Set 15 2013

PSICOFARMACI NATURALI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Attacchi di panico, ansia e depressione sono le sofferenze psicologiche più diffuse e invalidanti di questo periodo storico.

Chi ne soffre è costretto a vivere una vita ritirata e, progressivamente, sempre più limitata e priva di stimoli.

In questi casi, infatti, il corpo si rifiuta di compiere le normali attività quotidiane e subisce l’influenza di una psiche impazzita, esausta e terrorizzata, che rileva pericoli inesistenti, in situazioni comuni e normalmente del tutto innocue.

Le paure fanno del corpo una vittima della mente e lo paralizzano fino a renderlo apatico e insensibile.

Esiste un legame profondo e inscindibile tra il corpo e la mente.

Un legame che va sempre rispettato se si vuole mantenere lo stato di salute e il benessere che dovrebbe essere naturale in tutti gli esseri viventi.

Un legame che la nostra cultura tende a frantumare, dividendo la percezione che abbiamo di noi stessi e creando le premesse per quella sensazione di estraneità e scissione, che provoca tanta sofferenza mentale.

Invece che essere un tutt’uno indistinto, la mente e il corpo, separati arbitrariamente, diventano due aspetti contrapposti della nostra identità.

E proprio da questa contrapposizione hanno origine molte problematiche psicologiche.

Da una parte, infatti, troviamo la mente; con i pensieri, il ragionamento, la logica, i sogni e le fantasie.

Dall’altra, abbiamo il corpo; con i bisogni, le sensazioni e tutte quelle rappresentazioni sociali di genere, status, ceto, eccetera, che gli vengono attribuite in base a criteri arbitrari e culturali.

La nostra società, basata sull’apparire e sul nascondere più che sulla verità, tende a rivestire il corpo di orpelli negandone l’intelligenza, come se si trattasse di un manichino e non di un essere dotato di vita.

Considerato alla stregua di un oggetto, privato di coscienza e d’intelligenza, il corpo diventa soltanto uno strumento al servizio della mente.

Ci si dimentica, però, che corpo e mente sono aspetti interconnessi di una stessa realtà e insieme danno forma alla nostra esperienza di vita.

Perciò: se il corpo sta male anche la mente sta male, se il corpo è immobilizzato anche la mente è immobilizzata, se il corpo è dolorante anche la mente è dolorante, se il corpo muore anche la mente muore. 

Insomma, è vero proprio il contrario di quello che si pensa comunemente.

Il corpo condiziona la mente quanto la mente condiziona il corpo, entrambi si scambiano informazioni preziose per la vita, entrambi esprimono la stessa intelligenza.

E’ per questo che, quando il corpo è reso prigioniero di una psiche cui impropriamente si è conferito lo scettro del comando, si creano le premesse della malattia e della sofferenza.

Immobilizzato, asservito e drogato, il nostro povero corpo deve imparare a non disturbare.

Per ridurlo al silenzio lo costringiamo a ingurgitare una gran quantità di sostanze tossiche (che impropriamente chiamiamo cibo) e lo travestiamo con abiti scomodi ma alla moda, come se fosse una statua di cera priva d’iniziativa e di vitalità.

Non c’è da stupirsi che finisca per sottomettersi alla dittatura di una mente dispotica e impazzita.

In questo modo l’equilibrio naturale finisce per essere irrimediabilmente distrutto dal nostro stile di vita… umano.

Il maltrattamento che agiamo ai danni del corpo (spesso senza nemmeno rendercene conto) è il maggiore responsabile dell’ansia, della depressione e degli attacchi di panico.

E, per liberarci da questi stati di sofferenza, è fondamentale ripristinare un esercizio adeguato della fisicità.

Il corpo, infatti, è dotato di una profonda intelligenza e ricostituisce automaticamente il benessere generale della persona, quando è messo in condizioni di esprimere la propria vitalità e la propria creatività.

“Mens sana in corpore sano” sostenevano i latini. E avevano ragione.

La cura dell’ansia, della depressione, degli attacchi di panico, deve partire dalla riattivazione di un adeguato ascolto della corporeità e da una sana e regolare attività fisica, senza la quale né la psicoterapia, né gli psicofarmaci possono avere successo.

Il movimento, infatti, induce il corpo a produrre endorfine, gli ormoni del piacere, una droga naturale, sana, biologica e a costo zero!

 

Ma cosa sono le endorfine?

 

Le endorfine sono dei neurotrasmettitori, dotati di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio, in grado di procurare stati di benessere proprio come le droghe e gli psicofarmaci, ma senza avere nessun effetto collaterale.

Parliamo, infatti, di sostanze naturali prodotte spontaneamente dal corpo per mantenere inalterato il suo stato di salute.

Studi scientifici hanno dimostrato che l’attività fisica continuativa provoca una sorta di dipendenza dalla sensazione di euforia che fa seguito al rilascio delle endorfine da parte dell’ipofisi.

Le endorfine proprio come le droghe e gli psicofarmaci, causano dipendenza.

Una dipendenza funzionale al mantenimento della salute e del benessere.

Tutti gli sportivi sperimentano questa dipendenza, sana e naturale, dall’attività fisica e, dopo un certo tempo di allenamento, entrano spontaneamente in uno stato di benessere, come se avessero assunto degli oppiacei.

Durante l’esercizio fisico di una certa durata (in genere non inferiore ai trenta minuti di sforzo leggero ma continuativo) le endorfine agiscono come gli psicofarmaciregalandoci un naturale stato di serenità.

Si tratta però di psicofarmaci che non hanno bisogno di ricetta medica, privi di effetti collaterali e di tossicità!

 

Uno sballo salutare!

 

Il termine Runner’s High (letteralmente: sballo del corridore) indica proprio la sensazione di entusiasmo e positività riscontrata da molti atleti durante e dopo la pratica sportiva.

Una sensazione che si prolunga ben oltre gli allenamenti e che permette di mantenere il benessere fisico e mentale, regalandoci quella soddisfazione a vivere tipica della salute.

Purtroppo però, il nostro stile di vita, eccessivamente sedentario, priva il corpo delle sue naturali risorse di guarigione rendendolo vittima di una mente fuori equilibrio proprio a causa di questa separazione arbitraria e forzata. 

Per mantenere il benessere e superare la sofferenza mentale, perciò, è indispensabile svolgere un’attività fisica quotidiana, in modo da permettere al corpo di agire le sue funzioni terapeutiche e curative e di produrre le sostanze necessarie alla salute.

Fisica e mentale.

Carla Sale Musio

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Ago 01 2013

UN WEEKEND SENZA FIGLI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’armonia nella coppia è il presupposto su cui si fonda il benessere della famiglia.

Quando il papà e la mamma vanno d’accordo, tutte le cose sembrano andare magicamente per il verso giusto.

Quando invece marito e moglie sono in conflitto, la vita familiare ne risente moltissimo e spesso sono proprio i più piccoli a farne le spese.

Il clima teso, le discussioni e i litigi dei grandi si ripercuotono sul clima familiare e generano irritazione, instabilità e insicurezza.

E’ facile, allora, che qualcuno dei figli presenti sintomi apparentemente inspiegabili. Malesseri, ansie, paure o fobie che, impropriamente attribuite alle vicende individuali, segnalano, invece, una disfunzione all’interno del sistema familiare.

In questi casi la cura dei sintomi dovrà comprendere l’intera famiglia, e non soltanto chi si rende inconsciamente portavoce del disagio di tutti.

La fonte di quella sofferenza, infatti, ha le sue radici nelle incomprensioni tra i genitori.

Succede spesso che, dopo la nascita dei figli, marito e moglie sacrifichino la loro intesa sull’altare delle innumerevoli mansioni da sbrigare, ritrovandosi a non avere più tempo da dedicare a se stessi e alla loro intimità.

In questo modo, purtroppo, il sogno di avere una famiglia finisce per trasformarsi nell’incubo di una quotidianità fatta principalmente di doveri e di recriminazioni.

