Ott 05 2013

CAMBIARE PER SOPRAVVIVERE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Da bambini la crescita psicologica ci spinge a sperimentare nuovi modi d’interpretare e di vivere la realtà ma chi possiede una personalità creativa ha un bisogno costante di cambiamento e di rinnovamento e per queste persone lo sviluppo di sé non ha mai fine.

L’empatia incrementa in loro la conoscenza del mondo interiore.

La creatività fa sì che le cose assumano espressioni sempre diverse.

Dal connubio tra creatività ed empatia prendono forma scelte di vita coraggiose e capaci di trasformare una quotidianità ripetitiva, prevedibile e senza obiettivi, in una vita piena di avventura e di significato.

Questo non vuol dire necessariamente fare le valige e andarsene in giro per il mondo, partire è solo un modo fra tanti per vivere esperienze nuove, tutti i creativi affiancano l’avventura interiore alla conoscenza di nuove verità e ogni evento diventa per loro un’occasione di trasformazione e di accrescimento.

La monotonia riguarda sempre lo stallo dei sentimenti e l’impossibilità di evolvere se stessi lungo il percorso della conoscenza.

Ecco perché il cambiamento è un ingrediente fondamentale nella ricetta della realizzazione personale e della felicità.

Come un elisir miracoloso, consente all’entusiasmo e alla curiosità di riprendere a scorrere nella vita di tutti i giorni, spingendoci a esplorare nuove vie della conoscenza.

Tutto ciò che blocca questo cammino individuale di crescita e di sviluppo emotivo, causa sempre una grande sofferenza favorendo l’insorgere della depressione, dell’ansia, dell’attacco di panico e di tutte le patologie psicologiche che, come una spia rossa accesa, segnalano la fame di rinnovamento interiore.

La nostra società è poco propensa ad assecondare le trasformazioni e i cambiamenti.

Bisogna essere quelli giusti, cioè: controllabili, prevedibili, conformi alle aspettative di chi abbiamo intorno e delle istituzioni.

Deludere queste aspettative ci fa sentire cattivi, poco amabili, riprovevoli. La paura dell’abbandono, dell’emarginazione e della solitudine, incalza confinandoci dentro scelte di vita che spesso non ci appartengono più.

La necessità di ricevere approvazione e amore, e il desiderio di essere parte di una comunità, ci spingono ad accettare anche stili di comportamento, spesso molto distanti dal nostro modo di essere, penalizzando il bisogno di novità e di cambiamento e costringendo l’entusiasmo e la creatività dentro una gabbia stereotipata e priva di uscite.

Ma proprio su queste esigenze di appartenenza e di rispecchiamento, fanno leva i dettami di un sistema produttivo che tende a omologare le persone in un esiguo range di comportamenti, finalizzati principalmente al consumo (di prodotti spesso del tutto inutili) e al vantaggio di pochi su molti.

Il bisogno di cambiamento è la conseguenza inevitabile della crescita e dell’evoluzione interiore.

E ci sprona a non rimanere aggrappati alle certezze che abbiamo raggiunto.

Anche quando queste ci sono costate tanti sacrifici.

Ciò che abbiamo costruito con impegno e con fatica, e che una volta è stato il nostro più grande obiettivo, si trasforma nel tempo inevitabilmente, fino a diventare il trampolino di lancio che ci catapulta dentro una nuova esperienza di vita.

Sforzarsi di perpetuare le situazioni che interiormente non ci rispecchiano più, significa condannarsi alla sofferenza e alla patologia mentale.

Affrontare con coraggio il cambiamento è la via che conduce a una vita soddisfacente e ricca di nuove possibilità.

Anche quando questo significa affrontare la paura dell’ignoto e il dolore della solitudine e dell’incomprensione.

*  *  *

Francesca è una bella ragazza, alta e slanciata, che lavora da diversi anni in una clinica privata come fisioterapista. I suoi pazienti le vogliono un gran bene perché lei, oltre a conoscere e alleviare le sofferenze del corpo, sa ascoltarli e comprenderne le paure, tollerando i momenti no e valorizzando i successi lungo il percorso di recupero fisico che insieme portano avanti.

