Mag 02 2015

RITROVARE CHI NON C’É PIÚ

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quando muore qualcuno che amiamo, il dolore ci sommerge.

In quei momenti, l’idea che la morte sia la fine di tutto prevale su qualunque altra considerazione, e la sofferenza per la perdita fisica annichilisce ogni esperienza nuova.

Invece, è proprio allora che bisogna prestare attenzione alle percezioni del cuore, senza lasciarsi travolgere dai vissuti della separazione e della mancanza.

In una zona della nostra consapevolezza, la presenza delle persone che amiamo rimane sempre identica a se stessa, e possiamo percepirla con la stessa chiarezza di quando queste avevano un corpo.

Ecco perché è così difficile “rendersi conto” della morte e accettare che le persone che sono state importanti per noi improvvisamente non ci siano più.

Capita spesso che chi ha subito un lutto si ritrovi a ripetere tra sé:

“Non mi sembra possibile…”

“Non riesco a crederci…”

Queste affermazioni indicano quanto la presenza delle persone care rimanga invariata, anche dopo la perdita del corpo.

Purtroppo, una cultura della morte, macabra e funerea, ci spinge a non prestare ascolto alle sensazioni del cuore.

Non c’è più…

ripetiamo sconsolati, chiudendo la porta alla possibilità di ritrovare i nostri cari in uno spazio interiore, nuovo e privo di fisicità.

In questo modo precludiamo a noi stessi la possibilità di far crescere il legame e di sperimentare ancora la presenza delle persone cui abbiamo voluto bene.

La morte è un’esperienza che, privandoci di ogni riferimento concreto, ci costringe a prendere atto dell’immaterialità della nostra vita.

La concretezza, infatti, costituisce solo una piccola parte di ciò che è vero.

La maggior parte della realtà che viviamo non è tangibile e compete al cuore.

Il nostro benessere psicologico riguarda l’immaterialità.

Pensieri e stati d’animo sono impalpabili, ma generano la salute e la sofferenza mentale da cui dipende la qualità della nostra vita.

La felicità, la serenità e l’armonia sono percezioni interiori e hanno ben poco a che fare con la concretezza.

Quando muore qualcuno che amiamo, la perdita fisica si sovrappone alla percezione della sua presenza immateriale, impedendone l’ascolto e l’incontro.

Per superare un rigido schema materialistico che nega qualsiasi contatto con chi è privo di un corpo, bisogna lasciare che sia il cuore a guidare le esperienze che ci permettono di ritrovare i nostri cari.

Anche dopo la morte del loro corpo fisico.

La difficoltà sta nel gestire la percezione della loro mancanza fisica e muoversi nel mondo impalpabile della coscienza.

Quando riusciamo a stabilire un contatto, chi non c’è più si presenta utilizzando i ricordi.

I ricordi sono come un avatar, un’icona che rende riconoscibile chi non ha più un corpo a chi il corpo ce l’ha ancora, un modo per farsi riconoscere.

Ma non appena compaiono i ricordi ad annunciare la presenza di coloro che amiamo e che stiamo cercando, ecco che la mancanza fisica prevale e ci sommerge di dolore… ostacolando in questo modo qualunque possibilità di dialogo!

La sofferenza ci impedisce di ascoltare le impalpabili percezioni interiori.

É come un rumore di fondo che sovrasta la melodia dell’incontro.

Per entrare in rapporto con chi non ha più un corpo, bisogna comprendere che i ricordi indicano la sua presenza.

E lasciarsi attraversare da quei flashback senza scivolare nel dolore provocato dalla mancanza fisica.

Se ci si abbandona al processo naturale del ricongiungimento, i ricordi e l’attuale presenza incorporea si fondono in un’unicità che ci comprende fino a diventare un tutt’uno.

Il cuore usa una sua modalità percettiva, che è soggettiva e funziona grazie alle competenze dell’emisfero destro.

Non ci sono più un io, un tu e uno scorrere del tempo, fatto di prima e dopo.

C’è un’unione presente senza tempo che coinvolge.

Questa è la modalità del cuore di sperimentare la realtà (tutti gli innamorati lo sanno!).

Ma di solito…

La mente non lo sopporta.

La logica si ribella.

E l’incontro… sfugge via!

Per riuscire a mantenere il contatto interiore bisogna accettare che la logica si smarrisca, senza spaventarsi e senza reprimere il processo.

Quando la mente lascia che sia il cuore a guidarla, si accede a una diversa consapevolezza e il legame con chi abbiamo amato ci conduce spontaneamente a ritrovarci nelle dimensioni interiori.

Nello spazio del cuore sono possibili gli incontri e le comunicazioni.

Per arrivarci bisogna abituarsi alla rarefazione della fisicità e della materialità.

E soprattutto è necessario permettersi di rinunciare all’oggettività.

Il cuore utilizza solo la coscienza soggettiva.

Le esperienze emotive sono sempre individuali, e sono possibili solamente così.

Questo non vuole dire che ce le siamo inventate.

Vuol solo dire che non sono ripetibili.

Sono uniche.

Nessun legame è uguale a un altro.

Ogni unione è diversa e speciale.