Per ritrovare l’equilibrio e ripristinare l’intesa, i genitori hanno bisogno di spogliarsi delle tante maschere, costruite nel tentativo di far fronte alle difficoltà e di evitare i problemi, e di mostrarsi l’uno all’altro con sincerità e autenticità.

Non sempre questo è facile.

La nudità dell’anima spaventa molto più della nudità del corpo e la vergogna della propria verità spinge a nascondersi dietro un’apparente indifferenza, generando incomprensioni, malumori e solitudine nella coppia.

E’ importante ritrovare lo scambio, il confronto, la fiducia e la voglia di stare insieme, perché soltanto così è possibile tenere vivo il dialogo  indispensabile all’amore, e dare nuova linfa al rapporto tra marito e moglie.

Ma per far questo è necessario un tempo in cui potersi guardare, raccontare, odiare, amare… senza l’intromissione dei bambini, dei parenti, degli amici e dei tanti impegni che costellano la vita di una famiglia.

Un tempo in cui rivelare all’altro le proprie insicurezze e le proprie paure.

Un tempo in cui stare in silenzio insieme.

Un tempo in cui guardarsi e riconoscersi.

Un tempo in cui capirsi e rispettarsi.

Un tempo per ridecidere la vita insieme.

Un tempo prezioso per ritrovare la complicità e l’entusiasmo, necessari alla vita familiare.

Quando il papà e la mamma si vogliono bene, anche le divergenze tra loro funzionano bene e i figli crescono con più opportunità e meno paure.

Ma, per raggiungere quest’obiettivo, occorre programmare dei momenti in cui i genitori possano stare insieme e coltivare l’intimità.

Un tempo senza i figli. E per i figli.

M

UN WEEKEND DA SOLI

M

Un weekend da soli è una buona medicina che aiuta i genitori a coltivare l’armonia insieme e fa crescere felici i bambini.

Troppe volte le mamme e i papà sono portati a credere di dover condividere con i loro figli ogni momento libero, dimenticandosi di essere una coppia, oltre che un padre e una madre.

E’ vero, la nostra organizzazione quotidiana è piena di cose da fare, il lavoro porta via una gran fetta di tempo e i momenti da trascorrere tutti insieme sono rari e preziosi.

Ma, proprio per i figli, è necessario possedere una buona intesa di coppia, evitando che i bambini si trovino eccessivamente al centro della vita familiare e diventino l’unico fulcro dell’unione tra i genitori.

La responsabilità del rapporto tra la mamma e il papà non può essere messa sulle spalle dei figli.

I piccoli devono sapere che i genitori sono presenti nella loro vita, ma devono anche avere la certezza che il loro rapporto può bastare a se stesso e che non si fonda esclusivamente sulla genitorialità.

Solo così si sentiranno liberi di crescere e di seguire le proprie passioni senza il timore di abbandonare i genitori. 

Partire ogni tanto, da soli, significa rassicurare i figli che la mamma e il papà non hanno sempre bisogno di loro, e fornisce il modello di una coppia che funziona.

Consente ai bambini di fare l’esperienza di stare senza genitori per un po’ e di sperimentarsi in situazioni nuove:

  • con la baby sitter…

  • dai nonni…

  • dagli zii con i cuginetti…

  • a casa dell’amico del cuore…

In queste occasioni i bambini trascorrono qualche giorno in famiglie differenti dalla propria e sperimentano  regole e modi diversi di stare insieme, imparando a gestire situazioni nuove e verificando la propria autonomia.

Così mentre la mamma e il papà trascorrono i loro momenti insieme, i piccoli collaudano la propria indipendenza e muovono i primi passi sulla strada del diventare grandi e della libertà.

M

RACCOMANDAZIONI AI GENITORI


Se decidete di partire per un weekend da soli:

  • avvertite i bambini un po’ prima, in modo che possano prepararsi psicologicamente alla nuova esperienza

  • ascoltate le loro proteste, se ce ne sono, e spiegate la vostra necessità di stare insieme da soli come fanno gli innamorati”

  • fate in modo che i bambini trascorrano il tempo della vostra assenza in una situazione divertente e piacevole per loro

  • evitate di telefonare in continuazione per sapere come stanno i figli

  • affrontate la vostra ansia nel ritrovarvi soli e cercate di non parlare esclusivamente dei figli

  • accettate le difficoltà che ci possono essere nello stare insieme da soli e provate a parlarne tra di voi con sincerità

  • permettetevi di affrontare i conflitti che esistono nel vostro rapporto

  • godetevi il tempo che vi siete dedicati, senza sentirvi in colpa come se fosse un tempo rubato

Nel corso dell’anno, quattro o più weekend da soli costituiscono una buona terapia di coppia e un buon ricostituente della vita familiare.

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Lug 15 2013

NON VOGLIO DIVENTARE GRANDE!

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Ci sono delle situazioni in cui diventare grandi può far paura e i bambini, preoccupati all’idea che crescere sia troppo difficile e pericoloso, si rifugiano in atteggiamenti infantili che avevano già superato.

In quei momenti mettono in atto comportamenti regressivi che stimolano i loro ricordi di protezione, fiducia e sicurezza e che li fanno sentire al riparo dalle burrasche della vita.

Generalmente questo succede nelle situazioni difficili:

  • quando nasce un fratellino

  • quando si avventurano per la prima volta da soli nel mondo (a scuola, in viaggio, a casa di amici o parenti, ecc.)

  • quando la famiglia attraversa un momento critico

  • quando muore una persona o un animale caro

  • quando hanno bruciato le tappe della crescita un po’ troppo velocemente e le capacità fisiche e psichiche non sono ancora supportate dalle necessarie acquisizioni emotive

In tutte queste circostanze i bambini sentono la necessità di rifugiarsi nei vissuti ovattati e rassicuranti della primissima infanzia e spesso chiedono ai genitori di comportarsi con loro come quando erano ancora dei lattanti.

Vogliono il biberon, si succhiano il dito, insistono per essere tenuti in braccio, fingono di non saper parlare…

Di solito i genitori rimangono sconcertati davanti a queste richieste e, per paura di boicottare il naturale processo di crescita, tendono a non assecondarle cercando di distrarre i bambini con giochi diversi e più adeguati alla loro età.

In questo modo, però, non rassicurano i bambini che, intuendo la disapprovazione, nascondono i propri bisogni regressivi per concederseli in segreto quando nessuno li vede.

E’ importante sapere che la regressione fa parte della crescita e non sempre è un meccanismo di difesa patologico.

Tutti noi alterniamo momenti di cedimento a momenti di conquista, e passiamo attraverso dei ritorni al passato prima di lanciarci definitivamente in un cambiamento importante.

Capita quando decidiamo di smettere con un’abitudine dannosa, quando vogliamo chiudere una relazione che giudichiamo sbagliata, quando impariamo una lingua straniera, quando pratichiamo una nuova disciplina sportiva…

In tutte queste occasioni, il raggiungimento di una maggiore competenza è preceduto da un momento di confusione e d’incapacità. E’ un po’ come tornare indietro e prendere la rincorsa… per fare un balzo in avanti.

I comportamenti regressivi nei bambini, segnalano il bisogno di protezione e di sicurezza e possono essere uno strumento prezioso per recuperare un’infanzia che è mancata o che è trascorsa troppo in fretta.

Concedere dei momenti di regressione non significa bloccare lo sviluppo evolutivo.

Al contrario, può essere una risorsa per superare una stasi emotiva e riprendere a camminare con sicurezza nella vita.

E’ importante, però, che la regressione sia accettata dai genitori e vissuta insieme ai figli, come se fosse un gioco.

In questo modo si concede ai piccoli uno spazio infantile senza penalizzare la crescita e la maturità.

IL GIOCO DEL NEONATO

“Facciamo finta che tu eri ancora piccolo?”

Il gioco per i bambini è uno strumento naturale di acquisizione e di conoscenza e, in questo caso, permette ai genitori di circoscrivere i comportamenti regressivi in un intervallo di tempo prestabilito.