Francesca è una fisioterapista preparata e sa affiancare alla fisioterapia quell’ascolto dell’anima che allevia i dolori miracolosamente.

Quando mi chiede un consulto, però, è stanca e priva di entusiasmo.

Il suo lavoro, che ha scelto perché da sempre le piace aiutare gli altri e studiare le risorse nascoste del corpo, adesso non la appassiona più.

E’ vero, l’orario di lavoro è impegnativo… ma la retribuzione è buona, finalmente ha ottenuto un contratto a tempo indefinito e gode di un ottimo rapporto sia con la direzione che con i colleghi.

Insomma non c’è proprio nulla di cui lamentarsi.

Eppure Francesca ha perso la passione e si trascina da un giorno all’altro come se nella sua vita non ci fosse più nessun futuro.

Con molto imbarazzo mi racconta la sua insoddisfazione professionale e il suo segreto desiderio di viaggiare.

“Il lavoro che faccio non mi dispiace. Lo faccio con amore e con impegno, ma la vita, scandita dal ritmo quotidiano della clinica, mi fa sentire vecchia già a trent’anni!”

“Cosa le piacerebbe fare?” le chiedo.

“Avrei tanto voluto viaggiare. Quand’ero piccola sognavo di fare la hostess!” racconta illuminandosi tutta “In casa, però, non c’erano soldi e ho scelto di mettermi a lavorare molto presto per poter aiutare la mia famiglia.”

“E oggi?”

“Oggi le cose sono cambiate, anche grazie al mio impegno, il lavoro serve soltanto a mantenere me. Forse per questo  posso finalmente ammettere che non mi piace più.”

Lavoriamo sui sogni di una ragazza che ha sempre affrontato le difficoltà con coraggio e con spirito di avventura e che finalmente si permette di pensare di più a se stessa.

Dopo qualche mese Francesca, con tante incertezze, partecipa a un corso di formazione per hostess di volo.

Il corso è costoso e, muovendosi dalla Sardegna, bisogna aggiungere le spese della trasferta per raggiungere la sede delle lezioni.

Un anno di viaggi avanti e indietro tra Cagliari e Milano.

Francesca paga ogni cosa con i soldi del suo stipendio di fisioterapista, risparmiando su tutto quello che può. E, nel corso dei mesi, mette a fuoco la sua passione per gli aerei e per il volo.

E’ con molta emozione che, un anno e mezzo dopo, presenta le dimissioni dalla clinica per accettare un contratto di lavoro con una compagnia che si occupa di voli internazionali.

Da allora non ha mai smesso di viaggiare.

Il suo posto di lavoro oggi è meno sicuro di quello di un tempo e il futuro delle compagnie aeree è spesso irto di difficoltà, ma Francesca non ha mai avuto rimpianti.

“Volare mi piace! E non vorrei mai tornare indietro. Posso solo proseguire il mio percorso assecondando ciò che, di volta in volta, è meglio per me.” mi racconta in uno dei colloqui che abbiamo quando, nelle vacanze, torna in Sardegna a trovare i suoi genitori.

*  *  *

Martina è iscritta alla facoltà di legge, ha dato già dieci esami ma ultimamente un blocco della concentrazione e della memoria non le permette nemmeno di programmare la data di un esame. 

Durante una chiacchierata mi racconta che ancora non riesce a immaginarsi un futuro dopo l’università.

L’idea di fare l’avvocato la terrorizza.

 “Non sono fatta per le arringhe, sono troppo timida…” mormora guardando in basso con aria colpevole.

“E non mi piacerebbe nemmeno fare il notaio. Tutto il giorno immersa tra scartoffie e contratti! Finirò a lavorare in banca o in qualche struttura pubblica… ma questo non mi fa sentire meglio. Non riesco a capire cosa voglio fare e così perdo tempo senza concludere niente.”

