Mar 27 2015

LA VIOLENZA SULLE DONNE, SUI BAMBINI, SUGLI OMOSESSUALI E SUGLI ANIMALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La violenza nasce dalla pretesa di un’arbitraria superiorità e impone una gerarchia in cui chi detiene il potere lo gestisce a proprio vantaggio, a discapito di chi è ritenuto più debole.

La coercizione e la prevaricazione che caratterizzano la violenza sono l’antitesi della cooperazione, dell’empatia e della fratellanza.

Per questo, chi esercita la violenza è sempre vittima di una patologica incapacità a costruire relazioni basate sull’ascolto, sulla condivisione e sulla reciprocità.

Le persone violente, infatti, nascondono, anche a se stesse, la percezione della propria fragilità e il bisogno interiore di trovare sostegno e conferma negli altri, manifestando un’indifferenza che corrisponde al surgelamento della vita interiore.

Nel tentativo di evitare la dolorosa scoperta della propria debolezza e la complessità del mondo emotivo, queste persone bloccano la crescita psicologica nella fase dell’egocentrismo, inibendo in se stesse lo sviluppo dell’empatia e la possibilità di riconoscere il dolore.

Nel ventre della mamma il cucciolo sente di essere una totalità capace di auto sostentarsi, una monade in cui il sé e il mondo si compenetrano.

Dopo la nascita, i piccoli devono affrontare l’incapacità di badare a se stessi e imparare a gestire sia la dipendenza che l’autonomia.

Al loro sguardo inesperto la realtà appare incomprensibile e piena di pericoli e, per sentirsi al sicuro, cercano rifugio, protezione e aiuto tra le braccia dei genitori.

La violenza sui bambini mina la fiducia istintiva che i più piccini ripongono nella vita e crea i presupposti degli abusi e della prevaricazione.

Infatti, quando sono vittime di un’educazione basata sulla prepotenza e sull’aggressività, i bambini scoprono dolorosamente la propria fragilità e, nel tentativo disperato di sfuggire all’impotenza, identificano se stessi con l’aggressore, riproducendone dentro di sé la forza, e imitandone i comportamenti a mano a mano che diventano adulti.

Quest’assimilazione con chi detiene il potere, perpetua la violenza tramandandola da una generazione all’altra, e annienta nella psiche la dolcezza e la valorizzazione dell’innocenza.

In questo modo, la strada da percorrere per diventare grandi si trasforma in un tentativo strenuo di acquisire potere, per uscire dalla propria dolorosa condizione di debolezza.

E, una volta diventati adulti, porta a manifestare l’autorevolezza con la forza, ostentando il disprezzo per tutto ciò che è considerato fragile o diverso da sé.

Questo percorso patologico verso la conquista di un’arroganza, impropriamente identificata con la maturità, distrugge l’ascolto e la comprensione del mondo interiore.

L’emotività e la sensibilità diventano le stimmate di un’ingenuità vissuta come pericolosa, e perciò da evitare o da combattere.

L’annientamento del mondo interiore e dell’ascolto di sé affonda le sue radici nella demonizzazione della femminilità e nella cultura maschilista.

Nel maschilismo, infatti, la violenza si annida dietro la pretesa di un’indiscutibile superiorità degli uomini sulle donne, sancita in virtù di un principio divino e per questo incontestabile.

In questo modo, la gerarchia e l’oppressione s’intrecciano con la spiritualità, dando vita a una religione dogmatica e fondata sull’assolutismo di un Dio autoritario, discriminante e vendicativo.

Il maschilismo legittima ogni genere di abusi sulle donne, considerate esseri inferiori e portatrici di qualità perverse e peccaminose, e impone ai bambini e alle bambine di seguire tappe di crescita diverse.

Nel ventre materno e subito dopo la nascita, sia i maschietti che le femminucce vivono entrambi un’identificazione con la mamma e con il suo potere nutriente e amorevole ma, diventando grandi, la costruzione dell’identità sessuale imposta dalla cultura maschilista prosegue lungo binari differenti.

Infatti, mentre le bambine sviluppano la propria identità senza modificare l’identificazione materna, i maschi per sentirsi veri uomini devono negare l’identificazione con la madre e rinunciare per sempre alla propria componente femminile.

Lo strappo che questo comporta sulla psiche li costringe a disprezzare le donne, nel tentativo di prendere le distanze dalla femminilità, e costituisce la radice del machismo e della violenza.

Studi etologici e antropologici hanno dimostrato che culture diverse dalla nostra non cadono nelle trappole del maschilismo, ma integrano i valori del femminile nella personalità, senza abiurarli né demonizzarli.

Nel maschilismo tutto ciò che compete alla femminilità: la cura dei piccoli, la ricettività, l’empatia, la sensibilità, l’accoglienza… è scartato e deriso in nome della virilità, della forza e della ottusa prevaricazione di chi la possiede.

E questa è anche la ragione che spinge gli esseri umani a maltrattare gli animali.

Poiché gli animali nell’immaginario collettivo mantengono anche da adulti l’innocenza, la fragilità e la semplicità dei bambini, diventano le vittime designate di chi, per crescere, ha dovuto uccidere dentro di sé la stessa ingenuità e arrendevolezza.

Il maschilismo proclama un’arbitraria superiorità dell’uomo sulla donna e genera di conseguenza una cultura basata sul disprezzo per tutto ciò che è femminile, interiore, accogliente, ricettivo e creativo.

Il maschilismo è la radice di ogni prevaricazione e la sua diretta conseguenza: il sessismo, esprime la paura di entrare in contatto con i valori della femminilità e con il mondo interiore che la caratterizza.

Machismo, bullismo, nonnismo, sessismo, omofobia, pedofilia, specismo e pedagogia nera, sono tutte conseguenze del maschilismo e dell’affermazione di una superiorità che autorizza la prevaricazione su chi è ritenuto inferiore.

Il maschilismo è una grave patologia dell’eterosessualità, segnala l’uccisione della femminilità all’interno del sé e il bisogno di acquisire l’identità maschile nel disprezzo di tutto ciò che appartiene al mondo femminile, invece che nell’ascolto, nella comprensione e nella partecipazione emotiva.