Nel “gioco del neonato”  la mamma o il papà propongono deliberatamente al bambino un salto nel passato, un ritorno al periodo in cui era ancora in fasce e totalmente dipendente.

In questo gioco ognuno interpreta se stesso nel tempo in cui il bambino era un lattante.

Durante tutta la durata del gioco, il piccolo è trattato come se fosse appena nato: cullato, tenuto in braccio, alimentato con il biberon, messo a dormire nella culla, ecc.

Si ripetono i gesti naturali della primissima infanzia.

L’adulto enfatizza i comportamenti regressivi del bambino, permettendogli di sperimentare una regressione ludica, lecita e condivisa.

E’ importante che i genitori stabiliscano con se stessi il tempo in cui sono disponibili ad assecondare la regressione del bambino e che non prolunghino il gioco oltre quel limite.

Infatti, è essenziale che partecipino al gioco con entusiasmo e senza sentirsi in ansia per i comportamenti infantili del figlio, al contrario devono essere proprio loro a proporglieli.

In questo modo si autorizza la regressione e si circoscrive nel tempo, permettendo al bambino di sperimentarla senza sensi di colpa e senza intaccare la sua maturità.

Una volta che il gioco si conclude, infatti, ognuno riprende i comportamenti abituali e consoni all’età.

Quando i piccoli hanno saturato i propri bisogni regressivi, interrompono spontaneamente questo genere di attività e riprendono a usare le capacità della loro età.

“Basta mamma, adesso sono grande!”

“No, dai… questo gioco mi ha stancato.”

“Giochiamo un altro giorno, ora sto disegnando…”

Frasi come queste segnalano che i bisogni regressivi sono stati superati e che la crescita ha ripreso il suo ritmo naturale.

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Mag 02 2013

IL FIGLIO MINORE

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Capita spesso durante l’adolescenza che il figlio piccolo sia anche quello che crea maggiori difficoltà in famiglia.

I genitori faticano a spiegarsi come mai le stesse modalità educative che in passato hanno funzionato bene con un figlio falliscano con un altro.

Soprattutto nelle famiglie di quattro persone (padre, madre e due figli) ci si può ritrovare intrappolati dentro a una sorta d’incomunicabilità generazionale in cui mamma e papà sono delusi e scoraggiati mentre il figlio piccolo si sente frainteso, trascurato e solo.

Di solito, la causa di queste incomprensioni è la diversa situazione psicologica che esiste tra i fratelli.

Il primo figlio, infatti, è quello che insegna ai genitori come essere padre o madre e, con il suo carattere e con i suoi comportamenti, da forma insieme a loro ad una sorta di modello educativo familiare, cioè a un modo abituale di fare relazione tra genitori e figli all’interno della famiglia.

E’ lui che stabilisce cosa sono i capricci e cosa è l’ubbidienza, è lui che contesta o accondiscende alle regole dei grandi e che, così facendo, definisce una normalità comportamentale alla quale poi anche il secondogenito si dovrà attenere (almeno nelle attese di mamma e papà).

Il primo figlio perciò ha davanti a se un’ampia gamma di possibilità.

Il secondo, invece, può soltanto scegliere se imitare il fratello maggiore oppure no.

E questo costituisce per lui una grave penalizzazione.

Infatti, se deciderà di prendere a modello gli atteggiamenti e di modi di fare del primogenito, sarà comunque il secondo arrivato e dovrà lasciare il primato di ogni conquista al fratello più grande (il quale, per la differenza di età, gode già di una maggiore prestanza fisica e mentale).

Se invece deciderà di differenziarsi da suo fratello, il figlio minore dovrà fare i conti con una restrizione delle opportunità a sua disposizione e si vedrà costretto a escludere tutto ciò che il maggiore ha già intrapreso.

Questo spiega perché, per ottenere l’unicità agli occhi dei genitori e ricevere il loro riconoscimento, al figlio piccolo non rimane altro che trovare una diversa specializzazione in cui emergere.

Ha bisogno, infatti, di qualcosa che lo definisca e lo caratterizzi rispetto al fratello grande, permettendogli così di ritagliarsi un suo spazio di competenza all’interno della famiglia.

Dovrà trovare interessi e attività che siano soltanto suoi e che gli permettano di emergere con le sue capacità.

Perciò, per sentirsi bravo, dotato e preparato in un settore che lo contraddistingua, sarà portato a scegliere hobby, giochi e passioni che al fratello maggiore non interessano.

Proprio per il bisogno di conquistarsi un suo spazio di riconoscimento personale e per ritagliarsi un’autonomia intellettuale rispetto al primogenito, il secondogenito è portato, a volte, a scegliere la contestazione, trasformandosi nella pecora nera della famiglia.

La protesta, la polemica e l’irritabilità, diventano allora caratteristiche che lo diversificano e che gli consentono una sua tipicità, anche se negativa, all’interno della vita familiare.

Per queste ragioni, succede spesso, nelle famiglie di quattro persone, che il figlio maggiore finisca per essere considerato capace, ragionevole e affidabile, mentre il figlio minore diventa, invece, l’indisciplinato e il contestatore.

Per superare queste difficoltà e realizzare una migliore armonia familiare, è importante che i genitori diversifichino i due fratelli, valorizzando le loro differenze ed evidenziando i pregi e le peculiarità che li caratterizzano.

Ogni figlio, infatti, è un universo a sé. Appartenere alla stessa famiglia non significa omologarsi, ma, al contrario, arricchire la vita con la propria esclusiva personalità e unicità.

Troppo spesso i genitori tendono ad accomunare i fratelli tra loro, pretendendo un’uniformità di comportamenti e di atteggiamenti, impossibile da ottenere e dannosa per lo sviluppo dell’individualità di ciascuno.

Per evitare gemellaggi inopportuni tra i figli, papà e mamma devono focalizzare la loro attenzione sulle caratteristiche di ognuno, evidenziandone le prerogative in un confronto capace di rendere i fratelli diversi ma altrettanto interessanti.

Non sempre questa differenziazione è facile per i genitori che, abituati a un particolare stile educativo, faticano a cambiarlo per adattarlo alle esigenze e alla personalità del figlio che è arrivato per ultimo.

In questi casi capita spesso che papà e mamma insistano nel pretendere dal secondogenito le stesse qualità e prestazioni del primo e, non riuscendo a trovarle, finiscano per connotarlo negativamente. Incentivando in questo modo nel figlio piccolo la sensazione di essere emarginato e incompreso e provocandone la ribellione.


“Ma mio figlio che cosa è bravo a fare…???”


Un esercizio che consiglio ai genitori, per stimolare l’attenzione sui pregi e sulle diversità tra i figli, è la “Lista delle Capacità”.

Si prende un foglio bianco e si scrivono di seguito tutte le abilità di un figlio, fino a formare una lista di pregi, di caratteristiche, di qualità, di propensioni e di attitudini.

Poi si procede in maniera identica per l’altro figlio.

Se i genitori sono imparziali e attenti alle diverse peculiarità di entrambi i figli, le liste dovrebbero contenere all’incirca lo stesso numero di qualità e di pregi.

Quando tra le due liste si nota una grossa differenza numerica, il divario segnala che qualcosa non va nel rapporto tra genitori e figli.

Maggiore è la differenza, maggiore sarà la conflittualità col figlio meno valorizzato e più alto il rischio di incomprensioni familiari.

Compilare la “Lista delle Capacità” serve a mettere a fuoco i talenti dei propri figli e funziona come un promemoria al quale ispirarsi per sostenere la loro autostima.

Le peculiarità evidenziate nelle due liste andranno incoraggiate e valorizzate durante i tanti momenti della vita familiare, in modo da permettere anche al figlio più piccolo di sentirsi riconosciuto e apprezzato grazie alle sue caratteristiche e alla sua personalità.