“Sei molto attenta agli altri e sai ascoltare senza dare giudizi, saresti portata per fare la psicologa. Ci hai mai pensato?” le domando.

“Certo! Sarebbe il mio sogno! Ma a casa è una scelta improponibile! I miei genitori la vedono come una professione senza sbocchi lavorativi e, quando inizialmente gliel’avevo proposto, non hanno nemmeno voluto prendere in considerazione la mia scelta”

“Forse oggi, però, potresti argomentare meglio le tue ragioni e aiutarli a comprendere un mestiere che ancora è poco conosciuto” ribatto, cercando di aiutarla a sostenere se stessa.

Rinunciare a dieci esami significa dover ricominciare tutto daccapo!

Ma Martina ha saputo trovare la forza di affrontare il suo cambiamento, dapprima analizzando le ragioni profonde che la spingono a scegliere di ascoltare gli altri per tanto tempo tutti i giorni, e poi sostenendo un confronto serrato con i suoi genitori, fino a motivarli nell’accogliere la sua decisione di cambiare facoltà.

Oggi, oltre ad essersi laureata in psicologia, aver sostenuto il tirocinio e l’esame di stato, si è specializzata, diventando anche psicoterapeuta, e lavora in uno studio tutto suo.

*  *  *

Serena ha un marito con cui non va d’accordo, ormai da molti anni, e due figli adolescenti che ama più di se stessa.

Da tempo, ormai, i litigi sono diventati la musica di ogni giorno e avvelenano la vita familiare trasformando la quotidianità in un inferno di discussioni.

Serena vorrebbe tanto separarsi ma il lavoro la costringe a passare diverse notti fuori di casa e il pensiero di lasciare i suoi ragazzi a vivere con il papà, la fa desistere ogni volta.

Così si rimbocca le maniche e prova di nuovo a riaggiustare i cocci di una relazione sempre più in frantumi.

La tenerezza, la complicità e la passione sono finite e quel “volersi bene fraterno”, che nel tempo ha preso il posto dell’amore, è soffocato e nascosto dalle mille incomprensioni che amareggiano la loro vita.

Poi un giorno, improvvisamente, prende la decisione che le fa più paura e salta a piè pari nell’ignoto.

Lascia i ragazzi, la casa e il marito, affitta un appartamento e per la prima volta va a vivere da sola.

Il suo cuore di mamma trabocca di dolore, il suo animo libero allarga le ali e plana verso una nuova e sconosciuta realtà.

Si. I ragazzi staranno col papà.

Si. Lei potrà vederli soltanto nei giorni stabiliti.

Ma finalmente le litigate hanno fine e ci si può godere una giornata insieme come se fosse una festa.

Carla Sale Musio

leggi anche:

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Giu 17 2012

ATTENZIONE: CAOS in corso!

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Comunemente chiamiamo caos quello stato psicologico di confusione, agitazione, esaltazione, nervosismo, adrenalina, euforia, paura, mistero… che precede una realizzazione creativa di qualche tipo.

Il caos è un rovesciamento del nostro abituale punto di vista, in favore di qualcosa che ancora è sconosciuto.

Di solito, il caos non è ben accetto.

Sovverte lo status quo con un colpo di stato e stabilisce una diversa gerarchia nella realtà interiore.

Come esseri umani abbiamo imparato a radicarci nelle abitudini.

Dopo l’iniziale fase creativa dei primi anni di vita, tendiamo a mantenere le nostre sicurezze routinarie, limitando le capacità esplorative e lo spirito d’avventura in favore di una stabilità, sicuramente più noiosa, ma familiare, rassicurante e conosciuta.

Il cambiamento, però, tesse le trame della vita, e i tentativi (umani) di garantirsi stabilità e certezze sono destinati a subire continui sovvertimenti.

Ecco allora che nelle circostanze, apparentemente casuali, della nostra esistenza si presenta periodicamente qualcosa di nuovo, che scompiglia i progetti e provoca… il caos!

