Dic 04 2016

AUTOCONTROLLO… O PATOLOGIA?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel nostro mondo la sensibilità non è di moda.

Si deve essere imperturbabili, calmi, sereni e distaccati.

La manifestazione delle emozioni è mal vista.

Non si deve piangere e, soprattutto, non si deve essere felici.

La felicità non fa simpatia.

“Mal comune mezzo gaudio”

Recita il detto.

E, fedeli alla sua prescrizione, ci sentiamo bene quando possiamo esibire le disgrazie, facendo a gara per accreditarci il nobel della sfiga.

La condivisione della felicità, invece, ci rende inquieti.

Sentirsi bene è giudicato pericoloso.

Quasi che la sfortuna fosse costantemente in agguato, pronta ad accanirsi con chi osa sfidarla  manifestando emozioni di gioia.

“Ssssssssscccccchhhhhhh…. Non dirlo forte…!!!!!” 

Sussurriamo circospetti, come se fosse immorale sentirsi soddisfatti e felici.

Le emozioni sono cose da bambini.

O da femminucce.

Roba per gente debole, insomma.

Siamo convinti che la maturità si raggiunga quando il controllo razionale e distaccato prende il posto dell’emotività.

È in questo modo che la sensibilità, la delicatezza d’animo, la capacità di ascoltare e comprendere i sentimenti, perdono il loro valore per trasformarsi in… stupidità!

È grazie a queste convinzioni errate che l’espressione dei vissuti interiori segnala impropriamente un’incapacità a far fronte alle esigenze della vita.

Il pregiudizio ha sepolto la sensibilità sotto una coltre di credenze negative, avviluppando l’umanità dentro una camicia di forza chiamata: autocontrollo.

Certo, abbandonarsi alle correnti emotive fa perdere di vista l’obiettività e trascina dentro una visione parziale della realtà.

Ma inibire la carica energetica delle emozioni crea gravi danni al sistema psichico.

La sofferenza psicologica è dappertutto, e l’eccessivo selfcontrol che caratterizza la cultura occidentale ne è il principale responsabile.

Le emozioni possiedono un’energia insopprimibile, non possono essere eliminate come zavorre inutili.

Per vivere bene e in perfetta salute, mentale e fisica, è indispensabile che il mondo interiore sia accolto e riconosciuto.

Questo non vuol dire abbandonarsi a sfrenate ridde sentimentali.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe dei propri vissuti.

Bloccare le emozioni, reprimerle e sforzarsi di non ascoltarle, intrappola la più preziosa delle risorse trasformandoci in automi privi di intelligenza emotiva. E di creatività.

Prestare attenzione ai sentimenti, ammetterne l’importanza, il valore e la preziosità, significa riconoscere la propria umanità e aprirsi all’ascolto dell’unica verità capace di cambiare il mondo: l’empatia.

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Ma cos’è l’empatia?

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Noi psicologi chiamiamo empatia la capacità di comprendere in modo immediato i pensieri e gli stati d’animo di un’altra creatura vivente, senza ricorrere alla comunicazione verbale.

Gli animali usano spontaneamente l’empatia per cogliere le intenzioni di chi hanno intorno e regolarsi di conseguenza.

Nelle specie diverse dalla nostra il riconoscimento e l’espressione dei sentimenti sono strumenti fondamentali per mantenersi sani, ascoltando i bisogni del corpo e osservando l’ambiente circostante.

A nessun animale verrebbe in mente di dissimulare ciò che sta provando per indossare una maschera d’impassibilità.

Per le altre creature che popolano la terra mostrare la paura, il dolore, la tenerezza, la gioia, l’entusiasmo, l’incertezza, la curiosità, la sorpresa… significa utilizzare un codice relazionale indispensabile per vivere bene e in armonia.

L’empatia permette a tutte le forme di vita di sentirsi parte di un ecosistema che contiene e delimita, rispettando gli equilibri naturali, permettendo la convivenza e preservando la salute di ciascuno, in modo da favorire la vita.

Di tutti.

Solo l’essere umano (che di umano ormai non ha quasi più nulla) impone a se stesso una sordità emotiva così pericolosa da inibire la comprensione dei ritmi fisiologici, separandosi dalla natura e provocando tante malattie.

Gli animali non conoscono le patologie che affliggono la nostra razza (obesità, anoressia, diabete, nevrosi, psicosi, AIDS, cancro, SLA…) e condividono una cultura interamente basata sui codici emotivi e intuitivi, proprio perché per loro l’ascolto dei vissuti interiori è parte integrante della sopravvivenza.

Per noi, invece, empatia è sinonimo di smielati atteggiamenti infantili, e preferiamo ignorare la vita emotiva, ricorrendo a uno stuolo di specialisti (medici, dietologi, psicologi, psichiatri, neurologi…) per farci dire cosa succede nel nostro mondo interno.

L’indifferenza che consegue alla mancanza di empatia è la radice del cinismo e il presupposto più efficace per sostenere il mercato delle armi, le guerre, i soprusi e la distruzione che la nostra razza dis-umana porta avanti ai danni se stessa e di tutte le altre specie.