In una famiglia di quattro persone, l’ultimo arrivato diventa facilmente anche l’ultima ruota del carro, cioè quello che deve sempre imparare da chi è più grande di lui e che invece non ha mai niente da insegnare a sua volta.

Succede così che, mentre i genitori vanno rispettati perché sono l’autorità e il fratello maggiore va rispettato perché è il più grande, il piccolo di solito deve soltanto ubbidire e rischia di essere notato soprattutto per la sua inesperienza e per la sua ingenuità.

Una costellazione familiare strutturata rigidamente sui ruoli dell’anzianità non permette ai figli di sentirsi valorizzati in misura uguale e contiene i presupposti per una ribellione.

Perciò i genitori devono fare attenzione a non commettere parzialità (anche involontariamente) omettendo di soddisfare il bisogno di protagonismo di chi, inevitabilmente, è sempre il più piccolo.

Quando il figlio minore trova il suo ruolo e il suo spazio di competenza all’interno della famiglia, il bisogno di ribellione evapora e un nuovo senso di partecipazione e di solidarietà sostituisce le contestazioni precedenti.

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Gen 02 2013

NON TUTTE LE MAESTRE SONO PERFETTE…

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Ci sono anche delle maestre imperfette.

Cioè: poco sensibili, parziali, intolleranti, disattente, rigide, ingiuste, sgarbate… eccetera.

Quando un bambino ha una maestra non proprio perfetta, in genere le proteste non tardano ad arrivare.

Magari non a scuola… ma certamente a casa!

E in quei momenti, tanti genitori, per paura di screditare l’autorità incoraggiando atteggiamenti polemici e oppositivi nei bambini, tendono a minimizzare le responsabilità della maestra e a colpevolizzare eccessivamente i propri figli.

“Devi studiare di più!… Sei sempre troppo distratto!… Comportati bene e vedrai che queste cose non ti succederanno!”

In questo modo i bambini diventano vittime due volte. Dell’ingiustizia della maestra e dell’incomprensione dei genitori.

Mistificare le ingiustizie per tutelare a priori l’affidabilità degli insegnanti, costringe i piccoli a disattendere la propria percezione della realtà e incoraggia in loro un atteggiamento acritico e passivo.

E’ importante che i bambini si sentano compresi e accolti, soprattutto quando hanno subito dei torti.

Questo non significa processare la maestra e condannarla pubblicamente, magari arrivando a cambiare di classe il bambino.

Il problema in genere non è la maestra ma l’ascolto e l’accoglienza delle emozioni che il bimbo ha vissuto.

E ciò che serve in questi casi non è punire “il colpevole”, ma sostenere i bambini nella corretta percezione della realtà e nell’ascolto di se stessi.

Quando un bambino si sente riconosciuto e compreso dai propri genitori, è capace di gestire meglio le difficoltà e di trovare soluzioni nuove.

Per questo è importante ascoltare con attenzione il resoconto dei fatti (valutando obiettivamente l’accaduto) e permettere ai piccoli l’espressione dei loro vissuti.

La domanda “Tu come ti sei sentito? Che cosa hai provato?” permette di riconoscere le emozioni e di condividerle, e di solito è più utile che individuare subito un colpevole e promettere punizioni adeguate.

I piccoli hanno bisogno di solidarietà, non di vendetta.

L’umiliazione, la frustrazione, la rabbia, il senso di impotenza, il dolore, la solitudine… devono trovare accoglienza e spazio nell’ascolto dei grandi.

Sia per gli adulti che per i bambini è importante imparare ad accogliere le emozioni, soprattutto quelle sgradevoli e dolorose, senza censurarle e senza cercare di scacciarle immediatamente.

Saper ascoltare se stessi è il primo passo per il benessere psicologico.

E per riuscirci occorre che i grandi diano l’esempio, ascoltando e condividendo i propri stati d’animo e prestando attenzione a quelli dei piccoli.

I genitori capaci di comunicare con sincerità le proprie emozioni e di accogliere quelle dei propri figli, sono un sostegno prezioso e insostituibile nel cammino per diventare adulti.

E contribuiscono (più che con mille parole) a creare condivisione e amore.

La sopraffazione, la prepotenza e la violenza, infatti, hanno origine dalla discriminazione che attuiamo nel nostro mondo interiore, censurando in noi stessi ciò che riteniamo sbagliato e condannandolo poi nei comportamenti degli altri.

Accettare tutte le emozioni e permetterne l’espressione, senza giudicarle e senza biasimarle, è il primo passo verso una società migliore. 

Solo così si può costruire un mondo capace di non discriminare e di accogliere.

Quando sappiamo accettare e comprendere tutti i sentimenti che abbiamo dentro di noi, impariamo ad accettare e comprendere la diversità.

Il razzismo, infatti, ha le sue radici nella guerra che ognuno attua contro le parti inaccettabili di sé, giudicate sbagliate.

Come si vede, una maestra imperfetta può diventare un’occasione per condividere l’intelligenza emotiva insieme ai nostri figli e costruire con loro un dialogo aperto e produttivo.

Ma siccome i bambini hanno anche bisogno di sfogarsi un po’… eccovi un gioco che serve a ridistribuire l’autorità e il potere e che permette a chi si è sentito umiliato di riequilibrare un po’ le cose.


LA PAGELLA DELLA MAESTRA


In questo gioco sono i piccoli che finalmente valutano i grandi e che stabiliscono a modo loro i criteri delle valutazioni.

Con un cartoncino colorato o con un foglio di carta si costruisce un facsimile della pagella scolastica, solo che nella “Pagella della Maestra” le materie sono scelte di volta in volta dal bambino, secondo il suo umore e suoi desideri, e perciò possono variare da una pagella all’altra.

Una volta che lo schema è pronto, il bambino compila la pagella con i voti, le note comportamentali… e tutto ciò che la sua fantasia ritiene importante e opportuno.

Eccovi qualche esempio:

Pagella della maestra: SANDRA

  • SIMPATIA: scarsa (è antipatica!) VOTO: 3
  • CAPACITA’ DI GIOCARE: totalmente assente VOTO: 0 spaccato!!
  • SENSO DELLA GIUSTIZIA: pessimo (favorisce chi le pare!) VOTO: 5
  • PREPOTENZA: eccessiva VOTO: 10 e lode!!
  • CORRUTTIBILITA’: alta (ama gli adulatori!) VOTO: 9
  • CARATTERE: pessimo (fa schifo!) VOTO: 0 spaccato!
FIRMA dell’alunno: ……………………………………………………………………………………….


Pagella della maestra: SABRINA

  • ALLEGRIA: tantissima (sorride sempre e ci fa divertire!) VOTO: 10 e lode!!
  • VOLER BENE AI BAMBINI: è brava e buona con tutti VOTO: 10 e lode!!
  • GIOCHI DIVERTENTI: inventa sempre cose nuove VOTO: 10 e lode!!
  • PUNTUALITA’: scarsa (arriva sempre in ritardo) VOTO: 5 deve migliorare!
  • SENSO DELL’UMORISMO: altissimo (ci fa sempre ridere!) VOTO: 10 e lode!!
  • CARATTERE: bellissimo ma ogni tanto è un po’ distratta VOTO: 7
FIRMA dell’alunno: ………………………………………………………………………………………..


Questo gioco permette al bambino di mettersi per un po’ dalla parte di chi gestisce il potere, consentendogli di riequilibrare i ruoli, inevitabilmente sbilanciati, tra insegnante e alunno.

Naturalmente il gioco della pagella può essere fatto anche con altre figure significative: parenti, amici, compagni di classe, eccetera.

N.B.: non è importante informare del gioco le maestre in questione.

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Lug 06 2012

LIBERARE LA DONGIOVANNA…

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Nell’immaginario collettivo il dongiovanni è un libertino alla perenne conquista di donne giovani e belle che affascina e subito dopo abbandona, come trofei della seduzione.

Benché considerato immaturo e incapace di portare avanti una relazione duratura e profonda, il dongiovanni, generalmente, è guardato con simpatia.

