne di più? 

Leggi il libro:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

anche in formato ebook

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Ott 27 2011

A PROPOSITO DEL DE’JA VU’…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Si chiama dèja vu la sensazione interiore di aver già vissuto un evento della propria vita che sta accadendo nel momento presente.

Il dèja vu è un fenomeno che mette bene in evidenza la coesistenza in noi di due modalità conoscitive differenti: la percezione sensoriale e la percezione cardiaca .

La comprensione del tempo che scorre ci serve per muoverci agevolmente nella realtà fisica.

Ma la realtà fisica non è l’unica realtà che sperimentiamo.

Oltre alla mondo dei sensi esiste un mondo emotivo che s’intreccia con le esperienze materiali e intesse la nostra vita di sensazioni e sentimenti.

Il tempo del cuore è un tempo diverso da quello cronologico.

Il tempo cronologico scorre.

Il tempo degli affetti non scorre.

E’.

Punto e basta.

Sperimentiamo questo stato senza tempo  quando siamo coinvolti in qualcosa che ci appassiona, può succedere in compagnia di una persona speciale, guardando un film, durante un lavoro creativo.

spazio-bianco-corto

Mentre siamo immersi in un’esperienza cardiaca, le cose durano sempre: un istante.

Anche se sono trascorse delle ore.

Questo succede perché la passione è uno stato emotivo che non ha bisogno del tempo per dispiegarsi.

Durante un’esperienza emozionalmente coinvolgente, entriamo in contato con la realtà cardiaca e con le sue regole.

Quando, però, spostiamo la nostra attenzione sulla realtà fisica, il tempo riprende la sua funzione regolatrice degli eventi e scopriamo che l’immediatezza della nostra percezione emotiva, per svolgersi nella realtà temporale, può impiegare… anche parecchie ore!

La percezione cardiaca legge la vita con codici affettivi e non ha bisogno del tempo.

Nel cuore le cose succedono in un immediato/sempre.

 

Ogni tanto (senza sapere quando e come, perché la logica non funziona bene con le emozioni) scivoliamo in un non tempo affettivo e sperimentiamo quell’immediato/sempre insieme all’adesso che scorre.

E’ il fenomeno del déja vu

L’effetto è buffo e disorientante, sembra di camminate due volte sullo stesso fotogramma temporale.

Quello che succede è la sovrapposizione di uno stato di coscienza in cui si percepisce lo scorrere del tempo con un altro stato di coscienza che esiste fuori dal tempo.

Quando siamo in quell’immediato/sempre affettivo, l’orologio non serve, basta il cuore.

Se sovrapponiamo alla dimensione emotiva lo scorrere del tempo, ci sembra di aver già vissuto quel momento.

Ma già vissuto è soltanto la spiegazione che la ragione si da, con gli strumenti che ha.

Di fatto, la mente non può leggere i codici del cuore perché appartengono a uno stato di coscienza diverso.

Perciò, nel tentativo di interpretarli, li deforma.

Il tempo è un sistema di lettura della realtà che non appartiene alle esperienze affettive.

Il cuore conosce un coinvolgimento che include ogni cosa: i protagonisti, lo scenario, gli oggetti.

Nel vissuto cardiaco lo scorrere del tempo non esiste, c’è solamente l’emozione che permea tutto in un presente senza nessun tempo.

Quando sovrapponiamo il tempo che scorre al permanere del cuore, ci sembra di vivere la stessa cosa due volte: una volta nella cronologia degli eventi e una volta nel sempre cardiaco in cui passato, presente e futuro coincidono in un unico istante, sempre presente.

Questa duplicità disorienta la ragione che deduce: “Siccome questo episodio lo conosco, devo averlo già vissuto prima di adesso”.

La mente non si arrenderà mai a qualcosa che non sia sequenziale, perché sfugge al suo controllo.

E la mente ha una funzione di controllo, indispensabile per padroneggiare la realtà fisica.

Perciò trasforma l’esperienza, che la coscienza sta sperimentando contemporaneamente nella dimensione a-temporale e nella dimensione temporale, in un fenomeno cronologico in cui l’evento inevitabilmente dovrà essere successo anche prima.

Possiamo paragonare la coscienza a un computer con programmi differenti, ognuno con regole e codici propri.