In questo quadro, l’identificazione con la madre incarna lo spettro della debolezza, diventando un mostro da combattere e da uccidere, dapprima dentro di sé e poi nelle donne, nei bambini, negli omosessuali e negli animali.

Invece di essere la culla di un’identità che si sviluppa progressivamente attraversando la dolcezza interiore del femminile per arrivare alla determinazione e alla volontà del maschile, la prima identificazione con la figura materna diventa l’origine della fragilità e perciò l’antitesi della mascolinità, la debolezza da sottomettere per conquistare la virilità.

La mascolinità ottenuta in questo modo perde i connotati della spiritualità e dell’espressione interiore per trasformarsi nell’esaltazione di una forza brutale, priva d’immedesimazione e di tenerezza.

E chiunque si discosti da questo modello patologico e aggressivo è combattuto ed emarginato, non solo con la violenza ma anche con la derisione, l’umiliazione e l’esclusione.

La legge del padre diventa, così, una dittatura del più forte, il codice che autorizza la prostituzione e lo sfruttamento delle donne, dei bambini e degli animali, la causa dell’omofobia e la legittimazione delle persecuzioni agite contro chiunque si discosti dalla visione di una sessualità malata di dispotismo.

Forti della propria superiorità e legittimati nella violenza, gli uomini sono autorizzati ad appropriarsi del potere generativo delle donne, garantendosi una sorta d’immortalità con la certezza della propria progenie.

In questo modo esorcizzano il mistero femminile della nascita e della morte, evitando le dimensioni interiori della coscienza.

All’origine dei meccanismi patologici sottesi dal maschilismo, infatti, si nasconde la paura del potere procreativo, l’unico capace di generare la vita.

La violenza sulle donne, sui bambini, sugli omosessuali e sugli animali, fa parte di una perversione dell’eterosessualità e segnala una patologia gravissima chiamata, appunto, maschilismo.

Una patologia che impedisce la comprensione del mondo interiore e l’espressione dei valori della femminilità, negando l’accesso alla creatività e alla spiritualità.

Curare questa patologia è il compito che tutti, uomini e donne, devono assolvere per costruire un mondo privo di violenza e di abusi.

Accogliere il femminile dentro di sé, infatti, permette alla sensibilità di ritrovare il giusto riconoscimento nella psiche e porta al raggiungimento di una società libera da condizionamenti sessuali.

Una società la cui forza sia la capacità di amare e non di sopraffare, e dove la creatività sia l’unica arma in grado di vincere senza bisogno di competizioni e gerarchie.

Una società in cui il vantaggio di tutti sia il vantaggio di ognuno, perché il Tutto e il singolo sono sempre anche la stessa cosa.

Come nel grembo della mamma.

Carla Sale Musio

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Lug 04 2014

FAMIGLIE FONDATE SULL’AMORE

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Nella ricetta della felicità l’ingrediente fondamentale è l’amore che riceviamo da bambini.

L’autostima, infatti, affonda le sue radici dentro i legami affettivi vissuti durante l’infanzia.

L’amore che respiriamo da piccoli ci permette di sperimentare la fiducia e la sicurezza, facendoci sentire amati e importanti nella nostra unicità.

Ricevere affetto, approvazione e stima per ciò che siamo (e non in conseguenza delle qualità o dei difetti che abbiamo) alimenta la sicurezza e il valore personale, permettendoci di affrontare gli aspetti immaturi del carattere e stimolando la fiducia necessaria a liberare la curiosità, l’affettività, l’empatia e la creatività.

Per raggiungere la maturità e l’autonomia, i bambini hanno bisogno di essere amati per se stessi, senza ricatti e senza pretese.

L’indipendenza e la libertà, infatti, sono la conseguenza della fiducia nelle proprie risorse e nascono dall’accettazione sperimentata durante i primi anni di vita.

Molte persone, però, coltivano la convinzione che educare significhi abituare i piccoli a seguire un insieme di regole necessarie alla convivenza e al vivere civile, e sacrificano la naturale espressione dell’affetto per paura che questo corrisponda a viziarli.

Dal punto di vista psicologico, invece, è vero proprio il contrario!

I bambini cresciuti nell’amore e nel rispetto saranno adulti capaci di amare e di rispettare, mentre chi diventa grande in mezzo alla prepotenza e alla rigidità manifesterà innumerevoli difficoltà comportamentali e affettive.

Per questo l’educazione dovrebbe sempre mirare a far emergere le potenzialità e la sensibilità, aiutando i più piccini nella scoperta e nell’ascolto delle emozioni.

Proprie e degli altri.

Educare, infatti, significa letteralmente far emergere, permettere a ciò che esiste dentro di essere scoperto e favorire l’espressione delle capacità e delle inclinazioni personali, in modo che queste possano prendere forma nella vita ed essere condivise con gli altri.

L’amore è l’elemento fondamentale di una relazione affettiva capace di sostenere la realizzazione individuale e la possibilità di vivere una vita piena di significato.

Soltanto dall’amore, infatti, possono nascere nella personalità la fiducia e la sicurezza necessarie a manifestare la propria unicità, e l’umiltà indispensabile per condividere le proprie potenzialità.

Quando le relazioni educative sono improntate all’amore e all’accettazione, le norme e le regole del vivere insieme diventano una conseguenza dell’empatia, della sensibilità e della conoscenza reciproca, piuttosto che essere principi indiscutibili da rispettare per paura.

Per costruire una società libera dalla violenza, è indispensabile che i bimbi crescano nell’accoglienza, nell’ascolto e nel rispetto della loro personalità.

Ed è soprattutto con il comportamento che i genitori trasmettono ai propri figli i principi e i valori profondi in cui credono.

I bambini imitano gli atteggiamenti che osservano tra le pareti domestiche, e costruiscono la propria personalità riproducendo i gesti e le azioni dei grandi.