Uccidere la sensibilità dentro di sé ha lo scopo di allontanarci da una pulsante vitalità e di renderci docili e malleabili nelle mani di chi detiene il potere.

Un potere che può esistere soltanto grazie alla mancanza di sensibilità (e alla durezza che ne consegue) e che permette ai pochi che governano il mondo di accrescere indisturbati il loro dominio sui tanti.

Quel selfcontrol, così sbandierato da essere diventato sinonimo di maturità, è impropriamente confuso con il surgelamento emotivo e con un narcisismo patologico che ci spinge a credere di essere l’unica razza creata da Dio a propria immagine e somiglianza.

Ci è stato nascosto che la mancanza di empatia, l’onnipotenza e l’egocentrismo segnalano un’immaturità nella psiche.

Immaturità che va curata (e non incentivata) e che negli adulti costituisce una patologia.

La superiorità con cui ci arroghiamo il diritto di morte sulle altre forme di vita è una malattia che ammorba l’umanità e tiene in piedi la gerarchia della violenza, rendendoci vittime oltre che carnefici, e condannandoci a una sofferenza psicologica sconosciuta alle altre specie.

L’insensibilità, indotta ad arte sostenendo modelli di comportamento privi di emotività, ci allontana pericolosamente dalla nostra umanità.

Il surgelamento emotivo è una patologia, e non ha niente a che vedere con l’autocontrollo.

L’autocontrollo è la conseguenza di un ascolto attento e partecipe di tutte le energie che animano il mondo interiore, e non l’animosa ignoranza della nostra profonda ricchezza emotiva.

Uccidere la sensibilità dentro di sé per raggiungere una patologica mancanza di emozioni è la radice della violenza e la causa nascosta di tutte le guerre.

Carla Sale Musio

leggi anche:

NARCISISMO PATOLOGICO

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Lug 18 2016

SENSIBILITÀ ANORMALE?

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Nel corso dei colloqui psicologici, le persone raccontano spesso una sofferenza apparentemente ingiustificata. 

Parlano di un dolore che si aggiunge e aggrava il dolore considerato normale, quello cioè che, inevitabilmente, s’incontra durante la vita. 

E incolpano di quel dolore aggiunto la propria sensibilità, il loro modo di amare.

Questa emotività anormale costituisce ai loro occhi un fardello inutile ma, a volte, tanto pesante da non riuscire più a muoversi.

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UN NORMALE ATTACCO DI PANICO

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E’ quello che da un po’ di tempo capita a Laura.

Laura che non esce più da casa e che, per venire in terapia, deve essere sempre accompagnata da qualcuno.

Una ragazza alta, bella e slanciata, consumata dagli attacchi di panico.

Non molto tempo fa era attiva, indipendente, piena d’interessi e di entusiasmo. 

Oggi è ridotta a una dipendenza dagli altri quasi totale.

Anche lei mi racconta la stessa insopportabile sensibilità.

“Mi commuovo sempre, anche quando non sarebbe opportuno! A casa mi chiamano lacrimuccia…”

Stringe i pugni, arrabbiata con se stessa e con quell’emotività che la rende oggetto di scherno da parte delle persone a cui vuole bene.

“Voglio cambiare, dottoressa! Mi aiuti. Voglio essere diversa.”

“Come vorrebbe essere?”

“Vorrei essere indifferente, fregarmene di tutti, pensare solo a me stessa e non aver più bisogno di nessuno!” 

Afferma, lo sguardo rivolto in alto a cercare quella se stessa, impossibile e desiderata come  una vincita milionaria al superenalotto.

Per fortuna non esiste una cura in grado di cancellare il cuore!

Credo che i sentimenti, la tenerezza e la cooperazione, siano l’unica medicina capace di curare la sopraffazione che sta avvelenando la nostra civiltà.

La sensibilità e l’empatia non sono malattie da curare ma, al contrario, costituiscono una cura per l’indifferenza, il cinismo e l’aridità di cuore. 

L’affermazione “Voglio essere normale” nasconde una trappola psicologica. 

Presuppone l’esistenza di uno standard uguale per tutti ed esclude la possibilità di esprimere l’unicità e la creatività che caratterizzano ogni essere.

Secondo la definizione del dizionario Merriam Webster, la salute mentale è: 

“Uno stato di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società e rispondere alle esigenze della vita di ogni giorno”

Per raggiungere questo stato è indispensabile esprimere la propria originalità e il proprio potenziale creativo, infatti, è proprio la possibilità di manifestare ciò che siamo quello che ci fa sentire utili, soddisfatti, realizzati e felici.

Come afferma Bruno Munari: 

“Una persona creativa è una persona felice”

Mentre chi non può esprimere la propria peculiare verità e originalità è una persona che inevitabilmente soffre, non sentendosi realizzata.

La creatività non può essere normale, può solo essere originale, diversa, nuova.

La normalizzazione delle emozioni costituisce una violenza agita a discapito della salute mentale e del benessere psicologico.

Non ci sono emozioni normali ed emozioni anormali, ci sono modi di sentire diversi per ciascuno di noi e ogni sentimento ha diritto di accettazione e di esistenza.

