Mar 15 2017

VISIONE LUCIDA: guardare il mondo senza giudizio

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La Visione Lucida è quella capacità di leggere gli eventi senza critiche e senza giudizi, proprio come un antropologo osserva una nuova cultura o una mamma guarda il suo bambino.

Nel Voice Dialogue, al termine di ogni sessione di lavoro, il cliente siede affianco al facilitatore e ascolta la descrizione dello scenario dei Sé, animatosi in precedenza, contemplando gli eventi psichici senza schierarsi.

La consegna, durante questa fase di lavoro, è di prendersi una pausa da ogni contrapposizione e di guardare il movimento interiore con occhi freschi.

Osservare la vita da un punto di vista neutrale, senza dividere gli eventi in buoni o cattivi, è un’esperienza inestimabile.

Siamo portati a giudicare tutto ciò che ci succede, archiviando le cose dietro altrettante etichette: mi piace, non mi piace, bello, brutto, gradevole, sgradevole, bene, male, positivo, negativo, giusto, sbagliato… e così via.

Il mondo della dualità ci spinge a notare i contrasti e a scegliere una direzione, escludendo di volta in volta altrettante possibilità.

Non intendo sostenere che questo sia sbagliato. 

Le valutazioni sono indispensabili per esprimere noi stessi.

Ma prendersi una pausa ogni tanto, per osservare la vita liberi dal giudizio, può essere uno strumento impagabile nel percorso evolutivo e permette un’acquisizione interiore, altrimenti impossibile.

A un livello profondo, ogni cosa riflette un pezzetto della nostra multiforme totalità, e il processo di selezione ci costringe a negare aspetti di noi che possono rivelarsi preziosi.

È vero che schierarsi è inevitabile e, spesso, necessario.

Basta pensare alla violenza, al razzismo, al bullismo, alla pedofilia e agli innumerevoli fatti che suscitano orrore, per sentire il bisogno di prendere una posizione decisa.

Ma dire BASTA non significa cancellare con un colpo di spugna tutto ciò che ferisce l’anima, e permette soltanto di arginarne gli effetti nel mondo concreto che chiamiamo realtà.

Nel profondo di noi stessi, quelle radici continuano ad esistere e, se non ce ne prendiamo cura in modo adeguato, alla fine faranno sentire la loro pericolosa presenza.

Per mettere veramente termine alla violenza è necessario evolverne le profondità interiori fino a rendere fluida ed equilibrata l’energia che la sottende.

L’energia, infatti, non è né buona né cattiva, è soltanto una possibilità a disposizione.

Sta a noi usarla in modi costruttivi.

O distruttivi.

L’energia dell’amore può fluire armoniosamente nella vita o deformarsi per sfuggire al dolore, fino a diventare possesso, gelosia, cinismo, indifferenza, odio e violenza.

Quando questo accade, i meccanismi di difesa scattano a proteggere la fragilità, rinchiudendo i Sé Vulnerabili nelle segrete del mondo interiore.

Rendere fluida ed equilibrata l’energia significa evolvere il giudizio in rispetto e accoglienza delle nostre parti ferite o emarginate.

E per riuscirci è indispensabile entrare in contatto con la sofferenza che si nasconde dietro la mancanza di empatia.

La rabbia e il surgelamento emotivo, infatti, sono potenti antidolorifici che consentono alla psiche di non soffrire.

Ogni volta che ci arrabbiamo, cerchiamo di non sentire un dispiacere e nascondiamo nell’inconscio la nostra vulnerabilità, provocando una cristallizzazione nel fluire spontaneo della vitalità e creando una distorsione nell’ascolto e nella conoscenza di noi stessi.

In questo modo, l’energia cristallizzata diventa un blocco che impedisce l’evolversi dell’espressione di sé.

In un mondo sano, la sofferenza dovrebbe essere accolta con fiducia perché, soltanto accettandone il potere trasformativo, potremo attraversare l’esistenza con entusiasmo e tramutare le cose che non ci piacciono in opportunità vantaggiose.

Nascondere l’angoscia dietro l’aggressività, la prepotenza e il disprezzo, permette di sfuggire l’impatto con l’ignoto che costella la vita, ma questa fuga arresta il percorso evolutivo e impedisce il dispiegarsi delle potenzialità a nostra disposizione.

Ecco perché comprendere la dualità, senza giudicarla e senza prendere posizione è un esercizio pieno di valore.

Un punto di vista fuori dai giochi consente l’ascolto di quei  che per paura abbiamo nascosto nell’inconscio e che da lì cercano di richiamare la nostra attenzione, spesso magnetizzando gli eventi che meno ci piacciono.

Coltivare una Visione Lucida della vita è il primo passo verso la realizzazione di una profonda capacità di amare, dapprima noi stessi e poi tutti gli altri.

La mancanza di uno schieramento, quella totale incoerenza interiore che tanto disorienta e atterrisce, è un sentiero che dà forma all’amore con la A maiuscola.

L’Amore, infatti, è proprio questo: un sentimento incondizionato e privo di giudizio.

E dall’Amore all’Illuminazione il passo è breve.

Se l’illuminazione è la capacità di comprendere il significato dell’esistenza, una totale assenza di giudizi libera il percorso dalle barriere e permette alla bussola dell’intuizione di orientare il nostro radar interiore.

Solo con la certezza delle proprie molteplici possibilità, l’Amore può attraversare l’enigma della vita e fare rotta verso l’infinito.

Carla Sale Musio

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Gen 17 2017

NON MI SOPPORTO PIÙ!!!

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“Aiutooooo!!! Non mi sopporto più! Come posso liberarmi di me?!”

Succede, a volte.

Qualcosa dentro comincia a bastonarci di rimproveri e più cerchiamo di sfuggire quel borbottio assillante e brontolone, più la voce nella testa si accanisce snocciolando un rosario interminabile di disgrazie.

Un Critico Interiore non perde occasione per rimproverarci, lasciandoci sconfitti e privi di fiducia nelle nostre possibilità.

Nascosto tra le sue gambe c’è un Bimbetto Spaventato che teme il giudizio degli altri.

Il Critico, per paura di esporlo al biasimo del mondo, non gli risparmia la sua arringa, certo che sia preferibile una disapprovazione intima e costante piuttosto che la condanna della società.

Nel tentativo di proteggere la nostra vulnerabilità da delusioni ben peggiori, il Critico ci critica in continuazione, spinto dal nobile obiettivo di fortificarci e renderci capaci di misurarci con la durezza dell’esistenza, ma ignaro di quanto le sue accuse ininterrotte possano diventare esasperanti.

Per sfuggire a questa tirannia è indispensabile ridimensionare il confronto spietato con le persone che abbiamo attorno, imparando a vivere con più tolleranza noi stessi e gli altri.

Possiamo stimarci e volerci bene solo quando smettiamo di proiettare il disprezzo e accettiamo la molteplicità dei punti di vista come una ricchezza, invece che come una pericolosa mancanza di uniformità.

I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale: 

in lak’ech 

che significa: 

io sono un altro te stesso

In lak’ech esprime una fratellanza basata sull’accoglienza di tutte le diversità.

Ogni persona che incontriamo ci racconta qualcosa di noi, mostrandoci una differente possibilità di essere.

Ognuno incarna un aspetto del nostro mondo interiore.

I Maya avevano compreso che alla base di ogni rapporto ci deve essere unità e sapevano scorgere nell’altro una manifestazione diversa della stessa Fonte.

Oggi, il razzismo si annida in fondo all’anima e ci impedisce di accogliere la pluralità del Tutto, rinchiudendoci in schemi di pensiero prestabiliti che chiamiamo: razze, istruzione, intelligenza… scatole di pregiudizi che imprigionano la molteplicità e impediscono di avvicinarci gli uni agli altri.

Una cultura nuova deve partire da un modo nuovo di interpretare se stessi e la vita.

Non più vittime di un giudizio discriminante e foriero di guerre, ma intenzionati a scoprire la vastità dell’esistenza osservando nell’altro i modi di essere che ancora non siamo riusciti a integrare dentro di noi.

Facile a dirsi!

Le cose si complicano quando chi abbiamo di fronte impersona gli aspetti che giudichiamo sbagliati in noi stessi.

La brutalità, l’ingiustizia e la prepotenza sono modi di essere che non vorremmo vivere.

MAI.

Caratteristiche che non ci piace avere e che cerchiamo a tutti i costi di evitare.

Tra il bene e il male, scegliamo sempre il bene.

Questa nitida divisione, però, è l’origine di tanti conflitti e di tanta sofferenza.

La violenza e la crudeltà in principio esistono dentro noi stessi e, benché non ci piacciano, fanno parte del pacchetto di possibilità che la vita ci ha messo a disposizione e che dobbiamo imparare a gestire.

E ad evolvere.

Salvaguardare il bene eliminando il male può diventare molto pericoloso, quando ci spinge a proiettare all’esterno le cose che giudichiamo sbagliate.