Per questo, una famiglia fondata sull’amore, sull’ascolto, sull’accoglienza delle differenze e sull’aiuto reciproco farà crescere degli adulti capaci di voler bene e di accogliere l’individualità di ciascuno senza paura, senza sopraffazione e senza pregiudizi, dando vita a una società in cui la comprensione, la cooperazione e la creatività rappresentano valori fondamentali.

All’opposto, una società violenta prende le mosse dalla prevaricazione agita in casa, a discapito dei deboli e degli indifesi, e si perpetua ricorrendo a regolamenti, divieti e sanzioni, indispensabili per sopperire alla mancanza di responsabilità e alle carenze nello sviluppo interiore.

Una famiglia basata sull’amore è il dono più grande che si possa fare a un bambino… e il presupposto per un mondo migliore!

Poco importano il colore della pelle o il sesso dei genitori, contano invece i valori trasmessi ai piccoli con l’esempio e con i comportamenti.

Valori su cui impercettibilmente, ma inesorabilmente, si modella l’educazione.

In questa chiave, risulta evidente che avere genitori dello stesso sesso o di sesso diverso non cambia il carattere dei piccoli, né cambia i principi che gli adulti trasmettono ai bambini.

Negare alle coppie omosessuali il diritto a formare una famiglia e ad avere dei figli è, purtroppo, ancora oggi, la conseguenza di un pensiero malato di omofobia, la punta dell’iceberg di una patologia che si ostina a considerare l’omosessualità alla stregua di una malattia, invece che una variante naturale e possibile della sessualità.

Il pregiudizio omofobo si trincera dietro la convinzione arbitraria che la coppia omosessuale possa trasmettere valori sbagliati ai propri figli e costituisca un modello familiare scorretto.

Ma quest’affermazione, priva di valore scientifico, potrebbe essere considerata vera soltanto nel caso in cui l’omosessualità fosse una malattia virale o una grave perversione psicologica.

Già dal 1994 il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders  e l’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che l’amore tra persone dello stesso sesso non è una perversione più di quanto non lo sia l’amore tra persone di sesso diverso.

Lo sviluppo dell’orientamento sessuale nei bambini, infatti, avviene secondo una propensione naturale e, con la crescita, si modella sui valori e sui comportamenti dei grandi.

Per diventare adulti emotivamente sani i piccoli devono avere genitori capaci di dare loro affettocomprensioneaccettazione e rispetto.

Valori troppe volte pericolosamente assenti nelle coppie eterosessuali, in cui spesso lo sfruttamento e la violenza, da parte degli uomini sulle donne, costituiscono la normalità, purtroppo, e non l’eccezione.

Ben vengano quindi le coppie omosessuali a sovvertire i ruoli tradizionali di maschio e femmina e a trasformare la violenza eterosessuale agita dagli uomini sulle donne, in una nuova cultura delle pari opportunità.

Che entrambi i genitori siano maschi o femmine o che siano maschi e femmine, non fa differenza sulla capacità di crescere dei bambini sani e felici.

Ciò che conta, invece, è il modo in cui si relazionano tra loro e con i propri figli.

E su questi aspetti, purtroppo, il maschilismo ha rappresentato fino ad oggi una grave patologia dell’eterosessualità.

E’ auspicabile perciò che una ventata di cambiamento rivoluzioni la famiglia tradizionale e che il dibattito sulle coppie omosessuali evidenzi finalmente anche i limiti della famiglia eterosessuale tradizionale, favorendo lo sviluppo di una diversa cultura e di una nuova sensibilità.

Affermare che non è il sesso di mamma e papà a definire una famiglia degna di essere considerata tale, ma la loro maturità affettiva, permette ai bambini di crescere con genitori sempre più capaci di dare loro: amoreconsiderazione e rispetto, e in grado di condividere una genitorialità che preveda per entrambi i partner le stesse possibilità comportamentali.

In questo modo prende forma una società libera dai ruoli di potere che caratterizzano il maschilismo e aperta all’incontro e alla condivisione, tanto delle mansioni genitoriali che delle responsabilità famigliari.

Non più, quindi, papà assenti e impegnati fuori di casa e mamme costrette a occuparsi da sole delle faccende domestiche e dei bambini (anche quando lavorano e portano uno stipendio pari a quello dei mariti).

Ma una famiglia in cui gli adulti siano capaci di condividere il “fare i genitori” con semplicità e umiltà, piuttosto che rimanere ancorati a una rigida gestione sessista del potere e dei compiti domestici.

Una famiglia senza padri padroni e mamme sottomesse, dove i figli non sono più un possesso dei genitori ma persone dotate di una propria individualità e cresciute nel rispetto, nella condivisione e nell’amore, è il primo passo verso la realizzazione di una società migliore.

Carla Sale Musio

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Feb 26 2014

ETEROSESSUALITA’ MALATA

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La violenza sulle donne è una distorsione patologica dell’eterosessualità.

Nel rapporto eterosessuale la pretesa indiscussa che siano le femmine a occuparsi dei bambini, della casa e degli uomini, mentre ai maschi è riservato il ruolo di capofamiglia, costituisce una patologia che, nelle sue forme più gravi, sfocia nella brutalità fisica, mentre comunemente tollera una violenza meno appariscente, ma altrettanto insidiosa e perversa.

E’ violenta, infatti, la pretesa che la femminilità sancisca una sottomissione di genere.

Sottomissione che inevitabilmente crea le condizioni dell’abuso, della sopraffazione e del maltrattamento.

Nel passato, la famiglia patriarcale giustificava la prevaricazione del maschile sul femminile con una rigida divisione dei ruoli in cui all’angelo del focolare erano riservati i compiti più umili e privi di compenso, mentre al marito spettavano tutte le decisioni e il lavoro remunerativo al di fuori delle mura domestiche.

Oggi svolgere un’attività retribuita non è più una prerogativa maschile e le donne portano a casa una busta paga uguale a quella degli uomini ma, proprio quest’uguaglianza lavorativa ed economica, evidenzia l’abuso svelando una patologia che da secoli, come un’ombra nera, accompagna l’eterosessualità.