Ogni esperienza del cuore si esprime con modi propri.

Il cuore non è normale.

É vero.

Carla Sale Musio

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Mar 15 2015

PERCEZIONE DEL CUORE: una realtà che va oltre la morte

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La percezione del cuore è un criterio d’interpretazione degli eventi che, di solito, non consideriamo importante, perché utilizza parametri soggettivi.

Tutti quanti adoperiamo la soggettività per valutare le cose che ci capitano ma, in genere, lo facciamo senza rendercene conto.

Perciò pensiamo di essere totalmente oggettivi, mentre siamo sempre molto soggettivi.

L’errore sta nel credere che ci sia una realtà che esiste al di fuori di noi.

Be’… anche ammesso che questo presupposto fosse vero… nessuno potrà mai verificarlo!

Perché possiamo conoscere la realtà soltanto attraverso noi stessi.

Infatti, senza un me che decodifica il mondo non potrò mai sapere se il mondo esiste ancora.

Sono sempre io che interpreto quello che succede.

Sono io che percepisco, giudico e valuto.

La soggettività permea costantemente la comprensione che abbiamo della vita. 

Anche se preferiamo credere in qualcosa di assolutamente oggettivo, posto al di fuori di noi.

m

Le esperienze soggettive sono reali

m

Di solito quest’affermazione non piace.

Tutto ciò che è soggettivo, è giudicato immaginario, inesistente, poco attendibile!

Ecco perché è difficile parlare della morte.

La morte è un’esperienza che si rivolge alla soggettività e che ci rende bruscamente consapevoli della percezione del cuore.

Soprattutto la morte di chi ci è stato caro.

Non siamo preparati a credere alla soggettività e la giudichiamo illusoria.

La morte riacutizza il conflitto col cuore. Di colpo.

Quando muore qualcuno che abbiamo amato, la soggettività non può più essere ignorata.

Il dolore ci obbliga.

Il cuore parla.

In quei momenti, tocchiamo con mano l’intensità dei legami.

La loro prepotente realtà. Immateriale.

L’unione è un ponte.

Ci fa sentire l’altro, senza bisogno della fisicità.

Possiamo avere accanto quella presenza familiare… anche quando il corpo non c’è più.

Basta lasciar andare la paura e permettere alla soggettività di raccontare la sua verità.

m

Ma come si fa a sentire la presenza di qualcuno che non ha più un corpo?

m

Percepiamo sempre la presenza di chi abbiamo accanto (con o senza corpo), anche se non diamo troppa importanza a questo genere d’informazioni.

Non ascoltiamo il cuore e non crediamo ai suoi messaggi, perché consideriamo irreale tutto quello che non è fisico.

Se abbiamo trascorso la vita negando la realtà di ciò che non è concreto, la morte, in quanto perdita di ogni cosa tangibile, ci trova impreparati ad affrontarla.

Siamo immersi in una cultura che psicologicamente fa ammalare, perché costringe a credere verità esclusivamente materiali.

Verità che non rispecchiano la nostra totalità e il nostro sentire.

Siamo esseri che hanno un corpo… ma anche un cuore!

Per vivere bene il corpo da solo non basta.

Anche il cuore deve sentirsi bene.

Infatti, quando il cuore è dolorante, la vita perde di significato e tutto diventa grigio.

Restituire importanza alle percezioni del cuore costituisce, perciò, la strada verso un mondo senza psicofarmaci, senza psichiatri e senza psicologi!

Un mondo emotivamente sano.

La percezione del cuore è lo strumento che ci consente l’accesso a questa conoscenza, basata sull’ascolto della sensibilità e sul riconoscimento del suo valore.

Senza il cuore, l’immateriale ci è precluso.

I sensi fisici non possono verificarne l’esistenza.

Tutto ciò che è incorporeo, diventa consapevole e comprensibile soltanto se lo valutiamo con gli strumenti adeguati.

E questi, inevitabilmente, non potranno essere corporei.

Per sentire accanto a noi la presenza di chi amiamo, occorre riconoscere al cuore la capacità di vedere la realtà.

La sfera affettiva è reale.

Non è materiale, non si può misurare, non si può toccare ma tutti ne facciamo esperienza in ogni istante della nostra vita.

Ascoltare e riconoscere le esperienze del cuore, permette di accedere a un diverso codice di informazioni, in grado di leggere le realtà immateriali.

Realtà reali, anche in assenza di un riscontro fisico.

Le percezioni del cuore sono tangibili quanto le percezioni sensoriali, ma utilizzano linguaggi differenti.

Non si può misurare l’acqua in metri o la stoffa in litri.

Le diverse realtà vanno interpretate utilizzando i criteri adeguati.

La depressione, il dolore psichico, l’attacco di panico sono reali.

L’amore e l’affettività sono reali.

La salute e la sofferenza psicologica sono reali e cambiano la qualità della nostra vita.

Si sperimentano con il cuore.

Si gestiscono con il cuore.

Si guariscono con il cuore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

Carla Sale Musio

leggi anche:

L’AMORE E’ IMMORTALE

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Gen 03 2015

IL CUORE NON E’ NORMALE. E’ VERO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore, così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato.

Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Le avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavo, si veniva a posare sul dito… che carina! Mi dava tanta gioia!

Un sorriso fa capolino tra le lacrime, mentre Giovanna continua a raccontare.

In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire, la portavamo con noi nella sua gabbietta.

Riprende a piangere sommessamente.

Qualche mese fa, mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata, come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta, cercando inutilmente di trattenere il pianto.

Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita! Magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene… io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!

Mi guarda impotente, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto di carta ormai a brandelli.

Eravamo tutto il suo mondo…

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti, senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore, passa attraverso l’accettazione di se stessi e del proprio modo di amare.

Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!

Giovanna continua il suo racconto, incoraggiata dal mio consenso.

Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…

Mi guarda interrogativa, in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata, ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato, deve sempre essere rispettata e condivisa.

Anche quando si tratta di qualcuno che appartiene a una specie diversa.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

*  * *  

Per valutare le cose che ci succedono, utilizziamo due diverse forme di conoscenza.

Una è basata sui cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione del cuore.

Normalmente integriamo le informazioni, che ci arrivano da queste due fonti, in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Avviene spontaneamente e automaticamente.

Ma, quando queste due modalità si trovano in conflitto, il buon senso comune tende ad avvalorare la percezione dei sensi a discapito di quella del cuore.

Abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna verità.

Le chiamiamo sensazioni e non vi attribuiamo importanza.

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e, basandoci su dati incompleti, spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore, perché ottiene il suo sapere senza passare per la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

Purtroppo, il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le sensazioni che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico.

Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio, negarle provoca dolore e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due diverse verità.

L’amore non è logico, ma senza amore non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti riconoscendo a ciascuno la propria specificità e la propria autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

Carla Sale Musio

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CULTURE… SENZA LINGUAGGIO

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Mag 09 2014

RELAZIONI INVISIBILI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Esiste un’energia affettiva che unisce le persone che si amano.

Crea legami invisibili ai quali prestiamo poca attenzione.

Studi recenti hanno dimostrato che il cuore possiede un campo energetico, una vibrazione elettromagnetica che si irradia nel mondo permettendoci di percepire gli stati d’animo degli esseri cui siamo legati.

Tutte le relazioni d’amore si rivelano in una dimensione affettiva che oltrepassa i cinque sensi.

La nostra cultura materialista guarda con sufficienza ciò che non si può toccare, quantificare e monetizzare.

Per questo, spesso, deride la sensibilità.

Ma, nonostante l’ignoranza in cui è stata avvolta, l’immaterialità è dappertutto e riconoscerne l’importanza è un passo fondamentale per vivere con pienezza la vita.

Il benessere e la salute mentale, infatti, poggiano sulla capacità immateriale, ma reale, di amare e di sentirsi amati.

La paura della disapprovazione, del rifiuto e della mancanza d’amore, è la causa immateriale di tante patologie psicologiche e spesso anche fisiche.

Non sono rare, infatti, le guarigioni considerate miracolose dalla scienza medica, conseguenti a un ritrovato benessere affettivo, forse poco quantificabile con parametri concreti ma rilevante dal punto di vista psicologico e fisico.

E’ grazie a questi legami invisibili che le mamme percepiscono i bisogni del loro bambino, anche quando non sono fisicamente presenti.

E, soprattutto nei primi mesi di vita, è proprio questo radar interiore lo strumento che permette di accudire i piccoli con sicurezza e nel modo giusto.

Come le mamme, tutti gli animali utilizzano un sapere immateriale e si affidano all’istinto.

Contrariamente a quanto succede di solito tra noi esseri umani, le bestie si permettono di sentire il pericolo, la presenza dell’acqua e del cibo o il richiamo dei loro cuccioli, anche quando questi elementi non sono avvertibili con i cinque sensi.

Gli animali non ignorano l’immaterialità che appartiene alla vita.

Per tutte le specie viventi, infatti, la dimensione incorporea e affettiva è un dato importante per destreggiarsi nel mondo.

Solo nella specie umana (ottusa dalla tecnologia, dall’iperalimentazione, dalla televisione, dalle malattie e dalle medicine…) il richiamo impercettibile dei legami interiori è ancora un fenomeno poco conosciuto e perciò del tutto inascoltato.

Così, ci accade spesso di attribuire impropriamente ai fattori materiali la presenza di questi segnali emotivi e, di conseguenza, di trovarci impigliati in trappole epistemologiche che confondono la mente e allontanano da una corretta interpretazione della realtà.

Ma la realtà è costituita da ciò che percepiamo e viviamo di momento in momento, e perciò soprattutto dalla dimensione emotiva e immateriale.

Quello che ci fa stare bene o male, il modo immateriale in cui leggiamo gli avvenimenti, ha un’importanza fondamentale nell’interpretazione di quanto ci accade.

Le verità che ognuno di noi sperimenta, raramente appartengono a una realtà oggettiva, quantificabile e misurabile, più spesso compongono una realtà emotiva, interiore e soggettiva.