Di lui piacciono: l’intraprendenza, l’amore per la conquista e la capacità di ammaliare.

Del suo equivalente femminile, invece… non c’è traccia!

Una donna che colleziona conquiste per il piacere di sedurre è giudicata male, poco seria o malata di ipersessualità.

Così, mentre molti uomini si sentono lusingati nell’essere definiti dongiovanni, a nessuna donna piace l’epiteto di dongiovanna.

Il termine dongiovanna nel linguaggio corrente non esiste nemmeno.

Proprio perché, appunto, non si può pensare alla seduttività femminile con altrettanta attrazione che a quella maschile.

Le pari opportunità non hanno ancora raggiunto la seduzione, e gli archetipi della brava ragazza o della maliarda mangiatrice di uomini la fanno da padroni, con conseguenze nefaste sulla psiche di tante ragazze.

Si presume che le donne debbano essere: dolci, gentili, timide e disponibili.

Ottime prede per la caccia alla conquista, possono al più riservarsi il diritto di scegliere da quale cacciatore essere conquistate.

Nel gioco della seduzione non è previsto per loro un ruolo attivo.

Eppure…

La creatività femminile si esprime anche nell’erotismo e il bisogno di prendere l’iniziativa e di giocare appartiene alle donne quanto agli uomini.

A tutti piace sentirsi affascinanti e suscitare il desiderio di sé negli altri.

A tutti piace cogliere l’attimo fuggente e coltivare la passione.

A tutti piace rischiare la propria intraprendenza e cavalcare il brivido di una conquista.

Uomini e donne.

Non fa differenza.

Le donne, però, hanno imparato ad aspettare e a costruire strategie per raggiungere i propri obiettivi. 

Perciò, nonostante i divieti che da sempre bloccano le loro iniziative, nelle conquiste sanno farsi avanti o temporeggiare, con altrettanta maestria degli uomini (se non di più…).

La dongiovanna è una presenza ancora silenziosa nell’animo femminile. Ma estremamente potente.

Vive, in attesa di un riconoscimento, dentro la psiche di ognuna di noi brave ragazze che ci sforziamo ogni giorno di essere: dolci, gentili, timide e disponibili, per ricevere un po’ di approvazione dal mondo.

Liberare la dongiovanna nella personalità, concederle il diritto di avere uno spazio suo e lasciarla agire nella quotidianità a dispetto di una tradizione castrante, è un percorso terapeutico di autonomia che porta libertà, sicurezza, appagamento e determinazione nella vita.

La realizzazione sentimentale non si raggiunge accondiscendendo ma permettendosi il diritto alla sessualità e all’amore.

La dongiovanna non ha bisogno di delegare a qualcun altro la propria eccitazione, sa gestirla da sé, con intraprendenza e con coraggio.

Non teme la solitudine.

E non cerca consensi, altro che quello della propria anima.

Ma proprio per la sua libertà, la dongiovanna non piace.

E’ giudicata: troppo indipendente.

E per questo è stata malfamata.

La dongiovanna è una donna che sa prendersi da sola ciò che vuole, si tratti del suo tempo, del suo piacere o della sua vita.

Non segue i comportamenti prescritti, non baratta la sua energia col conformismo, non teme la maldicenza della gente.

E’ stata resa impopolare, per addomesticarla e tenerla nascosta dietro una sorta di frigidità apparente e indotta.

Ha dovuto imparare il silenzio e la pazienza.

Si può zittirla, ma non si può estirpare.

Come le ortiche, ricresce sempre nella psiche di ognuna.

Perché giocare appartiene alla vita.

E le donne lo sanno.

Con la stessa risoluta certezza dei bambini.

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Apr 04 2012

IL DIARIO DEI COMPLIMENTI

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

L’autostima, a volte, ha bisogno di un ricostituente.

Viviamo in una civiltà che ci riempie di paure, prospettandoci scenari futuri (e presenti) sempre più tragici e cupi, mentre ridicolizza la delicatezza d’animo e il valore dei sentimenti.

Non c’è da sorprendersi se poi ci si sente in difficoltà, inadeguati e vulnerabili.

Purtroppo, una pedagogia autoritaria e dannosa, chiamata appunto: pedagogia nera, genera una forte insicurezza interiore.

Si tratta di uno stile educativo ancora ampiamente in uso, che contribuisce al formarsi di personalità disposte a sacrificare se stesse davanti alla prepotenza degli altri.

La pedagogia nera è uno dei fattori principali nello sviluppo di uno scarso rispetto di sé e di moltissime sofferenze psicologiche.

Le sue conseguenze si vedono soprattutto sull’autostima.

Infatti, quando l’educazione impone un rispetto autoritario, aprioristico e privo di reciprocità, porta a sentirsi insicuri e sbagliati.

L’abuso di potere e la mancanza di dialogo tra adulti e bambini, lasciano dentro la sensazione di essere potenzialmente colpevoli, sempre a rischio di venir accusati per crimini dei quali non si può prevedere l’esistenza.

Crimini che si capiscono solo quando il guaio ormai è già stato commesso. E che per questo generano sfiducia nelle proprie risorse.

La pedagogia nera ha un effetto devastante sull’autostima. Incrementa l’insicurezza e impedisce al rispetto di sé di svilupparsi armonicamente.

Nel tentativo di prevenire le ritorsioni dell’autorità, molti bambini (e in seguito adulti) finiscono per colpevolizzarsi costantemente.

Lo fanno inconsciamente, nello sforzo di non commettere errori.

Coltivano l’idea che sgridandosi da soli, prima che l’irreparabile sia già avvenuto, si sentiranno più pronti quando dovranno subire eventuali rimproveri.

Cercano in questo modo di superare le delusioni e di far fronte all’imprevedibilità vita.

Ma tutto questo danneggia gravemente l’autostima e porta a sentirsi sempre inadeguati, perseguitati da una voce interna.

Prende forma così la sensazione cronica di non andare mai bene.

E questa svalutazione di sé diventa un automatismo che spinge a rimproverarsi in continuazione, ignorando qualunque successo ottenuto.

“Tanto… hai fatto soltanto il tuo dovere. Niente di più!!!” borbotta una voce nella testa, quando le cose vanno bene.

E’ una voce interiore che si accanisce con sadismo nella psiche di molte persone, anche davanti a una piccola imperfezione.

“Potevi farlo meglio. Sei proprio un incapace!” ripete, come una cantilena, quando le cose non sono al massimo.

Questo critico interno, implacabile e spietato, incarna le vestigia degli educatori che abbiamo avuto durante l’infanzia, rendendoci vittime di un senso d’inefficacia personale e d’inutilità della vita.

E’ un quadro dal quale bisogna uscire, rieducando l’autostima atrofizzata con una delicata e costante fisioterapia psicologica.

Uno strumento efficace per contrastare i rimproveri interiori e fortificare l’autostima, è il Diario dei Complimenti.

Il Diario dei Complimenti è un lavoro psicologico potente che va usato nel modo adeguato, altrimenti perde la sua efficacia.

Se volete sperimentarlo, è importante seguire attentamente queste istruzioni:

  • Scegliete un quaderno o un’agenda da usare esclusivamente per questo scopo.

  • Portatelo sempre con voi, ma non condividetelo con nessuno (si tratta di un lavoro assolutamente personale).

  • Ogni giorno scrivete almeno tre complimenti a voi stessi.

  • I complimenti possono riguardare caratteristiche diverse: cose che avete fatto, tratti del carattere, aspetti fisici, qualità interiori, apprezzamenti… (ad esempio: oggi sono stata paziente e disponibile; ho uno splendido sorriso; mi piacciono la mia forza di volontà e la mia tenacia; so essere gentile e piena di premure; sono generosa; eccetera).

  • Non è concesso ripetere lo stesso complimento per più di due volte in una settimana.

  • Se dimenticate di farvi i complimenti per un giorno, aumentate la quantità giornaliera dei complimenti, aggiungendone uno in più (cioè da tre passate a quattro) e continuate con quattro complimenti al giorno.