Dal punto di vista psicologico, il maschilismo è un tentativo rigido e violento di sfuggire la paura evocata dalla femminilità e dal suo misterioso potere creativo, e nasconde il bisogno maschile di negare la propria incapacità a generare la vita.

Sottomettere le donne, maltrattarle, abusarle e umiliarle, sono azioni brutali che nascondono il tentativo di possedere e controllare l’insondabile fertilità nascosta nel ventre delle femmine.

Segnalano il bisogno di ottenere con la forza la possibilità biologica di avere dei successori.

Pur di avere dei figli propri, garantendosi così la continuità e il potere della progenie, i maschi hanno sopraffatto le donne, rivendicandone il possesso e utilizzandole alla stregua di oggetti.

Da questa perversione dell’eterosessualità prendono forma i soprusi ai danni del femminile, sia quelli più appariscenti come i maltrattamenti fisici che quelli, altrettanto gravi ma più silenziosi e sordidi, consumati quotidianamente tra le mura domestiche, sotto lo sguardo complice di amici, parenti e vicini.

La violenza sulle donne è, perciò, la punta dell’iceberg di una patologia eterosessuale che segnala l’incapacità di accogliere la diversità biologica esistente tra uomo e donna, senza discriminarla.

L’archetipo del femminile mette in contatto con il mondo dell’interiorità, con il buio, con l’ignoto e con il principio che dà forma alla vita.

Il mistero della nascita rappresenta un enigma insondabile. Per tutti, uomini e donne.

Nel tentativo di controllarlo e di acquisirne i segreti, gli uomini hanno sottomesso le donne, ma per riuscire ad affermare il proprio potere, hanno dovuto uccidere dentro di sé ogni traccia di quel femminile, negando a se stessi l’emotività, la sensibilità e l’ascolto del mondo interiore.

Ha preso forma così una rigida spaccatura emozionale in cui ciò che è femminile, è giudicato debole e senza valore, mentre al maschile sono attribuite tutte le qualità.

Ma sicurezza, forza, decisione e determinazione, private della loro controparte femminile si trasformano in cinismo, insensibilità, durezza e freddezza.

In questo modo l’eterosessualità è diventata la culla in cui si consuma con prepotenza la discriminazione della diversità, l’emarginazione della debolezza e l’occultamento dei sentimenti.

Ammutolire il femminile dentro di sé è il primo sintomo di una patologia che sfocia in un progressivo e inarrestabile ottundimento dell’amore.

Sprovvisto del suo naturale alter ego, l’archetipo del maschile degenera la propria energia, trasformando la protettività in sopraffazione, la volontà in prepotenza e la decisione in brutalità.

La violenza contro le donne mostra l’indifferenza di cui è ammalato il mondo, e segnala una perversione dell’eterosessualità, il sintomo crudele che abilita il maltrattamento e l’uccisione come stili di vita.

Questa patologia diventa evidente nell’accanimento con cui, ancora oggi, si nega alle coppie omosessuali la possibilità avere dei figli e di formare una famiglia.

Ogni differenza in ambito sessuale, infatti, sollecita la ferita maschile, e stimola il tentativo morboso di negare la mancanza del potere generativo utilizzando la prepotenza e la violenza per affermare con forza la propria superiorità.

In questa chiave, soltanto alla coppia eterosessuale è concesso il diritto di avere una progenie perché soltanto l’uomo eterosessuale ha conquistato l’impunità di possedere le donne e i figli.

Sovvertire quest’ordine prestabilito significa scoprire il dispotismo su cui il maschilismo ha costruito la propria prevaricazione e rivelare la verità.

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Nessuno è proprietario della propria discendenza.

Ogni essere nasce libero.

Senza padroni e senza catene.

m

Le coppie omosessuali lo acquisiscono inevitabilmente, non potendo biologicamente generare insieme un figlio.

La coppia eterosessuale, invece, deve curare la patologia che sottende il maschilismo, affrontando il bisogno maschile di negare la debolezza, la sensibilità e la diversità e accettando la legge biologica che abilita soltanto il sesso femminile a crescere nel grembo una nuova vita.

Autonoma.

Carla Sale Musio

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Nov 05 2013

OMOFOBIA: la paura di scoprirsi diversi

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La parola “omofobia” indica la paura e la repulsione nei confronti dell’omosessualità e delle persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

L’omofobia è una malattia occultata, nascosta tra le pieghe del razzismo che infetta la nostra società e, proprio perché è il sintomo di una patologia di cui si parla poco e malvolentieri, non ottiene dalla psicologia e dalla psichiatria l’attenzione e le cure che sarebbero indispensabili al suo risanamento.

L’omofobia evidenzia l’epidemia di crudeltà oggi diffusa tra la gente di ogni ceto, senza distinzione di reddito, classe, cultura o professione.

Si tratta di un morbo i cui sintomi più appariscenti sono: un razzismo sotterraneo e radicato e la violenza che inevitabilmente ne consegue.

La nostra società indulge sull’aggressività e sulla prepotenza.

Impropriamente consideriamo la mancanza di rispetto e di attenzione come un segno di carattere e di forza, piuttosto che riconoscere le stimmate di una pericolosa mancanza di sensibilità.

Così, offendere e maltrattare chi vive la sessualità in un modo diverso dal nostro, guardare e commentare con commiserazione, divertimento, scherno e ironia, è diventato un luogo comune, un gioco sociale cui non prestiamo nemmeno più molta attenzione.

Strizziamo l’occhio a quelli che consideriamo scherzi innocenti capaci di farci sorridere e, senza nemmeno rendercene conto, alimentiamo l’intolleranza e la prepotenza.

Fanno scalpore i fatti di cronaca nera, quelli si!

Ci si sorprende davanti ai maltrattamenti gravi e ai suicidi di tanta gente, colpevole soltanto di provare amore per le persone del proprio sesso.

Messi di fronte a queste evidenti perversioni del nostro modo di vivere, scrolliamo il capo indignati e colmi di orrore.

Non ci rendiamo conto che il bullismo e la violenza si annidano nei tanti fatterelli di ogni giorno, nelle battute, nei sorrisini, negli ammiccamenti e nei gerghi apparentemente innocui che emarginano, discriminano e feriscono chi è portatore di una diversità.