Dividere il mondo in buoni e cattivi, porta a combattere i cattivi come se fossero dei nemici.

Le divisioni generano le guerre.

Una società della pace deve imparare ad accogliere anche la malvagità, non per autorizzare la sopraffazione ma per evolvere l’aggressività, convogliandone l’energia in forme più gratificanti e positive.

Integrare ciò che consideriamo mostruoso permettendoci il coraggio di scorgerne l’esistenza in noi stessi, è il passaggio fondamentale nella transizione verso un mondo migliore. 

In lak’ech ci rivela il segreto di una cultura basata sull’amore.

Non escludere niente da se stessi.

Per raggiungere questo traguardo è necessario osservare con sincerità i propri vissuti profondi, esplorando il dolore nascosto dietro gli atteggiamenti che ci appaiono negativi.

In natura niente è sbagliato e tutto esiste in continuo mutamento e miglioramento.

Ma nelle profondità dell’inconscio:

  • l’ansia di essere giudicati, crea il giudizio

  • l’angoscia di essere emarginati, genera il disprezzo

  • la paura di essere abbandonati nasconde l’autenticità dietro l’urgenza di compiacere gli altri

  • il desiderio negato di affermare i propri talenti crea la violenza

Nessun bambino nasce cattivo.

La cattiveria è la conseguenza di un surgelamento emotivo che segnala una difficoltà a esprimere le proprie capacità.

Quando nel mondo interno la sofferenza diventa insopportabile, la proiezione consente di allontanare il dolore combattendolo all’esterno, come se non ci appartenesse più.

In lak’ech è la chiave che aiuta a ritrovare la Totalità da cui tutti proveniamo e che restituisce profondità alla vita.

Ma per comprenderne il significato senza distorsioni è necessario affrontare l’angoscia celata dietro ogni discriminazione.

Senza sfuggirla.

Etichettare gli altri come mostri, conduce a combatterne la violenza con violenza.

mostri, infatti, incarnano i comportamenti che abbiamo escluso dalla nostra consapevolezza, le colpe che preferiamo occultare anche a noi stessi.

Nel mondo intimo di ciascuno, le cose che disapproviamo diventano orrori da eliminare, nemici da distruggere senza se e senza ma.

La crudeltà, l’emarginazione e la guerra sono espressioni della paura distorta di essere pienamente se stessi e segnalano una mancanza di verità interiore.

Fuori dal gioco difensivo della proiezione e della rimozione, infatti, possiamo osservare la vita in tutte le sue manifestazioni, senza accanirci a combatterle ma concentrando le energie e le risorse per creare armonia.

Così, mentre siamo pronti a puntare il dito contro i nostri simili, la musica cambia quando la violenza è considerata naturale e non riflette vissuti giudicati illeciti.

I fenomeni della natura sono meno evocativi per i nostri scenari interiori e questo ci consente di accoglierli senza combatterli, cercando di evolverne l’energia in forme più produttive e appaganti.

Tutto ciò che è naturale, non è né buono né cattivo, fa parte della vita e possiamo impegnarci a evitarne i danni senza bisogno di giudicarlo.

Sappiamo tutti che il vento forte può distruggere le abitazioni, ma non lo osteggiamo come fosse un avversario malevolo, abbiamo imparato a sfruttarne la potenza in modi utili e a costruire edifici più stabili.

Osserviamo un gattino che si diverte a cacciare i passeri in giardino, ma non lo consideriamo un pericoloso criminale. Facciamo in modo che non possa tormentare i nostri amici pennuti, mentre tentiamo di abituarlo a una convivenza pacifica.

Le cose che non coinvolgono direttamente il mondo interno, possono essere accolte e gestite con intelligenza, cercando di trasformarne le peculiarità in risorse.

mostri prendono forma quando evocano qualcosa che un tempo era vivo dentro di noi e che è stato rinnegato.

La violenza con cui ci sforziamo di eliminare dalla psiche gli aspetti che non ci piacciono, genera la violenza nel mondo.

Una cultura nuova, priva di discriminazione e di giudizio, ha bisogno di integrare anche le nostre parti crudeli.

Questo non vuol dire permettersi di agire impunemente la crudeltà.

Al contrario!

Significa accettare l’aggressività annidata dentro noi stessi per evolverla e trasformarla, fino a liberarne le potenzialità costruttive.

La strada per la pace è l’accoglienza della Totalità del mondo interiore.

Integrare i Sé Rinnegati senza giudicarli e senza discriminarli è il primo passo verso una società capace di vivere in armonia.

Con tutti.

Carla Sale Musio

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CRUDELTÀ PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

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Dic 17 2016

CRUDELTÀ, PERFEZIONE E PACE NEL MONDO

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Viviamo in un mondo malato di guerre, di dolori e di aggressività.

Un mondo che spesso ci riempie di orrore, lasciandoci inermi davanti al dilagare della sofferenza.

Vorremmo costruire una cultura nuova (in cui la morte sia il sereno compimento della vita e la vita sia un percorso volto a condividere i frutti della saggezza e della creatività) ma ci sentiamo piccoli davanti allo smisurato potere dei pochi che decidono le sorti dei tanti.

E ogni azione ci sembra inutile.

“Una goccia nell’oceano non può fare la differenza…”

Affermiamo arresi, mentre il ritmo frenetico delle incombenze quotidiane inghiottisce la volontà, intrappolando le speranze dentro una pericolosa indifferenza.

Se niente può essere fatto per costruire una realtà a misura d’uomo, allora tanto vale approfittare delle opportunità più o meno lecite, senza preoccuparsi delle conseguenze.

E i pochi che ancora sperano nel cambiamento, finiscono col delegare al soprannaturale il progetto di una società più giusta, auspicando un “al di là” capace di ribaltare le sorti sfortunate del “al di qua”.

Oscilliamo tra il cinismo e la spiritualità, inseguendo una stabilità in grado di farci sentire in pace con noi stessi e con gli altri.

E ci schieriamo dalla parte dei giusti, additando la cattiveria o la stupidità, nel tentativo di eliminarle dal mondo.

Poi condanniamo la crudeltà, invocando pene più severe per chi si fa beffe della debolezza e abusa del proprio potere.

Oppure sosteniamo di doverci occupare soltanto del nostro tornaconto, certi che “ognuno deve pensare per sé” perché “a essere gentili ci si rimette sempre”.

È in questo modo che alimentiamo la guerra nelle profondità di noi stessi e, senza saperlo, coltiviamo la brutalità nel mondo.

Inseguendo il sogno di una società più sana, ci sforziamo di eliminare tutto ciò che giudichiamo sbagliato confinandolo dentro una segreta dell’inconscio, convinti di potercene dimenticare per dedicarci alle nostre parti migliori.

Per essere come pensiamo che dovremmo essere e conformarci al modello di una vita perfetta, selezioniamo con cura le possibilità espressive a nostra disposizione, facendo spazio agli aspetti adeguati e reprimendo quelli poco presentabili.

Un Sé Perfezionista ed Esigente addita ciò che non va bene, colpevolizzando le emozioni che si discostano dall’immagine ideale e costringendoci a rinnegare le parti che manifestano atteggiamenti, pensieri e sentimenti poco gradevoli.

Un Giudice Interiore gli da man forte, condannando la cattiveria del mondo e incitandoci a schierarci dalla parte dei buoni, o dei forti, o dei furbi… a seconda dei casi.

Così occultiamo le imperfezioni dentro di noi, e combattiamo con ardore tutto ciò che le rappresenta nel mondo esterno, dando vita a tante guerre sante e alimentando l’ostilità e i conflitti.

Un Bambino Crudele, poco incline alla condivisione, ci istiga costantemente all’egoismo, incurante dei bisogni degli altri e delle buone maniere.

È impulsivo, prepotente, suscettibile, avido e opportunista.

Incarna tutto ciò che non ci piace.

È difficile ammetterne l’esistenza nella psiche.

È più facile nasconderlo, reprimendo e ignorando la sua voce interiore, piuttosto che accoglierne le ragioni mandando in pezzi l’immagine idealizzata di noi stessi.

Il Bambino Crudele rovina il gioco immacolato della perfezione, inchiodandoci alle responsabilità della nostra energia emotiva.

Non serve nasconderlo dietro un moralismo di facciata, separando arbitrariamente il bene dal male.

Una cultura nuova deve imparare a contenere interiormente gli opposti, accogliendo “i buoni” e “i cattivi” senza falsi perbenismi.

La vita emotiva è ricca di contrasti, e “il bene” e “il male” sono aspetti complementari di una stessa vitalità.

Imparare a tollerare la propria imperfezione interiore permette di accogliere anche l’imperfezione del mondo. 

E ci aiuta a comprendere la profondità dell’esistenza, senza discriminare.

Questo non vuol dire permettere il dilagare della prepotenza.