  • Se ve ne dimenticate di nuovo, aumentate a cinque. E così via…

  • Continuate a scrivere il Diario dei Complimenti per almeno tre mesi di seguito.

  • L’ideale sarebbe farlo diventare uno stile di vita…

Il lavoro con il Diario dei Complimenti è un ricostituente prezioso per l’autostima.

I suoi benefici effetti si cominciano a vedere già dopo qualche mese di lavoro, e si potenziano nel corso del tempo.

Naturalmente, un cambiamento del carattere ha bisogno di un’applicazione costante e approfondita.

Il Diario dei Complimenti rappresenta un aiuto valido ed efficacissimo per potenziare la solidarietà con se stessi, soprattutto quando è unito a un lavoro introspettivo.

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Feb 20 2012

INCONTRARE IL BAMBINO INTERIORE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Tutte le esperienze, le sensazioni e i sentimenti che abbiamo vissuto, sono sempre presenti nel nostro inconscio.

Dentro questo grande e immateriale archivio privato, ogni cosa mantiene immutata la sua freschezza e la sua vitalità, nonostante il tempo che passa.

Finché siamo bambini, l’accesso alle conoscenze interiori è facile e immediato ma, crescendo, le memorie si accumulano, la ragione rivendica la sua leadership e, progressivamente, perdiamo l’abitudine di andare a rovistare in quella soffitta delle consapevolezze passate.

Diventando adulti finiamo per concentrare tutta la nostra attenzione sulla concretezza dei fenomeni fisici e il mondo immateriale, snobbato e ridicolizzato, ci diventa ignoto.

Purtroppo però, allontanandoci dall’impalpabile sapienza dell’inconscio, perdiamo la ricchezza e l’entusiasmo che sono propri dei bambini (e che ci permetterebero di trasformare gli ostacoli in opportunità) e lasciamo che i doveri diventino i nostri unici maestri.

Costretti a confrontarci soltanto con ciò che si può toccare (e possibilmente anche monetizzare) la nostra vita perde di significato.

Le sensazioni, le intuizioni, le emozioni e i ricordi, nella nostra società sono considerati delle cose futili, ingenuità da bambini.

Si deve produrre e comprare, riempire le mancanze con gli oggetti, possedere prodotti che non bastano mai!

Ma il vuoto immateriale dell’amore non si colma con la materialità dell’esistenza. E i farmaci che anestetizzano il cuore, zittiscono soltanto i sintomi senza curare il dolore.

La crisi economica che stiamo attraversando è prima di tutto una crisi della materialità.

Per uscire indenni dai terremoti politici e monetari, è indispensabile recuperare quel contatto interiore che abbiamo perso diventando adulti.

 

TUTTTI GLI ADULTI SONO STATI BAMBINI

 

Il bambino che siamo stati vive, da sempre, nel nostro inconscio.

E aspetta.

Sa che, una volta cresciuti, potremo finalmente prenderci cura di lui.

Diventare grandi ci ha costretto a ignorarlo, perché eravamo troppo impegnati a costruire delle basi solide per la sopravvivenza fisica.  

Ma, raggiunta la maturità, trascurare il bambino interiore è una mancanza grave, che limita l’espressione dei talenti e della creatività.

La parte bambina conserva dentro di sé tutti i segreti e le memorie dell’infanzia e, accucciata in un angolo della nostra anima, attende il momento di raccontarsi all’uomo o alla donna che siamo diventati.

Come ci insegna il Piccolo Principe: “Tutti gli adulti sono stati bambini ma, siccome pochi se ne ricordano”, corriamo nella vita sempre più indaffarati e indifferenti a quei richiami che non hanno voce.

Incontrare il bambino interiore vuol dire aprirsi all’ascolto di una parte infantile che conosce il codice immateriale delle emozioni, delle sensazioni e delle intuizioni, e ad un dialogo fatto di stati d’animo più che di parole.

Di solito, in un primo momento, il racconto riguarda la sofferenza e il dolore.

L’infanzia non è il paradiso dorato e idealizzato che gli adulti amano raccontarsi, al contrario, è popolata di momenti bui, carichi di paure e d’inesperienza.

Il nostro bambino ha sofferto i drammi e i traumi che costellano la strada per diventare grandi e tante volte si è sentito solo, senza nessuno con cui piangere e a cui confidare i suoi dispiaceri.

Quando lo avviciniamo dentro noi stessi, incontriamo un cucciolo guardingo e diffidente, poco disposto a credere agli adulti.

Per fare amicizia e aiutarlo ad aprirsi, bisogna avere molta pazienza e rispettare i suoi tempi, dimostrandogli interesse e affetto. Con continuità.

Scegliete una foto di quando eravate piccoli. Possibilmente una in cui ci siete soltanto voi. Mettetela in un punto, dove potete osservarla spesso. E ogni tanto fermatevi a parlare con quel bambino.

Guardatelo negli occhi. Ascoltate i suoi pensieri. Oltrepassate le apparenze, i vestitini della festa, le maniere scherzose. Apritevi al suo cuore.

Ditegli con amore e con sincerità, chiamandolo per nome: “Ti voglio bene.”

E poi abbiate pazienza. E ricominciate tutto daccapo. Perché una volta sola non basta.

Con i bambini ci vuole costanza, tenerezza e dedizione.

Quando il vostro bambino interiore comincerà a fidarsi di voi, per prima cosa vi dirà i suoi tormenti e, come tutti i bambini, lo farà quando lui se la sente (e non quando voi ritenete che sia il momento giusto per farlo).

Può succedere mentre state lavorando, mentre siete soprappensiero, quando parlate con qualcuno… di colpo vi sentite tristi, vi viene voglia di piangere, desiderate stare soli.

Quei sentimenti (poco pertinenti con la situazione che state vivendo) sono il segnale che il vostro bambino ha cominciato a parlarvi e vi sta raccontando le angosce che ha vissuto.

Voi e lui siete un’anima sola e il suo racconto prende forma nelle vostre emozioni. Più che con le immagini, vi parla con le sensazioni.

Se saprete accoglierlo senza dare giudizi e senza allontanarlo, dopo il dolore arriverà l’entusiasmo, a colorare la vostra vita di opportunità.

Il bambino che siete stati non cerca consigli e non vuole maestri per la sua tristezza, ha bisogno soltanto di essere ascoltato, con tenerezza e partecipazione.

Ai bambini non servono lezioni sui sentimenti che sarebbe giusto provare di momento in momento, hanno, invece, bisogno di qualcuno che sia capace di condividere quelle emozioni insieme con loro.

Quando costruite un rapporto con la parte infantile, la vita cambia e si trasforma in meglio.

Ben presto il dolore lascia il posto alla gioia. E la gioia dei piccoli è contagiosa. Riempie di passione. Porta nuove possibilità.

Tutti noi siamo sempre i bambini che eravamo, insieme agli adulti che siamo diventati.

Ascoltare la parte bambina, spinge a fare le cose che piacciono ai bambini.

Compratevi un giocattolo. Attaccate una stellina… lasciate che le parti infantili affianchino la maturità.

Saggezza e ingenuità camminano insieme.

Il cuore non è normale. E’ poliedrico.

 

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Gen 18 2012

TERAPIE A COSTO ZERO…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

 

… io so stare con me stesso?

 

Quanti di noi sanno stare una giornata intera, soli… insieme con se stessi?

Senza accendere la televisione, senza andare su facebook, senza sentire musica, senza telefonare, senza fare shopping…

Quanti sanno piangere e consolarsi, senza ricorrere alle tante droghe legali: cibo, alcol, sigarette e farmaci.

Quanti sono capaci di ascoltarsi… per… be’…  più di tre minuti?

Impropriamente crediamo che prendersi cura di se stessi significhi fare un bagno caldo, ricevere un massaggio o comprarsi un vestito nuovo.

Certo, questi gesti sono modi affettuosi e gentili di trattarci, ma, spesso, servono soprattutto a esorcizzare la solitudine e l’ascolto della propria anima.