Il caos sconvolge le certezze e mette a nudo le paure.

Paura di sbagliare, paura di non farcela, paura di non essere amati, paura di essere derisi, paura dell’abbandono, paura dell’emarginazione, paura della solitudine, paura di… qualcosa che abbiamo già vissuto e che appartiene alla nostra storia.

Paure che ci hanno fatto soffrire in passato e che in seguito abbiamo deciso di nascondere a noi stessi, per non doverle sperimentare mai più.

Il caos, però, è l’ignoto che schiude le sue infinite possibilità e ci permette di attraversare esperienze ancora sconosciute.

Non può riguardare qualcosa che è già successo e che appartiene alla nostra storia.

Proprio perché è nuovo, conduce a incontrare novità.

Quello che ci terrorizza, dunque, non è il caos, ma il passato, il ricordo di esperienze già fatte, di vissuti che ci hanno fatto star male… prima.

Accogliere lo sgomento indecifrabile del caos, senza dare giudizi, con apertura, accettazione e curiosità, permette di far emergere le potenzialità che i traumi (del passato) hanno cristallizzato.

Il caos scioglie i nodi della paura e lascia che le esperienze dolorose, intrappolate nell’inconscio, si liberino e possano, finalmente, appartenere alla storia senza interferire più con l’evolversi del presente.

Vivere il caos annuncia un momento magico nella vita.

Un momento di trasformazione e cambiamento.

Indica la strada che porta a incontrare parti nuove di sé stessi, nuove possibilità, nuove potenzialità, nuove energie.

Il caos è un fermento creativo.

Apre le porte che erano state chiuse e ci conduce dentro consapevolezze inesplorate, verso nuove possibilità.

L’ignoto è misterioso per natura e suscita incertezza… ma la sua presenza, inaspettata e sconvolgente, segnala una promozione a un livello nuovo della nostra realizzazione personale.

Il benessere non si raggiunge accumulando oggetti sempre diversi e collezionando tanti status sociali.

Il benessere è uno stato interiore che emerge quando ci permettiamo di essere veramente (e misteriosamente) noi stessi.

Vivere il caos è un passaggio inevitabile e necessario, che si presenta ciclicamente nella vita.

Conduce alla scoperta di potenzialità ignorate, porta con sé una rilettura profonda delle nostre esperienze passate e ci ricongiunge al segreto della vita e della morte.

Solo permettendoci di attraversare il caos possiamo incontrare la nostra verità e raggiungere quel benessere capace di dare senso e significato all’esistenza.

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Giu 25 2011

Le personalità creative: SANNO VEDERE LE COSE IN MODI NUOVI

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La caratteristica principale di chi possiede una personalità creativa è lacapacità di spostare il proprio punto di vista; capacità che si può esprimere sia nell’empatia sia nella creatività, che in entrambe.

Questa peculiarità spinge a sperimentare opportunità e situazioni sempre nuove, ma perché sia possibile assaporarne la ricchezza è necessario avere un’adeguata conoscenza di se stessi e dei propri meccanismi interiori, per non cadere in fraintendimenti e trappole psicologiche.

 

Alessandra, i dolci e il design


 

Alessandra ha trent’anni e una personalità creativa.

Dall’età di diciannove anni si è trasferita a Roma per studiare grafica e design.

Autonoma e indipendente, lavora e si mantiene da sola costruendo plastici in miniatura per scuole, imprese, ingegneri, architetti, ecc. ma, quando conosce Marco, decide che la frenetica vita nella capitale non  le si addice più.

Così, nel giro di qualche settimana, abbandona il suo avviato laboratorio di miniaturista e si trasferisce in un paesino della Sardegna, per concedersi un’esistenza fatta di mare, natura, amore e tempi ordinatamente scanditi dagli orari della farmacia in cui lavora Marco.