Smettere di proiettare all’esterno le nostre parti negative significa guardare con sincerità se stessi e il mondo, e coltivare l’onestà necessaria a evolvere gli aspetti immaturi della psiche.

L’energia dei vissuti interiori non è né buona né cattiva e ci mostra, un passo dopo l’altro, il percorso di crescita che dall’ego conduce alla fraternità, riflettendosi nell’ambiente.

Non può esistere l’altruismo se prima non si riconosce l’egoismo in se stessi, non ci può essere la fratellanza se prima non si attraversa l’indifferenza, non si può condividere l’amore senza comprendere le proprie parti sgradevoli.

Religioni, guerre sante e buonismo vendicativo danno voce al bisogno inconscio di esprimere il Bambino Crudele (nascosto dietro un falso moralismo) e attuano una separazione arbitraria e pericolosa tra bene e male.

Uccidere i  giudicati illeciti, dentro o fuori di sé, coltiva la prepotenza, la violenza e le guerre nel mondo.

Carla Sale Musio

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IL BAMBINO CRUDELE

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Nov 10 2016

IL BAMBINO CRUDELE

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Acquattato nell’ombra come un animale selvatico, attende che arrivi finalmente il momento di esprimersi.

È curioso, pieno di entusiasmo e di energia, ama esplorare la vita ma non sa ancora usare l’empatia e agisce senza pensare alle ripercussioni di quello che fa.

Quando gli altri gli fanno notare le sue responsabilità, assaggia il morso della vergogna, del dolore e della paura.

E impara a nascondersi.

Ma non può cancellare quell’impulso potente che lo spinge all’azione incurante delle conseguenze.

Il Bambino Crudele si forma molto presto nella psiche e porta in dono il bisogno di affermarsi e il desiderio di esplorare.

La sua curiosità lo porta a buttarsi a capofitto nelle situazioni e a soddisfare i propri bisogni immediatamente, accaparrandosi ciò che gli serve senza preoccuparsi dei risultati.

Questo gli procura un sacco di critiche.

Pronto ad attaccare briga, egocentrico, vendicativo, sadico e violento, è una creatura impresentabile in società, capace di fare sfigurare genitori, educatori e insegnanti, e di ottenere rimproveri e sgridate a più non posso.

Il suo antagonista è il Bambino Amorevole, sensibile e pieno di empatia.

Premuroso e gentile, il Bambino Amorevole ha imparato a non fare agli altri quello che non vorrebbe per sé e si comporta con sollecitudine, comprendendo ed evitando i comportamenti che possono ferire.

Ogni volta che può, il Bambino Amorevole occupa il posto del Bambino Crudele, facendo il possibile per nascondere la presenza di quest’alter ego inaccettabile e usando tutte le risorse per conquistarsi l’affetto e la considerazione di chi gli sta intorno.

Nel nostro mondo interiore ci sono sempre un Bambino Crudele e un Bambino Amorevole che si contendono lo spazio psichico, cercando di soddisfare i loro opposti bisogni.

L’amore e l’autoaffermazione non sempre convergono e, nel tentativo di conciliarne le esigenze, finiamo per indossare una maschera che nasconde abilmente la presenza del Sé Egoista enfatizzando il Sé Affabile e Premuroso.

Il Bambino Amorevole si sforza di raggiungere la perfezione, che ritiene indispensabile per guadagnarsi l’amore degli altri, e nel far questo non risparmia se stesso, imprigionando i bisogni di autoaffermazione dentro una camicia di forza che ne paralizza l’energia e la vitalità.

Tante situazioni di stanchezza, apatia o depressione, sono la conseguenza di un blocco agito nella psiche al fine di imbrigliare la “cattiveria” per impedirle di nuocere.

È un’intenzione nobile quella che anima questo costante bisogno di controllo sull’impulsività, ma sortisce l’effetto di anestetizzare la vitalità necessaria all’autoaffermazione, consumando una gran quantità di energia per mantenere attivo il blocco.

Il Bambino Crudele non può mai essere eliminato dalla psiche e, nonostante le catene usate per immobilizzarlo, attende da sempre il momento di esprimersi.

Riconoscerlo, accoglierlo e permettergli di esistere non vuol dire trasformarsi in mostruosi serial killer pronti a uccidere chiunque a sangue freddo, ma significa assumersi la responsabilità delle proprie emozioni e sviluppare l’onestà necessaria per evolverle.

La conoscenza di sé è un percorso coraggioso, che passa attraverso l’esplorazione di ciò che non ci piace intimamente, senza la pretesa di cambiarlo, forti dell’accettazione e della comprensione necessarie a scoprirlo.

La conoscenza è già un cambiamento.

Il Bambino Crudele va ascoltato e integrato nella vita emotiva, senza per questo lasciarlo agire impunemente nella nostra quotidianità.

I bambini non hanno bisogno di arrendevolezza ma di ascolto.

Ascoltare i desideri dei nostri Bambini Interiori permette di liberare nella vita la loro potente energia e di trovare soluzioni nuove per soddisfarne i bisogni.

Senza danni.

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STORIE DI AMORE E DI CRUDELTÀ

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Dafne ha raccolto tra gli scogli un piccolo paguro. Affascinata da quella conchiglietta che si arrampica in giro con le sue zampine rosse, la bimba non resiste alla curiosità di scoprire l’animaletto che abita al suo interno e, per vedere come è fatto, lo strappa via dal guscio provocandone la morte.

La mamma le fa notare la crudeltà di quel gesto e Dafne comprende la violenza del suo gioco, imparando a rispettare le altre forme di vita e a osservarle nel loro ambiente, senza stravolgerne l’esistenza per soddisfare la sua voglia di esplorare.

Una Bambina Amorevole prende forma nel mondo interiore e, sapendo che può fare male a chi è più fragile e più piccolo di lei, sta bene attenta a non provocare sofferenze inutili e ingiustificate.

Crescendo, questa parte empatica e premurosa incontra il favore degli altri e la stima che riceve la rende sempre più importante nella psiche, facendola sentire autorizzata a imporsi sulla Bimba Crudele dell’infanzia.

Un Critico Interiore le ricorda che non si deve essere egoisti e la spinge a nascondere i propri bisogni censurando i comportamenti individualisti e competitivi.

L’ascolto degli altri adesso ha conquistato il primo posto nella vita di Dafne, anche quando avrebbe bisogno di pensare a sé e, spesso, rifugiarsi in casa fingendosi malata diventa l’unico modo per sottrarsi alle richieste delle persone cui vuole bene.

Riaccogliere nella psiche la Bambina Crudele di un tempo, non significherà per lei andare in giro a uccidere chi è più debole, ma permettersi di ascoltare anche le proprie esigenze, imparando a non annientarsi in una benevolenza che la rende gentile con tutti ma spietata con se stessa.

* * *

“Mamma dammi una pistola che gli sparo!” 

Carla è furibonda. 

Il fruttivendolo le ha detto in tono brusco di non toccare la merce esposta sui banchi e la piccina, ferita nell’orgoglio e rossa per la vergogna, desidera solo la morte dell’uomo che si è permesso di umiliarla davanti a tutti.

La mamma la guarda incredula e divertita da quell’ardore spropositato, ma la bambina si butta per terra, piangendo e scalciando infuriata.

“Mamma, ti ho detto di darmi una pistola!” 

E sua madre per evitare brutte figure la trascina via in tutta fretta.

Carla si sente tradita da quella che credeva la sua alleata, e alla rabbia si aggiunge l’amarezza.

La mamma doveva stare dalla sua parte e invece non ha fatto nulla per aiutarla.

Mortificata, la piccola si nasconde nell’indifferenza riprendendo a fare le cose di sempre, come se non fosse successo niente.

Dentro di sé, però, prova un dolore acuto e decide che non lascerà mai più spazio alla sua collera così inopportuna.

Oggi Carla è una signora dolce, amorevole e gentile, sempre pronta ad assecondare gli altri e a evitare i conflitti.

Una stanchezza cronica, però, affligge la sua vita e rende i medici incapaci di restituirle le forze.

La sua Bimba Crudele, impulsiva e attaccabrighe, contrastata con forza dai Sé Ben Adattati e Gentili, assorbe tutta l’energia nel tentativo di liberarsi dal carcere in cui è stata rinchiusa.

Solo l’ascolto partecipe e attento di quella sua parte prepotente e auto affermativa potrà restituirle l’entusiasmo e la gioiosa intraprendenza dell’infanzia.

* * *

“Vorrei che papà fosse morto!”

In castigo in camera sua, Matteo borbotta a denti stretti serrando i pugni.

Il papà lo ha punito e la frustrazione gli fa desiderare la vendetta.

“Non è giusto! Prima di me vengono sempre le ragioni dei grandi!”

Pensa arrabbiato facendo a pezzi il fazzoletto di carta.

Mentre attende di essere liberato da quella prigionia forzata, il bambino medita in silenzio la rappresaglia.