Se utilizziamo il programma “percezione cardiaca”, tutto è misteriosamente e appagantemente perfetto, pur nella sua imperfezione, semplicità o inutilità.

Perché vive in un “sempre/senza tempo” in cui la mente logica non ha accesso.

Se invece usiamo il programma “scorrere del tempo”, allora tutto può essere migliorato o peggiorato in quel durante che trascorre passando da prima a dopo.

I fenomeni di déja vu ci ricordano che il tempo è uno strumento utile alla coscienza per fare esperienza della fisicità.

La realtà emotiva si serve di altri mezzi (diversi dal tempo) per sperimentare conoscenze differenti dalla fisicità.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ott 11 2011

A PROPOSITO DEI FENOMENI PARANORMALI…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una personalità creativa ha spesso fenomeni paranormali di vario tipo.

Questo succede già quando si è molto piccoli.

I bambini vivono con naturalezza la paranormalità e, solo in seguito agli atteggiamenti ridicolizzanti o colpevolizzanti degli adulti, imparano a vergognarsene e a nasconderla come se fosse qualcosa di sbagliato.

Ma cosa s’intende con fenomeni paranormali?

Tutto ciò che succede a dispetto della fisica, della logica e della ragione è considerato paranormale.

Cioè A-normale, perciò sbagliato e quindi da evitare.

La parola paranormalità non piace. Evoca sedute spiritiche e malvagità oppure giochi di prestigio e trucchi da baraccone.

La scienza ufficiale la deride e non la riconosce, le religioni la demonizzano e la vietano.

Noi psicologi, che non siamo né scienziati né religiosi, poiché ci occupiamo di mente, psiche e cervello con la paranormalità dobbiamo fare i conti.

Il termine paranormale indica una serie di fenomeni psichici che trovano spiegazione nelle peculiarità dell’emisfero destro del cervello.

Poiché l’emisfero destro è sempre ben attivo in tutte le personalità creative, frequentemente accadono loro fenomeni paranormali.

L’emisfero destro utilizza una modalità conoscitiva basata sull’immediatezza e sulla sintesi, diametralmente opposta alla più comune modalità dell’emisfero sinistro incentrata sulla sequenza e sullo scorrere del tempo.

I programmi scolastici fanno sì che l’emisfero sinistro si sviluppi maggiormente rispetto al destro, perciò durante la crescita le peculiarità del destro diventano poco attive.

La maggior parte delle persone perde le proprie potenzialità paranormali entro i dodici anni.

Le personalità creative, invece, sono poco addomesticabili e, nonostante gli studi e per quanti sforzi facciano, non possono rallentare le attività del loro emisfero destro che rimane sempre molto vitale.

Ecco perché hanno spesso fenomeni paranormali.

I fenomeni paranormali si producono grazie al buon funzionamento del loro emisfero destro che li informa inspiegabilmente e improvvisamente su fatti solitamente conosciuti nel corso del tempo o grazie a una sequenza di passaggi logici.

IL TEMPO E L’INCONSCIO

Oltre alla paranormalità, noi psicologi abbiamo una visione diversa da scienza e religione anche per quanto riguarda il tempo.

Per noi il tempo può presentarsi in due modi differenti.

Uno è lo scorrere del tempo, in cui ci sono: passato, presente, futuro e un durante che trascorre dal passato verso il futuro.

L’altro modo è il tempo dell’inconscio, dove ciò che succede esiste sempre in un costante presente che si conosce grazie ad associazioni affettive.

I traumi, ad esempio, nell’inconscio sono sempre presenti e, anche quando sono passati, mantengono invariate tutte le loro peculiarità. Purtroppo.

Per fortuna, anche i momenti felici mantengono nell’inconscio tutta la loro attualità.

Le proprietà del tempo nell’inconscio spiegano perché chi ha subito un trauma, per esempio un incidente d’auto, non riesce più a salire in macchina senza provare reazioni di paura e di fuga proprio come se l’incidente stesse succedendo in quel momento.

Queste caratteristiche ci aiutano a capire come mai facciamo tanta fatica a chiudere le storie che non vanno bene. Nell’inconscio i momenti belli trascorsi in passato (anche se pochi) esistono in un eterno presente e interferiscono con la consapevolezza delle miserie e delle tristezze attuali.