In un angolo del garage organizza il suo laboratorio creativo, senza il quale le sembra di non riuscire a vivere, ma la giornata, modulata dalle cadenze della farmacia, non lascia spazio ai ritmi totalizzanti della sua creatività e il fervore dei nuovi progetti grafici ogni giorno a mezzogiorno deve cedere il posto ai preparativi per il pranzo, mentre dopo le sette ricominciano quelli per la cena.

“Recupererai il tempo per dedicarti alle tue creazioni durante i pomeriggi!” la rassicura Marco, rientrando a casa affamato e allegro “ è così bello mangiare insieme e con calma!”.

Ma dopo aver riordinato la cucina e sistemato alcune cose in casa, Alessandra non trova più l’ispirazione giusta e, mentre i giorni volano via, tutto ciò che riesce a creare sono i dolci che confeziona per tutti; fidanzato, amici e parenti.

E’ per questo che decide di prendere un appuntamento con me.

Un blocco creativo la opprime e avviluppa la sua autonomia facendola sentire come paralizzata nel portare avanti i suoi progetti.

“Credevo di esser capace nel mio lavoro e come designer” racconta tra le lacrime “ e invece adesso l’unico grafismo che riesco a creare è con la glassa sopra ai biscotti!”.

Per riuscire a produrre con successo, i creativi hanno bisogno di avere a disposizione un tempo senza limiti.

In quei momenti non sentono fame, sonno, sete, caldo, freddo… niente!

L’ispirazione, che sembra possederli totalmente, è la conseguenza della concentrazione a-temporale che si attivain loro. Si tratta della capacità di focalizzare tutta l’attenzione sul momento presente e su ciò cui si dedicano proprio adesso, mentre il resto perde momentaneamente d’importanza (atemporalità) .

In quell’istante, che può durare un attimo o più giorni, per loro non esiste nient’altro!

Ma per Alessandra, empatica e creativa, questo meccanismo si è spostato dal design al fidanzato. Ed è su di lui che la ragazza, senza nemmeno rendersene conto, focalizza ora tutta la sua attenzione.

L’empatia la porta a sentire le esigenze di Marco come se fossero le proprie e la creatività la spinge a inventare forme sempre nuove.

Ecco quindi arrivare i dolci, che a Marco piacciono tanto, mentre spariscono tutti i progetti della sua attività lavorativa.

Perché Alessandra ritrovi l’ascolto dei suoi bisogni e sperimenti di nuovo l’entusiasmo per la propria creatività (fatta di immersioni totali e senza limiti di tempo) sarà necessario intraprendere insieme un percorso individuale.

Un lavoro psicologico che comporterà lo strutturarsi di un nuovo equilibrio all’interno della coppia e, per Alessandra, una gestione migliore della propria disponibilità e della propria capacità di amare.

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Mag 22 2011

CREATIVITA’ & EMPATIA

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Quando parlo di creatività, intendo la capacità di spostare il proprio punto di vista per osservare e interpretare le cose in modi sempre diversi.

Non mi riferisco a un’abilità artistica. Un bravo artigiano non è necessariamente un creativo. E non è detto che un creativo sia dotato di una grande manualità, anche se molte volte può essere così.


Voglio parlare di quell’intuizione che permette di far nascere qualcosa di nuovo anche dove gli altri non riescono a vedere altro che forme abituali e scontate.

Una signorina molto creativa, ad esempio, fece pubblicare un libro che andò subito a ruba e fu regalato a tanti mariti e fidanzati in tutto il mondo.

Il libro s’intitolava: – Tutto quello che gli uomini sanno sulle donne – e aveva circa 300 pagine. Tutte bianche.



Spostare il punto di vista significa, quindi, saper identificare altre possibilità dentro quelle cose, fatti o situazioni che incontriamo abitualmente.

E’ stato dimostrato (B. Edwards – Disegnare con la parte destra del cervello – Longanesi, 1982) che, per semplicità, comodità, abitudine o sopravvivenza, il nostro cervello tende a riconoscere solo le immagini che conosce e, letteralmente, non vede quello che non si aspetta di vedere.