Ma ecco che qualcosa succede davvero, il papà si sente male, arriva un’ambulanza.

Nello scompiglio generale nessuno fa caso a Matteo che è passato improvvisamente dalla rabbia alla colpa, sentendosi responsabile di quel malore terribile e improvviso.

Mai più, giura a se stesso, augurerà la morte.

Mai più.

Adesso la paura lo fa sentire cattivo e sbagliato, e il suo Bambino Crudele, sopraffatto dalle ragioni del Bambino Che Vuole Bene Ai Genitori, finisce incarcerato nell’inconscio.

Senza processo e senza appello.

Il papà non sopravvivrà all’infarto e quell’esperienza drammatica convincerà Matteo che il suo pensiero può essere mortale.

Confinato nell’inconscio, il Bimbo Crudele scalcia per essere liberato, ma l’uomo di oggi lo tiene rinchiuso, deformandone l’energia fino a convertirla in una serie di malattie “inspiegabili”, che la medicina non riesce a curare e che servono a punirne la sua cattiveria, giudicata terribile e malvagia dal Bambino Amorevole che vive in lui.

* * *

Renata ha sempre amato viaggiare ma, da quando sono arrivati i figli, nel suo vocabolario la parola partire è stata sostituita dalla parola corri.

Corri a lavorare, corri a fare la spesa, corri a prendere i bambini a scuola, corri a portarli in piscina, corri a fargli fare i compiti, corri a mettere su la lavatrice, corri a stendere, corri a preparare la cena… non ce la fa più!

Vorrebbe mollare tutto e andarsene in giro senza meta, finalmente libera di pensare a se stessa, ma questo desiderio la fa sentire così snaturata che, per sfuggire ai sensi di colpa, si prodiga ancora di più per la famiglia.

La sua Bambina Crudele Interiore invoca un po’ di attenzione, ma la Madre Amorevole e Sollecita, reagisce spingendola sempre più in fondo all’inconscio.

Infine, una “inspiegabile” depressione la costringe a chiedere aiuto a uno psicologo e, lavorando su se stessa, il desiderio di viaggiare, censurato e malgiudicato, trova le parole per esprimersi.

La sua Bambina Crudele ha fatto l’impossibile per essere riammessa nella psiche.

Solo ascoltandone le esigenze e individuando finalmente i modi giusti per soddisfarle, Renata potrà recuperare l’entusiasmo per la vita.

Per i viaggi.

E per il tempo trascorso insieme alla famiglia.

Carla Sale Musio

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IL CONDOMINIO DI ME STESSA

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Ott 21 2016

IL CONDOMINIO DI ME STESSA

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Da quando seguo i corsi sul Voice Dialogue, ogni volta che parlo di me non mi riferisco più a una sola realtà ma a un condominio di personalità impegnate in una convivenza, non sempre facile.

Il mio amministratore di condominio (nel voice lo chiamiamo Io Cosciente, e indica quella parte che osserva le sfaccettature della psiche senza identificarsi con nessuna in particolare) è stato poco presente e i condomini hanno dovuto imparare a cavarsela da soli, con risultati spesso insoddisfacenti per tutti.

Gestire un condominio di personalità comporta la necessità di indire periodicamente delle assemblee in modo da garantire una convivenza armonica e pacifica tra i condomini.

I tanti  che abitano in noi manifestano esigenze molto diverse: ci sono quelli che pretendono di decidere sempre tutto, quelli che si disinteressano alla condivisione e quelli che vanno motivati al dialogo con attenzione e pazienza per evitarne l’emarginazione o l’isolamento.

Ogni condomino porta in dono le sue risorse e arricchisce il patrimonio esperienziale e percettivo della psiche che, grazie all’energia di tutti, diventa plastica e capace di adattarsi con maestria alle diverse circostanze della vita.

Il compito dell’amministratore di condominio è garantire a ognuno il giusto spazio unito a un ascolto privo di giudizio, indispensabile per mantenerne attiva e vitale l’appartenenza di tutti.

Quest’accoglienza democratica permette alle energie immature di evolvere se stesse, abbandonando le caratteristiche asociali, boicottanti e distruttive in favore di una più adeguata espressione delle proprie risorse energetiche.

Ogni  nasce nella psiche per far fronte a necessità diverse e ci dona un’energia preziosa per la realizzazione di quella missione esistenziale che chiamiamo: vita.

Durante l’infanzia dobbiamo fronteggiare una quantità di situazioni nuove e imprevedibili, e l’emergenza fa sì che gli atteggiamenti risolutivi acquisiscano maggiore importanza.

È in quei momenti che nel mondo interiore prende forma una gerarchia di energie dominanti (Sé Primari) pronte ad accollarsi il compito di proteggere la vulnerabilità, emarginando quei  che non hanno incontrato il favore dell’ambiente circostante (Sé Rinnegati).

Per quanto mi riguarda, durante le interviste con la tecnica del Voice Dialogue il primo a presentarsi e prendere la parola è stato “il Perfezionista”, che ha subito rivelato la sua importanza nel condominio della mia personalità.

I miei genitori non sono mai stati dei perfezionisti e non pretendevano da me la perfezione, ma io ho imparato presto che essere brava in qualche attività che loro ritenevano importante, era una condizione imprescindibile per sentirmi amata e apprezzata.

Perciò Il Perfezionista si è sentito autorizzato a sovrintendere la mia esistenza e, grazie ai risultati affettivi che mi ha consentito di raggiungere, ha preteso di estromettere l’Approssimativo, l’Ozioso, il Contemplativo, il Rilassato e anche il Sensuale, confinandoli in una segreta dell’inconscio, mentre lui stringeva un’alleanza intima e duratura con lo Studioso, con il Gentile e con il Competente Psicologico.

Si è creato così un pool di sé dominanti, convinti di agire sempre per il mio bene.

Questa oligarchia ha gestito per lungo tempo la mia vita, emarginando tutti i sé in contrasto con il suo punto di vista.

Grazie al mio Perfezionista sono diventata una persona scrupolosa, affidabile e onesta, e senza la sua guida preziosa oggi non sarei una professionista responsabile e preparata.

Ma, sempre grazie al mio Perfezionista, tutte le energie giocose, festose, ricreative, frivole, piacevoli, divertenti e sensuali, hanno dovuto fare una gran fatica per ritagliarsi un posticino nell’organizzazione delle mie giornate e si sono dovute accontentare di rari momenti, sottratti al mio costante impegno lavorativo fatto di colloqui, seminari, terapie, gruppi di studio… e chi più ne ha più ne metta!

Recentemente, però, una nuova presenza ha preso forma nel condominio di me stessa e gli equilibri consolidati in tanti anni hanno cominciato a modificarsi, aprendosi a energie nuove e prima impensabili.

Energie che, fino a qualche tempo fa, erano confinate in un angolo remoto della coscienza e che per farsi sentire erano costrette a mandare pericolosi segnali di malessere fisico o psicologico (leggi: cadute, dolori inspiegabili, depressioni, malumori, arrabbiature eccessive… e via dicendo).

Tra queste nuove entità condominiali si è distinta immediatamente La Bambina Lunatica, Scontrosa, Musona e Solitaria, che ha saputo tenere testa al Perfezionista costringendolo a cederle uno spazio adeguato.

Il suo arrivo nel condominio ha cambiato moltissimo gli equilibri del mio mondo interiore e colorato le mie giornate di un entusiasmo nuovo, fatto non più solo di lavoro ma anche di momenti giocosi e di una solitudine finalmente legale nella psiche e nella mia vita.

Una solitudine capace di ripristinare il silenzio e l’ascolto di me stessa (delle tante Me Stessa che sono) dopo che per molte ore mi dedico ad ascoltare gli altri.

E… incredibile ma vero! Da quando, grazie a quella piccola desaparecida, la solitudine ha ottenuto il permesso di soggiorno nella mia quotidianità, sono aumentati il mio entusiasmo e il mio piacere nel fare le piccole cose di sempre.

Naturalmente questo è soltanto l’inizio di un percorso, che ha avuto come primo risultato un maggiore tempo libero da dedicare a me (cioè a quei tanti condomini che sono/siamo) e che ha aperto le porte agli innumerevoli aspetti sconosciuti e in attesa di riconoscimento che popolano la mia coscienza.

Le parti rimaste in ombra nella mia personalità reclamano il loro spazio di ascolto e di azione e l’amministratore di condominio ha il suo bel da fare per trovare un posto a tutti senza scontentare nessuno.

Soprattutto senza scontentare quel pool di sé che mi ha permesso di diventare adulta e di essere quello che sono, affrontando i momenti difficili della mia vita.

Insomma, la crescita interiore è potenzialmente infinita e ogni scoperta è sempre accompagnata da mille altri interrogativi, perché la vita è cambiamento, evoluzione e creatività, e non si può arginarla ma soltanto imparare a cavalcarne le onde.