La paranormalità spiega tanti fenomeni strani che succedono alle personalità creative.

Fenomeni che solo alcuni accolgono con gioia e curiosità mentre la maggior parte li demonizza e li vive con paura.

Credo che la scarsa conoscenza dei meccanismi che determinano l’accadere di questi fatti ci renda tutti diffidenti e spaventati, mentre una maggiore dimestichezza ci permetterebbe di utilizzare al meglio le possibilità a nostra disposizione.

Questi fenomeni non sono pericolosi, anzi! Sono delle risorse in più da utilizzare.

Occorre comprenderli e liberarli dal manto di superstizione che li avviluppa, etichettando chi li vive come un pericoloso portatore di diversità e di negatività.

Aprire il dialogo su questi argomenti aiuta a prendere confidenza con una diversa modalità di conoscenza.

Una modalità immediata e istintuale che le specie animali utilizzano spontaneamente per sopravvivere e comunicare tra loro.

L’istinto si basa su una conoscenza che sfugge ai meccanismi della ragione, ma che può essere altrettanto valida ed efficace.

Ascoltare le proprie intuizioni non significa smettere di pensare o di ragionare, ma utilizzare degli strumenti in più per vivere meglio.

Il cuore non è normale.

E’ vero.


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Mag 26 2011

IO NON SONO NORMALE: AMO TROPPO!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Io non sono normale,

  • amo troppo!

  • amo in modo sbagliato!

  • amo senza selezionare nulla!

  • amo anche quando non voglio!

  • amo senza nemmeno rendermene conto!

  • amo a sproposito!

  • amo stupidamente!

  • amo senza ritegno!

  • amo goffamente!

  • amo incessantemente!

Mi tornano alla mente tanti volti e tante storie diverse, tutte con la stessa disarmante richiesta:

“Voglio essere come tutti gli altri. Voglio essere normale!


Angela, Sara, Matteo… i nomi e i racconti personali cambiano, la sofferenza è sempre la stessa.

“Quali risultati vorrebbe ottenere diventando “normale”?” domando ogni volta.

Mentre osservo i loro occhi, carichi di disperazione e di speranza, mi preparo a una lunga trattativa.

Dobbiamo definire insieme il punto di arrivo del lavoro psicologico e, finché non ci troveremo d’accordo sui risultati da raggiungere, non si potrà cominciare nessun percorso.

Angela, Sara o Matteo dovranno essere aiutati a comprendere che non si può cambiare la propria capacità di amare, se non per amplificarla.

Non si può ridurla.

Non si può lobotomizzare l’amore.

Si può solo farlo crescere!

E questo è esattamente il contrario di ciò che mi stanno chiedendo con tanta speranza e tanto desiderio.

Ecco perché il mio mestiere richiede pazienza…

“Come mai non le piace questo suo modo di amare?” chiedo.

“Sta scherzando? E come potrebbe piacermi?! Certo che non mi piace!!!! Mi crea un sacco di problemi inutili! Le sembra bello piangere guardando il TG?!”

Angela mi guarda innervosita.

“Eppure” rispondo “il telegiornale riporta notizie talmente tristi e catastrofiche che mi sembra difficile non piangere. Se una persona s’immedesima nella sofferenza degli altri, non può che sentirla dentro di sé come se fosse la sua.”

“Si, infatti…”

“La capacità di comprendere il dolore degli altri è una cosa buona. Chi la possiede ha una marcia in più. Significa che ha un cuore.”

“Ah! Be’… di quello io ne ho anche troppo!”

Andiamo avanti così. Lavoriamo sul valore e sull’importanza di saper ascoltare il proprio cuore e arriviamo alla fine dell’ora con un accordo costruito insieme.

Non ci occuperemo di cambiare i sentimenti, ma uniremo le forze per imparare a gestirli.

Imparare a gestire i sentimenti, senza censurarli e soprattutto senza vergognarsene è il primo passo verso una vita migliore.

Una vita dove le emozioni siano permesse, ascoltate, comprese e valorizzate.

Una vita libera dalla guerra contro il proprio cuore.

E’ il primo passo per costruire un mondo migliore.

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