Nella immagine qui sopra, vediamo un triangolo bianco che si sovrappone a tre cerchi neri. Ma si tratta soltanto di un’illusione percettiva perché nella figura non ci sono né triangoli né cerchi.

Da un punto di vista strettamente geometrico, a livello della realtà fisica, si tratta di tre settori circolari neri e tre angoli neri disposti con un certo ordine l’uno rispetto all’altro.

Al triangolo bianco che noi distinguiamo con tanta chiarezza, non corrisponde nessun oggetto fisico!

Il cervello, però, costruisce un’immagine che non esiste e riconosce quello che gli è più familiare, piuttosto che vedere ciò che è stato realmente rappresentato.



In quest’altra figura, invece, la rappresentazione di un volto femminile prevale sul disegno dell’albero e dei tre uccelli in volo, che sono stati effettivamente disegnati.

Anche in questo caso, il cervello riconosce per prima la forma di una faccia umana e solamente in seguito distingue gli uccelli e l’albero, che pure sono molto evidenti.

La forma archetipica del viso umano, infatti, tende a prevalere sulle altre, proprio perché è una delle prime che riconosciamo, sin dai primi momenti dopo la nascita.

In questo disegno, realtà e finzione si alternano, creando in chi guarda un senso di disorientamento percettivo.

Tornando alla creatività, spesso un creativo riesce a vedere… anche quello che non si aspetta. Perché non lo esclude a priori, anzi, lo cerca. E proprio perché lo cerca, prima o poi, lo trova.

Ma come si fa a cercare qualcosa senza sapere cosa?



Non può trattarsi di un processo logico, poiché non si sa neanche cosa si stia cercando… E’, invece, una disponibilità, una sorta di fiducia interiore, uno stato d’animo, qualcosa che la logica non capisce, ma di cui si scopre l’esistenza soltanto con i fatti, cioè ad azione avvenuta.

Vediamolo meglio con un esempio:

“ Voglio trasformare questa giacca bucata in un capo originale e ricercato.” pensa la sarta, mentre lascia che l’idea creativa affiori spontaneamente nella sua testa. Non fa nulla. Semplicemente aspetta, fiduciosa che il buco nella giacca si trasformi… in un taschino!

Inaspettato e, per questo, originale.

La creatività fa così. Sposta il punto di vista e ci fa vedere una tasca là dove prima c’era soltanto un buco.



Non serve saper cucire per essere creativi. Serve poter credere con fiducia che un buco possa diventare qualcosa di bello, invece che essere solamente un difetto.

E’ la fiducia che mette in moto il processo? No. La fiducia da sola non basta. Ciò che serve è la capacità di abbandonare il proprio modo di interpretare la realtà, per aprirsi ad una lettura completamente nuova.

Per me è un buco ma… cos’altro potrebbe essere?

Lasciare andare le proprie certezze per spostarsi in altre “realtà”. Chi è creativo fa questo.



E chi è empatico? Fa la stessa cosa.

Anche se creatività ed empatia sono qualità abbastanza diverse, presuppongono entrambe la capacità di abbandonare il proprio punto di vista.

L’empatia è “la capacità di comprendere cosa un’altra persona stia provando” (Sabatini Coletti – Dizionario della lingua italiana – Rizzoli Larousse, 2007) e, come spiega Daniel Goleman, per riuscirci bisogna lasciar andare il proprio modo d’interpretare la vita per assumere quello di qualcun altro (D. Goleman – Intelligenza Emotiva – BUR saggi, 1999).

Spostare il punto di vista è un po’ come cambiare vestito, ci rende diversi, nuovi e aumenta la nostra ricchezza interiore.



Chi è capace di accantonare le proprie idee per provare a sperimentarne altre, acquisisce una maggiore elasticità, una plasticità interiore che inevitabilmente rende le emozioni più varie e più sfumate.

Così, creatività ed empatia, anche se sono cose diverse, spesso camminano insieme, componendo un modo variegato, ricco e polimorfo di percepire le realtà (interiori, esteriori, proprie, degli altri e delle cose).