In questo periodo sono al lavoro con una parte ostica da inserire nel condominio: il Bambino Crudele.

Un aspetto che fino ad oggi ho cercato di nascondere anche a me stessa, per non intaccare l’immagine idealizzata e scintillante che pensavo di dover indossare per essere amata.

Non so ancora cosa succederà tra i miei condomini, né come se la caverà l’amministratore con questa presenza scomoda e impresentabile.

So solo che se voglio essere gentile e amorevole devo venire in contatto anche con la crudeltà (la mia, naturalmente!).

Gli opposti, infatti, sono sempre due facce di un’unica medaglia e la saggezza è saper camminare nella vita tenendo sottobraccio la Luce e il Buio, il Bene e il Male, la Perversione e la Santità… perché ogni cosa appartiene a un Tutto più grande, che la mente non sempre riesce a cogliere ma di cui il cuore conosce d’istinto la profondità.

Così, grazie al Voice Dialogue, ho aperto le porte a una Totalità di me stessa che fa lievitare il mio livello di confusione insieme al mio amore e al mio entusiasmo per la vita.

Non chiedetemi come.

Non lo so.

Il mio Perfezionista ha rinunciato ad avere tutte le risposte.

La mia Bimba Lunatica, Scontrosa, Musona e Solitaria assapora l’esistenza.

E un nuovo Sé Rilassato e Poco Intelligente ride di cuore, senza sapere perché.

Carla Sale Musio

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ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

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Ago 25 2016

ANCORA IO… E ANCORA IL VOICE DIALOGUE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Quest’anno ho preso un mese di ferie.

Un mese di vacanza tutto intero non mi capitava più dai tempi della scuola!

Chi fa un lavoro autonomo, come me, non può distrarsi troppo a lungo. 

Rischia di perdere il ritmo delle cose da fare e di veder deragliare l’organizzazione professionale costruita nel tempo, con impegno, dedizione e fatica.

Nel mio caso l’ostacolo più grosso alle assenze estive è sempre stato il bisogno di non abbandonare le persone in difficoltà nel momento in cui il caldo e l’atmosfera vacanziera fanno sembrare più intensi i dispiaceri.

La mia professione non prevede altra strategia che l’ascolto partecipe e attento del malessere di chi chiede aiuto.

Il dolore, infatti, è sempre: urgente! 

E ha bisogno di risposte tempestive e puntuali.

Forte di queste considerazioni, il mio Attivista Interiore ha avuto buon gioco nel convincermi di anno in anno a diluire le ferie, e mi ha insegnato ad alternare presenza e assenza, in modo da riposarmi senza far sentire nessuna mancanza.

Basandomi sulle sue indicazioni e sulla sua comprovata competenza professionale, fino ad oggi ho scelto di prendere una settimana di vacanza ogni tanto, in modo da non abbandonare chi ha urgenza e fornire un supporto psicologico stabile e costante.

Quest’anno, però, gli incontri, le letture e le sedute di Voice Dialogue hanno permesso anche ad altri sé di emergere dall’inconscio (dove li avevo confinati) e di sedersi a fianco al mio instancabile Attivista, partecipando alla gestione della mia vita.

Certamente questa folla di personalità ha complicato non poco la regolare organizzazione dei giorni di riposo ma, nonostante il dibattito interno (che già da marzo aveva cominciato ad accendersi sul tema del mio tempo libero), l’Attivista aveva le idee chiare su come debbano essere gestite le vacanze di una professionista seria e competente come me.

E, di sicuro, non avrebbe avuto alcun cedimento sulla sua (nostra!) tabella di marcia se, nel mese di maggio, proprio durante l’intensivo sugli istinti, una Bambina Handicappata, Lunatica, Taciturna e Scontrosa, non avesse agito un golpe nella mia personalità, rovesciando il potere di ogni altro sé.

Primari o rinnegati, poco importa!

Sopraggiunta così, senza nessun preavviso, approfittando di una caduta che mi aveva infortunato un piede e reso invalida per qualche tempo, quel piccolo ingombrante Calimero non ha più abbandonato la sua postazione centrale nella mia vita.

E ancora tiene banco dall’alto del suo insopportabile mutismo.

È lei che ha cominciato a insidiare l’Attivista, col suo silenzio pieno di recriminazioni.

Lei, che non parla e non ama incontrare nessuno.

Lei, che non è simpatica e che non si diverte a fare le cose che gli altri amano condividere insieme (mangiare, conversare, uscire, andare al cinema…).

Lei, che non vuole mai fare nulla e che è capace di starsene delle ore in silenzio, a chiacchierare con i suoi pensieri.

Lei.

L’impresentabile.

Quella che mi fa sempre sfigurare.

Lei.

Cioè io.

Quella che cerco di nascondere a tutti, per avere degli amici, per sentirmi attraente e per cercare di farmi voler bene.

Sì, insomma… quella che non vorrei essere.

E invece sono.

Arroccata nel centro della mia volontà, la Piccola Asociale cantilenava nella mia testa il suo bisogno di solitudine, argomentandolo in silenzio con la minaccia della malattia.

“Che senso ha la vita? 

Se non per riconoscere se stessi? 

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della tua verità. 

E i mali poi ci fanno ritrovare

le nostre più profonde personalità.”

Che dire?

Da maggio, io e lei abbiamo cominciato a prenderci le misure.

Quel piede dolorante è stato lo strumento che le ha permesso di fare capolino nella mia coscienza, obbligandomi a tollerare la sua (mia!) natura: introversa, solitaria e riflessiva.

“Si vabbè…!!!”

Ok.

Volevo dire: la sua (mia!) natura insicura, impacciata, paurosa, selvatica, chiusa e scorbutica.

(Grazie, Critico!)

Il percorso del Voice Dialogue mi sta aiutando ad accogliere questa parte di me che, fino ad oggi, avevo profondamente rinnegato.

Senza identificarmi totalmente in lei, ma riconoscendone le caratteristiche e accettando che la sua realtà faccia da “contrappeso” alla mia Disinvolta Capacità Di Fare Amicizia Con Tutti.

E così io e lei stiamo imparando a parlarci.

O meglio: io sto imparando a non nasconderla e a permetterle di esprimere i suoi bisogni. 

Soprattutto quel suo desiderio di stare da sola.

È così che quest’anno ho deciso di non dare totalmente retta al mio Attivista.

Essere sempre pronta ad ascoltare gli altri è un’arte che per rigenerarsi ha bisogno anche di momenti trascorsi in silenzio e in solitudine.

Quella Bambina Antipatica e Brontolona lo sa.

E non se ne vergogna.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?

Rifugiarsi negli altri serve spesso

per diluire l’impatto della verità.”

(Ok. Ok. Ho capito.)

Quest’estate ho fatto le ferie più lunghe degli ultimi quarant’anni, ma questo non è il risultato più importante del mio percorso di crescita personale.

Il cambiamento vero è nella pienezza, nell’appagamento e nella felicità con cui ho vissuto ogni singolo giorno. 

Ogni minuto delle mie vacanze.

La mia Impresentabile Bambina Interiore è felice.

Libera dal razzismo e dall’emarginazione con cui l’avevo stigmatizzata fino ad adesso, può finalmente farmi dono del suo entusiasmo e della sua gioiosa autenticità.

“Che senso ha la vita?

Se non per riconoscere se stessi?” 

Carla Sale Musio

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Lug 24 2016

BUONI O CATTIVI… tu da che parte stai?

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nella nostra cultura il bene e il male sono concetti antitetici, valori diversi che devono essere riconosciuti e separati.

Abbiamo imparato a considerarli incompatibili e pensiamo che sia inevitabile fare una scelta e schierarci.

Esiste la credenza che il male finisca sempre per contaminare il bene, deturpandolo e corrompendolo.

Così, per tutelare la bontà e preservarne l’incolumità, diventa necessario scinderla e allontanarla dalla cattiveria, definendone chiaramente i confini e, in questo modo, anche i limiti.

Viceversa, l’idea che il bene possa prevalere sulla malvagità è ritenuta un’utopia, una speranza destinata a scontrarsi con il potere della crudeltà.

Nell’immaginario collettivo il bene non vince sempre, anzi! 

Il trionfo del male è costantemente in agguato e il successo dei buoni può arrivare soltanto grazie a una distruzione radicale dei cattivi.

Ogni distruzione, però, contiene in sé l’embrione della violenza e impedisce la comprensione, la fratellanza e il rispetto.

Da questa considerazione (spesso inconscia) trae origine l’idea che il male si alimenti anche nella sconfitta.

Prende vita così un circolo vizioso che conferma costantemente la superiorità dei cattivi sui buoni.

Ci hanno insegnato che il bene può radicarsi e crescere indisturbato solo grazie a una definitiva scomparsa del male.