Riconoscere i legami invisibili che uniscono le cose e le persone significa, quindi, dare spazio al mondo interno e rivelarne l’importanza e la pregnanza nella nostra vita.

L’amore non è materiale.

E’ vero.

* * *

Durante una vacanza, Matteo e Francesco hanno vissuto insieme una storia  d’amore, breve ma intensa.

I due uomini vivono in città diverse e oggi non si frequentano più.

Ognuno ha costruito nuove relazioni, ma tra loro è rimasta un’amicizia tenera, fatta di qualche telefonata e di un sms ogni tanto.

Basta, però, che uno dei due sia in difficoltà perché il legame che li ha uniti si riattivi immediatamente!

E sono proprio quelli i momenti in cui sentono il bisogno di chiamarsi e di scriversi.

Una sorta di antenna telepatica li avverte delle contrarietà e della sofferenza e insieme si sostengono e s’incoraggiano, nonostante i chilometri che li separano fisicamente.

* * *

Tiziana ha cinque anni e sta giocando a casa dei nonni quando per sbaglio si ferisce un piedino facendo cadere un bicchiere di vetro.

Spaventati, i nonni portano la bambina al pronto soccorso e si precipitano dal medico di turno che… combinazione… in quello stesso momento, sta visitando proprio la mamma di Tiziana!

Scoprono allora che, nell’istante in cui Tiziana si è fatta male, la mamma, che era al lavoro, si è ferita anche lei riordinando dei ferri.

* * *

Elena è stata assunta da poco in un centro di neuropsichiatria infantile.

Il suo nuovo ufficio è arredato con dei grandi mobili, massicci e pesanti.

La giovane dottoressa vorrebbe un ambiente meno severo per accogliere i suoi piccoli pazienti, ma è troppo timida per chiedere ai colleghi di aiutarla a modificare l’arredamento.

Così, approfittando del fatto che non c’è nessuno, una domenica va in ufficio… con la mamma!

Appena arrivata, l’anziana signora si guarda intorno con circospezione.

Poi va a sedersi al centro della stanza, domandando alla figlia di rimanere in silenzio.

“Cosa devi fare mamma?” Elena è in apprensione.

“Niente di pericoloso!” la mamma sorride “Chiamo i miei amici, così facciamo meno fatica!” poi chiude gli occhi e resta immobile per qualche minuto.

Subito dopo, le due donne si mettono all’opera e nel giro di un’ora hanno cambiato la disposizione dei mobili, montato una tenda colorata e sistemato una cesta piena di giocattoli, creando nella stanza un’atmosfera più allegra e meno solenne di prima.

L’indomani, i colleghi si complimentano con Elena.

“Sei venuta di nascosto con il tuo staff di inservienti? O sei l’Incredibile Hulk e non ce lo avevi mai detto?” domandano scherzosamente.

Elena sorride.

“Sono venuta con i miei parenti!” risponde evasiva cercando di non dare troppe spiegazioni.

Qualche anno dopo, durante un trasferimento, i tre giovani dell’impresa traslochi, muscolosi e abituati a trasportare oggetti pesanti, faticheranno non poco per spostare quegli stessi arredi da una stanza all’altra. 

* * *

Da quando è morto Franco, suo marito, Alessandra non si dà pace.

Oltre al dolore lacerante per quella perdita improvvisa, deve sbrigare un’infinità di pratiche burocratiche e non sa dove mettere le mani.

Da giorni è alla ricerca di un documento che non riesce a trovare.

Ha frugato ovunque, aperto tutti i cassetti, rovistato in tutte le cartelle, sfogliato pile di moduli incomprensibili… niente! Ogni suo sforzo sembra inutile.

Come tante altre notti, si addormenta tra le lacrime.

Nel sogno suo marito la consola.

“Guarda nella mia giacca!” raccomanda sorridente.

Alessandra si sveglia di colpo e, ancora in trance, apre l’armadio.

Nella tasca della giacca di Franco, ritrova incredula il documento che stava cercando.

 Carla Sale Musio

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Ott 31 2011

RITROVARE CHI NON HA PIU’ UN CORPO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Ritrovare chi non ha più un corpo è un salto quantico nell’immaterialità e bisogna arrivarci preparati… per non lasciarselo sfuggire tra le mani!

Come si fa a incontrare qualcuno che non occupa spazio né tempo?

Questo, per noi che ancora abbiamo un corpo, è difficile da comprendere.

Siamo talmente abituati a considerare solo ciò che si può toccare, da dimenticare tutto il resto.

L’abuso della materialità e dei sensi fisici ci ha oscurato il cuore, facendoci perdere il contatto con tutto quello che non occupa una posizione fisica.

Per questo l’immaterialità (che permea la nostra vita) ci sfugge.

Esiste un mondo impalpabile di pensieri e di sensazioni cardiache, che utilizziamo costantemente senza prestarci attenzione, e di cui ci rendiamo conto soltanto quando il dolore psichico intrappola, senza che sia più possibile far finta di niente.

In quei momenti riconosciamo all’immateriale la sua realtà.

Ma purtroppo, avendolo trascurato troppo a lungo, non siamo preparati a gestirlo.