Per questo, cercare di raggiungere la normalità è una patologia, una prigione mentale costruita intorno al proprio modo di amare.

In nome della normalità imbavagliamo la sensibilità e la creatività e troppo spesso finiamo per rinunciare alla nostra verità.

Il cuore non è normale.
E’ vero.

Carla Sale Musio 

Tratto da:

LA PERSONALITÀ CREATIVA

scoprire la creatività in se stessi per trasformare la vita

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Lug 18 2015

UCCIDERSI UN POCO ALLA VOLTA…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella nostra società malata di violenza e di prepotenza, la depressione e il desiderio di morire non sempre si palesano apertamente ma, spesso, agiscono in maniera sotterranea, conducendo a un suicidio inconscio, lento e premeditato.

Un suicidio che sfugge alla consapevolezza e si nasconde dietro ai comportamenti stereotipati, incentivati dagli ingranaggi dell’economia.

La sofferenza, psicologica e fisica, è funzionale alla vendita di così tanti prodotti da essere sponsorizzata e spacciata per convivialità.

Basta pensare alle feste di Natale.

Nel periodo natalizio, il bombardamento mediatico inneggiante allo scambio dei regali e alla condivisione di cene e pranzi succulenti, induce artificialmente il desiderio di trovare calore e conforto in un’armonia famigliare conseguente al mangiare insieme, invece che frutto dell’ascolto reciproco e di una costante messa in discussione di sé.

Le festività, lungi dall’essere quel paradiso del volersi bene proposto dalle pubblicità, sono spesso un momento drammatico di confronto con se stessi e con gli altri.

Gli incontri preconfezionati imposti dalla tradizione, infatti, fanno emergere ogni genere di difficoltà che, per non rovinare la festa, vengono taciute in nome di una reciprocità ostentata e priva dell’autenticità e dell’introspezione che accompagnano le relazioni profonde.

In tante occasioni, lo scambio del cibo e dei regali sostituisce lo scambio affettivo, lasciando insoddisfatti e appesantiti nell’anima come nelle viscere.

Bere e mangiare in compagnia sono diventati gli indicatori privilegiati del coinvolgimento affettivo.

Più si mangia e più ci si vuole bene!

Ma soprattutto: s’incrementano i guadagni delle multinazionali, che hanno tutto l’interesse a concentrare l’attenzione dei consumatori sul sapore delle pietanze (e sulle immancabili medicine che ne accompagnano la digestione e l’assimilazione) piuttosto che sull’ascolto di sé e degli altri.

Il nostro modo di vivere, fondato sull’apparire invece che sul sentire, trascura lo scambio emotivo e lo sviluppo della sensibilità, incentivando uno stare insieme formale, privo di un’intima condivisione.

Mangiare diventa così il veicolo di uno sbandierato volersi bene, che non soddisfa i bisogni profondi ma che appaga un piacere effimero, goliardico e vuoto di una reale reciprocità.

Ingerire alimenti di vario tipo non è più il necessario approvvigionamento di nutrienti nel corpo, ma è diventato un sistema veloce e facilmente fruibile per stordirsi e abbandonare le preoccupazioni quotidiane, una droga economica e alla portata di tutti, capace di mettere a riposo i pensieri spostando l’energia dalla mente alla pancia.

Le persone sensibili, però, faticano a seguire questo stile di vita e finiscono spesso per sentirsi diverse e strane in una società che abiura l’interiorità e il valore della vita emotiva.

Il bisogno di riconoscimento sociale spinge a conformarsi agli standard imposti dagli ingranaggi della macchina economica, trasformando la fame di reciprocità in una fame nervosa: compulsiva e insaziabile.

Una fame che costringe a mangiare molto più del necessario, per non sentire il dolore della solitudine e per sfuggire la difficoltà di essere se stessi in una società intossicata di superficialità.

Prende forma così quel suicidio inconsapevole che fa ammalare tante persone, incrementando la fortuna delle multinazionali alimentari e farmaceutiche.

Mangiare per riempire il vuoto emotivo e per stordire il bisogno di verità, diventa una scelta (quasi) obbligata, la via più rapida per evitare l’ascolto di sé.

E’ risaputo che un’alimentazione eccessiva e ricca di sostanze tossiche conduce inevitabilmente verso la malattia e la morte ma, inconsciamente, cerchiamo di dimenticarcene, sommersi dalla miriade di consigli e di buone ragioni che invitano a ingurgitare sempre di più.

Invece di responsabilizzarci e seguire uno stile alimentare frugale e calibrato alle esigenze dell’organismo, preferiamo scegliere le vivande in base al sapore e alle immagini colorate stampate sulle confezioni dei prodotti.

Sappiamo che troppi grassi fanno male, che le farine sono dannose, che i latticini provocano innumerevoli malattie, che la carne è piena di ormoni e intrisa della paura degli animali condotti al macello.

Ma, grazie a un meccanismo patologico chiamato: rimozione, possiamo dimenticare queste informazioni e comprare ogni genere di alimento, lasciando che il nostro corpo si deteriori progressivamente mentre tamponiamo i sintomi con tante pastigliette colorate, studiate apposta per sostenere una cronica dipendenza dal cibo e dalle medicine.