Perciò, il prevalere della bontà sulla malvagità, anche se auspicabile ci appare poco realistico, perché, senza comprensione, fratellanza e rispetto, la crudeltà risorge continuamente, devastando e distruggendo tutto ciò che di amorevole, bello e sensibile, esiste nel mondo.

Finché bene e male saranno ritenuti inconciliabili, ci sentiremo chiamati a scegliere e, schierandoci, alimenteremo inconsapevolmente le guerre e la distruzione.

Questo non vuol dire che sia auspicabile chiudere un occhio e permettere il dilagare della malvagità.

Al contrario, significa osservare responsabilmente l’aggressività che contamina il mondo interiore, aiutando le parti immature della psiche a evolvere e a trasformarsi.

Il male ha bisogno di attenzione e responsabilità.

Ciò che manca nella gestione di questi due apparenti opposti è la consapevolezza che la vita emotiva è fatta di bene e male insieme e che ogni cosa contiene in sé la bontà e la malvagità, il dolce e l’amaro, le lacrime e le risate.

Indissolubilmente.

Ci è stato detto che tutto ciò che consideriamo buono, sano e giusto, non deve mescolarsi con ciò che invece giudichiamo brutto, cattivo e scorretto.

Lo abbiamo imparato da bambini e oggi conserviamo la certezza che sia inevitabile schierarsi per evitare di contaminare l’amore con la crudeltà.

Ma ogni creatura porta dentro di sé il bene e il male in uguale misura, e allinearsi su una sponda non aiuta a gestire le polarità che costellano la vita.

Una rigida separazione ci spinge a cancellare dalla coscienza tutto ciò che non corrisponde all’immagine idealizzata della perfezione, costringendoci a rinnegare anche aspetti vitali e importanti di noi stessi.

Nel mondo interiore, infatti, la determinazione e l’aggressività, l’autostima e l’egoismo, la forza e la durezza, la protettività e il possesso… camminano a braccetto e non è possibile separare uno dei due antagonisti senza compromettere anche l’altro.

Inevitabilmente.

Ogni volta che assumiamo una posizione assolutista, nascondiamo nell’inconscio la polarità opposta, dove (convinti di essercene liberati) la lasciamo crescere senza alcun controllo.

In questo modo ci identifichiamo con una visione idealizzata di noi stessi e ci sentiamo autorizzati a distruggere tutto ciò che abbiamo escluso dalla consapevolezza, etichettandolo come negativo, malvagio e pericoloso.

Da questa scissione interiore prendono vita i semi del razzismo, del bullismo, delle guerre, dell’emarginazione, della prepotenza e della brutalità.

Nella psiche, infatti, il bene e il male non sono mai valori assoluti e distinti ma aspetti inseparabili dell’esperienza.

E appartengono a una totalità in cui ogni cosa può diventare mutevole e cangiante, al variare del punto di vista da cui la si osserva.

Quando ci sforziamo di reprimere il male, non facciamo crescere il bene ma, al contrario, ne aumentiamo il potere negativo, perché l’idea di essercene liberati per conformarci a un ideale privo di polarità, ne aumenta la distruttività.

È distruttiva, infatti, la pretesa di eliminare ciò che non ci piace, anziché imparare a riconoscerlo, a gestirlo e a trasformarlo, sopportandone il peso e la responsabilità, fino a farlo evolvere dentro di sé.

Il male è una parte inscindibile della personalità che chiede di essere accolta nella coscienza per migliorare e trasformarsi.

Nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Incessantemente.

Dalla guerra fra il bene e il male interiori prendono forma la distruzione e la violenza.

Imparare a riconoscere in se stessi ciò che giudichiamo sbagliato, sviluppa una cultura della tolleranza e del rispetto, e permette di far crescere le parti immature della psiche.

Una società migliore è il risultato di una profonda accoglienza, capace di cambiare la guerra nelle sue fondamenta interiori.

La rivoluzione passa attraverso la capacità di assumere dentro di sé anche le parti giudicate inaccettabili, invece che proiettarle all’esterno condannandole a vivere per sempre nei tanti nemici che popolano il mondo.

Carla Sale Musio

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STRANE COINCIDENZE…

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Lug 04 2016

STRANE COINCIDENZE…

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Grazie ai meccanismi della proiezione e della rimozione la nostra consapevolezza conserva soltanto i ricordi che la psiche è in grado di tollerare, mentre tutto ciò che appesantisce la coscienza viene spostato al di fuori di noi o confinato nell’inconscio.

L’inconscio è per definizione: la zona franca del mondo interiore, il luogo in cui sono archiviate tutte le memorie, senza distinzione di bene o di male.

Per non sovraccaricare la mente, infatti, la maggior parte delle informazioni spariscono in una sorta di ripostiglio dove, per tutelare l’equilibrio psichico, anche gli eventi importanti o traumatici possono essere abbandonati all’oblio.

La specie umana ha un grande bisogno di approvazione e di appartenenza e, per ottenere il riconoscimento del branco, il cucciolo d’uomo usa soprattutto l’imitazione, riproducendo i comportamenti agiti dalle persone che stima ed evitando quelli che provocano derisione o disprezzo.

Si forma così, dentro di noi, un’immagine ideale cui costantemente cerchiamo di assomigliare, mentre tutto ciò che non le corrisponde è nascosto e dimenticato nell’inconscio.

Per raggiungere questo risultato, tutti i Sé non conformi a quel modello vengono fatti sparire e detenuti in luoghi della coscienza privi di ricordi e di memoria.

È grazie a questi automatismi psicologici che il pool dei Sé Primari, al governo della personalità, può costringerci a impersonare sulla scena della vita uno schema di perfezione senza sbavature, evitando che quei Sé che abbiamo giudicato negativi intervengano a rivendicare il loro diritto all’esistenza.

Ma l’energia dei Sé rinnegati, continua ad agire sotto la soglia della consapevolezza, attirando in forma mascherata gli avvenimenti che li rappresentano nel mondo esteriore.

Le chiamiamo: coincidenze, sincronicità, fatalità, casualità, destino, disgrazie o colpi di fortuna, ma non possiamo negare a noi stessi la sintonia che esiste tra ciò che ci succede e i pensieri che si agitano nel nostro mondo interiore.

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STORIE DI COINCIDENZE E DI SÉ RINNEGATI

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Carlo ha trentacinque anni e lavora come commesso in un supermercato.

Il suo stipendio non è altissimo ma, fino ad oggi, gli ha consentito di vivere in un appartamentino tutto per sé e di pagare le spese senza dover ricorrere all’aiuto di nessuno.

Per lui l’autonomia è un valore assoluto e non potrebbe rinunciarci per niente al mondo.

Durante l’infanzia un padre esageratamente severo ha umiliato tante volte i suoi tentativi di farcela da solo, alimentando il desiderio d’indipendenza fino al punto che, pur di non essere costretto a chiedergli niente, Carlo ha abbandonato gli studi e i progetti che aveva, mettendosi a lavorare per potersi mantenere da solo.

Da qualche tempo, però, si scopre a fantasticare su un’auto nuova, più agile e scattante della sua vecchia Panda, ormai piena di acciacchi.

Lo stipendio non gli consente troppe frivolezze e il giovane sa bene che cambiare macchina significherebbe aggiungere un’altra rata mensile al suo budget di spese già molto in difficoltà.

Perciò censura i sogni, che il suo Sé Responsabile giudica impossibili, impedendosi di desiderare un’auto migliore.

“La mia macchina va benissimo e, per l’età che ha, è proprio un gioiellino!”

Afferma soddisfatto quando gli amici gli indicano i graffi e le ammaccature che tappezzano la carrozzeria.

Ma un Sé Pilota Di Formula Uno, segregato da sempre in un angolo dell’inconscio, agisce nell’ombra il bisogno di una guida più sportiva, sprigionando segretamente la sua energia fino a quando un incidente imprevedibile costringe Carlo ad acquistare in tutta fretta un’altra auto, usata ma, finalmente, più prestante.

* * *

Francesco è un medico molto stimato perché ama il suo lavoro e lo svolge con grande passione.

Per lui il bene delle persone è un valore importante e dedica la maggior parte delle energie a trasformare le sofferenze dei suoi assistiti in una risorsa di cambiamento e, magari, di miglioramento.

Ultimamente ha intrapreso un percorso di formazione che lo costringe a viaggiare spesso, così, pur di non trascurare niente, finisce col recuperare il tempo speso negli stage privandosi dei giorni liberi.

L’impegno si fa sentire e Francesco vorrebbe fermarsi un poco, ma un Sé Professionale gli ricorda in continuazione la funzione (insostituibile!) che svolge con i pazienti, mentre un Critico Interiore lo riempie di sensi di colpa solo all’idea di concedersi una vacanza.

“Andrò in ferie più avanti, ora proprio non posso!”

Risponde sorridendo agli amici che gli fanno notare la fatica (e continuando a ignorare il suo bisogno di divertimento e di leggerezza).