E naturalmente, più sono utilizzate…più s’incrementano, vicendevolmente.

Torniamo adesso alle personalità creative…

Le personalità creative possiedono una naturale predisposizione a spostare il loro punto di vista e per questo sono spontaneamente portate all’empatia e alla creatività.



Ascolto dei sentimenti, intuizione, capacità di sintesi, concentrazione sul presente, facile accesso all’inconscio, attenzione alle relazioni costituiscono, come vedremo meglio nei prossimi articoli, le loro caratteristiche principali.


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Mag 10 2011

LA PERSONALITA’ CREATIVA

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Nel corso del tempo, il lavoro clinico mi ha permesso di evidenziare una struttura di personalità, che ho definito personalità creativa, le cui principali caratteristiche sono:

  • Creatività

  • Empatia

  • Sensibilità

  • Emotività

  • Generosità

  • Altruismo

  • Intuizione

  • Concentrazione sul presente

  • Leadership “poco appariscente”

  • Facilità al cambiamento

  • Disinteresse per il potere

  • Cooperazione

Mentre i suoi punti deboli sono:

  • Insicurezza

  • Bassa autostima

  • Discontinuità

  • Dispersività

  • Solitudine

  • Relazioni circoscritte

  • Scarsa competitività

  • Ipersensibilità al rifiuto

  • Emotività cangiante

La personalità creativa possiede notevoli capacità di adattamento e di relazione ma paradossalmente proprio questi punti di forza determinano talvolta la sua sofferenza.


Si tratta di una struttura di personalità molto plastica e cooperativa che può arrivare fino a deformare se stessa pur di conquistare l’approvazione e l’armonia intorno a sé.

Mi spiego meglio…

Davanti allo sforzo necessario per sopravvivere in climi psicologicamente rigidi, la maggior parte delle persone è costretta a censurare le proprie sensazioni interiori, permettendosi di vivere solamente i sentimenti che non provocano reazioni negative da parte dell’ambiente circostante.

Le personalità creative, invece, non perdono mai il contatto con le proprie emozioni ma, poiché possiedono una notevole poliedricità, possono modificare i loro comportamenti fino a renderli funzionali alle situazioni sfavorevoli, nonostante la sofferenza che devono affrontare per ottenere questo risultato.



La percezione dei vissuti psicologici rimane sempre cosciente in loro, anche se, a volte, nel corso dell’adattamento comportamentale si perdono le tracce delle ragioni che li hanno provocati.

La scissione tra il dolore psichico e le sue radici è il risultato del meccanismo creativo che questi individui utilizzano per sopravvivere nelle situazioni avverse.

Una buona predisposizione al cambiamento li rende, infatti, facilmente adattabili e capaci di mettersi nei panni degli altri ma, proprio questo comprendere sempre le ragioni degli altri è ciò che li spinge a modificare se stessi.


La loro principale caratteristica consiste nello spostare agilmente il proprio punto di vista e nel riuscire a vedere cose e situazioni in tanti modi diversi contemporaneamente ma, questa innata poliedricità a volte finisce per confonderli, allontanandoli dalla propria posizione personale rispetto a ciò che stanno vivendo.

Ritengo che se questa struttura di personalità fosse maggiormente capita e riconosciuta, soprattutto durante l’infanzia, molti dei loro problemi potrebbero essere evitati e le loro peculiarità si potrebbero esprimere a vantaggio di loro stessi e di tutti.



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Apr 28 2011

SPOSTARE IL PUNTO DI VISTA

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In tanti anni di attività professionale ho potuto verificare l’esistenza di una struttura di personalità che appare quasi “geneticamente” predisposta a spostare con agilità e disinvoltura il proprio punto di vista e che per questo motivo diventa molto empatica e creativa. Ho chiamato questa tipologia: personalità creativa.


Coloro che hanno una personalità creativa si rivolgono frequentemente a uno psicologo. Infatti, queste persone incontrano molta sofferenza quando sono costrette a vivere in ambienti che non le riconoscono e non le comprendono. E siccome viviamo in un mondo che sembra strutturato apposta per colpevolizzare la creatività e l’empatia, purtroppo, questo succede frequentemente.