Questi sintomi (superficialmente considerati inoffensivi) di una cultura malata, segnalano la patologia nella vita di ogni giorno e alimentano il virus della brutalità e del pregiudizio.

Il razzismo, infatti, non è confinato soltanto nei campi di concentramento, nello sfruttamento dei popoli di pelle scura, nello schiavismo e in tutti i gravi abusi che scuotono le coscienze.

Quella è soltanto la punta di un iceberg che affonda le radici molto più in profondità.

Il razzismo è uno stile di pensiero che discrimina ed emargina ciò che non può essere accolto dentro di sé, perché ritenuto inaccettabile e di conseguenza giudicato pericoloso e da combattere.M

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OMOFOBIA E RAZZISMO

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La rimozione e la proiezione sono due meccanismi di difesa primitivi.

Si formano molto presto nella psiche dei bambini e funzionano automaticamente, sotto la soglia della consapevolezza.

La rimozione e la proiezione hanno la funzione di preservare la mente delicata dei piccoli dal dolore e dalla paura.

  • La rimozione permette di cancellare dalla coscienza tutto ciò che spaventa o provoca sofferenza.

  • La proiezione fa in modo che le cose e i sentimenti che non ci piacciono siano spostati da noi stessi all’esterno, e proiettati sopra un altro essere che da quel momento potrà essere evitato e considerato diverso e negativo.

Grazie a questi meccanismi di difesa, possiamo sfuggire le esperienze e i sentimenti che ci fanno paura come se non ci riguardassero, con la coscienza a posto e la convinzione di esserne totalmente immuni.

La rimozione e la proiezione nell’infanzia sono fisiologiche e hanno una funzione protettiva ma nell’età adulta segnalano un deficit nell’intelligenza emotiva perché tutelano e favoriscono l’ignoranza dei reali vissuti interiori, facendo crescere l’insensibilità e il surgelamento emotivo.

Per superare questo patologico ottundimento nell’ascolto del proprio mondo interno bisogna avere coraggio e autenticità.

Accogliere la propria verità, qualunque essa sia, richiede onestà e assenza di giudizio.

Requisiti rari in un momento storico che elogia l’apparenza, la superficialità e il conformismo.

“Bene” e “male” sono spesso la conseguenza di un uso indiscriminato e compulsivo di questi meccanismi di difesa e del misconoscimento di se stessi che ne consegue.

E’ molto facile, infatti, sentirsi nel giusto evitando di considerare la complessità delle motivazioni e delle scelte che muovono i pensieri e le azioni (nostre e degli altri).

Le guerre e la violenza poggiano sempre su valutazioni superficiali, vuote di comprensione, d’immedesimazione e di empatia.

Superata l’età infantile, l’uso indiscriminato di meccanismi di difesa primitivi porta a evitare la complessità del proprio sé e rende possibile condannare con indifferenza chiunque impersoni ciò che intacca l’immagine che abbiamo scelto d’impersonare nella vita.

La rimozione e la proiezione, indispensabili finché siamo bambini, diventano compulsive (e perciò patologiche) nella maturità, quando bisognerebbe aver conquistato la forza e le capacità necessarie ad accogliere le molteplici sfaccettature emotive e comportamentali senza pregiudizi e con sincerità 

Rimuovere e proiettare all’esterno le parti di sé considerate negative, blocca l’umanità dentro un razzismo morboso, privo di empatia e di comprensione (dapprima verso se stessi e poi verso gli altri).

Per superare questo pericoloso stato d’insensibilità e d’ignoranza, è indispensabile imparare ad accogliere anche chi si fa portavoce di ciò che non condividiamo, non consideriamo o non conosciamo, ascoltandone la verità con la sensibilità del cuore.

Naturalmente la comprensione di nuovi punti di vista è possibile solo quando la realtà interiore non ci spaventa e quando non è pericoloso condividerne la risonanza.

Ma se, nella maturità, la rimozione e la proiezione impediscono lo scambio e la conoscenza reciproca e bloccano lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, l’ascolto e la condivisione di ciò che giudichiamo diverso diventano impossibili.

L’omofobia prende forma dal mancato riconoscimento in se stessi delle diverse possibilità espressive della sessualità.

Come Freud ha dimostrato, ormai più di un secolo fa, veniamo al mondo dotati di una sessualità poliedrica e multiforme e, soltanto in seguito alla pressione della società, la naturale bisessualità umana s’indirizza in una scelta di genere prestabilita.

Le preferenze sessuali sono mutevoli e variegate, nessuna è migliore di un’altra ma tutte esprimono l’amore nelle sue infinite possibilità.

La nostra società, però, ha relegato i sentimenti dentro il confine della stupidità e, deridendo la sensibilità, esalta la freddezza, il distacco e l’impassibilità e scinde la sessualità dall’amore rendendola uno strumento di controllo invece che la naturale espressione dell’affetto e della creatività di coppia.

La pretesa di stabilire regole e modi in cui la sessualità deve essere espressa dimentica che l’amore e la creatività non possono essere circoscritti dentro un range di comportamenti stereotipati.

Nasce da queste limitazioni la fobia per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

Cresce nella paura di scoprire dentro di sé un analogo modo di essere e di vivere il sesso e l’affettività.

Si sviluppa nel terrore dell’emarginazione e della derisione.

E provoca a sua volta emarginazione e derisione.

Quando non siamo capaci di accogliere una realtà diversa dalla nostra, la sensibilità e la comprensione empatica non possono svilupparsi e si va incontro a un blocco nell’intelligenza emotiva.

L’omofobia è l’espressione di un basso Q.I. emotivo, segnala la paura di scoprirsi diversi e una pericolosa perdita di autonomia.

Tutto ciò che non siamo capaci di accettare, infatti, ci costringe a sfuggirlo, imponendo un limite alla libertà personale.

La nostra società esige una sessualità preconfezionata e prevedibile perché, solo così è possibile incasellarla in uno schema, bloccandone l’energia creativa e indipendente.