L’informazione ufficiale, ovviamente, non ne parla!

E i tanti studi che evidenziano le correlazioni tra l’alimentazione e le malattie che affliggono la nostra vita moderna, sono abilmente sepolti sotto una coltre di luoghi comuni, volti a mantenere in piedi il mercato alimentare e i guadagni delle case farmaceutiche.

L’insensatezza è la patologia evidente di una società che scrive: “NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE” sui pacchetti delle sigarette e poi ne consente la vendita, guadagnandoci sopra grazie al monopolio di stato.

Non sorprende che sia spacciata per sana e salutare un’alimentazione che conduce alla decadenza del corpo e alla malattia.

Scoprire l’imbroglio commerciale che tiene in piedi la vendita di tanti prodotti tossici, genera un senso di sfiduciata impotenza.

Un’insidiosa e invisibile depressione permette all’incoscienza di dilagare nella psiche, facendo sì che la malattia e la morte siano: inevitabili conseguenze degli anni che passano, invece che segnalare un danno a carico delle nostre scelte di vita.

Uccidersi un poco alla volta divorando cibo nocivo è la scelta che tante persone portano avanti (più o meno consapevolmente), convinte che: 

“Intanto… di qualche cosa si deve pur morire!”

e che: 

“Si vive una volta soltanto!”.

E dimentiche che il benessere è la conseguenza di scelte responsabili e consapevoli ma, soprattutto, di una condivisione fraterna profonda e capace di accogliere la fragilità, invece che annegarla in un mare di sapori senza sostanza.

Carla Sale Musio

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Mag 03 2014

SOLITUDINE, SENSIBILITA’… E SALUTE MENTALE!!

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Il bisogno di stare da soli è visto spesso come il sintomo di una patologia sociale.

Nell’immaginario collettivo la solitudine segnalerebbe la difficoltà a condividersi con gli altri e perciò una problematica, più o meno grave, nella socializzazione.

Ma nella realtà psichica, la capacità di stare in compagnia di se stessi è il risultato dell’ascolto del proprio mondo interiore, e si raggiunge con l’esperienza e con la saggezza.

I bambini, infatti, hanno costantemente bisogno di qualcuno che si prenda cura di loro aiutandoli ad affrontare le difficoltà della vita e, solo col tempo, imparano a darsi autonomamente ciò di cui hanno bisogno, senza ricorrere al sostegno degli adulti.

Ma, oltre ad essere una conquista dell’età adulta, la capacità di stare da soli è un presupposto indispensabile dell’equilibrio emotivo e della salute mentale.

L’empatia, l’altruismo e la generosità, infatti, spingono a prendersi cura dei bisogni degli altri come se si trattasse dei propri, causando spesso una sorta di sordità nei confronti del proprio sé.

In questo modo, tante persone empatiche, altruiste e generose, finiscono per essere assorbite dalle necessità di chi hanno intorno, dimenticandosi di dare anche a se stesse la medesima attenzione partecipe e attenta.

Passare del tempo in solitudine, perciò, diventa una medicina capace di ristabilire il contatto con la propria verità e con i propri bisogni, l’antidoto alla fuga dal proprio mondo interno.

Il desiderio di stare in compagnia, infatti, oltre a essere un’espressione naturale e spontanea del voler bene e del condividersi, può diventare un mezzo per evadere (più o meno inconsciamente) dai propri problemi.

Drogandosi con innumerevoli impegni sociali, molte persone sfuggono l’ascolto di sé e attuano una rigida censura nei confronti del proprio mondo interno.

Chi possiede una personalità creativa è naturalmente dotato di un radar emotivo, una sorta di antenna invisibile che coglie costantemente gli stati d’animo di tutti, anche quando la mente non è attenta e magari, apparentemente, è concentrata su altro.

Queste persone vivono immerse nella percezione (inconscia) delle emozioni degli altri e spesso accusano una quantità di sintomi che sono la conseguenza di questo sovraffollamento interiore.

Una grande empatia funziona proprio come un radar che capta i vissuti di quanti abbiamo intorno, intrecciandoli con i vissuti personali e portandoci a confonderli con i nostri.

Quando questo afflusso d’informazioni supera una certa soglia, infatti, diventa difficile distinguere i propri stati d’animo da quelli degli altri e la mescolanza che ne deriva genera spesso un senso di malessere, una sofferenza imprecisata e diffusa, difficile sia da identificare che da risolvere.

Può trattarsi di spossatezza, di irrequietezza o di un senso d’ineluttabile sfiducia nella vita… stati emotivi che evaporano soltanto quando restiamo da soli per un tempo sufficiente a strizzare la spugna, cioè a spurgare dal mondo interno tutto ciò che non ci appartiene e che lo inquina.

La solitudine, infatti, consente di drenare le emozioni estranee ritrovando pian piano il contatto con la propria interiorità.

L’incontro con se stessi e con i propri bisogni ripristina le energie creative e rivitalizza la personalità caricandola di entusiasmo.