Nei momenti di dolore, molti preferiscono ancora ricorrere ai farmaci che, bloccando la percezione cardiaca, ottundono completamente la possibilità di imparare a coordinare le realtà non concrete.

Per ritrovare chi non ha più un corpo è necessario abituarsi alla totale mancanza di coordinate spazio temporali.

Solo così è possibile accogliere le istruzioni del cuore.

Noi psicologi non siamo sacerdoti e nemmeno scienziati, però abbiamo voce in capitolo in materia di psiche.

La psiche non è concreta, non si può toccare e non occupa spazio.

E’ soggettiva.

Non si può riprodurre in laboratorio, non si può clonare.

Ogni individualità è uguale solamente a se stessa.

Ecco perché per tanto tempo anche alla psiche, come al cuore, non è stata riconosciuta nessuna realtà. 

Ma se oggi si possono evitare molte sofferenze psicologiche è proprio grazie al riconoscimento della psiche e della sua autenticità.

Allo stesso modo, è importante rendersi conto che esiste una realtà intangibile che ci accompagna sempre.

Nel mondo immateriale, di cui si occupa il cuore, è possibile incontrare le persone che abbiamo amato e che non hanno più un corpo.

La morte è la perdita di tutto ciò che è fisico ma non la perdita di tutto ciò che esiste.

I legami che abbiamo avuto (e che non sono fisici) proseguono anche dopo la morte del corpo.

I legami sono realtà cardiache che si sviluppano e crescono (con o senza l’esistenza dei corpi fisici).

Quando qualcuno muore, il legame continua ad esistere e a potenziarsi.

La presenza non fisica di chi amiamo, in assenza del corpo diventa più importante e possiamo riconoscerla senza i vincoli imposti dalla materialità.

Questo significa che si può avere un incontro tutte le volte che lo si desidera, perché non dipende più ne dal tempo ne dallo spazio.

Spazio e tempo riguardano solo i corpi.

In assenza di corporeità tutti i limiti della fisicità scompaiono.

Chi non ha più un corpo, esiste all’interno di un legame vincolato solamente dalla psiche.

Lì è possibile ritrovarsi e comunicare.

Tanto più, quanto la psiche è capace di tollerarne la realtà.

I concetti spaziali e temporali ci rendono difficile identificare i termini dell’immaterialità.

Dobbiamo creare una cultura che ci aiuti decodificarne i messaggi.

Per questo è così importante parlarne e condividere le esperienze soggettive, superando l’imbarazzo e accettandone l’A-normalità.

Maggiore sarà la tolleranza verso ciò che è nuovo, maggiori saranno le possibilità di farne esperienza.

Incontrare chi non ha più un corpo presuppone un cambiamento culturale e l’accettazione di una realtà soggettiva che affianca la realtà oggettiva.

Occorre ammettere l’esistenza di un’immaterialità reale che funziona con modalità proprie.

Il ricordo segnala la presenza.

Il cuore la riconosce.

L’affettività ne fa esperienza.

Ciò che esiste nel cuore, forse … non è normale.

Ma certamente, è vero.

 

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Ott 03 2011

REALTA’ CARDIACHE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Come si fa a sentire la presenza di qualcuno che non ha più un corpo?

Tutti noi percepiamo sempre la presenza di chi abbiamo accanto (con o senza corpo), anche se non diamo troppa importanza a questo genere d’informazioni.

Non ascoltiamo il cuore e non crediamo ai suoi messaggi, perché consideriamo irreale tutto quello che non è fisico.

Ma se abbiamo trascorso la vita negando la realtà di ciò che non è concreto, la morte, in quanto perdita di ogni cosa tangibile, ci trova impreparati ad affrontarla.

Siamo immersi in una cultura che psicologicamente fa ammalare, perché costringe a credere verità esclusivamente materiali.

Verità che non rispecchiano la nostra totalità e il nostro sentire.

Siamo esseri che hanno un corpo… ma anche un cuore!

Per vivere bene il corpo da solo non basta.

Anche il cuore deve sentirsi bene.

Infatti, quando il cuore è dolorante, la vita perde di significato e tutto diventa grigio.

Restituire importanza alle percezioni del cuore costituisce, perciò, una strada verso un mondo… senza psicofarmaci, senza psichiatri e senza psicologi!

Un mondo emotivamente sano.

La percezione cardiaca è lo strumento che ci consente l’accesso a questa conoscenza, basata sull’ascolto della sensibilità e sul riconoscimento del suo valore.

Senza il cuore, l’immateriale ci è precluso.

I sensi fisici non possono verificarne l’esistenza.

Tutto ciò che è incorporeo, diventa consapevole e comprensibile soltanto se lo valutiamo con gli strumenti adeguati.

E questi, inevitabilmente, non potranno essere corporei.

Per sentire accanto a noi la presenza di chi amiamo, occorre riconoscere al cuore la capacità di vedere la realtà.

La sfera affettiva è reale.

Non è materiale, non si può misurare, non si può toccare ma tutti ne facciamo esperienza in ogni istante della nostra vita.

Ascoltare e riconoscere le esperienze cardiache, permette di accedere a un diverso codice di informazioni, in grado di leggere le realtà immateriali.