Eppure… ognuno è responsabile di se stesso prima che di ogni altra cosa.

Finché siamo bambini, sono i grandi a prendersi cura di noi e a garantirci la crescita e il benessere, ma, di pari passo con l’autonomia, aumentano anche le responsabilità. E quello che facciamo a noi stessi, il modo in cui ci trattiamo, diventa importante.

Spesso, da adulti, continuiamo a incolpare gli altri della nostra vita insoddisfacente, proprio come se fossimo ancora e sempre dei bambini.

“Mi hanno insegnato così…” ci diciamo “Ho imparato a non ascoltarmi…”, “Sono cresciuto in questo modo…”, “A casa mia questo era un obbligo…”, eccetera, eccetera.

Tante giustificazioni che legittimano le maniere crudeli in cui trattiamo noi stessi e occultano l’incapacità di tollerare ciò che siamo nel profondo.

Servono a perpetuare l’ascolto mancato del nostro personale dolore, della nostra gioia, della nostra intima verità.

In un mondo frenetico, lanciato al galoppo verso la superficialità, l’auto-maltrattamento, purtroppo, è parte inscindibile dell’esistenza. 

Bisogna produrre, bisogna essere positivi, bisogna amare gli altri, bisogna migliorasi, bisogna rendere, bisogna lavorare. Bisogna, bisogna, bisogna!

Ma esiste un solo grande bisogno che ci accompagna per tutta la vita: il bisogno di autenticità.

Il bisogno di essere ciò che siamo, di esprimere la nostra personale realtà.

Questo non vuol dire scrivere imponenti biografie esistenziali.

Vuol dire, principalmente, ascoltarsi.

Costruire uno spazio di silenzio in cui la poliedrica complessità, che caratterizza ciascuno di noi, trovi comprensione e accoglienza. 

Provate a prendere un appuntamento con voi stessi.

Provate a stare una giornata, o almeno un’ora, in vostra compagnia.

Per una volta, riservatevi la stessa importanza, lo stesso tempo e la stessa puntualità che concedete, ogni giorno, al vostro lavoro.

Dedicatevi la stessa attenzione che normalmente avete per gli altri.

Staccate il telefono, spegnete il computer, niente musica e niente tv.

Ascoltatevi.

Provateci.

Se proprio non riuscite a starvene fermi senza fare nulla per un giorno intero (capisco che inizialmente possa sembrarvi troppo impegnativo), è ammesso:

  • leggere,

  • dipingere,

  • scrivere,

  • inventare qualcosa,

  • ballare,

  • cantare,

  • parlare da soli,

  • piangere,

  • ridere,

  • guardarvi allo specchio.

Datevi il tempo di incontrare il vostro Se interiore.

E permettetegli di parlarvi senza mettergli fretta.

Il vostro io più autentico è come un gattino randagio.

Diffida dell’essere umano. Sa che può essere imprevedibile, esigente e crudele.

Conosce bene la vostra instabilità e la vostra spietatezza. Ha imparato quanto siete capaci di prendervela. Solamente con lui.

Per questo ha bisogno di molta pazienza, amore e dedizione… per potersi fidare di nuovo.

Quando dedicate una giornata a voi stessi, permettete alla vostra anima di aprirsi e di rivelarvi la sua profondità nei termini che le sono propri.

L’anima non è avezza alle cose concrete, vive nel modo del cuore, in cui tutto è impalpabile e intensamente emotivo. Quando comincia a raccontare la sua intima verità, lo fa con noncuranza, delicatamente e senza urlare. Usa le forme poco appariscenti dell’eleganza.

Le occorre tempo per dispiegare tutta la sua realtà.

Passare con se stessi una giornata intera, è una terapia efficace e poco costosa.

Se non sfuggite il confronto, se riuscite a guardare negli occhi il vostro cuore… riabbracciate il vostro lignaggio e incontrate la vostra ricchezza.

Il cuore non è normale.

E’ nobile.

E va trattato con nobiltà.

Non potete riservargli le briciole del vostro tempo, senza perdere il trono del regno interiore e lo scettro della vostra vita.

 

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Gen 05 2012

IO? … SONO UN SACCO DI GENTE!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Capita, a volte, di essere lacerati dall’incertezza davanti a scelte giudicate impossibili, i pro e i contro pesano uguali sulla bilancia, la testa scoppia di pensieri che litigano tra loro e ci si sente divisi in due.

Voglio ma anche non voglio.

E’ giusto ed è anche sbagliato.

Faccio bene o faccio male?

Sommersi dai dubbi, chiediamo consiglio agli amici, ma… nessuno ci sa aiutare davvero! E continuiamo a girare intorno al problema senza trovare una soluzione. 

L’insicurezza che ci tormenta, spesso è sintomo di un conflitto interiore. Segnala il disaccordo tra parti diverse della nostra personalità.

Per uscire da questo stato di paralisi decisionale vi voglio suggerire un gioco psicologico, di grande aiuto soprattutto quando si tratta di prendere una decisione.

E’ un lavoro che, in situazioni emotivamente complesse riesce meglio con l’aiuto di un terapeuta, ma che normalmente è possibile fare anche da soli.

Per prima cosa, però, dovete cambiare la percezione unitaria che avete di voi stessi e cominciare a considerarvi: un gruppo di identità in convivenza dentro a un unico corpo.

Certo, non siamo abituati a pensarci come un gruppo di identità. Preferiamo credere di avere una sola personalità compatta e coerente.

Ma, su questo punto devo proprio deludervi!

La realtà psichica non corrisponde puntualmente alla realtà fisica.

Per muoversi nella concretezza, la psiche deve stringersi e, spesso, è costretta a scegliere un solo aspetto di se con il quale interagire nel mondo.

Ci sono dei momenti, però, in cui la molteplicità delle nostre parti interiori non è disposta a rinunciare a niente e vuole proporsi alla vita con tutta la sua complessa e variegata molteplicità.

E’ appunto in quei momenti che si scatena il conflitto.

Si tratta di situazioni in cui la materialità opprime la psiche, costringendola a sottostare alle sue leggi limitanti.

Tanti aspetti diversi di noi cercano di interagire con la realtà concreta, e nessuno è disposto a farsi da parte per lasciare spazio a un’unica voce solista.

Per trovare una soluzione è utile fare in modo che tutte le parti in contrasto possano esprimersi e dialogare tra loro.

Ecco dunque il gioco:

 

L’Assemblea delle Personalità

 

Per condurre un’Assemblea delle Personalità bisogna:

1) aprirsi al colloquio con se stessi e lasciare emergere tutte le nostre personalità coinvolte in un problema.

Di solito ci sono due voci prevalenti (ma possono anche essere molte di più) che discutono e battibeccano senza tregua nei nostri pensieri, interrompendosi in continuazione e logorando il sistema psichico (e talvolta anche il sistema fisico).

Per fermare il turbinio delle riflessioni contrastanti è meglio prendersi un po’ di tempo e ascoltare le voci interiori ad una ad una.

2) osservare quali aspetti sono in lite e dare un nome a ciascuno. Per esempio: Parte Infantile, Parte Adulta, Parte Timida, Parte Arrogante, Parte Maschile, Parte Femminile, eccetera.

3) dopo aver identificato tutte le parti in disaccordo, prendiamo due (o più) sedie uguali e le mettiamo una di fronte all’altra (o in cerchio), proprio come se due (o più) persone dovessero parlarsi.

4) infine, vicino a ciascuna sedia, sistemiamo un foglio di carta con scritto il nome della parte rappresentata. Ci devono essere una sedia e un foglio col nome, per ogni parte che interverrà all’assemblea.

A questo punto possiamo aprire il dibattito tra le parti:

5) ci sediamo su una delle sedie e ci caliamo totalmente in quell’aspetto della personalità che abbiamo scritto sul foglio di carta posto in terra (ad esempio: Parte Responsabile).