Avere una personalità creativa porta a sentire periodicamente la necessità di passare del tempo in solitudine ed è importante organizzare la vita nel rispetto di questa esigenza d’isolamento, senza scambiare per patologia il desiderio, sano e maturo, di stare in compagnia di se stessi.

In tutte le persone naturalmente dotate di empatia, il bisogno di solitudine affianca la socialità ed è un’espressione della salute mentale e della necessità di equilibrare l’ascolto degli altri con l’introspezione e la conoscenza di sé.

* * *

Benedetta non sa perché ma, ogni volta che entra in un centro commerciale, sta male. La testa comincia a ronzare, le gambe le diventano molli e si sente sul punto di svenire.

Di solito però non perde i sensi e, nonostante il malessere, si trascina da un reparto all’altro per portare a termine i suoi acquisti.

Poi si accascia in macchina per almeno mezz’ora, prima di potersi rimettere alla guida per tornare a casa.

Oramai il suo è un appuntamento fisso, le basta entrare in qualche luogo affollato per sentirsi male.

In un primo momento ha pensato che potesse trattarsi di attacchi di panico e ha consultato un neurologo, ma il medico che l’ha visitata non ha trovato niente di rilevante e l’ha congedata consigliandole soltanto di riposarsi un po’.

Gli amici le ripetono che la sua è tutta suggestione e che dovrebbe cercare di distrarsi pensando ad altro, ma lei sostiene, invece, che fare shopping è una distrazione! E che il malessere si ripresenta ogni volta, soprattutto quando non ci sta pensando!

* * *

Silvana, da quando ha trovato lavoro, soffre di una fastidiosa forma d’ansia.

Ha intrapreso diverse terapie, psicologiche e farmacologiche, ma senza risultati efficaci.

E’ stata assunta in un centro di ricerca e trascorre la maggior parte della giornata lavorando fianco a fianco con i colleghi d’ufficio.

Poiché il centro rimane aperto anche il sabato e il suo tempo libero è poco, la sera è diventato il momento dedicato agli amici e perciò raramente cena da sola a casa.

Nella pausa di pranzo, invece, ne approfitta per mangiare qualcosa insieme ai genitori e ai suoi numerosi fratelli e sorelle.

Silvana passa la maggior parte del tempo insieme a tanta gente.

Non sta da sola nemmeno la notte perché, per risparmiare sulle spese, divide la stanza con un’amica.

L’ansia però non la abbandona mai, rendendo difficile la sua vita.

* * *

Fabrizio è un ragazzo simpatico e socievole, e tutti ricercano la sua compagnia.

Per non scontentare nessuno, ma soprattutto perché ama stare con gli altri, Fabrizio si lascia trascinare a vedere ogni genere di film… solo che poi la notte non riesce a dormire!

Davanti a certe immagini, infatti, rimane profondamente colpito e rivive per giorni le emozioni che il cinema gli ha suscitato.

Fabrizio sa che un certo tipo di spettacoli lo impressiona profondamente, proprio come se si trattasse di fatti realmente avvenuti, ma si vergogna di questo suo modo di essere e, giudicandosi inadeguato e infantile, si sforza ogni volta di essere diverso.

Senza riuscirci.

* * *

BenedettaSilvana e Fabrizio hanno una personalità creativa caratterizzata da una grande capacità di cogliere gli stati d’animo, sia quando gli altri sono realmente presenti che quando, invece, sono attori in un film.

L’inconscio, infatti, quando si tratta di emozioni, non fa differenza tra la finzione e la realtà.

Il  malessere di Benedetta, l’ansia di Silvana, l’angoscia di Fabrizio, sono la conseguenza di un mancato riconoscimento delle caratteristiche della loro personalità e di una scarsa considerazione dei propri bisogni interiori.

Passare tanto tempo in mezzo alla gente, o davanti a immagini molto coinvolgenti, infatti, provoca nel mondo interno un sovraffollamento emotivo e, per ritrovare la serenità e l’equilibrio interiore, ognuno di loro ha bisogno di rispettare maggiormente il proprio desiderio di solitudine.

Solo così, infatti, l’inconscio può finalmente liberarsi dei contenuti che non gli appartengono e ripristinare il contatto con la propria verità individuale, indispensabile per ritrovare la serenità, l’entusiasmo, l’equilibrio emotivo e la salute mentale.

Carla Sale Musio

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Apr 27 2014

SENSIBILITA’

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Si chiama sensibilità ed è l’arma più rivoluzionaria del pianeta.

Chi la possiede non sempre ne comprende il valore.

Ma è solo grazie a lei che il mondo potrà finalmente diventare un posto migliore.

La sensibilità è la capacità di vivere il dolore di un altro come se fosse il proprio.

E’ lo strumento che permette di identificare i soprusi e la violenza anche quando non ci riguardano direttamente.

E’ il radar che segnala le cose che non vanno per il verso giusto.

E’ il bisogno di mettere fine ai conflitti per creare equilibrio e opportunità uguali per tutti.

E’ un dono di saggezza, di comprensione e di reciprocità.

La sensibilità è un principio di uguaglianza, fraternità e amore che prende forma nell’anima di chi la possiede.