I sentimenti non possono essere circoscritti a modelli stereotipati, esprimono l’autonomia e la creatività del cuore e manifestano la sua libertà.

L’amore non è normale.

E’ vero.

L’omofobia pretende d’incasellare il sesso dentro un cliché prestabilito e perciò antitetico e incompatibile con l’amore stesso.

Chi vive con paura l’omosessualità e condanna le persone gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, coltiva in se stesso una pericolosa rimozione della sessualità e impedisce all’amore di manifestarsi nella propria vita.

Carla Sale Musio

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Ago 24 2013

DONGIOVANNI E OMOSESSUALITA’

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Ci sono uomini che hanno così tanto bisogno di sentirsi attraenti e pieni di fascino da dimenticare l’intimità e la sessualità con la propria donna, per inseguire sempre nuovi (ed effimeri) corteggiamenti.

Per loro la seduzione è finalizzata a se stessa, più che rispondere al bisogno di conoscersi e di condividersi in una relazione.

Ciò che conta è raggiungere la certezza di piacere.

Perciò, nel momento in cui sentono di aver ottenuto l’attenzione e catturato la curiosità di una creatura di sesso femminile, il rapporto con lei perde d’interesse mentre una sorta di bulimia seduttiva li costringe a solcare altri lidi alla ricerca spasmodica di nuove conferme.

A questi uomini il fascino, il carisma e la seduzione sembrano non bastare mai.

Hanno costantemente bisogno di verificare il loro sex appeal e, pur di ricevere consensi, sono disposti a mettere a rischio qualunque relazione, sia essa un’avventura o un matrimonio.

La rottura dei rapporti, infatti, li spaventa meno della paura di non essere affascinanti.

Nei loro vissuti la mascolinità è sinonimo di conquista.

L’uomo è un “vero uomo” quando piace alle donne.

Per questo i dongiovanni hanno un bisogno smodato di ricevere conferme.

Tutti i seduttori, infatti, conservano intatto dentro di sé lo stereotipo del maschio cacciatore e, incuranti di costruire relazioni profonde e durature, coltivano la convinzione che la virilità sia proporzionale alla disponibilità delle femmine che incontrano.

Ma cosa tiene in piedi un comportamento così faticoso e frustrante dal punto di vista dell’intimità, della profondità e della conoscenza reciproca?

Nascosta e censurata nell’angolo più remoto dell’inconscio, la paura di non essere abbastanza maschili e il terrore di ammettere la propria omosessualità, sono le cause della compulsione alla conquista che anima queste scelte affettive e relazionali.

Questi uomini, di solito, hanno poche relazioni con gli altri maschi.

Quasi tutti, infatti, si dichiarano entusiasti delle conoscenze femminili ma scarsamente interessati ad avere qualsiasi genere di rapporti con persone del loro stesso sesso.

La paura di scoprirsi poco conformi allo stereotipo maschilista (che li vuole sempre pronti a lanciarsi in nuove avventure) è la molla che determina i loro atteggiamenti seduttivi e che nasconde abilmente (anche ai loro stessi occhi) l’insicurezza, proprio rispetto alla loro sbandierata eterosessualità. 

Nell’immaginario collettivo un vero uomo deve essere sempre pronto alla sessualità.

E’ l’uomo:

  • che non deve chiedere mai

  • infedele per natura

  • geneticamente predisposto alla caccia delle donne

Donne che per lui non sono partner con cui scambiare la conoscenza reciproca, ma oggetti finalizzati al piacere sessuale.

In questo modo il dongiovanni disprezza il sesso femminile, al quale invidia segretamente la possibilità di amare gli uomini alla luce del sole.

“Se io fossi una donna…” dichiara spesso con fare noncurante.

Queste persone sentono di doversi impegnare costantemente nel raggiungimento degli standard maschilisti ed esorcizzano l’ansia, provocata in loro dall’intimità, lanciandosi in avventure sempre nuove.

Così facendo sfuggono le relazioni.

Le prodezze sessuali, infatti, son piuttosto racconti di seduzione da condividere con il pubblico delle amiche, o peggio ancora, con la fidanzata gelosa, testimone importante che attesta con la sua gelosia l’identità e la virilità del suo uomo.

Fidanzata con cui spesso il desiderio sessuale è assente, proprio perché il dongiovanni nasconde dentro di sé l’esatto contrario di quello che proclama ai quattro venti.

Il suo tanto ostentato sex appeal, infatti, occulta una profonda inadeguatezza nel vivere la sessualità e un desiderio negato per gli altri uomini.

L’omosessualità è celata dietro un’esibita eterosessualità.

La donna giusta, però, il dongiovanni non la trova mai.

Per lui le donne sono tutte troppo.

Troppo noiose, troppo egoiste, troppo esigenti, troppo possessive, troppo stupide, troppo intelligenti… troppo qualcosa… per andare bene.

Ogni conquista soddisfa il bisogno di riconfermare la propria eterosessualità, e permette di nascondere l’omosessualità dietro una facciata conforme al modello “virile” ritenuto socialmente più accettabile.

Rubacuori pieni di charme, questi uomini sono sempre molto attraenti, pieni di attenzioni e di premure durante la fase del corteggiamento e capaci di infondere certezze… destinate a crollare una volta raggiunta la sicurezza del proprio potere seduttivo.

Sono molto dotati nell’arte della persuasione e le donne che se ne innamorano non accettano facilmente la delusione conseguente alla scoperta della loro inaffidabilità. Spesso combattono una battaglia estrema per ritrovare l’intimità e l’idillio vissuti durante la fase della conquista.

Purtroppo però si tratta sempre di una battaglia persa e destinata a lasciarle con l’autostima a brandelli.

Vittime della crudele indifferenza che questi uomini nutrono nei confronti del sesso femminile, si rivolgono spesso a noi psicologi chiedendo aiuto, senza riuscire a decidere se l’obiettivo della consulenza debba essere la separazione definitiva, o l’acquisizione degli strumenti necessari a ottenere una miracolosa (e improbabile) redenzione del loro uomo.