Quindi, immaginando di avere davanti a noi l’altra parte che ci ascolta in silenzio (ad esempio: Parte Irresponsabile), diamo voce alla prima permettendole di esprimere tutte le sue buone ragioni.

Attenzione:

  • Per avere un risultato soddisfacente è molto importante lasciarsi possedere totalmente da un solo punto di vista alla volta, senza pensare agli altri (ai quali daremo la parola in seguito). Bisogna letteralmente prestare il corpo alla parte di noi che stiamo impersonando.

  • In questo gioco è necessario parlare sempre a voce alta, guardando la sedia che abbiamo di fronte e rappresentandoci mentalmente la parte antagonista come se fosse realmente seduta lì davanti.

  • Mentre impersoniamo un ruolo, andiamo avanti finché tutti i suoi argomenti non saranno stati espressi (salvo che l’altra parte non interrompa palesemente la conversazione). A quel punto cambiamo di posto e facciamo la stessa cosa sulla sedia opposta, dando voce alla parte che prima ha ascoltato.

Per illustrarvi meglio la dinamica di questo gioco, vi racconto l’Assemblea delle Personalità svolta da una paziente, che chiamerò Ilaria.

 

ILARIA AMA FRANCESCA

 

Ilaria ha trentadue anni, lavora in un grosso centro commerciale e da qualche tempo sente di essersi innamorata di Francesca, una collega del reparto vicino al suo, estroversa e solare, più grande di lei di qualche anno. Entrambe il venerdì finiscono di lavorare alle nove e Ilaria vorrebbe chiedere a Francesca di cenare insieme dopo l’orario di lavoro, ma è molto timida e ha paura di ricevere un rifiuto, perciò in preda all’emozione rimanda l’invito a cena da un venerdì all’altro.

Durante uno dei nostri colloqui, per trovare finalmente soluzione all’altalena dei pensieri di Ilaria, decidiamo di organizzare un’Assemblea delle Personalità.

Dopo aver disposto due sedie una di fronte all’altra e aver scritto i nomi delle parti coinvolte (Parte Insicura e Parte Intraprendente) su un foglio, posto ai piedi di ciascuna sedia, Ilaria comincia il dialogo sedendosi sulla sedia dell’insicurezza:

Parte Insicura di Ilaria:

“Basta! Basta! Basta! Non ce la faccio. Non ce la posso fare. Quello che mi chiedi è impossibile! Capisco che mi sono innamorata di Francesca, ma non riuscirò mai a fare la prima mossa e invitarla a cena. Non ci conosciamo neanche… E il fatto che sia simpatica e gentile non significa per niente che abbia qualche interesse verso di me. E’ molto meglio dare tempo al tempo e aspettare che le cose accadano spontaneamente. Se son rose fioriranno… Adesso rischio soltanto di rendermi ridicola e di rovinare una possibile amicizia, compiendo mosse affrettate e premature. Perciò, mettiti l’anima in pace e lascia stare!”

Quando Ilaria si accorge che le argomentazioni della sua Parte Insicura si sono esaurite, perché ha potuto esprimere il suo punto di vista senza essere criticata e interrotta dalla Parte Intraprendente, lascia la sedia della Parte Insicura e va a sedersi sulla sedia della Parte Intraprendente.

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Ma cosa diavolo stai farneticando! Che nervi che mi fai venire!!! Sei soltanto una povera fallita che guarda, sogna, immagina e non conclude un benedetto niente! Credi che alle ragazze piacciano i paracarri come te? Secondo le tue fantasiose elucubrazioni, Francesca t’inviterà a cena da lei e ti dichiarerà il suo amore senza che tu faccia il minimo sforzo per mostrarle ciò che provi e per aprirle la strada. Povera illusa. E povera scema! La gente ama le persone disinvolte, che ci sanno fare e che sono capaci di proporsi senza drammi ma, soprattutto, senza troppa lentezza…”

La Parte Intraprendente vorrebbe continuare a parlare, ma a questo punto la Parte Insicura non riesce più a frenarsi e interrompe il flusso dei pensieri di Ilaria con le sue considerazioni.

Ilaria, perciò, si alza e cambia posto ritornando sulla sedia dell’insicurezza e dando nuovamente spazio al quel punto di vista.

Parte Insicura di Ilaria:

“Ma è appunto questo il mio problema! Come fai a non capirlo? Io non so scherzare, non ho la battuta pronta e non ci so fare! Prendo sempre tutto troppo sul serio! E se poi, proprio quel giorno, Francesca non può? Se mi dice di no? Ci rimarrò malissimo! Non riuscirò più a chiederle di nuovo di uscire. Mi sentirò la stupida di sempre e sarò ancora più impacciata di quanto non lo sia già abitualmente. Te l’ho detto. I tempi non sono maturi. E’ meglio aspettare di avere con lei un po’ più di confidenza. Ci conosciamo soltanto da qualche mese…”

A questo punto la Parte Intraprendente comincia a infilare le sue obbiezioni tra i pensieri di Ilaria. Perciò Ilaria si alza e cambia nuovamente sedia per lasciarla parlare.

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Appunto! Ci conosciamo già da qualche mese. Cos’altro c’è da aspettare? Forse, che ci inviti al suo matrimonio?! Bisogna battere il ferro finché è caldo. Cogli l’attimo. Cavalca l’onda. La vita è adesso. Non c’è nessun tempo da aspettare. C’è solo da chiederle se ha da fare questo venerdì sera.”

Ilaria sente che la sua Parte Intraprendente ha espresso tutte le sue obiezioni e perciò cambia posto.

Parte Insicura di Ilaria:

“Ok. Ma io non sono d’accordo. E se poi mi metto a balbettare? Ccccccccci… ciao… Ffffffff…Francesca, hai ddddddddddd…dadadadada… daffare… questo vvvvvvvvvvv…venerdì? Che figura ci facciamo? Eh?!”

Come si può capire da questi scambi, il conflitto interiore di Ilaria è molto marcato e l’obiettivo nel fare dialogare le parti della sua personalità è proprio quello di aiutarle a trovare una soluzione che sia soddisfacente per entrambe.

La conversazione andrà avanti ancora per un bel pezzo ma, dopo una lunga trattativa, finalmente emerge un barlume di accordo:

Parte Intraprendente di Ilaria:

“Insomma, non ti va bene niente, si può sapere tu cosa proponi?”

Parte Insicura di Ilaria:

“Non voglio rovinare tutto! Ho paura di incasinarmi troppo e fare brutta figura. Mi serve del tempo per riuscire a muovere il primo passo…”

Parte Intraprendente:

“Quanto tempo? Dammi una scadenza!”

Parte Insicura:

“Diciamo… non saprei… be’… almeno… quindici giorni?…”

Parte Intraprendente:

“Ok. Allora aspetterò quindici giorni. Ma adesso hai preso un impegno con me. Tra quindici giorni, smetterai di torturarmi con le tue profezie da malocchio e mi permetterai di invitarla a cena. D’accordo?”

Parte Insicura:

“Si… va bene, va bene, va bene! Ma per quindici giorni mi lascerai tranquilla e la smetterai di spingermi a fare cose che non mi sento di fare! Anche tu adesso hai preso un impegno. Promesso?”

Parte Intraprendente:

“Promesso…”

In questo lavoro, l’obiettivo di Ilaria era riuscire a prendere una decisione.

L’accordo raggiunto tra la sua Parte Insicura e la sua Parte Intraprendente (aspettare quindici giorni prima di invitare Francesca a cena) è un esempio di come l’Assemblea delle Personalità possa essere utile nel trovare soluzioni nuove all’interno di se stessi.

Naturalmente è possibile fare incontrare anche molte più parti, con risultati sfumati e appassionanti.

L’Assemblea delle Personalità è un lavoro ricchissimo di contenuti, utile per approfondire la conoscenza di se e ampliare le possibilità di azione nella vita.

Vi consiglio di provarlo per scoprire la vostra molteplicità interiore o anche solo per ascoltarvi un poco… 

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