Perciò le persone sensibili sono creature speciali, dotate di una grande umanità, pronte a difendere i più deboli e a combattere le ingiustizie per portare nella vita un messaggio di rispetto, di condivisione e di accoglienza per tutto ciò che vive.

Ma in questa nostra società malata di prepotenza, la sensibilità è invisa.

Al suo posto coltiviamo la durezza, l’arroganza e il cinismo.

Così, chi ha il cuore tenero, spesso si sforza di nascondere i sentimenti dietro una maschera d’imperturbabilità, nel tentativo di apparire tutto d’un pezzo, sprezzante o indifferente davanti alle sofferenze che non gli appartengono.

Purtroppo (o per fortuna), però, per le persone sensibili, questo distacco è un compito irrealizzabile!

La capacità di sentire dentro di sé la sofferenza degli altri impedisce al cinismo di prendere piede nella personalità e costringe a scelte che spesso sono in antitesi con le esigenze personali.

(Scelte rivolte al vantaggio di tutti e non ai privilegi di pochi)

E’ in questo modo che gli uomini e le donne sensibili vanno incontro alla derisione e al disprezzo da parte di chi si fa forte dell’opinione della maggioranza per giustificare l’egoismo e l’indifferenza.

“Pensa per te e smetti di preoccuparti per tutto, non puoi mica cambiare il mondo!”

Ripetono, scrollando la testa con commiserazione i sicuri di sé, gli intoccabili del successo e della carriera, i senza scrupoli, quelli che hanno capito come si vive e come salvarsi la pelle in tutte le situazioni.

Ma per chi è dotato di sensibilità, l’indifferenza è una strada preclusa.

Una grande accoglienza interiore riempie la vita con le emozioni di tutti, perciò queste persone non riescono a sentirsi bene se anche gli altri non stanno bene.

E’ in questo modo che, nella nostra società, la sensibilità complica la vita delle persone, creando imprevisti, incomprensioni, polemiche e derisione.

L’amore non è normale.

E’ vero.

Avere un cuore significa ascoltare la voce dell’anima, prima del proprio egoismo, e dare forma a un mondo in cui ci sia spazio per tutti.

Davvero.

Le persone sensibili portano avanti le loro scelte di disponibilità, solidarietà e partecipazione, nonostante i risolini ironici e le battute dei furbi.

E, a dispetto del consumismo, dell’egoismo e della prepotenza, compiono ogni giorno una piccola grande rivoluzione.

Una rivoluzione muta, ma inarrestabile e determinata, che capovolge i presupposti della nostra civiltà per fare spazio ai sentimenti e ridare valore a ogni vita.

Pionieri di una società migliore, le persone sensibili reggono sole il peso del proprio sentire profondo, e silenziosamente costruiscono con tenacia un mondo nuovo.

Fondato sull’amore. 

Finalmente.

* * *

Elisabetta sta andando a lezione quando scorge sul ciglio della strada un piccolo gabbiano disorientato e con un’ala sporgente.

E’ primavera e i pulcini stanno imparando a volare ma purtroppo quando perdono la planata è difficile per loro riprendere il volo insieme agli altri…

Il gabbianino cammina indeciso lungo il guard rail, guardandosi intorno in cerca di aiuto.

Le piume ancora maculate segnalano la sua giovane età.

Le auto sfrecciano veloci senza accennare a fermarsi.

Nessuno sembra notare quella presenza piumata e insolita in mezzo al traffico cittadino.

Elisabetta è in ritardo e non si ferma.

“Devo andare a lezione e ho già troppi animali!”

Ripete tra sé come un mantra, pensando ai cani e gatti che complicano la sua organizzazione quotidiana tra lavoro e lezioni all’università.

Cerca di infondersi un po’ di sano cinismo.

Stringe i pugni intorno al volante.

Ma è tutto inutile!

Quello sguardo smarrito le è entrato dentro come una lama nel burro.

Così gira la macchina e torna indietro.

Con pazienza avvicina il pulcino e cerca di immobilizzarlo senza fargli male, evitando i suoi colpi di becco spaventati e nervosi.

Farà tardi a lezione… o forse non ci andrà … ma come si può condannare a morte qualcuno solo perché si è di fretta e il mondo non rallenta la sua corsa?

“Peggio per il mondo! Una vita senza amore non è vita…” pensa tra sé Elisabetta, mentre cerca di capire a chi rivolgersi per aiutare quel piccolino e con pazienza compone ad uno ad uno i numeri del pronto soccorso per gli animali…

* * *

Sergio è un omone tutto di un pezzo.

Lavora in un grande magazzino tessile e la sua giornata è sempre piena di scadenze, d’impegni e di cose da fare.

Quando esce dall’ufficio è già tardi e vorrebbe soltanto riposare in silenzio, ma oggi non sembra proprio la giornata giusta per questo genere di programmi.

Infatti, non fa a tempo a varcare la soglia di casa che si trova davanti uno spettacolo insolito.

Moglie e figlia, in piedi sul tavolino dell’ingresso, abbracciate e urlanti gli indicano terrorizzate qualcosa sul pavimento.

“Ammazzala! Ammazzala!! Ammazza la blatta! Ammazza quell’orribile bestia!!” gridano in coro, in preda al panico, indicando terrorizzate un grosso scarafaggio che corre velocissimo rasente al muro.