In questi casi il lavoro psicologico è rivolto al mondo interiore.

Focalizzarsi sulla patologia del dongiovanni serve a poco.

E’ certamente più utile (anche se a volte doloroso) chiedersi quale sia la molla che spinge le donne a voler conquistare un uomo… che non ama le donne!

Carla Sale Musio

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Ago 13 2013

AIUTO!!! Ho paura di essere omosessuale!

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Tante persone nascondono in un angolo di se stesse la paura di scoprirsi omosessuali.

Amare una persona dello stesso sesso, sentirsi attratti da corpi uguali al proprio e desiderare un’intimità fisica, sono ancora considerate espressioni deformi dell’erotismo e non manifestazioni naturali della sessualità.

L’omofobia, la paura viscerale e irrefrenabile dell’omosessualità, purtroppo, si annida nell’inconscio di tanti e impedisce alla sessualità di dispiegare per intero la propria energia, creando pericolosi blocchi nel raggiungimento della maturità affettiva.

La sessualità, infatti, è il termometro della maturazione fisica e psichica e segnala la conquista dell’autonomia e della indipendenza, dalla famiglia prima e dagli stereotipi culturali dopo.

Come già Freud aveva evidenziato più di un secolo fa, la bisessualità è un’espressione naturale della sessualità e provare attrazioni omosessuali (e eterosessuali) è l’inevitabile conseguenza della crescita.

Nasciamo dotati di una disponibilità erotica amplissima, rivolta dapprincipio verso noi stessi e, in seguito, verso gli altri; indipendentemente dal loro sesso.

Ma poi la paura del giudizio e della disapprovazione sociale ci costringe a rimuovere gli impulsi omoerotici, a causa del condizionamento culturale in cui, più o meno inconsapevolmente, viviamo immersi.

Nella maggior parte dei casi, la scelta sessuale è guidata dalla ridondanza dello stereotipo eterosessuale, dichiarato ossessivamente l’unica scelta sessuale naturale e perciò, inevitabilmente, anche l’unica possibile.

Già dal 1990 l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha depennato l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali definendola “una variante naturale del comportamento sessuale umano”.

Questo allargamento dell’espressione sessuale, però, non ha raggiunto il pensiero comune che purtroppo continua a ritenerla impropriamente una patologia e ad interpretarla come una perversione.

Per questo, lungo il percorso che porta alla sessualità adulta, in tanti temono di scoprire in se stessi alcuni di quei pericolosi indicatori che segnalano l’esistenza dell’omosessualità.

“Mi eccito guardando immagini di nudi del mio stesso sesso”

“Ho delle fantasie erotiche omosessuali”

“Nei sogni vivo storie omosessuali”

“Da bambino ho fatto dei giochi sessuali con altri bambini, maschi come me”

“Da bambina ho fatto dei giochi sessuali con altre bambine, femmine come me”

“Provo un sentimento tenero per il mio migliore amico”

“Provo un sentimento tenero per la mia migliore amica”

Questi e altri sintomi turbano i pensieri e l’identità di tanta gente che, per paura di ammettere la propria componente omosessuale, censura nell’inconscio una parte della sessualità, nel tentativo di costruire un’immagine di sé ritenuta socialmente più rassicurante.

La rimozione della propria autenticità, però, impedisce alla crescita emotiva di seguire il suo percorso e blocca il processo di maturazione, confinandolo dentro una prevedibilità che spesso inibisce la sessualità fino ad anestetizzarla quasi del tutto. 

Il calo del desiderio che caratterizza questo nostro periodo storico, dipende in gran parte da questa inibizione e dalla censura che spesso accompagna la scoperta di se stessi e della propria sessualità.

La tanto sbandierata libertà sessuale, infatti, è ingannevole e propone soprattutto cliché maschilisti stereotipati e prevedibili, mentre trascura completamente la scoperta del vero sé e delle emozioni che accompagnano il dispiegarsi della propria sessualità.

Il sesso è un’energia preziosa, un potere che coinvolge cuore, mente, fisicità e creatività, e ci guida a scoprire dimensioni sempre nuove di noi stessi e della relazione con gli altri.

Ma perché la sessualità possa rivelare tutto il suo potenziale creativo, emotivo e conoscitivo, occorre che ci sia un’accettazione piena di ciò che siamo interiormente, senza l’aspettativa di un dover essere conforme al modello socialmente previsto.

Ognuno è se stesso di momento in momento e le scelte, i gusti e le preferenze, cambiano al ritmo della crescita e del desiderio di conoscere e di conoscerci.

Siamo tutti potenzialmente… tutto!

L’unica cosa che è doveroso proibire è la violenza.

Tutto il resto fa parte del percorso di maturazione, della creatività e dell’espressione individuale.

Possiamo osservarlo negli altri e sperimentarlo in noi stessi ma non possiamo giudicarlo, né censurarlo, senza bloccare contemporaneamente la manifestazione della nostra peculiare unicità.

Ognuno per poter essere pienamente se stesso, deve esprimere i propri gusti, le proprie preferenze e i propri desideri, in piena libertà, accettando ciò che sente dentro e permettendo a se stesso il cambiamento e la poliedricità  che rende diversi da un istante all’altro.

Solo così potremo raggiungere la realizzazione personale e sprigionare il suo corollario di saggezza ed energia, invece che disperderla nello sforzo di tenere in piedi muri, gabbie e censure in cui intrappolare la vitalità e l’espressione individuale.

In una libera e spontanea evoluzione della sessualità non è necessaria nessuna scelta di genere perché l’attrazione erotica, fisica ed emotiva, coinvolge il suo oggetto d’amore a prescindere dal sesso.

La sessualità è la manifestazione dell’espressività e dell’affettività di ciascuno e ognuno la esprime a modo suo.

Omosessualità ed eterosessualità sono varianti della stessa energia che ci porta ad abbandonarci, a fonderci, a scoprirci e a conoscerci nel rapporto con un altro essere, uguale e diverso da noi.

 * * *

“Ciao! Come stai?”

“Benissimo! Sono felice!”

“Davvero? E come mai?”