Ma il suo Sé Irresponsabile e il suo Sé Inadeguato, insieme a un Sé Che Ama Godersi La Vita, tramano silenziosamente contro quell’eccesso di rettitudine, fino a che un inspiegabile dolore al ginocchio lo costringe a stare a letto per un mese… e a godersi le cure di quanti gli vogliono bene.

* * *

Giorgia ama gli animali e davanti alla loro sofferenza non si risparmia.

Ha salvato tanti passerotti caduti dal nido; un gabbiano che ancora non sapeva volare e i gattini senza mamma che qualche anima pia aveva abbandonato in una scatola, proprio davanti alla sua porta di casa.

Ha adottato i canarini che la signora di fronte lasciava nella gabbietta in giardino, esposti al vento, al sole e alla pioggia; le lumachine trovate in mezzo all’insalata e il cane paraplegico, vittima di un incidente, che oggi scorrazza felice con il suo carrellino.

Per lei la vita di chiunque è sempre un valore assoluto e s’impegna come può per aiutare i deboli e gli indifesi.

In questo modo, però, si complica l’esistenza e la sua casa è affollata di amici bisognosi di attenzioni e di cure.

A volte desidera uno spazio tutto per sé, dove sistemare il cavalletto e i colori e disegnare nei momenti liberi, ma poi si dice che in fondo la pittura non è così importante e che la gratitudine dei suoi protetti la ripaga dei sacrifici che deve affrontare per accudirli.

Un Sé Altruista e un Sé Generoso, gestiscono con successo la sua vita, tenendo incarcerato in una segreta dell’inconscio il suo Sé Egoista, l’unico che certamente sarebbe capace di pensare ai bisogni e ai desideri di Giorgia ma che, a loro dire, la renderebbe arida, insensibile e senza cuore.

Ed è proprio questo sé desaparecido a sprigionare una potente energia, distorta e distruttiva come la violenza con cui è stato estromesso dalla vita di Giorgia.

La distruzione, perciò, non tarda ad arrivare e un guasto all’impianto idrico costringe Giorgia a sgomberare proprio lo spazio che sarebbe stato necessario alle sue attività pittoriche, per fare posto agli attrezzi dell’idraulico e del muratore.

Carla Sale Musio

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TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te!

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Giu 07 2016

TUTTO QUELLO CHE NON TI PIACE DENTRO DI TE… ricompare fuori di te!

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

La proiezione e la rimozione permettono di eliminare dalla consapevolezza le cose che disturbano l’equilibrio della psiche e, soprattutto, quelle che intralciano l’immagine idealizzata che abbiamo costruito di noi stessi.

Nel tentativo di ottenere approvazione e riconoscimento, impariamo da bambini a comportarci in modo consono alle aspettative delle persone a cui vogliamo bene, rimuovendo dalla coscienza tutto ciò che ci fa soffrire e proiettando al di fuori di noi gli aspetti della personalità che riteniamo inadeguati.

Grazie a questi meccanismi psicologici, è possibile conservare una visione di sé conforme alle richieste sociali e scevra di quelle parti che, invece, potrebbero creare delle difficoltà nell’interazione col mondo.

In questo modo prende forma nella vita interiore una sorta di spartiacque in grado di separare i sé considerati leciti dai sé illeciti.

Naturalmente saranno ritenuti leciti tutti gli aspetti della personalità che, quando eravamo bambini, hanno incontrato il favore delle nostre figure di riferimento (genitori, parenti, amici, insegnanti, ecc.).

Mentre saranno rinnegati i comportamenti, gli atteggiamenti e i modi di fare che, in passato, hanno provocato disapprovazione, umiliazioni e sofferenza.

Ognuno di noi ha vissuto esperienze differenti, imparando a discriminare le emozioni e i comportamenti secondo una griglia interiore che è diversa per tutti.

I sé rinnegati, però, nonostante l’esclusione dalla coscienza, mantengono intatta la loro energia e, dalle profondità inconsce in cui li abbiamo confinati, come una potente calamita, attirano nelle circostanze della nostra vita le persone, le cose e gli avvenimenti, adatti a rappresentarli.

Ecco quindi che, nonostante il lavoro attento e preciso della rimozione e della proiezione, il nostro mondo esterno si popola proprio di quelle qualità che non ci piacciono e di cui interiormente abbiamo perso le tracce.

Ignari dei riferimenti personali ed energetici che ci legano agli eventi, combattiamo con foga al di fuori di noi le imperfezioni, l’immoralità e le ingiustizie… che giudichiamo sbagliate e che sentiamo diverse e lontane dal nostro modo di pensare e di essere.

Ma, sotto la coltre che ottunde la coscienza, sono proprio quelli i rappresentanti delle nostre parti oscure, le icone che segnalano la metà di noi stessi che abbiamo amputato, diventando grandi, nel tentativo di piacere al mondo.

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STORIE DI GUERRE DENTRO E FUORI

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Clara ama gli animali e, da sempre, combatte molte battaglie per tutelare i loro diritti, nel tentativo di evitare lo sfruttamento e le torture a cui la specie umana li sottopone.

Ma nel profondo di se stessa rinnega le sue parti istintuali, censurandole e maltrattandole in favore del bisogno di approvazione.

Certo, le piacerebbe lasciare emergere nella sua vita l’entusiasmo, il desiderio di giocare e di divertirsi, la voglia di combattere o il piacere sensuale!

Ma da bambina ha imparato che prima c’è il dovere e poi (forse) arriverà il piacere e, siccome i doveri non finiscono mai, un Sé Perfezionista ed Esigente la costringe, un giorno dopo l’altro, a rinunciare a ciò che l’appassiona, per svolgere le mansioni che il lavoro e la vita domestica le richiedono.

Così, mentre combatte i soprusi contro le altre specie animali, alimenta la violenza e l’indifferenza nel suo mondo interiore e, senza saperlo, coltiva dentro di sé le cause energetiche di quei maltrattamenti che, invece, vorrebbe estirpare.

* * *

David proviene da una famiglia conservatrice, poco attenta al valore delle emozioni e alle sfumature della vita interiore.

Da bambino è cresciuto in mezzo a un conformismo religioso e bigotto e, nonostante abbia fatto di tutto per emanciparsi e mettere in discussione i principi patriarcali della sua famiglia,  ancora non riesce a darsi il permesso di vivere fino in fondo i propri sentimenti.

Da qualche tempo prova un forte coinvolgimento per il suo amico Carlo ma, terrorizzato all’idea di perdere la stima della famiglia, non riesce ad ammettere di essersi innamorato e nega l’impatto delle sue sensazioni.

Razionalmente sostiene che l’omosessualità sia un modo di amare altrettanto lecito e profondo dell’eterosessualità, e frequenta amici gay e amiche lesbiche, combattendo affianco a loro per difenderne i diritti e la rispettabilità.

Interiormente, però, non si sente libero di accettare la sua attrazione per una persona dello stesso sesso e, nonostante gli ideali democratici che professa, continua ad attirare nella sua vita situazioni di discriminazione e omofobia.

* * *

Franca non sopporta Milena, la figlia più piccola dei vicini di casa.

La trova pesante, noiosa, antipatica, viziata, prepotente… e, per evitare di incontrarla, è capace di cambiare strada e persino orari di rientro!

Milena all’anagrafe ha venticinque anni, ma mentalmente è come se ne avesse otto, perché una malattia genetica le impedisce di crescere come tutti gli altri.

Dal punto di vista fisico, è una bella ragazza, sviluppata e adeguata alla sua età, ma, intellettualmente, è ancora molto infantile.

I suoi genitori fanno del loro meglio per educarla e aiutarla a diventare grande, ma Milena è curiosa e vivace e, quando incontra qualcuno che conosce, lo riempie di domande, insistendo e prestando poca attenzione alla riservatezza e alla fretta degli altri.

Franca, invece, è la primogenita di cinque figli e, da bambina, ha dovuto maturare velocemente, per aiutare la mamma ad accudire i fratellini più piccoli.

Per lei gli altri non avevano mai tempo e, nella vita, ha imparato presto ad arrangiarsi da sola, senza contare su una famiglia amorevole e presente come quella di Milena.

L’immaturità e la curiosità sono state bandite dalla sua infanzia e, ancora oggi, la donna le combatte come fossero nemici pericolosi.

Nel suo mondo interiore, però, una bambina goffa e inadeguata aspetta di ricevere le attenzioni che le sono mancate nel passato e, con la sua energia, attira nella vita di Franca proprio le situazioni che rispecchiano i suoi bisogni profondi.

Ecco quindi arrivare Milena.

E non servirà cambiare strada o modificare gli orari nella speranza di non incrociarla!

Per sfuggire le domande assillanti della giovane vicina di casa, Franca dovrà imparare ad accogliere l’ingenuità della sua Bambina Interiore, senza giudicarla e senza emarginarla dalla propria psiche.