Sergio non prova schifo ma l’idea di uccidere lo fa sentire peggio di un boia e per lui è impraticabile.

Perciò, armatosi di un contenitore di plastica, comincia una caccia ecologica, incurante delle proteste di sua moglie e di sua figlia che invocano la morte istantanea dell’insetto.

Imperterrito, nonostante la stanchezza e il bisogno di silenzio, Sergio porta avanti la sua missione di pace, tra le urla e l’agitazione generale… e quando finalmente riesce nell’impresa, esce di casa e libera il piccolo animale sul marciapiede, nonostante le proteste dei parenti…

* * *

Giulia non mangia la carne, il pesce, le uova, il formaggio e i latticini, non porta scarpe di pelle, non indossa cose di lana né, tantomeno, di pelliccia…

Gli amici la prendono in giro.

“Sei fissata!!! Non puoi vivere così! Il tuo è fanatismo!”

E Giulia si sente un’aliena, in mezzo a tanta gente che la deride perché cerca di vivere la sua vita senza infliggere sofferenza.

Ha provato a far finta di niente e a non chiedersi sempre quale sia la provenienza delle cose… ma è stato inutile!

Farsi domande è più forte di lei.

Così si complica la vita, cercando di non comprare prodotti che comportino lo sfruttamento di altri esseri viventi, di non calpestare le formiche, di salvare le lumache che incontra sul marciapiede quando piove, di lasciare, d’inverno, le briciole sul davanzale a disposizione degli uccellini e, in estate, di mettere fuori dalla porta di casa i contenitori con l’acqua per gli animali randagi…

Vive con poco ma spende molto.

Perché, in questo nostro mondo malato, le cose prive di sofferenza sono rare e costano di più.

Carla Sale Musio

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Mar 16 2014

LA SENSIBILITA’ E’ INVISIBILE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La sensibilità non si può toccare.

Si esprime nell’ascolto e nell’accoglienza.

Si annienta nell’indifferenza e nella crudeltà.

La sensibilità è la capacità di vivere con empatia e di sentire dentro di sé emozioni, sensazioni e stati d’animo, propri o degli altri.

La sua energia è invisibile eppure è un’arma così potente da trasformare il mondo.

La sensibilità, infatti, ci rende forti, in grado di accogliere il dolore e di affrontare la diversità senza averne paura.

Le persone sensibili, perciò, hanno una marcia in più, sanno stare in ascolto della propria anima e sanno stare insieme con gli altri, condividendo la vita senza rinunciare alla propria unicità.

Purtroppo però l’anestesia emotiva che abbiamo messo in atto da bambini per non essere travolti dal dolore, annienta queste potenzialità lasciandoci aridi e privi di entusiasmo, vittime di un’imperturbabilità che si nutre dell’indifferenza e del cinismo.

Rinunciare alla sensibilità priva la vita dell’entusiasmo e della creatività che derivano all’ascolto dei sentimenti, e ci costringe a vivere rinchiusi dentro una maschera di freddezza.

In questa nostra società malata ci vuole molto coraggio per permettersi di riconoscere pienamente le emozioni, affrontando la realtà interiore senza nascondere le cose che non ci piacciono ma anzi, osservandole per poterle cambiare.

La sensibilità è un bene prezioso che apre il cuore e la mente permettendo a ciascuno di noi di comprendere il valore di ogni vita e di scoprire realtà diverse.

Accogliere il suo potere misterioso è la via che conduce alla conoscenza di se stessi e degli altri, e permette di  creare comunione e condivisione. Nell’uguaglianza come nella diversità.

Accettare questa impalpabile e misteriosa energia nella nostra vita, però, presenta spesso delle difficoltà perché, insieme all’entusiasmo e alla vitalità, porta con sé anche la consapevolezza della sofferenza che abbiamo vissuto  e che abbiamo voluto dimenticare nello sforzo di diventare grandi, maturi e… distaccati.

Ascoltare quel dolore rimosso significa sperimentare di nuovo le angosce vissute nell’infanzia mentre, in passato, cancellarne completamente le tracce e ammutolire la sensibilità fino a spegnerne l’esistenza in se stessi, è stato l’unico modo per non impazzire.

Riaprire la porta della consapevolezza alle sensazioni e ai ricordi fa paura, anche quando si tratta di esperienze che noi stessi abbiamo vissuto e che potrebbero trovare una soluzione soltanto nell’accoglienza e nella comprensione.

Questa chiusura difensiva preclude la possibilità di vivere una vita soddisfacente e conduce inevitabilmente alla depressione.

Quando siamo molto piccoli, infatti, sfuggire il dolore, anestetizzando le nostre percezioni emotive, ci consente di sopravvivere rinviando ad una maggiore maturità l’ascolto delle emozioni e la comprensione del significato delle esperienze.

Da adulti, però, questo meccanismo di difesa narcotizza il cuore creando l’illusione di aver superato i traumi, e impedisce il raggiungimento di una reale maturità rendendoci schiavi delle tante maschere che siamo costretti a indossare per sfuggire la memoria delle sofferenze vissute.