“Sto vivendo una storia d’amore con una persona meravigliosa!”

“Ehi! Che bella notizia! E’ un uomo o è una donna?”

* * *

Carla Sale Musio

leggi anche: 

DONNE CHE AMANO LE DONNE/UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI  

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Lug 21 2012

DONNE CHE AMANO LE DONNE / UOMINI CHE AMANO GLI UOMINI

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L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

 

Nella nostra società viviamo immersi dentro un imperialismo del sesso, che stabilisce arbitrariamente la liceità di alcune forme d’amore e nega ad altre il diritto all’esistenza.

Gli uomini possono amare le donne.

Le donne possono amare gli uomini.

Ma l’amore tra donne, o tra uomini, è considerato innaturale e, fino a poco tempo fa, era curato come se si trattasse di una patologia.

Oggi, benché tollerato, suscita comunque sospetto, ridicolizzazione, commenti negativi fino ad arrivare ad aperte ostilità.

L’unico amore che la nostra civiltà riconosce è l’amore tra maschio e femmina.

“L’amore omosessuale è contro natura!” si afferma con superficialità. 

Non serve citare numerosi esempi, di animali e di culture diverse dalla nostra, che disconfermano palesemente quest’affermazione.

Il buon senso comune continua imperturbabile a considerare innaturale l’amore tra persone dello stesso sesso, e si arroga il diritto di decidere cosa sia naturale e cosa no, escludendo dalle varianti comportamentali che la natura ci mostra quotidianamente, quelle che contraddicono il suo pensiero.

Ma il buon senso comune non è un bersaglio che si possa colpire o un’opinione da modificare, appartiene a tutti e a nessuno, è il risultato degli innumerevoli condizionamenti che fanno da sfondo alle nostre giornate piene d’impegni, di fretta e di cose da fare.

Il buon senso comune è quell’insieme di ragionamenti impalpabili indotti dai tanti modi in cui la nostra società perpetua se stessa.

Impossibile vivisezionarlo, cambiarlo, modificarlo.

Come una nube tossica s’insinua dappertutto e permea l’inconsapevolezza del pensiero.

Così comune e ovvio da passare, quasi sempre, inosservato.

Per riconoscere la sua esistenza occorre un mezzo di contrasto.

Una cartina al tornasole che evidenzi le ragioni della sua inalterabilità, nonostante le numerose disconferme che riceve (e ignora) ogni giorno.

Il buon senso comune attraversa il pensiero di molti.

I molti che quotidianamente combattono una battaglia per far quadrare i conti e arrivare alla fine del mese senza troppi casini.

Il buon senso comune è costruito, con competenza e abilità… per favorire i pochi.

I pochi che, invece, i conti possono farseli pagare dagli altri.

Quei pochi che vivono beati, con l’unico pensiero d’incrementare il loro agiato e prezioso status quo.

Poche persone che ne gestiscono tante. 

E, grazie alla fatica di quei tanti, raggiungono livelli di benessere che agli altri sono addirittura sconosciuti.


Una piccola e aristocratica elite…

… che amministra il mondo!


Ai pochi che gestiscono il mondo, serve avere un numero sempre crescente di individui disposti a lavorare.

Gente pronta a sacrificare tempo, impegno ed energia in cambio di qualche vantaggio ma, soprattutto, della garanzia di veder quadrare il bilancio di debiti e bollette a fine mese.

E’ con questi obiettivi che il buon senso comune prende forma.

Approfittare delle difficoltà dei molti per tenerli rinchiusi dentro prigioni fatte di pensieri è un modo pratico che i pochi hanno trovato per mantenere in auge il loro potere.

Per questo, con una naturalezza solamente apparente, il buon senso comune incrementa un’idea (indotta dai pochi per servirsi dei molti), al fine di favorire la sopravvivenza d’interessi importanti e inarrestabili (gli interessi dei pochi).

Un’idea che cresce, sostenuta da grandi ideologie e protetta da scopi umanitari, e diventa una gabbia invisibile capace d’intrappolare la mente dentro schemi che si perpetuano da se.

Efficace e impercettibile.

Tramandata dai genitori ai figli, così come si tramandano i dialetti, le mode, la cadenza o la gestualità.

Ai pochi che governano i molti, servono tante braccia disposte a lavorare sempre.

E, per avere questo, occorre una costante riproduzione.

Ci vogliono tanti pulcini.

Cuccioli che cresceranno.

Forze e cervelli pronti a darsi da fare.

Nuova energia.

Quando le donne amano le donne e gli uomini amano gli uomini, di figli non ne nascono, e le opportunità di forze nuove vanno sprecate.

Per questo, le donne DEVONO amare gli uomini, e gli uomini DEVONO amare le donne.

Ai pochi che governano i molti servono tanti soldatini, tante persone, tanti bambini, tanta forza da impiegare per il raggiungimento dei loro fini.

E’ improduttivo veder sprecare le risorse umane in amori che non daranno mai prole.

Viene considerato: innaturale.

Come in un allevamento, l’accoppiamento serve per la riproduzione.

E’ naturale!

Le donne che amano le donne e gli uomini che amano gli uomini, non danno continuità alla specie. Non incrementano la riproduzione.

Gente sbagliata.

Gente di serie B.

Affrontano dentro di sé il peso dell’emarginazione e del giudizio, imparano sulla propria pelle a non fidarsi di ciò che il buon senso comune considera scontato.

Sono persone scomode.

Imprevedibili.

Pericolose.

Colpite con l’arma del ridicolo, private dei diritti che gli altri vivono senza problemi.

Costrette a nascondersi, spesso persino a se stesse.

Dovrebbero censurare i sentimenti, sacrificando l’amore in nome della procreazione.

Ma l’amore non si può mai estirpare.

Cresce senza curarsi degli interessi e riafferma se stesso fuori dalle prigioni del buon senso comune e dalle trappole della normalità.

L’amore è un’energia che esiste a prescindere dalla volontà.

Non si può fermare. Non si può cambiare. Non si può negare.

Si può solo esprimere.

In tanti modi.

Diversi.

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