Con la parola creatività intendo: la capacità di vedere le cose da tanti punti di vista contemporaneamente. E non una qualche abilità artistica, musicale o poetica. In questo senso, essere creativi significa avere anche una grande empatia.

L’empatia, infatti, è la capacità di comprendere i vissuti e le emozioni degli altri. E per capire gli altri… bisogna saper spostare il proprio punto di vista!

Ecco perché empatia e creatività spesso si trovano insieme.

Ma queste abilità sono difficili da gestire quando si è ancora piccoli, perciò coloro che hanno una personalità creativa durante la crescita attraversano momenti di crisi e di malessere psicologico.

Infatti, se un bambino è creativo, spontaneamente vede e sente le cose in tanti modi diversi. Ma più è piccolo e più è egocentrico. Tanti punti di vista tutti insieme non vanno d’accordo con l’egocentrismo infantile e finiscono spesso per creare confusione e insicurezza!


Francesco:


quattro anni e una personalità creativa

Francesco ha quattro anni e una personalità creativa.

La sua giovane mamma, Simona, sta male perché ha appena ricevuto una brutta notizia. Mentre gioca accovacciato a terra con le automobiline, il bambino sembra assorto in un suo mondo ma, con una consapevolezza profonda, egli sa che la mamma sta soffrendo. Lo sente automaticamente perché la personalità creativa lo porta a vivere i vissuti degli altri insieme con i suoi. E questo gli succede soprattutto con quelli cui vuole bene.

Così, mentre tutto contento continua il suo gioco, sente anche che la mamma non lo è.

Dentro il bambino esistono ora due punti di vista diversi, due differenti modi di sentire, e questo lo mette in difficoltà.

Infatti, l’egocentrismo porta a riferire tutto a se stessi e rende complicato distinguere tra i sentimenti propri e quelli degli altri. Il piccolo sente le emozioni della mamma dentro di sé, come se fossero le sue.

Francesco è un bimbo sveglio. Gioca con la pista delle automobiline e sta improvvisando un bel distributore con la scatola vuota quando la mamma entra nella stanza. La lunga fila delle auto è ferma per fare benzina e lui sa che la mamma sta male.

” Mamma sei triste?” chiede, con lo sguardo sempre rivolto al suo gioco.

“No, tesoro, sono tanto stanca.” risponde la mamma, che non vuole opprimerlo con i suoi problemi.

Francesco continua a giocare e sembra non far caso alla risposta. Ma dentro si sente confuso e presto il gioco smette di interessarlo.

Era sicuro che la mamma fosse triste, invece è stanca.

Poiché quello che sentiva dentro come una certezza non corrisponde a ciò che afferma la mamma, il bambino diventa insicuro e confuso sulle sue sensazioni. Forse è lui stesso ad essere triste?

E’ così che Francesco impara, nel tempo, a lasciar perdere il suo “radar interiore”.

Tanto è sbagliato. La mamma ha ragione.

Se in futuro ci saranno altri episodi simili a questo, egli comincerà, purtroppo, a non fidarsi più di se stesso e di ciò che intuisce spontaneamente.

E’ così che le personalità creative sviluppano la loro insicurezza.

Occorre essere sempre spietatamente sinceri con questi bambini, che spesso sembrano agli adulti quasi dei sensitivi.

Che a volte creano imbarazzo.

Che trasformano la loro ingenua “voce dell’innocenza” in una voce quasi profetica.

Talmente sincera da far paura.

Soprattutto a quegli adulti imprigionati nel nostro mondo delle apparenze.

Un mondo dove il pensiero è nascosto e occultato da parole adatte alle circostanze.

Questi adulti, per non turbare i bambini… rimangono turbati dalla sincerità dei loro bambini!

E si sentono costretti a negarla per paura di riconoscere le loro stesse emozioni.



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