Solo così la sua energia troverà finalmente un equilibrio e smetterà di attrarre le circostanze che la riflettono.

Carla Sale Musio

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COME SFUGGIRE DA SE STESSI… e fingere di vivere felici e contenti!

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Mag 13 2016

IO… E IL VOICE DIALOGUE

Pubblicato da archiviato in Psicologia,Psicoterapia

Nel 2015 ho intrapreso un percorso di crescita personale ispirato ai principi del Voice Dialogue, un metodo di conoscenza di se stessi messo a punto da Hall e Sidra Stone.

I coniugi Stone, affrontando e risolvendo le loro difficoltà di coppia, hanno esplorato l’immensità delle energie che compongono la personalità e gli innumerevoli modi in cui queste possono aggrovigliarsi tra loro, creando i tanti nodi che minano le relazioni affettive.

Il loro cammino di conoscenza interiore mi ha sempre affascinato e, da tempo, accarezzavo l’idea di approfondire gli aspetti intellettuali con una partecipazione attiva e una messa in gioco personale.

Così, ho iniziato a frequentare i corsi del primo e del secondo anno, coinvolgendomi, scoprendomi e riconoscendomi sempre di più.

Per il seminario del quattro maggio, quello su GLI ISTINTI, mi stavo preparando già da diverso tempo.

Ci avevo lavorato in numerosi incontri, facilitati da Caterina Perna, da Roberta Giorgetti Dall’Aglio e da Silvia Pelle, tre delle insegnanti della scuola Innerteam, e avevo conosciuto il mio Sé Sensuale, il mio Sé Creativo, il mio Sé Materno, quello Paterno, la Bambina Insicura e vari altri.

Sapevo che, trattandosi di un corso intensivo, si sarebbe creata l’occasione per un cambiamento profondo, e non volevo lasciarmi sfuggire quella preziosa opportunità.

Col passare dei giorni, però, il pensiero ci girava intorno sempre più spesso e immaginavo me stessa immersa in un potente lavoro emotivo e fisico.

Avrei voluto essere agile e scattante come una tigre, sinuosa e guizzante come un serpente tra le dune e pronta a cogliere i sussurri del pensiero, come la brezza di primavera.

Per migliorare le mie performance fisiche, avevo preso a frequentare la palestra con maggiore assiduità e coltivavo, tra passione e apprensione, il sogno di incontrare finalmente quella me stessa aggressiva e sensuale, capace di sedurre e di combattere con la naturalezza e la spontaneità che mi erano mancate in tutti i miei cinquantotto anni di vita.

Ma, a mano a mano, che la data della partenza si avvicinava, i miei istinti erano sempre più in fermento e, nonostante i Sé Primari distribuissero bacchettate ovunque, nel tentativo di ristabilire l’ordine, qualcosa nelle loro regole sembrava avesse smesso di funzionare come prima.

Convinta di lavorare sul mio Sé Femminile e Seducente, mi ero comprata un paio di zeppe alte e dorate che mi facevano sentire affascinante come una star.

E, nella prima domenica di sole, le indossai, orgogliosa di me stessa e dei miei progressi interiori.

Qualche cosa, però, serpeggiava nell’ombra e si nutriva delle mie intenzioni, a dispetto delle fantasie in cui indugiavo a occhi aperti.

Era qualcosa che della mente non sapeva che farsene.

Un’essenza dimenticata da sempre, come un’impronta sulla sabbia quando sale la marea.

Così quella domenica, mentre risalivo orgogliosa la via Sassari per andare a vedere un film al cinema Greenwich D’Essai, improvvisamente e apparentemente senza motivo, precipitai dalle mie favolose scarpe d’oro e il piede destro, che fino a quel momento si era identificato nel piede delicato e sensuale di una principessa, si trasformò di colpo in un salsicciotto livido e dolorante, impossibile da appoggiare. 

Nemmeno su una torretta di cuscini.

Fra sofferenze terribili e tentativi inutili di mostrare indifferenza, mi accertai che non ci fosse nulla di rotto e poi, sicura della mia prestanza, cominciai una riabilitazione casalinga volta a riportarmi in forma smagliante per il giorno della partenza.

Ma niente di quanto avevo previsto sembrava andare per il verso giusto.

Una sorta di maledizione azzannò le mie certezze, lasciando emergere quella bambina handicappata e incapace che per tutta la vita avevo cercato di allontanare.

Fu lei a partire dall’aeroporto di Cagliari Elmas, il quattro maggio del 2016, con il volo delle 10,15 diretto a Roma Fiumicino.

La donna agile e scattante rimase a casa.

E forte del suo piede inappoggiabile e delle sue stampelle barcollanti, si presentò al seminario sugli istinti, poco autonoma, silenziosa, lunatica, solitaria e musona come solo lei riesce ad essere!

Il Sistema Primario, guidato dall’Attivista, dal Perfezionista e dal Gentile (e supervisionato costantemente dal Critico) era su tutte le furie e cominciò una guerra senza esclusione di colpi per rimandarla da dove era venuta.

Ma quella bimbetta inopportuna, tronfia di un potere che aveva scippato in sedute e letture di Voice Dialogue e in interminabili incontri di lavoro sui chakra e sulle energie, se ne stava arroccata nel centro come se fosse l’unica ad avere diritto di parola.

E, facendosi beffe della rabbia e degli insulti del mio agguerrito pool di Sé, pensò bene di aggiungere ai dolori anche un bel raffreddore, che rendeva il naso gocciolante, gli occhi lacrimosi, l’udito scarso e la testa vuota.

Eccola lì!

Finalmente padrona della scena psichica, eretta in tutto il suo lugubre splendore.

Orgogliosa e libera di mostrare se stessa!

“Eccomi qui. Sono io. Guardatemi!” 

Affermava soddisfatta, con quel suo atteggiamento dimesso e sofferente.

“Sono quella che non sta bene. Quella che soffre. Quella che non ama parlare. Quella che non sa cosa dire. Quella poco intelligente. Lenta. Malata. Riuscita male.”

Era proprio lei.

Cioè sì. 

É innegabile. 

Ero proprio io.

La stessa che, in cinquantotto anni, avevo cercato di eliminare dalla mia vita, sforzandomi di essere brillante, adeguata, sicura, rassicurante, cordiale, intelligente… e tutte quelle cose che poi mi portano ad aver bisogno di correre a nascondermi, per allentare lo sforzo di essere la simpatica persona che penso sia migliore di me.

Sì, insomma, adesso lì c’ero io.

Quella che sono solo quando sono sola.

Esibita in tutta la sua indecente incapacità.

Quasi peggio di come l’avevo sempre immaginata. 

Ed evitata.

Il mio Sistema Primario ululava di dolore e di rabbia.

In preda al panico, avrebbe speso qualsiasi cifra pur di nascondere quella me stessa impresentabile.

Ma, forte del vantaggio ottenuto, la bambina se ne stava lì.

In silenzio davanti a tutti.

Senza ballare. Senza parlare. Senza disegnare. Senza condividere.

Ostentando la sua presenza inadeguata come fosse un trofeo.

E qualcosa, forse un occhio lontano, osservava la scena del trionfo e della disfatta, senza intervenire, compiacendosi di quell’ardire e anche della sconfitta, quasi che del Sistema Primario che andava in pezzi non gl’importasse niente.

Meno di niente.

L’otto maggio (proprio il giorno della Festa della Mamma) sono tornata a casa così.

Con la Bambina Incapace in bella mostra, esposta tra le valige e le stampelle, e la mutilazione dei Primari che sanguinava tutto il suo ansioso risentimento.

Ininterrottamente.

Pensando di morire ad ogni passo, mi sono trascinata nel viaggio interminabile che da Casa Faustina in Umbria, come un pellegrinaggio sacro, conduce a casa mia in Sardegna.

E ancora osservo la metamorfosi che, dentro il film girato alla rovescia, ha trasformato la farfalla in bruco.

Un bruco magico, capace di strisciare nella memoria e dare voce anche a chi non ha parola.

Sono tornata a casa con la valigia gonfia delle mie insicurezze, come se fosse zeppa di pepite d’oro.

Le guardo una per una, con sospetto, e aspetto che dalle acque smosse dei ricordi emerga quella bimba prepotente e spaventata.

Più che a una tigre somiglia a un dito in bocca.

E mi fa più paura di uno scontro frontale.

Allora cerco di guardarla dal centro, col suo fare deciso e titubante insieme, mentre il gruppo dei Sé che detiene il potere le rovescia addosso una pioggia di insulti e di sberleffi.

Aspetto che la sua anima selvatica si dispieghi e le faccia da ombrello.

Più che un ombrello, però, mi sembra un ombrellone.

E mentre lei scava la sabbia con il suo piede livido e malfermo, io riprendo contatto col mio essere viva.

Inadeguata e sicura.

Proprio in mezzo al pericolo della mia verità.

Carla Sale Musio

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