Realtà reali, anche senza un riscontro fisico.

Le percezioni cardiache sono tangibili quanto le percezioni sensoriali, ma utilizzano linguaggi differenti.

Non si può pretendere di misurare l’acqua in metri o la stoffa in litri.

Le diverse realtà vanno interpretate utilizzando i criteri adeguati.

La depressione, il dolore psichico, l’attacco di panico sono reali.

L’amore e l’affettività sono reali.

La salute e la sofferenza psicologica sono reali e cambiano la qualità della nostra vita.

Si sperimentano con il cuore.

Si gestiscono con il cuore.

Si guariscono con il cuore.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 26 2011

MORTE E PERCEZIONE CARDIACA

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Il legame e la presenza fanno parte di una modalità cardiaca di leggere la realtà, che ho chiamato percezione cardiaca.

La percezione cardiaca è un criterio d’interpretazione degli eventi che, di solito, non consideriamo importante, perché utilizza parametri soggettivi.

Tutti quanti adoperiamo la soggettività per valutare le cose che ci capitano.

Ma, in genere, lo facciamo senza rendercene conto.

Perciò, mentre siamo sempre molto soggettivi, pensiamo invece di essere totalmente oggettivi.

L’errore sta nel credere che ci sia una realtà… che esiste al di fuori di noi.

Be’… anche ammesso che questo presupposto fosse vero… nessuno potrà mai verificarlo!

Perché possiamo conoscere la realtà soltanto attraverso noi stessi.

Infatti, senza un “me” che legge il mondo non potrò mai sapere se il mondo esiste ancora.

Sono sempre io che interpreto quello che succede.

Sono io che percepisco, giudico e valuto.

La soggettività permea costantemente la comprensione che abbiamo della vita, anche se preferiamo credere in qualcosa di assolutamente oggettivo, posto al di fuori di noi.

Le esperienze soggettive sono reali

Di solito quest’affermazione non piace.

Tutto ciò che è soggettivo, è giudicato immaginario, inesistente, poco attendibile!

Ecco perché è difficile parlare della morte.

La morte è un’esperienza che parla alla soggettività.

Ci rende bruscamente consapevoli della percezione cardiaca.

Soprattutto la morte di chi ci è stato caro.

Non siamo preparati a credere alla soggettività e la giudichiamo illusoria.

La morte riacutizza il conflitto col cuore. Di colpo.

Quando muore qualcuno che abbiamo amato, la soggettività non può più essere ignorata.

Il dolore ci obbliga.

Il cuore parla.

In quei momenti, tocchiamo con mano l’intensità dei legami.

La loro prepotente realtà. Immateriale.

L’unione è un ponte.

Ci fa sentire l’altro, senza bisogno della fisicità.

Possiamo avere accanto quella presenza familiare… anche quando il corpo non c’è più.

Basta lasciar andare la paura e permettere alla soggettività di raccontare. La sua realtà.

L’abbiamo sempre saputo.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Set 06 2011

PERCEZIONE CARDIACA & PERCEZIONE SENSORIALE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Per valutare ciò che ci succede, utilizziamo abitualmente due diverse modalità di conoscenza.

Una è basata sull’utilizzo dei cinque sensi, la percezione sensoriale, e l’altra poggia sulle percezioni interiori, la percezione cardiaca.

Normalmente integriamo le informazioni che ci arrivano da queste due forme di conoscenza in un’unica conclusione che le comprende entrambe.

Facciamo questo spontaneamente e automaticamente, quasi senza rendercene conto.

Cosa succede, però, quando le due modalità si trovano in conflitto?

Vi sarà certamente capitato di provare diffidenza nonostante i modi affabili e gentili di qualcuno.

La percezione interiore vi segnala che qualcosa non va, mentre la percezione esteriore vi mostra che tutto è ok.

Nei casi in cui le informazioni dei sensi e quelle del cuore sono in conflitto, il buon senso comune tende ad avvalorare la percezione sensoriale a discapito di quella cardiaca.

Questo perché abbiamo imparato a credere vero soltanto ciò che si può toccare, gustare, annusare, vedere o ascoltare.

Mentre a quello che si sente dentro, non è riconosciuta nessuna “verità”.

Le chiamiamo “impressioni” e non vi attribuiamo troppa importanza.

(Almeno finché la vita non ci dimostra con i fatti la loro veridicità…)

Costruiamo i nostri ragionamenti logici sulle informazioni sensoriali e, basandoci su dati incompleti, spesso arriviamo a conclusioni improprie.

Ci spaventa ascoltare il cuore, perché ottiene il suo sapere senza utilizzare la ragione.

Il cuore conosce in maniera istintiva.

Cioè di colpo.

Come un’illuminazione.

E’ il modo dell’emisfero destro di ottenere le informazioni.

(Ricordate? L’emisfero destro del cervello non ha la sequenza… IL CERVELLO DEI CREATIVI).

Purtroppo il conflitto tra la mente e il cuore è all’origine di tante sofferenze psicologiche.