Entrare in contatto con la sensibilità significa perciò lasciar emergere le ferite per poterle medicare e riprendere finalmente in mano le redini della vita, ritrovando, insieme al dolore, anche l’entusiasmo che appartiene ai bambini.

Al contrario, negare il potere dell’emozione e dell’empatia ci rende vuoti e soli, vittime di un conformismo indispensabile all’occultamento delle verità individuali.

La sensibilità, infatti, ci costringe a guardare in profondità dentro noi stessi e rivela la vera natura di ciascuno, senza giudizi e con sincerità.

Dall’ascolto di questa profonda autenticità interiore scaturisce la possibilità di esprimere pienamente se stessi realizzando la missione che siamo venuti a svolgere nel mondo.

Gli esseri umani sono naturalmente portati a condividersi con gli altri e, proprio per soddisfare questa loro innata socialità, la vita li ha dotati di sensibilità e di empatia.

La sensibilità è il fine e lo strumento di una società basata sull’ascolto e sull’accoglienza.

Aprendosi con coraggio alla sua preziosa energia è possibile superare le barriere del cinismo, dell’individualismo e dell’egoismo e realizzare un mondo capace di accogliere le differenze e di riconoscerne il valore rispettando l’unicità di ogni vita.

Carla Sale Musio

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Ott 23 2011

Le personalità creative: DEVONO SELEZIONARE IL CLIMA EMOTIVO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Chi possiede una personalità creativa è sempre un ascoltatore sensibile, capace d’immedesimarsi nei vissuti degli altri e di capirne le ragioni e le motivazioni.

Tuttavia, per queste persone è preferibile selezionare i contenuti in cui s’immergono in modo da evitare a se stessi inutili sofferenze.

Infatti, proprio perché la loro empatia è molto sviluppata, il clima emotivo li assorbe completamente.

Per questi caratteri, sempre partecipi e attenti al presente, non fa differenza che si tratti di un film o di una realtà drammatica.

La psiche vive le emozioni con la stessa profonda intensità.

E ne può portare le tracce… a lungo.

Sono persone che si commuovono e soffrono anche davanti a un contenuto inventato o a qualcosa che non potrà mai riguardarli personalmente e, per non traumatizzare inutilmente il loro sofisticato strumento di conoscenza emotiva, è meglio valutare l’opportunità di assistere a film, spettacoli o racconti drammatici.

UN FILM DI GUERRA

Giorgio è andato a vedere un film con gli amici.

All’uscita dal cinema si sente come svuotato.

L’entusiasmo che aveva prima di entrare è scomparso e ha voglia unicamente di starsene solo.

Vorrebbe tornare a casa ma il gruppetto decide per una pizza.

Giorgio non se la sente di fare l’orso andandosene via.

Così, con poca convinzione, accetta l’idea della pizza.

Al ristorante il malumore non gli passa.

Nemmeno quando si arriva al dolce.

Se la prende con se stesso per aver accettato l’invito.

E se la prende con gli amici che, per tirarlo su, lo coinvolgono in dialoghi e scherzi cui non ha voglia di partecipare.

Incolpa il tempo e il compito d’inglese.

Però, in cuor suo, sa bene che non è così.

E circa un mese dopo, si presenta sconfortato nel mio studio per avere un aiuto.

“Sono troppo sensibile,” mi dice, arrabbiandosi con se stesso “forse dovrei prendere dei farmaci! Nessuno dei miei amici, guardando un film reagisce come me. E’ tutto finto, lo so benissimo! Eppure non riesco a togliermi quelle scene dalla testa. Mi tornano in mente in continuazione, persino mentre dormo!”

Giorgio ha diciassette anni.

Per lui è molto importante poter andare al cinema con gli amici.

Ma la sua personalità creativa lo costringe a selezionare i film da vedere.

Il film che ha visto poco tempo fa, è un film di guerra in cui ci sono delle scene di tortura.

E’ un film per tutti e le scene drammatiche non sono state troppo esplicite.

Però, agli occhi di Giorgio, sono apparse talmente reali da lasciarlo scosso per diversi giorni.

La sua capacità empatica lo porta a sentire dentro di se il dolore degli altri. Come se fosse il suo.

Le scene di tortura sono realmente avvenute dentro al suo mondo interiore.

Per lui è stato come assistere a delle torture reali.

E la considerazione che “… tanto è una finzione cinematografica!”, purtroppo non alleggerisce nemmeno un po’ la sua sofferenza.

Per questo suo modo di essere, Giorgio dovrà stare sempre attento a quello che sceglie di guardare.

La personalità creativa lo rende altruista e adatto a tutte le professioni sociali, ma dovrà avere cura di non sottoporre se stesso a torture inutili.

Non significa che non potrà andare al cinema.

Vuol dire che dovrà tenere presente che il suo coinvolgimento e la sua partecipazione emotiva sono superiori alla media.

Chi ha la pelle chiara non pretende di esporsi al sole senza protezione, come se avesse la pelle scura.

Allo stesso modo chi ha una personalità creativa deve usare degli accorgimenti quando si espone ai contenuti emotivi.

Tutto qui.

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