Infatti, le “impressioni” che riceviamo dal cuore sono preziose e vitali per il benessere psicologico. Andrebbero sempre considerate perché trascurarle, o peggio, negarle provoca sofferenza e malattia.

Il cuore ci dice cose che la mente non sa e non conosce.

La mente ragiona.

Il cuore ama.

Sono due cose diverse.

L’amore non è logico, ma senza non si può vivere.

Forzare l’amore a seguire la logica non è possibile.

Mente e cuore devono essere gestiti insieme riconoscendo a ciascuno la propria specificità e autonomia.

Nessuno dei due è migliore dell’altro.

Ci sono cose che il cuore non capisce.

E ci sono cose che la mente non sa.

Entrambi sono indispensabili per una vita soddisfacente.

UN LUTTO DI SERIE B

Giovanna viene di nascosto, marito e figlio non approverebbero mai il suo bisogno di chiedere aiuto.

Al primo appuntamento non riesce neanche a parlare che subito scoppia in lacrime.

“Mi vergogno…” borbotta tra i singhiozzi “…sto troppo male… non rida, dottoressa, la prego!”

Ma non trovo nulla da ridere in quel dolore, così lacerante e urgente da non poter essere rimandato.

“Piango tanto… però di nascosto… so che non dovrei… in casa non vogliono…”

Le porgo la scatola dei fazzolettini e aspetto che il pianto defluisca un poco per capire le ragioni di quella vergogna.

“Non riesco a darmi pace…” continua riprendendo a singhiozzare come una bambina “…è per via di Rosita… la mia pappagallina… è volata via…”

Di nuovo le lacrime la sopraffanno.

“Era una pappagallina gialla e verde, come ce ne sono tante, ma per me… era speciale… come una persona, una bambina…”

Si asciuga gli occhi cercando di assumere un atteggiamento più controllato. Due lacrimoni silenziosi continuano a rigarle le guance mentre mi racconta la sua disperazione.

“Mangiava con noi e poi si addormentava appollaiata sulla sveglia, affianco al letto di mio figlio, con la testolina nascosta sotto l’ala. Le avevo scelto io il nome Rosita e quando la chiamavi, si veniva a posare sul dito… che bellina! Mi dava tanta gioia!”

Un sorriso fa capolino tra le lacrime, mentre Giovanna continua a raccontare.

“In casa la lasciavamo libera. Naturalmente con le finestre chiuse. E quando dovevamo partire, la portavamo con noi nella sua gabbietta. Era tenera …”

Riprende a piangere sommessamente.

“Qualche mese fa, mio figlio l’aveva sul dito… è sceso giù per aprire il portone… e lei è volata, come faceva sempre… solo che la porta era già aperta… e così, senza rendersene conto, si è trovata fuori!… all’aperto…”

Singhiozza sconsolata senza riuscire a fermarsi.

“C’era vento… Rosita non è abituata alle correnti… non è stata capace di tornare indietro… l’abbiamo chiamata e cercata… dappertutto… ma non c’è stato nulla da fare… era come stordita… non sapeva governare il volo nell’aria libera…”

Giovanna sminuzza il fazzolettino di carta, cercando inutilmente di trattenere il pianto.

“Da allora non mi do pace. Ho messo annunci in tutto il quartiere. L’ho cercata ovunque. L’ho chiamata fino a perdere la voce. Nulla…”

Le lacrime le rigano nuovamente il viso.

“O se l’è presa un gatto… o chissà dov’è finita… magari l’avesse trovata qualcuno che le vuole bene! Io sarei contenta! Mi basterebbe saperlo. Invece penso che sia morta! E mi sento così stupida per non averla potuta aiutare… lei si è fidata di me… di noi… di mio figlio… e nessuno l’ha protetta come si aspettava…poverina!”

Mi guarda impotente, asciugandosi gli occhi con il fazzoletto di carta ormai a brandelli.

“Eravamo tutto il suo mondo…”

Il mio silenzio non giudica e Giovanna può condividere quel dolore.

Un dolore colpevolizzato perché rivolto a un uccellino.

Il cuore ama.

La mente non approva.

Succede spesso.

La soluzione non è prevaricare il cuore con la ragione.

Bisogna comprendere che esistono dentro di noi due modi diversi d’interpretare la vita.

Vanno gestiti, senza pretendere di uniformarli.

La strada che porta a un mondo migliore, passa attraverso l’accettazione di sé stessi e del proprio modo di amare.

“Mio marito e i miei figli me ne volevano regalare un’altra… uguale… ma io non ho voluto. Non sarebbe Rosita!”

Giovanna continua il suo racconto, incoraggiata dal mio consenso.

“Loro non mi capiscono. Dicono che sono proprio matta… Per questo non ho detto a nessuno che venivo da lei! Non voglio essere considerata pazza… anche se, a volte, penso che abbiano ragione… forse non sono normale… soffrire tanto… solo per un uccellino…”

Mi guarda interrogativa, in attesa della mia condanna o della mia assoluzione.

Le propongo di rivederci ancora per quattro incontri.

Serviranno a far sentire Giovanna del tutto sana nell’ascoltare il suo cuore e per aiutarla a non rinnegare la sofferenza davanti agli altri.

Rosita merita il suo dolore e anche un funerale simbolico.

La sua scomparsa non è una patologia e non deve essere curata, ma ha bisogno di comprensione e di significato.

La sofferenza per la perdita di qualcuno che abbiamo amato, deve sempre essere rispettata e condivisa.

Anche se si tratta di un essere di specie diversa.

Il cuore non è normale.

E’ vero.

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Ago 21 2011

LEGAMI IMMORTALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

“Si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

Antoine de Saint-Exupéry

Quando muore una persona cara, il legame che ci ha unito resta.

E diventa più grande e più forte.

Per poterlo riconoscere, però, occorre imparare a “vedere, toccare e sentire” con il cuore.

Il cuore riconosce la presenza anche di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Il legame non ha nessun corpo.

Il cuore è abituato a vedere, sentire e toccare tutto ciò che non ha corporeità.

Ma che cos’è la presenza?

La presenza è qualcosa d’impalpabile che permea ogni essere, è una specie di atmosfera, l’allure che circonda le persone.

In teatro la “presenza scenica” indica il carisma di un attore.

Fuori dai teatri, se ne parla poco.

Di solito non facciamo caso alla “presenza” delle cose e degli esseri.

I sensi fisici ci distraggono.

Siamo abituati a riconoscere soltanto le percezioni sensoriali e non diamo importanza a quello che invece sentiamo dentro.

Ascoltiamo il cuore solo se ci invia dei segnali molto forti.

Quando muore qualcuno che amiamo ci ricordiamo di avere un cuore.

Il dolore che si prova non riguarda i sensi, è un dolore interno che attanaglia l’anima.

Non è concreto, non è quantificabile, non è scientifico.

Ma è reale.

In quei momenti ci accorgiamo, improvvisamente, della percezione del cuore.

La sofferenza annichilisce e, per questo, spesso finiamo per imbavagliare il cuore con i farmaci.

Se stiamo attenti, ci accorgiamo di provare sempre “qualcosa” di non riconducibile ai cinque sensi e possiamo notare le percezioni cardiache in ogni istante della nostra vita, davanti a persone, luoghi, cose, circostanze ed eventi.

Di solito non le ascoltiamo… ma le abbiamo.

Quando entriamo in una casa, per esempio, siamo avvolti dalla sua atmosfera.

Possiamo guardare gli arredi, la luce e i colori, possiamo sentire la temperatura e l’odore ma, in aggiunta a queste percezioni fisiche, abbiamo una sensazione interna che ci racconta qualcosa e ci parla della casa e del modo di essere dei suoi abitanti.

Il nostro materialismo, troppo radicato, spinge a trovare solo motivi concreti per giustificare le impressioni interiori, ma non sempre questa traduzione dei significati immateriali in informazioni materiali riesce bene.

Vi sarà capitato di entrare in un appartamento pulito, ordinato e curato… e di sentirvi a disagio.

La padrona di casa è gentile, vi fa accomodare, vi offre qualcosa. Eppure quella sensazione non passa.

Non c’è una ragione, è tutto ok, però… in quel posto non state bene.

A volte può bastare solamente cambiare stanza, per veder scomparire il malessere. A volte il disagio resta addosso finché non ve ne andate.

Appena uscite dall’abitazione, la sensazione passa.

Il disagio di cui stiamo parlando è un’informazione che avete percepito con il cuore e appartiene al legame tra la casa e chi ci vive. Vi fa sapere che c’è qualche “fastidio”.

Avvertiamo sempre la “presenza” delle persone.

Quando siamo con qualcuno, sentiamo la sua presenza.

La sentiamo anche stando in silenzio.

Anche se ognuno legge qualcosa per conto suo.

Anche se non ci si guarda, non ci si tocca e non ci si parla.

E’ la ragione per cui i bambini si trasferiscono con i loro giocattoli appresso agli adulti, invece che giocare nella stanza dei giochi.

Quando qualcuno muore, la sua presenza non muore.

Il legame si amplifica dopo la morte e la presenza si fa sentire di più.

Ma, purtroppo, il nostro pensiero imbevuto di materialità traduce la percezione cardiaca della presenza in “assenza”.

Mi manca! Non c’è più. Non devo pensarci. Mi ci devo abituare.

Questi pensieri ottundono la percezione della presenza di chi non ha più un corpo.

La presenza fa parte del legame.

Possiamo avvertire e sentire il legame soltanto usando il cuore.

Per accorgerci della presenza di chi amiamo, dobbiamo riconoscere al cuore un potere di conoscenza.

Per farlo bisogna ammettere che le sue percezioni hanno la stessa importanza che di solito attribuiamo alla mente, al sistema nervoso e al cervello.

E comprendere che ciò che sente ha realtà.

Definiamo normale un tipo di percezione basato esclusivamente sui cinque sensi.

E, spesso, ci sentiamo poco normali nel riconoscere la stessa importanza alla percezione interiore.

Ma nell’A-normalità di ascoltare il proprio cuore sta la salute mentale e la via per costruire un mondo migliore.

Il cuore non è “normale”.

E’ vero.

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